Noi siam soliti raffigurarci il mondo ellenico come avvolto in un nimbo di luce e di azzurro, come ricolmo di tutte le grazie della natura e della vita. Eppure anche su quel suolo — anzi specialmente su di esso — fiorì il fiore, acre ed atroce, di ciò che noi oggi chiamiamo imperialismo, ossia la determinata volontà di singole nazioni di assoggettarne delle altre per servirsi di queste agli scopi del proprio benessere, materiale e spirituale.
Era, pur troppo, assai più che nel mondo moderno, la fatale conseguenza della produzione tenue e rozza, che la forma servile del lavoro imponeva, e che, portando, sul mercato comune, una quantità assai piccola e assai costosa di beni, invitava gli uomini a procurarsi il resto con la fatica e la sofferenza degli altri. Era, pur troppo, la fatale conseguenza della disoccupazione, della povertà, del naturale amore all’ozio, istillato nella grande massa dei liberi dal fenomeno stesso della schiavitù che spingeva questi, o i governanti per essi, a procurarsi, e a procurar loro, un artificioso benessere attraverso la ricchezza dello Stato, conquistatore e dominatore.
«Molti dei magistrati Ateniesi», avverte un antico, «ripetono di saper distinguere il giusto dall’ingiusto al pari di tutti gli altri uomini, ma che la povertà della moltitudine li costringe a comportarsi iniquamente verso le altre città....»[260]. Di quanti beni, infatti, non era questa iniquità apportatrice alle moltitudini!
«Dal costituirsi del suo impero», spiegava Aristotele[261], «il popolo ateniese ritrasse grande facilità di vita. Col provento dei tributi, delle tasse, delle imposte sugli alleati vivevano a spese dello Stato più di 20.000 persone. Seimila erano i giurati, mille e seicento gli arcieri, duemila i cavalieri; cinquecento i buleuti; cinquecento le guardie dei cantieri; oltre cinquanta le guardie urbane. Le magistrature cittadine occupavano circa settecento persone; altrettanto quelle estere; e, dopo la guerra del Peloponneso, si ebbero ancora due mila e cinquecento opliti, venti navi di crociera ed altre che trasportavano le guarnigioni, su cui montavano duemila uomini; poi c’erano il pritaneo e gli orfani e i custodi delle carceri: tutti costoro vivevano del pubblico danaro....».
Finchè lo Stato è potente, è quindi ricco; finchè esso può versare a piene mani, dalla ricolma cornucopia, l’agiatezza che la maggior parte dei cittadini non è in grado di procurarsi a più facili condizioni, il demone della guerra civile tace e sonnecchia, saziato. Ma il giorno della sventura albeggia sanguigno, allorchè una siffatta condizione, malamente istituita dalla violenza, comincia a sgretolarsi. Quando lo Stato non può più liberalmente donare, e le nazioni soggette sfuggono al lungo, esoso servaggio, allora l’idra della guerra civile si ridesta, e i poveri si gettano furiosamente sui ricchi, e la spoliazione universale ha principio. Non si possedevano, invero, mezzi più rapidi di conquista della ricchezza. La scienza dello sfruttamento della natura era ancora infante, onde l’agiatezza doveva scaturire in prima linea dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’imperialismo all’esterno era perciò il naturale prolungamento della schiavitù, o della servitù, all’interno; e il suo strumento, la guerra, un mezzo legittimo di acquisto della ricchezza....[262].
Così fu nel mondo antico, così è stato nel moderno all’incirca sino alla fine del secolo XVIII, sino al prodigioso sviluppo di quegli strumenti meccanici, che hanno reso possibile la grande industria. Per questo la forma caratteristica dell’imperialismo antico, quel suo spianarsi con la violenza la strada verso i mercati più vicini e lontani, quel suo suscitarli o ampliarli, con brutali atti d’imperio o con la eliminazione dei rivali e dei concorrenti; quel suo assoggettarsi intere popolazioni, imponendo ad esse di vivere soltanto per i loro conquistatori; per questo, dico, tale forma di imperialismo cieco e brutale, è durata fino al giorno in cui non fu possibile apprendere che esisteva, che poteva esistere, una specie migliore, forse più savia, di soddisfazione dei propri bisogni: quella di cooperare alla gestione delle risorse naturali dei popoli inferiori; quella di abbattere, con la viltà dei prezzi o con l’abbondanza degli elaborati industriali, le muraglie cinesi di regimi sociali chiusi e gelosi. Fu gloria della borghesia del secolo XIX, specie della nazione europea — l’Inghilterra — che prima giunse alle soglie della grande industria, aver creato questa seconda civile forma d’imperialismo, destinata a surrogare l’antica, che s’era perpetuata nell’età moderna, attraverso i sistemi coloniali spagnuoli. Pur troppo, l’Ellade divina visse in un tempo, in cui il destino non le permise di cogliere i novelli fiori della vita, cui la sua indole meravigliosa la faceva specialmente adatta. Onde, anche colà, su quella terra sacra all’arte ed alla bellezza, il dominio di uno Stato sovra altri popoli fu sangue e dolore. Peggio ancora, quello che noi diciamo la luminosa civiltà greca, fu solo la civiltà di qualcuna delle città greche, che si alimentò del dolore, del sangue, della distruzione, seminata tutt’intorno, per ogni dove.
