CAPITOLO SECONDO. LE SOCIETÀ AGRICOLE E LA SERVITÙ IN GRECIA

Origini della servitù della gleba.

Non tutta l’economia greca era — l’avvertimmo — posta in movimento da schiavi; nè gli schiavi ed i liberi esaurivano tutta la serie di forze di lavoro, di cui quel mondo, così vario e interessante, si giovò ai fini della propria esistenza. In talune contrade, anzichè adoperare dei singoli schiavi, o gruppi di schiavi, che la guerra e il commercio venivano man mano fornendo, erano state assoggettate intere popolazioni, le si erano fatte discendere a un livello inferiore ai liberi, fosse pure più elevato di quello degli schiavi, e si era imposto loro, sotto certe condizioni, a vantaggio dei nuovi signori, l’obbligo di coltivare la terra, da cui mai avrebbero potuto liberarsi. Tal’altra volta intere categorie di liberi lavoratori della campagna, schiacciati dai debiti, erano stati tramutati in ischiavi, forzatamente addetti a dissodare la terra per conto dei loro creditori. Certe volte questo doloroso passaggio era stato volontariamente invocato, quasi a protezione degli affanni crescenti, dagli stessi piccoli proprietari, oberati dai debiti e dalle preoccupazioni, i quali avevano venduto o ceduto il loro campo a un grande proprietario, con la sola riserva di potervi restare a coltivarlo, di padre in figlio, per generazioni e generazioni. Altre volte, infine, erano stati gli stessi grandi proprietari, gli antichi possessori di schiavi, che, decaduti, impoveriti e ridotti allo stremo di ogni risorsa, avevano allentato la rugginosa catena dei loro soggetti, e ne avevano fatto alcun che tra il libero e lo schiavo: un lavoratore della campagna, che coltivasse la terra per proprio conto, ma che rimanesse legato da insuperabili vincoli — morali, politici, economici — alla potestà quiritaria dell’antico signore. Così, per tutte queste vie, e forse anche per altre, a noi ignote, era stata creata, molti secoli innanzi l’êra volgare, quella forma economica, che il Medio Evo diffuse da per tutto, e che oggi conosciamo sotto il nome, odioso e odiato, di servitù della gleba[176]. La Laconia e la Messenia ne furono in Grecia i Paesi classici e caratteristici.

Servi della gleba, erano appunto gli Iloti, il cui nome è passato attraverso la storia come sinonimo d’ogni umiliazione e d’ogni miseria. In Messenia e in Laconia, come sulle terre dell’Europa medioevale, il suolo era distribuito tra desolate famiglie di servi, sparsi per la squallida campagna e costretti a faticare, dolenti, pei lontani signori, dediti al non meno duro mestiere delle armi e della politica[177]. Anche la servitù della gleba, dunque, mirava, in Grecia, come dappertutto, a rendere possibile quella distinzione di classi sociali — agricola e militare — la cui esigenza stava in fondo alla più diffusa ordinaria schiavitù. E, pur troppo, come ci accingiamo a vedere, la forma stessa di questa speciale economia dovea portare, nei Paesi, in cui essa si radicò, conseguenze assai più tragiche che non la schiavitù vera e propria.

La servitù nella Grecia antica.

Di servi della gleba, nel periodo classico, ne esistettero anche altrove, fuori della Laconia e della Messenia. Ne esistevano in Tessaglia col nome di penesti, ove essi, al pari degli Iloti spartani, legati in perpetuo a determinati lotti di terreno, lavoravano al servizio dei proprietari aborriti[178]. Ne esistevano nella Locride[179], intorno a Eraclea Pontica — i così detti mariandini[180] —, nell’Attica antica[181], in Creta col vario nome di afamioti, claroti, oicheis[182], nell’Argolide fino al IV secolo a. C.[183], in Sicionia[184], e se ne sono sospettati in Corinzia, in Focide, ad Apollonia, in Acaia, a Chio, nel territorio di Naupacto, di Eraclea Trachinia, di Siracusa ed anche altrove[185], sebbene assai incerte risultino le notizie particolari, che ce ne sono pervenute.

Or bene, in quale condizione vivevano, con quale successo riuscivano a provvedere alla loro sussistenza, i Paesi agricoli ellenici, dove imperò la servitù della gleba?

La servitù della gleba è, nelle sue apparenze esterne, una ingenua forma di piccola proprietà terriera. Senza dubbio, il regime della piccola proprietà fu sempre, e rimane ancor oggi, un regime assai vantaggioso, anche quando non si tratti di proprietà diretta e inappellabile. Riferendosi al mondo antico, Columella scriveva che la terra profitta di più nelle mani di un libero fittavolo, anzichè in quelle di un vilicus, ossia, del capo di una ciurma di schiavi rurali. L’uno può non approntare scrupolosamente il fitto: l’altro coltiva sempre male la terra, travolgendola in un disastroso esaurimento. «Felice quel suolo — egli aggiungeva — che i fittavoli si trasmettono di padre in figlio e nel quale essi sono nati e perciò considerano come cosa propria!»[186].

Non diversamente avviene nel mondo contemporaneo. Due sono oggi le forme più notevoli di proprietà indiretta della terra: il fitto e la mezzadria. Il primo è il sistema in vigore nelle contrade più ricche e materialmente più evolute d’Europa. Per esso il fittavolo è libero di scegliere la coltura, che, a superficie eguale, dona un prodotto più abbondante. Nulla l’ostacola nelle varie intraprese, e i benefici ricavati tornano, quasi interamente, a suo utile, per cui, se la durata dei fitti è grande, o il fitto è magari ereditario, i tre inconvenienti più volte rilevati di questo sistema — l’assenza del supremo interessato, il proprietario, il rifuggire dei fittavoli da quei miglioramenti che non dànno frutto a breve scadenza, la negligenza o il rapido esaurimento delle terre — non solo vengono interamente eliminati, ma sono più che liberalmente compensati dai vantaggi, che qui non è però il luogo di enumerare[187].

