Altre volte, nelle scuole, anche civiche e governative, gli esami alla fine dell’anno scolastico si facevano in pubblico, alla presenza del sindaco, del prefetto, e di tutte le autorità cittadine.
Specialmente nelle scuole femminili, gli esami erano una pompa, e vi si faceva più mostra di vanità che di sapere. Le interrogazioni e gli esperimenti erano combinati in modo da far figurare le allieve migliori, e da lasciare nell’ombra le mediocri.
Ogni insegnante chiamava quella che sapeva meglio istruita nella sua specialità, e pregava qualche personaggio autorevole d’interrogarla.
Ed il pubblico, dopo aver uditi tre o quattro pappagallini ammaestrati ripetere le gesta di qualche eroe più o meno leggendario, enumerare dei fiumi e dei monti, e delle città capitali, eseguire qualche operazione aritmetica irta di moltiplicazioni e di segni difficili a capire, rimaneva sbalordito di tanta scienza.
Era buono, e facile di contentatura il povero pubblico.
Bisognava sentire, che sorta di pillole gli si facevano ingoiare, coi nostri componimenti letterari, declamatorii, gonfi, ridicolmente rettorici!
E bisognava vedere, come si commoveva, e si soffiava il naso, per nascondere l’inumidirsi ed il luccicare degli occhi!
Rammento ancora una lettera sul tema: «Rimproverare ad una compagna la sua cattiva condotta in iscuola, e darle dei buoni consigli.»
Io scrissi una specie di predica terribile, in cui parlavo di onore e di disonore, di giustizia, umana e divina, di maledizioni paterne, di rimorsi al letto di morte, d’ogni sorta d’orrori; per poi stemperarmi, nella seconda parte, in una gran tenerezza di pentimenti, d’espiazione, di ravvedimento, di riabilitazione, di virtù ideali ed inverosimili, di morte rassegnata del giusto, di gioie mistiche ed eterne in un mondo migliore.
Tagliata in due, avrebbe potuto essere una requisitoria contro un malfattore della peggiore specie, ed una predica del padre confortatore ad un condannato a morte.
Meritavo io, una condanna per quel delitto letterario.
Ma il pubblico ne fu commosso fin nelle viscere, non seppe frenare gli applausi, sebbene fossero proibiti, e, finiti gli esami, una signora anonima mi mandò a regalare dalla cameriera un astuccio, con un finimento da lavoro in argento.
Era naturale che una delle cose a cui più si badasse in quegli esami d’apparato, fosse il vestito. Era una gara di eleganza.
Noi avevamo un vestitino di mussola bianco, che ogni anno, in quella circostanza, si rimetteva a nuovo, ben lavato, insaldato, teso e scricchiolante come un vestito di carta.
Ne andavamo superbe; tanto più, che vi si aggiungeva una cintura di velluto nero, legata dietro la vita con un fiocco smisurato, i cui capi ci sbatacchiavano sulla schiena e sui fianchi, come le ale d’un grande corvo, che ci avesse affondato il becco nelle reni e ci succhiasse il sangue.
Queste cose mostruose, le dico ora, volgendo uno sguardo retrospettivo a quell’abbigliatura, coll’occhio educato ai gusti moderni.
Ma allora, tanto io che mia sorella, la credevamo bellissima.
Furono le compagne ricche ed eleganti che scossero la nostra fede beata.
Quell’anno era di moda un certo colorino roseo, cangiante, con dei riflessi argentei, che si chiamava «nuage d’aurore» (nube d’aurora).
Quelle signorine si erano fatto un abito del colore di moda per portarlo agli esami, e ne parlavano continuamente in iscuola.
Un giorno una di loro, dopo aver fatto una descrizione pomposa del suo bell’abito, si rivolse a noi, e disse con disprezzo:
— «Voialtre già, ricomparirete col solito abito di carta, e l’avoltoio nella schiena!
Di carta! L’avoltoio!
Vidi mia sorella farsi pallida, mentre sentivo una vampa di rossore salirmi al volto; ed il cuore si mise a saltarmi nel petto come un passero in gabbia.
Quella critica ci giungeva nuova, inaspettata. Eppure la nostra vanità intuì subito che la mussolina insaldata e la cintura nera di velluto avevano inspirato l’umorismo crudele di quella ragazza.
Intesi pure che quella burla non era nata allora, e che doveva averci circolato intorno negli anni precedenti, mentre noi ci pavoneggiavamo beatamente, nella nostra abbigliatura di gala.