L’imperialismo ellenico ebbe denominazioni varie e diverse. Si disse, e fu detto, egemonia, sinecismo, sintelia, simpolitia: nomi tutti, che, pur palesando circostanze diverse, significavano il più delle volte un identico sistema di sfruttamento politico, economico. E la consuetudine del fatto si cristallizzò, presso gli Elleni, in una delle loro più salde ideologie morali. La opinione classica di Aristotele che, degli uomini, taluni siano fatti per comandare, altri per servire, e che, quindi, la schiavitù umana riposi sur una legittima base naturale, viene dai Greci applicata alla lettera a tutte le forme di rapporti internazionali. Per essi, «il diritto naturale reclama che ciascuno comandi a coloro che ha potuto soggiogare» e che «il debole debba andare soggetto al più forte»[263]. Secondo il pensiero politico greco, la neutralità o la libertà dei piccoli Stati non è ammissibile, e neanche sono ammissibili i loro rapporti di amicizia con gli Stati maggiori e potenti. A questi ultimi occorre in modo assoluto la soggezione dei primi, perchè la neutralità sarebbe più dannosa dell’aperta inimicizia, e tale amicizia verrebbe interpretata dagli altri loro sudditi come una prova di debolezza. Meglio l’odio che l’amicizia dei deboli! L’odio, che almeno è segno e riconoscimento di potenza! Chi non intende sottostare a questa legge universale della vita delle nazioni, che niuno inventò per prima, ma tutte ereditarono ab aeterno, e ciascuna tramanderà altrui in eterno; chi, diciamo, contravviene a questa legge ne paga il fio, diventando schiavo dell’impero altrui. Chi non domina sarà dominato; e, per non essere dominata, ogni nazione deve, con ogni mezzo, riescire a tener gli altri sotto il proprio dominio![264].
Per questo, in un’ora grigia di pericolo e di terrore, nel fitto della guerra del Peloponneso, alla dimane della seconda invasione spartana nell’Attica, mentre le fiamme dell’incendio disertavano ancora i bei vigneti, fatti rigogliosi attraverso lunga serie di anni e di cure, e la peste, piombata d’improvviso sulla città, mieteva il fiore dei giovani ateniesi, Pericle, il sommo maestro della democrazia antica, vedeva la gloria della sua Patria emergere da ciò che ne costituiva una delle colpe più gravi, e sarà uno dei suoi più dolorosi tormenti: la vastità e l’esosità del suo dominio. «Sappiate», egli diceva, volgendosi ai suoi concittadini attanagliati dal lutto e dall’angoscia; «sappiate che la nostra patria ha conseguito grande gloria presso tutti i mortali e ch’essa ha acquistato fino ad oggi una potenza, la cui memoria sarà eterna nell’avvenire, perchè, Greci, teniamo l’impero su moltissimi Greci e abbiamo sostenuto gravissime guerre, contro tutti e contro ciascuno, e abitiamo una città potente e abbondantissima di tutte le cose. Solo chi è vile potrà rimproverarcene; ma l’uomo d’azione vorrà emularci; o, se questi beni egli non possiede al pari di noi, dovrà invidiarci. Cosa importa che siamo odiati o mal visti? Tale sorte toccò in ogni tempo a tutti coloro che ebbero la volontà di dominare altrui. Solo chi perviene a grandi cose è nel vero. L’odio non dura; soltanto lo splendore di oggi, e la gloria che ne discende, sono immortali....»[265].
Nella seconda metà del V secolo a. C., alla vigilia della paurosa invasione ateniese in Sicilia, così il più grande storico dell’antichità greca faceva che un oratore siracusano parlasse ai deputati convenuti di tutte le città di Sicilia: «Se abbiamo senno, noi dobbiamo invitare i nostri alleati ed affrontare pericoli per conquistare quello che non ci spetta.... All’ambizione degli Ateniesi io credo si debba essere larghi di indulgenza; io non censuro chi tende a dominare; io censuro chi consente ad ubbidire: è insito nella natura umana far violenza a quelli che volontariamente si assoggettano....»[266]. Uno spartano, al quale si offriva pace, purchè Sparta si piegasse a liberare una terra, che per secoli aveva tormentata — la Messenia —, così poteva essere indotto a parlare: «Io vorrei sapere dai miei contradittori se si dànno occasioni legittime per affrontare in battaglia la morte. Non forse quando i nemici ci gravano di imposizioni contrarie a giustizia.... quando liberano i nostri servi, e assegnano loro terre, che noi ereditammo dai padri nostri, e, così facendo, non solo ci spogliano delle cose nostre, ma anche ci colmano di danno e di vergogna? Per conto mio, sono d’avviso che per siffatti motivi, non solo si debba soffrire la guerra, ma eziandio l’esilio e la morte», «chè, per noi, non può darsi danno maggiore di quello che oggi si chiede....». E come sopporteremo «che i nostri antichi sudditi rechino [ad Olimpia], dalla terra già nostra, primizie e vittime più copiose di quelle che offriremo noi stessi?». Come tollereremo «che quelli che ora soffrono la più dura delle servitù abbiano a trattare da eguali coi loro padroni? Ognuno di noi ne sarà ferito di un dolore inesprimibile.... Infatti la nostra elevatezza di spirito di un tempo sarà chiamata arroganza, e si dirà che, non valendo di più degli altri, abbiamo finora dominato con la violenza, simulando una falsa superiorità»[267]. E, poco più tardi, agli Ateniesi precipitati in fondo ad uno degli ultimi scalini della sciagura, Isocrate, il mite apostolo di pace del mondo ellenico, così era costretto a rimproverare: «Noi siamo già da tempo corrotti e ruinati da una genia di politici, i quali pongono tutto il loro studio nell’asserire che Voi non dovete consentire che alcuno tragitti il mare senza comperare per tributo il beneplacito della Vostra città.... Ond’è che tale, pur troppo, persiste la nostra idea favorita, da supporre che, se ci riesca di coprire il mare con poderoso naviglio e di sforzare le città a pagarci tributo e ad inviare in Atene loro rappresentanti, noi abbiamo compiuto opera meritoria»[268].