Ma, pur troppo, la piccola proprietà, nell’antica Laconia, e, in genere, nei Paesi ellenici, che subirono un regime analogo, rispondeva, anzi che al sistema del fitto, ad una delle forme peggiori tra le molteplici della mezzadria. Gli antichi servi della gleba non lavoravano il suolo per proprio conto, fornendo al lontano e distratto signore un reddito fisso in natura o in danaro. Essi erano obbligati a versare nelle sue mani una quantità di prodotti proporzionale al raccolto annuo. Gl’Iloti della Messenia, versavano la metà del ricavato del suolo[188]. Gli antichi ectemoroi dell’Attica presolonica erano tenuti al versamento, non sappiamo, se dei 5⁄6 o di 1⁄6 del raccolto[189]. I Mariandini di Eraclea Pontica erano tenuti — ci si dice — a fornire ai dominatori tutto quello che il bisogno o il capriccio o la tirannia di costoro avesse richiesto[190].

Nè diversamente poteva accadere nella maggior parte degli altri Paesi, che adottarono la servitù della gleba. Il versamento in natura, proporzionale al prodotto del suolo, era il sistema più adatto per coloni poveri, privi di capitali[191], e sembrava anche coincidere col massimo interesse del proprietario del suolo, sempre naturalmente riluttante a lasciare ai suoi servi un margine troppo ampio di ipotetici guadagni. Così suole seguire in seno alle economie più arretrate del mondo contemporaneo, così seguì nell’economia agricola del tardo Impero romano e del Medio Evo, nella quale i rapporti tra signori, coloni e servi della gleba si fondarono specialmente su prestazioni in natura, proporzionali al prodotto del suolo, o su prestazioni di lavoro[192].

Or bene, gli è precisamente questa forma — in apparenza benevola — di contratto fra signori e servi quella che ha sempre costituito il primo grave, imbarazzante motivo di stazionarietà e di decadenza in seno ai regimi agricoli, che poggiano sulla servitù della gleba, e, in conseguenza, presso i popoli ellenici che li adottarono.

Ciò che segna il progresso della ricchezza agricola non è il raccolto totale, ma la rendita netta, che si ricava dalla terra. La terra è il capitale che l’industria umana fa valere, e quanto maggiore è l’utile netto che essa, a superficie eguale, rende al coltivatore, tanto più l’agricoltura è socialmente proficua, maggiore è la ricchezza che crea nell’interesse generale. Ora la colonia parziaria o mezzadria, ossia quel sistema di rapporti economici fra proprietario e coltivatore, per cui questi versa al primo una parte proporzionale al prodotto, che egli ricava dal suolo, ha per effetto d’impedire ch’egli preferisca quelle colture, le quali, in ragione dello spazio che occupano, lasciano una più alta percentuale di rendita netta. Il mezzadro infatti paga in natura, e in una certa proporzione con l’intero suo raccolto. Egli quindi è tratto a preferire le culture che reclamano il minore anticipo di spese, nè può badare specialmente all’altezza del ricavato netto del fondo, perchè questo non andrà a benefizio proprio, ma, in parte eguale, a benefizio altrui. «Supponendo», scrive un economista[193], «che un campo seminato a segala, esiga per ettaro 45 franchi di spesa perchè ne renda 120, e che lo stesso ettaro, coltivato a frumento, ne esiga 120 per renderne 250, un fittavolo non esiterà a scegliere la cultura del grano. Egli calcola infatti in moneta sonante, e una coltura, che gli renderà netti 130 franchi, varrà per lui assai più di un’altra, che a superficie eguale gliene rende solo 80. Ma un mezzadro è costretto a calcolare in maniera affatto diversa. L’ettaro di segala gli rende 120 franchi su 45 di spesa, e, poichè egli ha diritto alla sola metà della raccolta, sono 15 franchi che riscuote di guadagno. L’ettaro di grano invece non gli lascerà per la sua parte che 5 franchi di beneficio, ed egli non esiterà quindi a optare per la segala....». Così, mentre il fittavolo attinge i maggiori profitti dall’accrescimento della produzione, il mezzadro è costretto a ricercarli dal miope risparmio dei capitali da investire nella terra, e che egli preferisce lasciare inoperosi piuttosto che dividerne i frutti col padrone.

Ma qual’è la portata pratica dell’onere imposto dal proprietario al mezzadro e, nel caso nostro, al servo della gleba?

«Se la decima», scriveva Adamo Smith, il principe degli economisti moderni; «se la decima, che pur non è se non la decima parte del prodotto, è considerata come un gravissimo ostacolo al miglioramento della cultura, una imposta, pari al 50% del prodotto, deve costituirne un limite invalicabile»[194]. Figurarsi quindi ciò che doveva accadere nella sterile Grecia antica, là dove i beneficî dei proprietari salivano a percentuali, in genere vicine a questa, o forse più elevate. Siffatte condizioni, si ripercotevano sull’intera vita economica del Paese, decadente o per lo meno stazionario in economia, ma di una stazionarietà, che precipita inesorabilmente a miseria ad ogni alitare di concorrenza forestiera.