Fu una spina che ci si pose nel cuore; e ne soffrimmo, come, più tardi, quando l’esperienza ci ha dimostrato che queste contrarietà sono meschine e ridicole, si soffre per contrarietà più vere e gravi.
Pel nostro mondo piccino e per la nostra piccola età, quell’idea di ricomparire vestite male, all’antica, in mezzo alle ragazze eleganti, era una grande umiliazione.
Aspettammo con ansietà la domenica, e la visita al nonno.
Quando venne corremmo in parlatorio tutte eccitate, lo salutammo in fretta, poi io gridai:
— Sa, nonno? Ci vuole un vestito nuovo....
E la Giuseppina soggiunse:
— Per gli esami; un vestito color «nuage d’aurore.»
Il nonno rimase un tratto attonito, senza poter rispondere, poi esclamò:
— Che cos’è questo «nuage d’aurore?» Siete matte? Non avete il vestito bianco?
La Giuseppina borbottò dispettosamente:
— Oh! il vestito di carta!
Il nonno ripetè stupefatto:
— Di carta?
E la Giuseppina riprese:
— Ma sì; insaldato a quel modo la mussola sembra una carta.
Il nonno scrollò le spalle, e disse con fare conciliante:
— Si può fare a meno d’insaldarla.
Ma io mi figurai subito quel cencetto molle, cascante languidamente sulle gonnelle, e soggiunsi sospirando:
— E quella cintura nera che sembra un corvo?
Questa volta il nonno si mise a ridere, e disse:
— Che strane idee vi siete messe in testa!
Poi riprese sempre conciliante:
— Del resto, se la cintura sembra un corvo, non ve la mettete. C’è modo di accomodare ogni cosa.
— Bel modo! Sembreremo in camicia, con un vestito tutto bianco e non insaldato.
— E allora, fatelo insaldare.
— Parrà di carta...
— Ma insomma, cosa posso farci io?
Questa era la vera domanda che aspettavamo, e ci affrettammo a rispondere:
— Può farcene un altro, nonno.
— Color nuage d’aurore, nonno.
Il nonno scrollò il capo ridendo, e rispose:
— Questa è appunto la cosa che non posso fare. Posso invece raccontarvi una storiella...
— Oh, nonno!
— È inutile protestare. La storiella può insegnarvi a non esser troppo esigenti, ed a contentarvi di quanto vi si può dare. Per conseguenza non ve ne faccio grazia. Tanto, debbo aspettare qui la Giovannina, che verrà anche lei a vedervi.
Chinammo il capo un po’ imbroncite, ed il nonno, a bassa voce, per non disturbare gli altri gruppi di collegiali e di visitatori, che ingombravano il parlatorio, cominciò subito la storiella:
«Ogni anno, alla stagione dei bachi, mio padre ne allevava una grossa partita, e voleva che tutti in casa, piccoli e grandi, ce ne occupassimo senza risparmio di fatica.
«Io ebbi sempre una repulsione per quei vermiciattoli che, per quaranta giorni, crescevano, crescevano, mangiavano senza posa, e diventavano grossi come maccheroni.
«S’era appena finito di rizzare un palco di sei, sette stoie, sovrapposte l’una all’altra, che già i bachi lo avevano invaso tutto, e bisognava rizzarne un altro.
«E quando non c’era più spazio per nuovi palchi, i bachi crescevano ancora, e bisognava posare le stoie sui mobili, in tutte le stanze, accanto ai letti.
«Si doveva star sempre rinchiusi con una copertaccia di lana appesa contro gli usci, perchè quegli animalucci stessero ben caldi. E, tra il calore, la mancanza d’aria, l’odore della foglia verde, l’atmosfera non era più respirabile.
«Ma non importa; bisognava starci, e lavorare. Staccare la foglia dai rami, tritarla, spargerla sulle stoie. E guai se pioveva! Allora bisognava accendere un bel fuoco, e stendere i rami di gelso ad asciugare, perchè i piccoli bachi soffrivano a mangiare la foglia umida.
«Ed intanto, tutti quegli avanzi di erba rosicchiata si accumulavano sulle stoie, formando un letto umidiccio e fitto, che minacciava di fermentare.
«Ogni due giorni si cambiava il letto, cioè si traslocavano tatti i bachi per togliere quello strato fetido che avevano sotto, e rimetterli sulle stoie con la carta pulita, perchè la insudiciassero un’altra volta.