La salda convinzione di questa ineluttabilità dell’imperialismo delle nazioni giunge sino a fare in modo che le stesse vittime trovino giustificati i loro tiranni. Non si tratta di legge, che la volontà dei mortali possa cangiare o attenuare; ma di una fatalità, ascosa e tremenda, che grava su tutti — dominatori e dominati — gli uni e gli altri soggetti a un destino imperscrutabile. Atene non ne imputa gli Spartani più che non ne imputerebbe Tebani od Argivi: Sparta opera secondo è fatalmente costretta. Se Sparta non fosse, altri occuperebbe il suo posto, assumerebbe il suo tremendo ufficio; e, purchè avessero la forza di scambiare le parti, le vittime redente si comporterebbero tal quale come i loro aguzzini di ieri e di oggi. Neanche le modalità dell’esercizio del proprio impero possono essere liberamente regolate. Chi è salito a grande altezza è tenuto a insidiare ed offendere altrui; ed è giocoforza ch’egli reprima ogni inclinazione all’indulgenza[269].
Fu perciò fortuna se un imperialismo, concepito in guisa tanto assoluta ed implacabile, non si rendesse responsabile di tutto quello di cui s’erano resi, o avranno a rendersi, colpevoli gli imperialismi orientali e romano. Se l’imperialismo greco attentò alla esistenza, politica e sociale, di qualche nazione, se giunse fino a creare un ambiente deleterio per ognuno degli Stati, ch’ebbe ad esercitarlo, e che venne perciò destinato a spegnersi man mano entro la cerchia di desolazione, ch’esso si andò spianando d’intorno, esso non fu mai una cosa orribile come l’imperialismo assiro-babilonese o come l’imperialismo romano degli ultimi secoli della Repubblica. Più che improvviso e tremendo turbine devastatore, fu tisi lenta e sottile, marasma quotidiano e supremamente fastidioso. Il che non vuol dire che i suoi effetti riescano meno degni di rilievo. Esso, lentamente disfacendo antiche e gloriose civiltà, paralizzò lo sviluppo di energie nazionali destinate a un grande avvenire; impedì la possibilità di una storia unica e comune dell’Ellade; il che a sua volta decise del finale destino politico di quella nobile contrada, divenendo per tal guisa uno dei più gravi elementi dissolvitori della Grecia antica.
Il dominio più glorioso e luminoso, un dominio che dette e dona appiglio a troppe giustificazioni ed attenuanti, sì da avere ispirato a Giorgio Grote nella sua mirabile Storia della Grecia antica un’apologia, appassionata e incondizionata, fu l’impero d’Atene che, profetizzato dall’oracolo[270], recando come suo centro il suolo sacro dell’isola di Delo, si stendeva fino a una linea immaginaria, che da Bisanzio scorreva lungo la Tracia; poi, costeggiando la Grecia europea, toccava Citera; di là raggiungeva Carpato e, per Carpato, Rodi, la Doride e la costa asiatica, toccava Calcedonia di faccia a Bisanzio, allacciando le mille città, che con amara ironia Aristofane largiva ai suoi concittadini quale materia abietta di parassitismo[271]. L’impero ateniese subì, è vero, due grandi tracolli: il primo, dopo la guerra del Peloponneso (401), il secondo, dopo la pace di Antalcida (387). Ma e l’una e l’altra volta il suo orizzonte tornò di nuovo ad estendersi sino al limite estremo degli antichi confini: nel 377 quella che suol dirsi la seconda Lega marittima, e che invece fu realmente la terza[272], era già costituita, e il 364 a. C. rivide le triremi di Atene veleggiare imperiose dal Bosforo a Rodi, dall’Asia minore al continente europeo. Tanta gloria non sarebbe crollata per sempre che dopo la fatale Guerra così detta degli alleati (357-355)!
Il primo impero era in origine proceduto dalla spontanea volontà dei soggetti[273]. Alla fine delle due prime guerre persiane, un gruppo di nazioni, in maggioranza ioniche, insulari e peninsulari, si erano volontariamente associate ad Atene per la tutela dei comuni interessi marittimi, che eventuali invasioni nemiche avrebbero potuto turbare. Il secondo aveva avuto, quale scopo, il riscatto dalla tirannide spartana[274]. Ma tanta originaria spontaneità non bastò a fare in modo che quell’impero fosse esercitato con mitezza o tollerato con rassegnazione.
L’alleanza, formatasi nel 477, alla dimane della battaglia gloriosa di Platea, portava seco un grave vizio di origine, che fra breve l’avrebbe tramutata in tirannia secreta od aperta: il patto perenne della sua indissolubilità, anche se le cause che l’avevano generata fossero col tempo venute a mancare. La seconda Federazione, sebbene mirasse anch’essa a uno scopo ben definito, fu subito, da Atene, rivolta a maggiori intendimenti di espansione e di violenza politica sul mare e sulla terraferma: in Beozia, nel Chersoneso tracico, in Calcidica, nel Peloponneso, nel Jonio[275]. Era evidente che, in tali circostanze, quella concordia d’interessi, da cui la Lega era uscita, veniva meno e quindi la possibilità della Lega stessa.
Perciò la prima e la seconda Confederazione ateniese furono teatro — sempre aperto — di crisi di ogni genere. Ma specialmente la prima. Alla metà del secolo V, le città confederate che, ventisette anni prima, il savio Aristide era riuscito a stringere intorno ad Atene nella previsione di una quarta grande offensiva persiana, avevano cominciato a disgregarsi, a balenare, ad insorgere. Il minaccioso pericolo persiano non esisteva più, o Atene non si curava più di darvi la caccia per le mobili acque del Mediterraneo. Perchè dunque ciascuna delle isolette, ciascuna delle città marinare dell’Egeo, le quali fino ad ora erano vissute delle loro modeste industrie, dei loro pacifici commerci, avrebbe dovuto consacrare parte delle proprie ricchezze e, peggio ancora, il sangue della propria gioventù a scopi bellici, che punto la riguardavano e che tornavano invece ad esclusivo vantaggio della potenza ateniese? Le proteste furono rafforzate da rivolte, pur troppo, sanguinose ed infelici. Atene allora propose una trasformazione radicale della Confederazione. Le cittadine malcontente avrebbero continuato ad attendere, come innanzi l’uragano scatenato dalla Persia, ai loro piccoli affari d’ogni giorno. Soltanto, la metropoli dell’Attica si sarebbe occupata di guerra, ossia della difesa, di sè e di loro tutte, dalla Persia, e a tale scopo avrebbero pagato un annuo contributo in danaro.