E v’era qualcosa di peggio, che non dev’essere dimenticato, come non ha trascurato di rilevarla uno dei più noti, ma eziandio uno dei più acuti sostenitori della mezzadria. Nei Paesi che adattano questo regime, «la massa della popolazione — i coloni del pari che i proprietari — trovansi provveduti di derrate. Ed ecco ciò che segue. Nelle buone annate, i mercati sono ingombri di tutto il superfluo; nelle cattive, mancanti del necessario. Invece, nei Paesi in cui predomina il fitto, i fittavoli vendono ogni anno tutti i prodotti della terra eccedenti il loro uso domestico; quindi i mercati sono sempre ben provvisti. E poichè d’altro lato essi sono i soli che non comperino (tutte le altre classi, anche i proprietari, si provvedono sul mercato), nei Paesi, in cui il fitto predomina, si ha una somma maggiore di offerte e di domande. Ne segue, che nelle cattive annate le derrate aumentano più rapidamente di prezzo, e, in proporzione assai più grande, nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto e, viceversa, nelle buone, i prezzi ribassano di più e più rapidamente nei primi che nei secondi»[195]. Così le oscillazioni dell’abbondanza e della penuria sono più profonde e frequenti nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto....

Figlia naturale della povertà, la mezzadria diviene dunque, di regola, poco a poco, una delle cause determinanti della medesima[196]. Genio del malaugurio, essa ricorre e prepondera sulle altre forme di contratto al ricorrere di ogni crisi economica, e di essa consolida gli effetti e prolunga la durata, mentre sparisce o si attenua col diffondersi della ricchezza e del progresso agricolo[197].

La condizione giuridica e morale dei servi della gleba e sue conseguenze.

Tutti questi effetti economici, è bene ripeterlo, venivano egualmente a pesare sulla antica servitù della gleba, o, per certo, su quella sua forma specifica, che esistette in Laconia e in Messenia e in tutti i Paesi greci con somigliante regime economico. Ma con un gravame di non piccolo rilievo. Il servo della gleba non era libero. Egli, in primo luogo, soggiaceva al divieto assoluto di disporre della terra che coltivava col modo che avesse creduto migliore. Ora, un possesso indiretto, coatto, inalienabile e indivisibile, si può, nelle sue conseguenze, paragonare all’incirca al gravame di un capitale intangibile e inalienabile, che si fosse stati costretti a mutuare ad interesse. Tale regime obbligava il possessore alla coltivazione del suolo, anche quando il passivo superava l’attivo; gli chiudeva ogni mite fonte di credito, pur forzandolo, volesse o non volesse, a proporzionare la spesa alle esigenze della proprietà; impediva che la terra passasse a lavoratori più capaci di accrescerne il prodotto; vietava, infine, ai più fortunati il soddisfacimento dei loro bisogni, dei loro desideri, delle loro ambizioni.

Ma, come se ciò non bastasse, quel tanto di terreno, che nell’assegnazione toccava a ciascuno dei servi della gleba, non poteva non essere piccolissimo.

Se l’originario podere degli Spartani in Laconia si aggirava, come è stato calcolato, intorno agli 8-9 ha. per famiglia[198], minore dovette essere l’estensione della nuova porzione di terra, che a ciascun d’essi toccò dopo la conquista della Messenia[199], ch’era però indubbiamente più fertile della Laconia. Ciò dovette sentire lo stesso re Agide, il quale tuttavia, nei suoi propositi arcaicizzanti di restaurazione, voleva tornare a Licurgo e all’antica morigeratezza dei costumi, allorchè, a mezzo il IV secolo, in una nuova ripartizione, sebbene la popolazione libera spartana fosse scemata della metà, credette opportuno estendere e di parecchio l’àmbito del suolo propriamente spartano, la così detta πολιτικὴ χώρα[200]. Ma, pur troppo, la πολιτικὴ χώρα della Laconia e della Messenia non doveva servire soltanto per le poche migliaia di dominatori, ma per i 200.000 o 300.000 Iloti, che la coltivavano. Si trattava quindi di coloni, per vizio d’origine, tisici, condannati insieme con le loro famiglie alla stessa sorte miseranda dei coloni dell’Impero romano, o dei mezzadri dell’Irlanda o dell’Italia meridionale contemporanee.

Ma (vedi singolare contraddizione!), mentre i Greci primitivi avevano adottato la servitù in vista della sicurezza che, in ogni caso, durante le loro imprese militari, ne avrebbero ritratto per la propria esistenza materiale, essi vennero via via col tempo, tratti dalle nuove necessità della guerra, ad adoperare a tale uso anche i propri servi della gleba. Così fecero certamente gli Spartani[201], così i Tessali[202], così gli Eracleesi[203]. Or bene, tale innovazione dovette aggravare, e di parecchio, la situazione materiale degli Iloti e delle terre ad essi affidate. Dovette ripetere per la Grecia tutto quanto, nello stesso tempo, accadeva nel Lazio romano, ove del pari, per le identiche ragioni, si elaborava la rovina dell’agricoltura e della piccola proprietà. Al termine d’ogni guerra, i disgraziati coloni trovavano i campi mal coltivati, i tributi arretrati, l’azienda domestica in rovina, i possessi, recanti le tracce dei saccheggi e delle devastazioni nemiche.