«Erano quaranta giorni d’un lavoro incessante, febbrile; la fame dei bachi era insaziabile. Si doveva alzarsi una o due volte nella notte per somministrare il pasto a quelle centinaia di migliaia d’insetti.
«Poi, ad un tratto, non mangiavano più; scappavano da tutte le parti; e bisognava affrettarsi a circondare le stoie con frasche ed eriche, perchè i bachi si arrampicassero a fare il bozzolo.
«Io ed i miei fratelli ci sentivamo come rinascere, quando tutti i bachi erano arrivati a frasca; e non ci pareva vero di uscire all’aperto, e di non curarcene più.
«Ma il babbo e la mamma continuavano a guardare l’orizzonte, ed a spaurirsi ad ogni nuvola che compariva, perchè bastava un temporale, una giornata umida, una variazione di temperatura, perchè i bachi interrompessero il loro lavoro, ed il bozzolo riescisse difettoso.
«Quando ebbi dodici anni, mio padre mi disse che, per avvezzarmi a coltivare i bachi con tutta la cura dovuta ad una cosa tanto importante, mi faceva dono dell’ospedale.
«Dovevo occuparmene da solo; ed il prodotto sarebbe messo da parte come una mia assoluta proprietà, della quale potrei disporre per ogni necessità impreveduta.
«L’ospedale era la parte più repulsiva di quella gran faccenda repulsiva. Tutti i bachi stentini, giallini, rossastri, molli, bavosi, si toglievano dalle stoie, e si mettevano da parte in una stoina piccola, che era l’ospedale.
«Quelle bestiole infermiccie mangiavano lentamente, dormivano con ritardo, ed alle quattro mute, non riescivano mai a togliersi del tutto la vecchia pelle, che serbavano languidamente raggrinzata sulla coda. E finalmente filavano dei bozzoli piccini, storti, molli, incompleti, che si vendevano per pochi denari.
«Il primo anno però, il babbo, sempre allo scopo di innamorarmi dei bachi, ne fece passare nell’ospedale di molti, che, a rigore, avrebbero potuto stare coi sani; e quando fu il tempo di sbozzolare, raccolsi non solo della faloppa, ma anche un paniere di bozzoli buoni, e misi da parte trentacinque lire.
«Infatti, dopo quel guadagno, compresi l’utilità dei bachi, e li coltivai con maggior cura, specialmente l’ospedale.
«Dopo un paio d’anni cedetti l’ospedale ai miei fratelli, ed io ebbi un bel pizzico di seme, ed allevai la mia piccola partita speciale di bachi buoni.
«Il denaro andò aumentando. Quando se ne parlava, la mamma diceva che servirebbe a vestirmi tutto di nuovo quando dovrei andare a Novara per studiare al liceo.
«Non si trattava di mettermi in gala, nè di farmi un vestito color nuage d’aurore, piuttosto che di un altro colore. Si trattava unicamente di vestirmi come vestivano i ragazzi di città, perchè a Ceràno io portava i calzoni di fustagno corti fino al ginocchio, delle grosse calze di cotone bigio, degli scarponi con la suola di legno, ed una cacciatora di fustagno come i calzoni.
«Tutto il costume dei contadini del basso Novarese, che a Novara mi avrebbe reso ridicolo. Per conseguenza, i miei genitori consideravano come una necessità il vestirmi di nuovo.
«L’ultimo anno mi dedicai con un ardore straordinario alla coltivazione de’ miei bachi; e, mentre mi arrampicavo sui palchi, pulivo le stoie, tagliavo la foglia, avevo sempre in mente i bei calzoni di panno turchino lunghi fin al collo del piede, gli scarpini, il gilè color nanchino ed il casacchino corto uguale ai calzoni, tutto l’abito cittadino che dovevo farmi per andare in città.
«Quell’anno il raccolto andò maluccio; ma c’era il denaro degli anni precedenti, e fra tutto faceva una bella somma. Circa dugentocinquanta lire.
«Bastava a farmi un bellissimo corredo.
«In principio d’ottobre, mio padre ebbe la nuova che il marito di sua sorella, medico condotto ad Oleggio, era gravemente ammalato.
«E tra il babbo e la mamma cominciarono a fare quei soliti discorsi crudeli, che si fanno sempre in simili circostanze, considerando già il povero malato come se non esistesse più, dandosi pensiero unicamente dei superstiti, e compiangendo loro soli, quasichè la vita di quell’uomo non avesse importanza, se non per l’utile che recava a quegli altri.
— Quella povera vedova! E con cinque figlioli! E quel povero uomo benedetto, che non volle mai saperne di privazioni!... Non avrà lasciato un soldo di risparmio...