La proposta, in apparenza equa, fu accettata. Salvo pochissime — le maggiori isole di Lesbo, Chio, Samo —, tutte le antiche alleate di Atene preferirono ora diventare sue tributarie. Ma non passeranno molti anni, ch’esse si pentiranno amaramente dell’errore commesso. Esse avevano per danaro barattato l’indipendenza; esse non avevano più parte nella direzione della lega e, quindi, nell’indirizzo che Atene vi avrebbe impresso. Atene si sarebbe armata potentemente, mentre esse, l’una dopo l’altra, si sarebbero dispogliate delle armi. Il denaro, infine, che contribuivano ogni anno, avrebbe a poco a poco cessato di volgersi a vantaggio comune, e Atene, divenuta ormai signora assoluta, o l’avrebbe adoperato altrimenti nell’interesse proprio, o, magari, l’avrebbe rivolto contro gli interessi e la indipendenza delle antiche alleate. La triste pratica non avrebbe tardato a trovare una qualsiasi formula giustificativa. E Atene dichiarerà tra non guari che dell’uso del sangue e della ricchezza dei suoi sudditi, ella, purchè ottemperasse alla difesa dell’Egeo, non era tenuta a render conto ad alcuno![276].
Gli alleati — così quelli della prima ora, come gli altri della seconda Lega — corrispondevano un annuo tributo fisso. Era una precauzione che offriva dei vantaggi. Sotto questo aspetto, la Lega ateniese sembrava dimostrarsi più salda e sicura di quella peloponnesiaca, che Sparta aveva organizzata intorno al suo breve dominio lacone-messenico. Ma appunto questo vantaggio doveva costituire una delle debolezze dell’imperialismo ateniese, e convertirsi in una nuova fonte di mali. Quando il pericolo, persiano e spartano, dileguerà, Atene, lieta di tanta ricchezza, ch’essa sola amministrava, comincerà ad usarne nel proprio esclusivo interesse. Senza dubbio molti dei modi, in cui Atene impiegò il denaro delle sue alleate, hanno diritto alla riconoscenza eterna degli uomini. Le grandi opere d’arte ateniesi del secolo V (il Partenone, i Propilei, l’Erechteion, il Teseion, il tempio a Posidone sul promontorio Sunio, tutte le statue e i meravigliosi bassorilievi che adornavano la Città e i suoi monumenti), furono inalzate col sudore e cementate nella sofferenza e nell’umiliazione della Grecia intera[277]; ma quella vergogna e quelle lagrime Atene seppe convertire in perle meravigliose, oggetto nei secoli di venerazione imperitura. Molte altre volte però, quel danaro fu adoperato a scopi assai meno nobili. Il tentato asservimento della Grecia centrale, la vana conquista della Sicilia e d’altre terre dell’occidente greco: tutto questo fu fatto con i tributi, ma non già nell’interesse, della Grecia alleata ad Atene. Pur troppo, niuno era più in grado di contrastarvi; niuno più di opporre una resistenza, che riuscisse a preoccupare l’invitta dominatrice; e le città, che a intervalli lo tentarono, ne vennero punite con nuove durezze. Atene era arbitra assoluta del destino altrui, e il mondo greco si stava raccolto, umile e trepidante, sotto il suo impero. Allora l’antico, immutabile contributo venne via via, sotto varie forme e pretesti, sforzato a subire un aggravamento progressivo. Lo si era in origine consolidato in una cifra, che, complessivamente, non superava i 460 talenti[278] (2.500.000 lire-oro). L’entusiasmo dei primi anni non aveva forse ben ponderato la gravità del carico che le città alleate si venivano ad addossare. Ebbene, si passò tosto a circa 600 talenti[279] (L. 3.500.000), spiegabili in parte col sopravvenire di nuovi alleati, forse anche col riscatto dagli antichi obblighi militari[280]; ma non certo con le cresciute necessità di difesa del pericolo persiano. Qualche decennio ancora, e si passò da 600 a 1000 e poi a 1200 e a 1300 talenti[281] (L. 7.000.000 o L. 7.500.000)!
Allora non si trattò più di un danno relativo, non di un aggravio tollerabile; si trattò della rovina di parecchie popolazioni alleate. Finalmente, la tremenda massima politica imperialistica, che un antico scrittore di parte conservatrice attribuiva ai democratici ateniesi, apparve pienamente incarnata nella realtà. Gli Ateniesi dovevano possedere tutte le ricchezze degli alleati: questi, invece, solo quanto occorreva ad essi per vivere e penare nell’impotenza![282].
Le conseguenze furono tremende. A molti dei cittadini degli Staterelli alleati non riuscì più possibile sottostare ai carichi che il nuovo gravame imponeva loro. Numerose famiglie emigrarono, abbandonando disperate la patria[283]. E si formò la leggenda, o la verace tradizione, che molti degli isolani uscissero dalla terribile crisi, perdendo, per debiti, insieme con gli averi, la libertà propria e quella dei loro figliuoli[284].