Ma quali non erano le altre condizioni morali e politiche, di questi coatti difensori dei loro tiranni! Con i servi della Grecia antica noi ci troviamo di fronte a individui, i quali meritarono in ogni tempo la suprema pietà degli uomini, espressa da un antico nella sentenza, che definiva gli Iloti di Sparta «i più schiavi fra gli schiavi», ed i loro padroni, «i più liberi fra i liberi»[204]. Gli Spartani esercitavano sull’Ilota ogni sorta di sevizie, la cui gamma andava dai lavori faticosi ai trattamenti vili e disonoranti. Ogni anno, senza che egli si fosse reso colpevole, gli somministravano un determinato numero di battiture, unicamente perchè non obliasse la propria condizione servile[205]. Anzi, mentre in Tessaglia i servi della gleba avevano ottenuto, in cambio della servitù, la garanzia perenne della vita[206], a Sparta era lecito uccidere impunemente gli Iloti[207]. Forse, anzi, dietro le incruenti battiture, di cui ci discorreranno gli antichi, si nascondeva una singolare tragedia di ferocia e di sangue. A Sparta, ogni anno, gli efori, che entravano in carica, si compiacevano di gareggiare coi loro predecessori nei metodi e nell’astuzia di una caccia spietata, di una Saint-Barthélmy dorica, nella quale gl’Iloti, che avessero palesata una robustezza non conveniente al loro rango, venivano, con ispeciale attenzione, sacrati all’assassinio![208].

Questa tremenda condizione dell’Ilota spartano è in ragione diretta della sua triste condizione economica. Non sarebbe, anzi, spiegabile senza di questa. Ma già a tanta distanza di luogo e di tempo, con informazioni fuggevoli da parte delle fonti, riesce impossibile formarsi un’idea esatta delle condizioni reali dei servi della gleba nell’antichità greca. Meglio c’illumina il confronto con situazioni più recenti ed analoghe, e noi troviamo che in Russia, ove la servitù si consolidò molto tardi, e in seguito a numerosi contrasti, non dissimile ne era, nel secolo XVII, la condizione. «Nessuno», scrive lo storico, forse più autorevole della Russia moderna, il Milioukov, «nessuno poteva intervenire nelle relazioni tra il signore ed il servo, neanche il potere centrale. La servitù della gleba presentava allora tutti gli attributi di un potere illimitato dell’uomo sull’uomo. Il pomiestchik (il signore) poteva strappare il servo dal suo boccone di terra e deportarlo altrove, separando magari l’uno dall’altro i membri di una stessa famiglia. Cominciò allora la vendita diretta di quel materiale umano. Già fin dal secolo XVI il pomiestchik esercitava su di esso i pieni poteri giudiziari; nel secolo XVII il suo maniero si era arricchito di una prigione, di catene, di manette, e l’arsenale delle sue prove giudiziarie, delle più raffinate torture moscovite.... Il codice ordinava ai signori, è vero, di non uccidere, di non storpiare, di non far morire di fame i loro soggetti, ma si trattava di prescrizioni destituite di ogni sanzione pratica, giacchè il pomiestchik, violandole, non incorreva in responsabilità alcuna....»[209].

«Nessuna legge», scrive analogamente il Fustel de Coulanges, a proposito della più mite servitù della gleba nella Francia medievale, «nessuna legge determinava i doveri del servo, nessuna consuetudine li aveva fissati. Le condizioni dipendevano dalla volontà del padrone; di contratto non era a discorrere; nessun contratto era possibile fra il padrone e lo schiavo....»[210].

In maniera identica i procedimenti giudiziari a carico dell’Ilota erano sommarî e proditorî[211]. Egli era fuori di qualsiasi guarentigia giuridica, e solo un disutile, convenzionale giuramento salvaguardava il patto originario circa il quantitativo dei prodotti da versare al padrone. Nulla che gli appartenesse era sacro; e il servo, che nessun diritto possedeva di trasferirsi altrove e d’investire in altre terre, con maggiore convenienza, i propri capitali, applicandovi con interessamento la sua intelligenza e la sua attività, poteva da un giorno all’altro essere strappato dal suolo, che aveva fecondato col proprio sudore, essere applicato altrove, ed aveva sempre a temere che, alla propria morte, il boccone di terra, che egli si era illuso di considerare come proprio, tornasse, anzichè ai suoi figli, al supremo proprietario del suolo[212], o ad altri, forse, che più del supremo proprietario egli avrebbe avuto ragione di aborrire. A Creta, ad esempio — suprema irrisione — al servo della gleba non era espressamente vietato di associarsi in connubio con una donna libera. Ma non era detto che la sua eredità dovesse andare ai propri eredi; essa poteva andare ai figliuoli, che la moglie avrebbe potuto avere da un altro uomo di condizione libera....[213].

Per tutto questo l’Ilota spartano fu il tipo di schiavo, che con maggiore tenacia restasse nemico, implacabile e ribelle, dei suoi dominatori: che il penesta tessalo, una delle varietà dei servi della gleba trattate meno peggio, non venisse mai meno al suo spirito d’insubordinazione, nè mai desistesse dalle frequenti rivolte[214], e che i Calliciri di Siracusa, probabili servi della gleba anch’essi, in una insurrezione generale, dimostrassero la natura dei propri sentimenti, spogliando di tutti i beni e bandendo dalla patria gli antichi padroni[215].

Che serenità di spirito, che cura della terra, che progressi agricoli si potevano aspettare da gente, non mai sicura nè del domani, nè della propria esistenza materiale, e per la quale un lavoro scoraggiante, disperato, spegnendone lo spirito d’intrapresa, disanimandone le iniziative, doveva sospingere verso l’inerzia, la noncuranza, il cieco fatalismo?[216].