«E della gente buona come i miei genitori, rimproveravano già a quel morto, che non era morto ancora, di non aver aggiunta anche l’infelicità delle privazioni alla sua povera esistenza di lavoro, per lasciare un po’ di benessere a quelli che rimanevano, vivi e sani, dopo di lui, mentre lui se ne andava sotterra.
«Mi fece pena questa ingiustizia del mondo verso i poveri morti, e dissi:
— «Io compiango lui, povero zio, che se ne va. Gli altri lavoreranno come ha lavorato lui, ad ogni modo s’accomoderanno sempre...
«Mio padre chinò più volte il capo pensosamente, e disse:
— «È facile dire, s’accomoderanno...
«Verso la metà d’ottobre la malattia s’aggravò tanto, che mio padre dovette partire per Oleggio. Lo zio era moribondo.
«Intanto il San Carlo s’avvicinava, e bisognava pensare a prepararmi per andare a Novara.
«La mamma mi condusse a scegliere le stoffe per gli abiti, ad ordinarmi le scarpe, le camicie, le pezzuole...
«Ma sulle stoffe ero irresoluta. Non ero avvezza a comperare senza consultare il babbo. Si fece mandare le pezze a casa, per vederle meglio, e per sentire anche dal sarto quali fossero più convenienti. Intanto chi sa? Potrebbe darsi che lo zio stesse meglio, e che il babbo tornasse per vedere anche lui...
«Infatti il babbo tornò, appunto la mattina seguente, mentre noi si stava osservando le stoffe alla gran luce del giorno, nella farmacia.
«Entrò tutto frettoloso ed impensierito, rispose appena in fretta «addio, addio» ai nostri saluti, poi domandò:
— «Che cos’è questa roba?
«La mamma rispose:
— «Sono le stoffe pei vestiti d’Andrea.
«Allora il babbo cercò me cogli occhi, e, guardandomi un po’ accigliato, disse:
— «Eh sì! C’è altro da pensare che a vestirsi ora, figliolo mio! Quelli laggiù sono in mezzo ad una strada; e c’è un povero morto da portare al campo santo.
«Noi restammo tutti sbigottiti senza rispondere. Il babbo riprese, sempre guardandomi:
— «Tu non volevi aver pietà dei superstiti, e compiangevi il povero morto. Ora è proprio il povero morto che ha bisogno di te. Io ho i superstiti da provvedere. E tu, li vuoi dare i tuoi quattrini per i funerali?
«Più tardi deplorai di non aver potuto vestirmi di nuovo; ma in quel momento non sentii altro che un’immensa, un’infinita pietà per quell’uomo che avevo veduto poche volte, ma sempre allegro e sano, e che ora aveva bisogno de’ miei poveri soldi per esser portato al camposanto; e dissi con tutto il cuore:
— «Sì che voglio darli, babbo! e corsi di sopra a prendere la cassetta con i denari.
«Quando gliela portai, il babbo mi disse:
— «Bravo figliolo. Dopo quest’atto che fai, puoi portare con orgoglio i tuoi vecchi abiti da contadino anche al liceo di Novara. Ti fanno onore.
«Io pure pensavo così, e partii col cuore soddisfatto, ed entrai per la prima volta in iscuola con la fronte alta, come un ragazzo contento di sè.
«Durante la prima lezione vidi che i ragazzi mi guardavano, poi si guardavano fra loro e ridevano nascondendo il volto sul banco. Ma pensai che non sapevano il motivo per cui ero vestito così.
— «Alla prima occasione lo dirò, ed allora sarà finita. Mi giudicheranno come merito.
«Appena terminata la lezione, mentre il maestro di latino usciva, e s’aspettava quello di geografia, un ragazzo gridò:
— «Eh, massaio, quanto costa al sacco il grano?
«Guardai in giro per vedere dove fosse il massaio; ma un altro mi venne proprio davanti e mi gridò in viso:
— «E il concime l’hai sparso sui campi, massaio?
«Capii che parlavano con me. Tutti ridevano e si burlavano dei miei vestiti da contadino. Mi alzai rosso, rosso, per rispondere; ma mi ripugnava, davvero, mi ripugnava il vantarmi pubblicamente del poco bene che avevo fatto.
«In quel mentre entrò il professore di geografia, e tutti tacquero e tornarono ai loro posti. Ma dopo quella seconda lezione, appena il maestro aveva chiuso l’uscio dietro a sè, sentii qualche cosa di duro colpirmi alla nuca, mentre una voce gridava:
— «Eh! ortolano! Prendi il concime!