Ma i gravami e i danni economici dell’imperialismo ateniese non si limitavano al tributo annuo. Già alcuni degli Staterelli tributarî non avevano diritto a tutti i vantaggi, che potevano derivare dall’alleanza. Essi avevano diritto solo a versare il tributo pattuito[285] e probabilmente a sobbarcarsi a taluno dei sacrifici, di necessità connessi con l’esercizio dell’impero ateniese. Ma gli altri, quelli che, a mezzo il secolo V a. C., si illudevano di aver convertito in danaro ogni loro obbligo e di avervi soddisfatto del tutto con gli annui versamenti pattuiti, furono, a poco a poco, di nuovo, costretti al servizio militare e poi anche a contributi supplementari in danaro[286] o in natura[287]. Il tributo, il classico φόρος, non era quindi più che un segno materiale di soggezione, i carichi, che la federazione e l’alleanza importavano, dovendo essere sostenuti a parte con sacrifici appositi.
Talora, in luogo del tributo, si ricorse al singolare espediente di una imposta doganale. Fu il caso di Samo, dopo il 440[288]. Ivi il nuovo gravame venne adottato in seguito ad una ribellione dell’isola. Questo solo fatto basta a non farcelo considerare come un suo esclusivo, doloroso privilegio: altre città dovettero subire la sorte di Samo. Comunque, la particolare natura del tributo costituì un ostacolo intollerabile al progresso, alla esistenza economica dei Paesi, su cui esso venne a gravare. Ma fra non molto dette luogo ad una più vasta applicazione.
Nel tragico anno dell’occupazione spartana di Decelea, all’aprirsi dell’ultima fase della guerra del Peloponneso (413 a. C.), Atene, stretta dal bisogno, sostituì il tributo ordinario degli alleati con un’unica tassazione generale del 5% su tutte le merci in entrata e in uscita nei loro porti[289]. Era il più grande attentato economico, che mai l’imperialismo ateniese consumasse ai danni della prosperità dei territorî da esso dominati. Il commercio di tutto l’Egeo, anzi del mondo antico, il cui cuore pulsava allora nelle acque dell’Egeo, dovette esserne profondamente colpito, e gli effetti economici, universalmente sensibili. Più tardi ancora, un’imposta del genere fu applicata al commercio di transito pel Bosforo. Nel 409 Atene vi stabiliva la così detta decima (δεκάτη) di Bisanzio[290], i cui effetti non poterono non ripercotersi, oltre che su questa città, su tutte le nazioni commerciali dell’Egeo[291], su tutte le colonie greche del Ponto. Si trattava di un gravame del 10% su tutte le merci di passaggio pel Bosforo. La frequenza di tale commercio era, nel secondo secolo di C., a detta di un antico, intensissima. Dal Ponto affluivano le pelli, gli schiavi, le carni salate, il frumento, il miele, la cera, e a quella volta viaggiavano gli olî, i vini e, financo, il grano dell’Ellade[292]. Ma quanto più grandioso non doveva essere quel movimento, centocinquant’anni innanzi, nel periodo aureo della Grecia, e prima che Atene non avesse violentemente diminuito o annullato l’utile dei navigatori, ed elevato, sia pure indirettamente, coi suoi sbrigativi mezzi fiscali, i prezzi delle merci oggetto del traffico del Bosforo! Dal danno inflitto al commercio delle nazioni dell’Egeo e del Mar Nero, che di quel transito abbisognavano, Atene sola aveva ora trovato il mezzo di derivare a proprio vantaggio ingenti somme di danaro, e, più tardi, sebbene l’impresa fosse stata ceduta in appalto, queste furono sufficienti a farle condurre le molteplici operazioni militari, in cui la grande città era impegnata[293].
Forse perchè memori della vanità dell’antico espediente, gli alleati di Atene non vollero più, nel 377, al riannodarsi della terza o, come suol dirsi, della seconda Confederazione, ricorrere al ripiego dell’immunità militare, e preferirono, come in origine, al tempo di Aristide, contribuire con navi ed uomini, oltre che con danaro[294]. Forse, altresì, perchè memori della durezza dell’antico tributo, essi pattuirono scrupolosamente di fornire solo contributi volontarî (συντάξεις), variabili e intermittenti. Pur troppo, non avevano fatto che rivoltarsi sur un giaciglio, di cui già avevano sperimentato tutti i triboli, e certamente non tardarono ad accorgersi quanto vani, di fronte a una potente alleata, siano gli impegni che non si ha mezzo di far rispettare con la forza. Di nuovo la guerra perenne travolse quei piccoli Stati in una voragine di sacrifici continui. Di nuovo Atene trovò la forza — o ebbe la necessità — di trasformare in obbligatorî i volontarî contributi pattuiti. Nuovamente le flotte ateniesi tornarono a solcare i mari, non solo per difendere le città e le isole da nemici, reali o fantastici, ma per imporre a ciascuna, con l’autorità e con la forza, il versamento del tributo[295]. Di nuovo la misura di questo fu stabilita dalla dominatrice, in proporzione non più delle capacità delle alleate, ma dei propri sempre urgenti bisogni[296]. La reazione scoppiò dopo soli venti anni, rapida e violenta, tanto quanto piena di accorata passione era stata la ripresa della Lega, ed essa ebbe nome da quella Guerra sociale o degli alleati (357-355), che pose fine per sempre all’Impero marittimo ateniese.
La prestazione in danaro era ben lungi dal potersi dire una sicura salvaguardia dell’autonomia dei soggetti. La gravità della cosa è segnalata anzi tutto dalla natura stessa delle denominazioni. Se ne togli un numero ristrettissimo di sedicenti alleati, i quali andarono man mano assottigliandosi sino a ridursi, in sul principio della Guerra peloponnesiaca, a tre soltanto (che non per questo erano meno sudditi (ὑπήκοοι)[297] dei rimanenti, e la cui indipendenza vivacchiava ormai giorno per giorno al buon grado della dominatrice[298]), la condizione politica degli altri veniva esplicitamente definita come una schiavitù (δουλεῖα o καταδούλωσις)[299], a cui, da parte di Atene, si contrapponeva l’esercizio d’una vera e propria tirannide. «Il nostro impero è una tirannide», esclamavano concordi Pericle e Cleone, una tirannide su gente «insidiatrice e ritrosa, la quale non obbedisce per grandezza di beneficî o di sacrifizi, ma perchè la nostra forza è da più della loro benevolenza»[300].