Gli antichi agronomi romani e i grandi signori feudali francesi rilevavano che i servi della gleba, «non lavoravano» e «trascuravano i poderi»[217]. I politici più avveduti della Russia del secolo XIX ripetevano, quasi con le stesse parole, ciò che era stato detto del lavoro degli antichi schiavi: «l’esperienza dimostra che i liberi salariati rendono un guadagno assai maggiore di quello che il feudatario, il pomietschik, non ritragga dai propri servi....»[218]. E come in Francia sino alla Rivoluzione, così in Russia fino al secolo XIX, conseguenza del lungo regime servile, fu il preponderare della cultura più superficiale, il fornire ogni lavoro coi sistemi più rozzi, senza periodicità di seminagioni, senza l’uso di concimi chimici o di rotazioni, senza riposi del suolo, senza macchinario, senza irrigazione, senza impiego di capitali. Così, mentre il territorio della zona così detta sterile si allargava spaventosamente, e il deserto seguiva passo passo le orme dei coloni, si rimaneva paghi a sfruttare il suolo fino all’esaurimento, fino a che esso più non avrebbe fornito se non erbacce cattive e pessimi raccolti, fino a che non fosse stato più in grado di porgere una sola briciola di pane, di promettere un raggio solo di speranza[219].

Così in Francia, così in Russia, così nelle colonie americane la servitù della gleba determinava l’immobilità, il regresso, talora la catastrofe economica[220], e, di conseguenza, le più note e più tremende ripercussioni, morali e politiche. Tuttavia, se in questi Paesi un tale stato di cose trovava eco e voce umana nelle querele e nelle polemiche del giorno per giorno, il laconismo spartano e l’ombra che grava su tanta parte della storia antica non hanno consentito che sì numerose sciagure fossero ai nostri occhi rappresentate da altro se non dal muto, spaventoso, crescente disastro della proprietà fondiaria. Ma quanta eloquenza rechi nel proprio seno questa illustrazione, di che danni fosse segno, di che implacabile Nemesi storica essa si erigesse a ministra, noi possiamo ancora vedere.

I proprietari del suolo.

Anche sui supremi proprietari, sugli incontrollati padroni del suolo, incombeva il gravame della inalienabilità e della indivisibilità del possesso, con tutte le conseguenze, impaccianti e dolorose, che abbiamo visto discendere sul capo di ciascuno dei loro coloni[221]. Anch’essi erano forzati a coltivare i propri campi, anche quando più non tornava loro conto. Anche ad essi, nulla avendo da offrire in garanzia, era preclusa ogni legale fonte di credito; anche ai più valenti, o ai più fortunati tra loro, era impedita la via del soddisfacimento dei più elementari bisogni, delle più sospirate ambizioni, dei più legittimi e umani desiderî, e per lunghi secoli essi dovettero lottare e penare innanzi di conseguire l’abolizione del tremendo divieto[222].

Se però il servo della gleba poteva vivere in campagna e curare direttamente la terra che fruttava a lui lacrime a sangue, ma anche il sostentamento, il suo signore, per cui ogni genere di fatica materiale era una colpa, non poteva accudirvi direttamente, non tentar di accrescerne la produzione, non sorvegliarne i lavori, non soggiornare lungi dalla città. «Sotto questo riguardo», osserva un grande economista moderno, «il regime del lavoro agricolo a schiavi, considerando la cosa dal punto di vista puramente economico, era ben più vantaggioso del regime della servitù della gleba»[223].

I signori in Grecia dovevano, dunque, vivere nella capitale e nelle città capoluogo della contrada; ma qui, come in tutti i grandi centri, la vita non era davvero a buon mercato. A Sparta per giunta (e il costume non fu soltanto spartano)[224] i cittadini facevano un pasto in comune, contribuendovi annualmente con un minimo di derrate e di danaro[225]. Tale la spesa per le mense comuni. Bisognava inoltre provvedersi di abiti, provvedere al vitto e alle vestimenta della propria famiglia, alla casa, al suo arredamento, pagare le imposte, fornirsi di armi di offesa, e di difesa (queste ultime in genere costosissime), versare il contributo necessario alle feste, alle processioni, ai cori, alle rappresentazioni teatrali[226].

Se i figli erano numerosi, tanto peggio: l’esiguo reddito doveva ripartirsi sur un maggior numero di teste, e, alla morte del padre, parecchie famiglie erano costrette a ritrovare il proprio sostentamento in ciò ch’era riuscito insufficiente a sostentarne una sola. E mentre degli eventuali progressi dell’agricoltura usufruivano proprietario e colono, spettava al primo soltanto subire le conseguenze del progresso materiale della civiltà e del moltiplicarsi delle sue raffinatezze e dei suoi bisogni.

Aggiungi a tutto ciò l’incertezza della rendita annua, che induceva il proprietario sulla china della imprevidenza o della prodigalità. Aggiungi la fatale decadenza del terreno. Un bel giorno l’antico, orgoglioso cittadino spartano non si trovava più in condizione di versare il contributo quotidiano alla mensa pubblica, e ciò bastava perchè egli perdesse i diritti politici nella sua città[227].

Nè, dando di piglio a mezzi estremi per iscongiurare una tanta iattura, ad altro riusciva che a dilazionare, spesso a renderne più ruinosa la catastrofe. Il proprietario infatti, cui era vietato alienare il proprio boccone di terra, poteva contrarre debiti, o, meglio, giacchè il prestito, come qualsiasi traffico del denaro, era legalmente proibito, poteva ricorrere allo strozzinaggio di clandestini usurai. Naturalmente, ottanta volte su cento, l’avvenire non gli avrebbe concesso di riscattare la propria terra o la propria persona, o, magari, quella dei figli, cose tutte ipotecate quale garanzia del saldo del debito e dei suoi favolosi interessi[228]. Onde il sequestro dei suoi beni, come la perdita della libertà personale e di quella dei suoi cari sarebbero tosto venuti a segnare, per altra via, la sua decadenza da cittadino e da proprietario[229].