«Ed un altro:
— «Questo è buon letame, raccogli!
«E da destra, da sinistra, da tutte le parti mi piovevano addosso torsoli di mele, bucce, noccioli di frutta, vecchie croste di pane, pallottole di carta stropicciata bagnate nell’inchiostro, che mi colpivano nel volto, nel petto, sul dorso, e lasciavano la macchia.
«Mi alzai per parlare, ma una salva di fischi, di grida, di risate coprì la mia voce. Imitavano il muggito del bue, il raglio dell’asino, il gracidare delle galline, il canto del gallo; pareva d’essere in una fattoria.
«Allora, tutto fremente di sdegno, corsi fuori dalla scuola, ed appena giunto dalla vecchia parente dov’ero alloggiato, scrissi a mio padre tutta quella scena. Nella mia disperazione gli dicevo:
— «Bisogna fare qualunque sacrificio per vestirmi come gli altri, da cittadino; altrimenti sarà impossibile che io continui a studiare. Intanto sospendo d’andare al liceo.
«Mio padre rispose:
— «Se credevi l’opera buona che hai fatta, tanto facile e senza conseguenze per te, non meritavi l’ammirazione con cui l’accolsi. Dare il denaro dei tuoi abiti pel tuo povero zio morto, voleva dire rassegnarti a frequentare, per un tempo indeterminato, la scuola vestito da contadino, esporti a qualche burla, a qualche umiliazione. Abbi dunque il coraggio della tua buona azione. La vita ha ben altre lotte, ben altre contrarietà, e devi avvezzarti di buon’ora a sopportarle, se vuoi fare la tua strada nel mondo e diventare un uomo. Io non voglio intervenire in questa puerilità. Sbrigati come puoi, e sopratutto non lasciare lo studio, che è la parte seria della vita, per codeste suscettività d’amor proprio, che ne sono la parte ridicola.»
«Sulle prime quella lettera mi parve crudele ma, ripensandoci, compresi che era giusta nella sua severità. E tornai al liceo, e sopportai con dignità le insolenze de’ miei compagni, rispondendo appena con qualche scappellotto ai tentativi più violenti.
«Così si avvezzarono a vedermi vestito da contadino, e, a misura che mi facevo onore negli studi, s’avvezzarono anche a rispettarmi. S’avvezzarono tanto bene, che quando, dopo sei mesi, mio padre mi regalò un bel vestito da città, al primo vedermi vestito così, i più grulli cominciarono a burlarmi di nuovo. Ma i loro scherzi non furono secondati, perchè la maggioranza aveva imparato a giudicarmi più seriamente.»
Eravamo un po’ commosse, ma non tanto da aver completamente dimenticate le occhiate ironiche e le risate di scherno delle compagne eleganti.
Io risposi, esitando un poco, ma facendomi coraggio:
— «Ma noi non abbiamo nessuna bella azione da raccontare, per giustificare il nostro vestito vecchio.
Il nonno, col volto, non più conciliante, ma serio serio, rispose:
— «Fra tutte le belle azioni, la più bella è fare il proprio dovere. Il vostro dovere è di accettare la situazione che Dio ha fatta al vostro nonno ed a voi. Non siamo ricchi; dobbiamo accontentarci, io di non farvi un abito nuovo, voi di non portarlo. Ho una gran paura che nelle vostre testoline sia entrata tanta vanità, da farvi parere un sacrificio, un atto eroico addirittura, il confessare la vostra condizione modesta. Ebbene, confessatela, e se vi costerà molto, avrete una buona azione da raccontare, una vittoria riportata sulla vostra vanità. E vi farà del bene.
Non confessammo nulla. Non eravamo abbastanza dignitose e forti per farlo. Ma l’abito di carta coll’avoltoio nella schiena, ricomparendo ancora, confessarono per noi. Però quel giorno osservammo che erano molte le compagne che portavano gli abiti degli anni precedenti, ed il gruppo delle eleganti era così piccino, che ci accorgemmo d’averne esagerata l’importanza. Tutte le più brave erano vestite modestamente; ed anche noi facemmo un bell’esame. E ne avemmo una soddisfazione, che il bel vestito non ci avrebbe dato di certo. Dopo l’esame la Giuseppina mi disse, un po’ tardi, ma meglio che mai:
— Sono contenta ora, che non abbiamo fatto fare un sacrificio al nonno per vestirci.