I nomi e le qualifiche erano il riflesso di una triste realtà. Tutti gli alleati — e fra essi vanno compresi anche quelli così detti autonomi[301] — soggiacquero, sia durante la prima, sia, probabilmente, durante la terza fase[302] dell’impero ateniese, all’obbligo di discutere nella metropoli dell’Attica i loro affari giudiziari, civili e penali. Certo doveva trattarsi di cause di una certa importanza, ma non per questo insignificanti erano i danni, materiali e morali, che conseguivano da quell’obbligo. Il dispendio per i viaggi, per il soggiorno in una città lontana, nonchè per la faticosa preparazione del processo, doveva essere assai grave; e, quando si pensa che la pura giustizia non era l’unica ispiratrice delle giurie ateniesi; che bisognava accaparrarsi la benevolenza dei giudici[303]; che in Atene, naturalmente, avevano troppa forza le alte ragioni di Stato, le piccole vendette partigiane, l’ingordigia dei giudici «democratici», sarà facile rilevare come il danno materiale veniva agevolmente ad intrecciarsi con quello morale.
Più grave era il caso, quando i processi da discutere vertevano fra cittadini alleati e cittadini della metropoli dominatrice, fra alleati e coloni (cleruchi) ateniesi, fra la repubblica, e gli alleati[304]. Nelle umane controversie, insegnavano gli Ateniesi, «è notorio, si agisce secondo giustizia solo quando uguale è il potere delle parti contendenti. In caso contrario, i più forti operano, e i deboli sono costretti a consentire, in ragione della forza o della debolezza degli uni e degli altri....»[305].
Tutte le spese giudiziarie dovevano versarsi nell’erario di Atene. Il ricavato ne era abbondantissimo, tanto che, per indurre gli Spartani all’occupazione di Decelea, il più grande storico dell’antichità greca, Tucidide, metteva in bocca ad Alcibiade, fuggiasco presso i nemici della sua patria, insieme con gli altri argomenti, questo: che gli incassi giudiziari ateniesi ne sarebbero andati quasi interamente perduti[306].
Ma basta dare un semplice sguardo a questi gravami giudiziari per avvedersi tosto della loro esosità. Innanzi di venire al giudizio ambo le parti in contesa erano tenute a un deposito quasi sempre proporzionale all’importanza della causa[307], la quale, nei giudizi che gli alleati sollecitavano in Atene, era sempre notevole. Chi perdeva era tenuto a pagare per sè e per la parte vincitrice. Riesce quindi agevole capire come troppe volte avessero gli alleati dovuto pagare i debiti dei loro facili vincitori....
La pena consisteva in genere in una multa o in un complesso di multe, e, se nell’accrescerne la portata nei rispetti dei propri concittadini, gli Ateniesi non furono mai eccessivamente ritegnosi, tanto meno lo furono, al certo, nei riguardi degli alleati[308], il cui patrimonio dovette più volte servire a colmare i vuoti delle miserie pubbliche e private. Tanto più che gravissime riescivano — come è noto — le conseguenze delle multe non pagate. Il colpito era senz’altro considerato come un debitore dello Stato, e ciò bastava perchè divenisse passibile della detenzione, del raddoppiamento del debito, della confisca del patrimonio, e gli stessi eredi fossero tenuti all’espiazione della pena[309].
Non meno odioso era il lato morale della giurisdizione, che poneva i sudditi di Atene come sotto una perenne tutela. Quando si pensa che al potere giudiziario sono affidate la sanzione e la norma di tutti gli atti della vita sociale di un popolo, che ad esso si collegano quistioni altissime d’interesse economico e politico, e che nell’evo antico la giustizia invadeva campi più gelosi e funzioni più vitali che nel mondo odierno — i frequenti grandiosi dibattimenti, in cui l’esilio o la perdita del capo e delle sostanze era, da parte d’intere classi sociali, la sorte consueta, valgono per tutti —, si capisce come disporre della vita giudiziaria d’una nazione equivalesse senz’altro all’esercizio di una tirannide quasi illimitata.
Ma non era la sola vita giudiziaria a subire il controllo e la signoria di Atene. La misura della libertà e dei diritti politici, da questa lasciata ai soggetti, rimaneva — come il loro danaro, come la giustizia — al buon grado dell’opportunità della concessione e del momento; e dacchè essa era la suprema dominatrice, i suoi cittadini si ritenevano in diritto della riconoscenza degli alleati pel solo fatto di non averli privati di beni maggiori[310].
Di tutto ciò noi non possediamo che accenni, ma essi sono troppo eloquenti per non illuminarci della dura realtà. Perchè l’alleanza e la sudditanza riescissero perfette, e non dessero luogo ad attriti troppo frequenti, Atene credeva opportuno determinare a priori la costituzione delle città a lei confederate, ossia abbattervi i governi oligarchici e inaugurarvi governi democratici[311]. Certo, questi ultimi avevano con il regime ateniese profonde affinità di aspirazioni sociali, ma venivano di regola a trovarsi in crudele conflitto con la natura organica di quelle società così violentemente turbate. Nè i particolari della terribile operazione erano semplici e piani. Occorreva spogliare del governo coloro che lo possedevano, decretarne, o farne decretare, l’esilio e, con l’esilio, la confisca dei beni; poi spartirne le sostanze tra gli avversari e tra gli improvvisati amici dell’ultima ora[312]. L’opera non era ancora finita. Il nuovo assetto politico andava regolato e studiosamente sorvegliato; il che dava luogo a ulteriori, fastidiosissime, minute disposizioni[313]. Talora la libertà dell’ordinamento politico era un dono che Atene dichiarava esplicitamente di largire[314] per ritoglierlo, quando le se ne porgessero facili il destro e l’occasione[315]. E in ogni modo la sua costante divisa sarà sempre che «per un tiranno, come per una città a capo di un impero, l’utile dev’essere l’unico criterio logico dei propri atti»[316].