Le condizioni, cui, in età più tarda, ebbero a pervenire i vari Paesi organizzati secondo il regime economico che abbiamo descritto, possono dirsi identiche a quelle, cui, innanzi il secolo VI, era già ridotta l’ampia distesa dell’Attica, che Solone così descriveva: «La terra era coperta d’ipoteche...; molti Ateniesi erano stati venduti...; taluni, esuli per dura necessità, vagando di contrada in contrada, avevano obliato la favella materna, altri subivano in patria una servitù umiliante, tremando dinanzi alla verga dei loro padroni....»[230].

Talvolta, come è stato osservato[231], tutto ciò poteva anche essere una finzione legale. Chi voleva sbarazzarsi del giogo della terra figurava di diventar debitore e di decadere da proprietario. Ma la conseguenza era sempre quella. Mentre una parte, anzi la maggiore, della cittadinanza veniva sospinta a gran passi verso il pauperismo, talora verso la schiavitù, pochi fortunati accentravano nelle proprie mani, di fatto, se non di diritto, i redditi del suolo, e si veniva per tal modo a costituire quell’enorme diseguaglianza delle fortune, che un grande filosofo antico definiva causa prima di tutti i mali degli Stati[232].

La grande crisi sociale.

Altri motivi concomitanti acceleravano e aggravavano il doloroso fenomeno.

Era, l’abbiamo accennato, norma costante del mondo ellenico che il diritto di proprietà rimanesse subordinato alla qualità di cittadino. Gli è logico quindi dedurre che la perdita della cittadinanza implicasse la menomazione dei diritti di proprietario. Or bene, era questo un caso, assai comune, in Grecia. Qualche condanna giudiziaria, che importava la così detta ἀτιμία; a Sparta, il celibato o la insubordinazione alla disciplina sociale, ogni cosa portava alla decadenza, in tutto o in parte, dai diritti di cittadinanza, e perciò all’altra, legale o effettiva, dai diritti di proprietà[233]. Anche a non voler ammettere una sì naturale conseguenza, il fatto stesso della perdita dei diritti politici recava l’incapacità giuridica a garantire efficacemente il proprio possesso. Coloro che discendevano in basso e venivano esclusi dai tribunali e dalle cariche, passavano naturalmente, come i poveri contadini (i geomoroi) dell’Attica del VI secolo, alla mercè di chi aveva in sua mano e gli uni e le altre.

Ma un’assai più deleteria azione disgregatrice era quella che veniva esercitando il fenomeno della guerra, in seno alle società agricole a regime di servitù della gleba.

Triste destino e tristi società! Esse erano condannate a mantenere, col loro sudore, una forte minoranza di liberi che non producevano ricchezza, e il cui orgoglio supremo era quello di arare con la lancia e di mietere con la spada! Compito, ben lo sentivano gli antichi, difficile e faticosissimo! Quali territorî, sconfinati e fecondi, quali pianure babilonesi, esclama Aristotele, non occorrerebbero ai cittadini della ideale Repubblica di Platone per mantenere i suoi 5000 guerrieri inoperosi, con le loro mogli e i loro schiavi![234]. Or bene, questo era il duro ufficio della grande massa della popolazione della Laconia, di Creta, della Tessaglia, e d’altrove. E poichè la terra a loro disposizione non era sufficiente, occorreva, con la spada alla mano, conquistarne delle nuove estensioni ancor vergini! Così l’esercizio della guerra generava la guerra! Ma questa guerra, che, in forza delle sue esigenze aveva suggerito agli antichi di riporre l’economia sociale sulle basi della servitù della gleba o della schiavitù; questa guerra, che aveva consigliato di umiliare al più basso livello di vita centinaia di migliaia di creature umane e di esaltare pochi eletti ai fastigi di un potere quasi sconfinato; la guerra — diciamo — finiva per volgersi, con le sue estreme conseguenze, contro coloro che aveva essa stessa liberati d’ogni vile cura e collocati alla cima della piramide sociale. Non solo coi carichi, che, nella buona e nella mala fortuna, veniva imponendo, essa operava in modo da ridurre progressivamente il numero dei proprietari agiati, e quindi dei cittadini forniti dei pieni diritti politici, ma per essa rivoli d’oro e d’argento penetravano nelle città vincitrici, sconvolgendo quelle condizioni, che un dì avevano reso socialmente utile la forma economica della servitù della gleba.

L’esempio di Sparta è tristemente famoso. Ivi, già a mezzo il secolo V, abbiamo i segni del costituirsi di grandi ricchezze mobiliari. In questo tempo il re Plistonatte è condannato a una multa di ben 15 talenti; Agide I, si dice, possiede ben 500 talenti in moneta sonante. Le accuse di corruzione per danaro investono continuamente efori, generali, senatori. E del danaro gli stessi Spartani, che tanto si erano sforzati di allontanarlo dalle proprie case, si servono per corrompere gli Stati nemici, fin per violare la santità degli oracoli. Essere ricco è alto titolo di onore, come un tempo lo era stato essere povero[235]. La severa tavola spartana è ora contaminata da vini e cibi, svariati e abbondanti, da leccornie inusitate, dagli splendori di coppe preziose. Le case dei nuovi Lacedemoni sono sontuosamente addobbate; le loro persone e loro vesti, sibariticamente profumate. Taluni privati rivaleggiano in magnificenza e in raffinatezza coi re, li vincono, anzi, nella gara inaudita[236].