La inframmettenza ateniese sapeva ricercare vie più intime e segrete.
Atene spediva presso gli alleati — nè l’amara esperienza della prima Confederazione era riescita a farla accorta del danno che con questo arrecava a sè medesima[317] — suoi commissari in qualità di magistrati, paragonabili (crede bene avvertirci un antico) agli odiati armosti spartani[318], nonchè degli esosi ufficiali d’ispezione[319]; richiedeva ostaggi, imponeva disarmi[320], e, in tempo di guerra, o, magari, di pace[321], guarnigioni militari, formate di vagabondi e di mercenari, che l’istinto e i bisogni eccitavano in gara al bottino, e comandate da ufficiali con piena licenza di insolentire contro coloro ch’essi avrebbero dovuto proteggere[322].
La vanità della così detta autonomia degli alleati ateniesi si palesava in quegli stessi ordini di affari, che riguardavano i loro più delicati rapporti politici con Atene. Che ciò sia avvenuto fin dalla prima Confederazione ateniese è ormai fuori dubbio, ma la seconda non se ne rese meno colpevole. Questa poteva dirsi costituita da una diarchia, rappresentata per un verso dal Comitato federale, e, per un altro, dall’assemblea popolare della città egemone. Ma le decisioni del primo non avevano che un semplice valore platonico; toccava al demo, ossia al popolo ateniese, confermarle o rigettarle inappellabilmente[323], con quanta soddisfazione degl’interessi comuni è facile immaginare.
Se tanto Atene si permetteva nella vita interna dei suoi alleati, assai maggiori dovevano essere i suoi arbitrii su quanto concerneva la loro politica estera, la parte più sensibile della vita delle nazioni[324]. E la cosa era questa volta perfettamente naturale. Ogni alleanza implica per definizione una limitazione della indipendenza dei rapporti esterni degli Stati, che vengono a comporla; tanto più se quest’alleanza è niente altro che la larvata o aperta egemonia di un grande Stato su molti staterelli minori. Il primo potrà concedere a questi ultimi le più ampie libertà di regime interno; ma dovrà con polso fermo impedire che i suoi sedicenti alleati orientino le loro amicizie o i loro odî in modo differente di come esso abbia a desiderare. Ancor meno potrà consentire che, in seno al suo impero, si formino pericolose Confederazioni minori, naturalmente destinate a rafforzare le città soggette nei loro eventuali contrasti con la città dominatrice. Ogni città egemone vuole trattare singolarmente con ciascuno dei sudditi, non con gruppi di nazioni confederate. Così accadde nella Repubblica romana; così nel mondo medioevale; così segue nel mondo moderno; così seguì in seno alla Confederazione marittima ateniese. E poichè, naturalmente, lo sforzo supremo degli Stati dipendenti fu sempre quello di reagire e di coalizzarsi a tale scopo, ne seguirono periodiche violenze, alterne repressioni, di cui ciascuna segnò il ricorrere di nuove amarezze e di nuove umiliazioni.
I mali, inevitabilmente connessi con l’impero di Atene, venivano considerevolmente aggravati dalla malvagità che gli uomini ponevano nell’esercitarlo. La fedeltà o l’infedeltà degli alleati erano, a tale proposito, un argomento magnifico, che la fungaia dei politici o dei politicanti sfruttava a proprio vantaggio, tal quale come, fra i cittadini, il patriottismo e l’antipatriottismo formavano materia inesausta di guadagni per il numeroso, famelico stuolo dei sicofanti. Gli oratori ateniesi, racconta un personaggio di Aristofane, «estorcono alle città ben 50 talenti, ponendo il minaccioso dilemma: — O voi versate i tributi, o io tuonerò perchè la vostra città sia rovesciata dalle fondamenta.... — ». E gli alleati, atterriti «recano loro doni: vasi ricolmi di pesci salati, vino, tappeti, formaggi, miele, sesamo, guanciali, anfore, vesti, corone, monili, tazze ed ogni ben di Dio....»[325]. «E allorchè», soggiunge altrove malinconicamente il poeta, durante la guerra «la dea della Pace, per amore di questa terra, accennava a far capolino.... [gli oratori] assalivano gli alleati più ricchi, accusandoli di favoreggiare i nostri nemici.... E quelli, consapevoli dei mali che loro sarebbero toccati, si affaticavano a turare con l’oro la bocca di quanti arricchivano col maltrattarli....»[326].
Ma neppure la perdita della libertà era il danno maggiore fra tutti. Un numero infinito di volte gli alleati perdettero, con questa, la vita, la patria, la proprietà a maggior gloria dei dominatori dell’Attica. Nè intendiamo riferirci al diritto di possesso che gli Ateniesi si arrogavano dei prodotti minerali di parecchi territorî alleati. La confisca delle miniere tracie, pomo di discordia fra Atene e Taso, e causa prima ed esclusiva dell’assoggettamento di questa isoletta, potè essere anche un episodio eccezionale[327]. Intendiamo invece accennare all’istituto delle colonie (le famose cleruchie), scongiurato e interrotto solo per breve ora, alla ripresa della seconda Lega ateniese[328].