Fu soprattutto la guerra del Peloponneso, la grande guerra imperialistica, combattuta nella seconda metà del secolo V a. C., la guerra che per circa un quarto di secolo portò Sparta al dominio dell’intero mondo greco, a dischiudere tutte le porte all’invasione della ricchezza nelle case degli Spartani. E di essi, ai primi del quinto secolo, un grande Ateniese può asserire: «In Sparta c’è più oro e argento che in tutta la restante Grecia, giacchè per lungo ordine di generazioni l’uno e l’altro metallo vi affluiscono da Greci e da barbari, e non ne escono mai.... Cosicchè tu puoi ben dire che, quanto a possesso d’oro e d’argento, gli uomini di quella città sono i più ricchi di tutta la terra....»[237].

Ma, ahimè, i metalli preziosi, che man mano si accumulano nei forzieri dei vincitori, ad altro non servono che a dissolvere la vecchia economia nazionale e ad aprire nelle viscere di quella società, una crisi più vasta e profonda.

Ben aveva avuto ragione l’antico oracolo di profetizzare che l’oro e l’argento avrebbero fatto la rovina degli Spartani. Quivi, come in tutti i Paesi agricoli poggianti sulla servitù della gleba, qui dove l’industria e il commercio non esistevano, o dovevano ascondersi, quasi vergognosi, perchè severamente banditi dalla parola della legge, i nuovi capitali non venivano adoperati o invocati che ad un unico scopo, ad un unico ufficio: il prestito[238], il che voleva dire, all’usura. Senonchè l’usura, a sua volta, dopo il primo ingannevole sollievo, faceva ricadere sugli infelici, bisognosi di tutto, il rigore del più spietato diritto creditorio, e quindi sacrificava, alla sempre crescente ricchezza di pochissimi, la morigerata agiatezza, che un tempo era stata l’orgoglio dei più.

Ma il danaro intaccava ancor più profondamente questa società, e finiva con ismagliare, con infrangere la corazza bronzea, in cui essa, illudendosi, s’era voluta rinchiudere per l’eternità. L’irrompere del danaro, in seno a questi vecchi Paesi agricoli, vi determinava quegli stessi rivolgimenti che la restante Grecia avea già conosciuti e subiti nei secoli VII e VI a. C. Con l’avvento del danaro l’economia spartana cessa dal restare un’economia chiusa, ed entra in rapporto con tutta la restante produzione greca. Ora il piccolo proprietario non può più scambiare ciò di cui abbisogna, con i soli prodotti del suo campo. Fra le une e gli altri è entrato di mezzo il danaro, il quale fa sì che i prezzi delle merci abbiano un valore commerciale al di sopra dell’antico valore d’uso. Egli ha ora bisogno di danaro, oltre che di derrate agricole, per acquistare ciò che gli occorre. E poichè danaro non possiede, come, purtroppo, ne posseggono i suoi più ricchi concittadini, egli deve, anche a tale fine, procurarselo attraverso l’usura!

«Ma anche pel grande proprietario», spiegò Edoardo Meyer, in un suo saggio magistrale, che abbiamo più volte richiamato, «la cosa non andava diversamente.... Anch’egli, se intendeva mantenere l’antica posizione sociale, abbisogna, e sempre più, di danaro. Ma ora il valore dei prodotti dell’agricoltura regredisce costantemente, sia perchè l’importazione deprime i prezzi, sia perchè le nuove vie di guadagno», aperte dall’industria e dal commercio, «dànno un profitto di gran lunga maggiore, e la vita diviene sempre più costosa»[239]. Così la grande aristocrazia fondiaria precipita man mano economicamente in basso; tal quale la grande aristocrazia fondiaria francese alla vigilia della Rivoluzione, sospinta con passo crescente verso l’abisso dai possessori della nuova ricchezza mobiliare, suscitata dalla guerra, la cui onnipotenza riesce a disfare i più saldi regimi oligarchici come quello spartano[240].

E fra i capitali disponibili che si creano e che non trovano impiego, se non per una sola via, la più ruinosa — quella del prestito ad usura —: fra gli eccitamenti e le seduzioni, che discendono dall’alto, e le sollecitazioni dell’indigenza lacrimosa, che salgono dal basso; in mezzo all’impotenza dei proprietari ad accrescere la produzione dei loro terreni, e dei proprietari e dei servi insieme, a riparare alle perdite, a saldare i debiti, a pagare i mostruosi interessi; in mezzo all’universale concorrenza dei prodotti delle contrade circostanti, si consuma quel processo d’impoverimento, quasi universale, a cui nessuno sfuggirà, Sparta ancor meno degli altri Paesi che le assomigliavano.

Così anche nei regimi agricoli fondati sulla servitù della gleba, il latifondo assurge a forma principe di possesso agricolo. In Tessaglia, la grande proprietà finisce col dominare, arbitra delle sorti del Paese. Ivi molti possono con mezzi propri equipaggiare interi eserciti[241]. Ivi, dove l’opulenza degli Scopadi era proverbiale[242], si faceva menzione di gente che aveva più di 2 o 300 servi sulle proprie terre; ivi ben 6000 individui erano atti a mantenere il cavallo e a militare fra i cavalieri quanti neanche ne forniva tutta la Grecia centrale e meridionale. Ma il ceto medio era assai limitato, onde la Tessaglia, proporzionalmente alla sua superficie (circa 10.000 km2), era povera di cittadini in condizione di servire nella fanteria pesante quali opliti[243]. Ivi stesso, nel secolo III (così come in Laconia), le agitazioni agrarie e le agitazioni per debiti si faranno violente e quotidiane[244].

Ma quel che accadde in Laconia e in Messenia supera di molto la nostra immaginazione.

Più spiccatamente che le altre, l’economia spartana in perpetuo equilibrio instabile, minaccia, ad ogni momento, di rovesciarsi sul suo asse. Già, secondo la tradizione, Licurgo, nel secolo IX od VIII, era stato costretto a rinnovare l’originaria spartizione del suolo, seguita alla prima conquista della Laconia, perchè il Paese, che Sparta domina, conta già pochi ricchi e molti impoveriti. Ma, circa cento anni dopo, alla vigilia della grande conquista messenica, taluno degli Spartani torna a possedere pascoli assai più vasti che non molti altri dei suoi concittadini. Lo squilibrio si aggrava nei due secoli successivi[245]. Alla fine del V o ai primi del IV, Socrate può ben dire al suo discepolo Alcibiade: «Tu ti credi ricchissimo. Ma sei in grave errore. Se tu conoscessi le ricchezze degli Spartani, sapresti che le nostre sono assai piccola cosa al confronto di quelle di laggiù.... Gli Spartani posseggono grandi terre in Laconia e in Messenia, poi, inoltre, gran numero di schiavi, di Iloti, di cavalli, di greggi....»[246]. Ora tutta la valle dell’Eurota e tutta la ricca Messenia, che insieme formavano un territorio di circa 8000 km2, sono divenute riserva di qualche decina di centinaia di proprietari, e moltissimi o hanno proprietà insignificanti o non posseggono più nulla[247].

Noi possiamo forse stabilirne la cifra. Ai primi del IV secolo, i 9000 Spartani dell’età di Licurgo (IX od VIII secolo)[248], forniti di proprietà terriera e di pieni diritti civili, sono ridotti a 1500[249] o, forse anche, a soli 1000[250], di cui ognuno in conseguenza avrebbe goduto di una proprietà estesa per ben 5 km2: più che dieci volte lo scandaloso latifondo di Fenippo nell’Attica, che faceva strabiliare gli eliasti, ascoltanti l’infocata parola di Demostene. E allorchè la perdita della Messenia si è aggiunta ad aggravare la crisi economica che travaglia la società spartana, i cittadini lacedemoni, a detta di un antico[251], sono discesi, a mezzo il secolo III, ad appena 700, di cui solo 100 proprietari dell’avaro suolo spartano!

Invano re Agide IV, tentando ripetere Licurgo, poteva, con una nuova spartizione delle terre, ricostituire 4500 proprietari[252]. Quindici anni dopo, il successore Cleomene, ripigliando l’opera interrotta, non potrà racimolarne che 4000[253].

V’è un certo momento in cui i rapporti di agiatezza fra proprietari e servi della gleba si invertono. Mentre la massa dei cittadini impoverisce, alcune élites di Iloti, più fortunati dei loro compagni di dolore, salgono all’agiatezza. Nella seconda metà del III secolo, 6000 Iloti sono in grado di comperarsi col proprio denaro la libertà, versando ciascuno cinque mine (L. 500)[254], ossia una somma che ormai più non riusciva a possedere la maggior parte degli antichi Spartani.

Ma non si tratta soltanto di un processo di universale immiserimento. Con questo andava congiunto il fenomeno continuo della depopolazione. Nell’età di Aristotele, il numero degli Spartani rimaneva stazionario, e in quella terra, sacra alle più feroci ordinanze malthusiane, già si accordavano privilegi ai padri di tre o quattro figliuoli[255]. Sparta, esclama Aristotele, perisce per mancanza di uomini![256]. La popolazione superstite, senza terra, senza diritti, senza patria, s’accinge a un’opera di sedizione cronica all’interno, che, or repressa con la violenza, or placata con rimedi transitorî — condono di debiti, nuove ripartizioni del suolo[257] — farà della nazione una preda facile e desiderata dallo straniero.

Tale è la storia di Sparta, la supposta, immobile Cina ellenica, la cui esistenza, secondo si esprime un antico, fu attraversata da discordie non meno gravi e numerose delle altre città greche; tale quella della Tessaglia, tale quella delle rimanenti regioni agricole, con cui esse ebbero comuni i regimi economici.

Che cosa, in queste condizioni, poteva avvenire del benessere sociale, che cosa del desiderio di conservare le istituzioni, la integrità stessa della patria? «Il patriottismo», osserva uno dei più geniali e profondi storici francesi, «non è da confondere con l’attaccamento al suolo natio; non è, come questo, un sentimento istintivo, invincibile, imposto da natura a tutte le generazioni che abitano uno stesso territorio. Il patriottismo è un sentimento più libero, più vario, dipendente da un maggior numero di condizioni. Si ama la patria, cioè a dire, la propria città o la propria nazione, quando se ne amano le leggi, i governanti, i costumi. Si ama per la educazione ricevuta, per i buoni esempi riscontrati, per le virtù apprese. Si ama, infine, quando si è convinti di doverle il proprio benessere e di non saperne fare a meno»[258]. Là, dove ogni famiglia ha in abbondanza il necessario alla vita, là dove si gode di una certa agiatezza, non può regnare il desiderio della novità o quella specie di scoramento che fa dire alle classi sottostanti: — Checchè avvenga, non staremo mai così male come adesso! — Là, alla prima offesa, i cuori e le braccia si unirebbero per respingere l’aggressore. Ognuno sentirebbe il prezzo dei vantaggi di cui gode e il pericolo di perderli che deriverebbe da ogni cangiamento. In Grecia, per contro, si assistette allo spettacolo miserando di tutta una folla di afflitti, di vinti, di ruinati, struggentisi nell’attesa, per lunghi secoli insoddisfatta, di quel dominio straniero, che ai loro occhi rappresentava l’unico spiraglio di scampo e di salute![259].