La cleruchia, ossia la deduzione di colonie sui territori alleati, fu il mezzo ordinario, cui il governo di Atene (come quello di molte altre città, di Siracusa in Sicilia, di Roma nell’Italia antica) ricorse, ora per intimidire e distogliere i riottosi dal pensiero della defezione[329], ora per imporre un alto concetto del proprio potere, ora per sopperire ai bisogni dell’esuberante popolazione[330]. Ogni vittoria ateniese, ogni repressione del più lieve tentativo di rivolta tornò così a legittimare l’espropriazione del suolo e della patria altrui. Sciro, Lemno, Imbro, l’Eubea, Egina, Potidea, Delo, Lesbo, Melo, il Chersoneso tracico, Nasso, Andro, la Tracia, il Mar Nero, tutto l’Egeo erano popolati da cleruchi dell’Attica, sottentrati all’antica popolazione indigena, esiliata, tratta in ischiavitù[331], o barbaramente massacrata[332]. E assai più vasto sarebbe stato il cumulo delle rovine, di cui Atene sognava farsi autrice, se la sua mala sorte non glielo avesse alla fine impedito.
«Noi», dichiarava Alcibiade alla vigilia della spedizione di Atene contro Siracusa, «noi non possiamo tracciare a priori limiti al nostro impero; chè ci è forza, quando siamo pervenuti ad un certo segno, insidiare a danno di taluni, non risparmiare altri, perchè a noi incombe il pericolo di essere dominati, se noi stessi altrui non dominiamo....»[333]. E più tardi soggiungerà: «Noi veleggiammo alla volta della Sicilia, mirando anzi tutto ad assoggettare i Sicelioti; poi saremmo mossi contro gli Italioti; indi avremmo fatto una punta contro l’impero Cartaginese e contro Cartagine stessa; e, se la fortuna ci avesse assistito in tutte o nella massima parte di queste imprese, trascinando con noi tutti i Greci della Sicilia e dell’Italia, stipendiando molti barbari, nonchè gli Iberi ed altri barbari bellicosissimi che abitano in quelle regioni, ci saremmo accinti ad assalire il Peloponneso. Le foreste italiche ci avrebbero somministrato il legname necessario alla costruzione di nuove flotte. E bloccando per mare l’intera penisola, e assalendo con le fanterie dalla parte di terra, ne avremmo espugnato o assediato le città. Così speravamo di riescire facilmente a debellare il Peloponneso e poscia a conquistare l’impero su tutta la Grecia. Il danaro e le vettovaglie, per tanta impresa ci sarebbero stati forniti in copia dall’annessione di quelle terre, senza aver bisogno di impiegare le risorse nazionali....»[334]. Così, febbricitante di ambizione, farneticava il successore di Pericle, il nuovo duce della democrazia ateniese. Nulla di strano quindi se, al rinnovarsi della Confederazione ateniese, nel 377, le cittadine alleate abbiano cercato, di garantirsi, come da tanti altri, anche da un siffatto pericolo, impegnando Atene a non fondare cleruchie fuori dell’Attica e i cittadini ateniesi, a non costituirvisi possedimenti fondiari[335].
Anche questa solenne promessa doveva essere violata! Nell’atto stesso in cui rinnovavano l’alleanza, gli Ateniesi possedevano cleruchie a Lemno, Imbro, Sciro. Più tardi altre ne fonderanno nel Chersoneso tracio, a Samo; e allo scoppio della rivolta suprema — la Guerra sociale —, nuovamente, tutto l’Egeo sarà popolato di coloni ateniesi[336].
Ecco perchè nazioni greche, le cui risorse naturali erano superiori a quelle ateniesi, e più vantaggiosa, forse, la naturale positura nei rispetti commerciali — Tera, l’Asia Minore, Delo, Rodi — ove le tracce dell’età micenea ed eroica, e i lucidi, felici intervalli dei secoli successivi testimoniano una civiltà grandiosa e una non minore capacità di progresso; ecco — diciamo — perchè, incalzate da tanta violenza, dileguarono a poco a poco nell’ombra, sì che di loro ci riesce impossibile narrare le vicende o rilevare i tratti caratteristici della oscura fisonomia storica.
Ma, come sempre, quasi per legge fatale della storia, i rovinosi effetti dell’imperialismo rimbalzavano a danno della città imperialista, sì da strappare dalle labbra di uno dei suoi più miti cittadini la requisitoria più sanguinosa. «I pericoli che ci minacciano da ogni lato, la ruina di quella costituzione democratica che fece grandi e felici i nostri antenati, tutto il cumulo dei mali che noi infliggiamo agli altri o dagli altri furono inflitti a noi stessi, tutto dobbiamo» «a questa fatale cupidigia dell’impero marittimo», «che, qualora magari ci venisse offerto spontaneamente, noi non dovremmo a nessun patto accettare»[337]. «Codesto impero non può tornare a nostro utile, ed a noi stessi è dato convincercene, confrontando lo stato della nostra città innanzi e dopo la sua potenza coloniale». «L’antica repubblica di tanto supera per valore e per merito la nuova, di quanto, nella virtù e nella gloria, i Milziadi, gli Aristidi, i Temistocli sovrastano ad un Iperbolo, a un Cleofonte e a tutti i demagoghi dei nostri giorni. A quei tempi il popolo non s’era ancor reso spregevole per infingardaggine, per miseria, per vana gonfiezza di speranze. Allora era capace di mettere in fuga chiunque avesse osato porre il piede nell’Attica; allora esso correva primo al pericolo, ove lo chiamava la salute della Grecia, e in tal guisa si guadagnò il libero e sicuro affidamento di molte città. L’esercizio dell’impero ci fu fatale; ci fece perdere la rinomanza di cui godevamo presso tutti i popoli; c’infuse biasimevole intemperanza, codardia, sì che, mentre prima sconfiggevamo i nemici che venivano ad assalirci, ora non osiamo più batterci con loro dinanzi alle mura; e, in luogo di quella benevolenza, che riscotevamo dagli alleati, e dell’onore, che i restanti Greci tributavano alla nostra virtù, l’impero ci procurò un odio così grande, che avrebbe portato la rovina della nostra città, se non avessimo trovato gli Spartani, nostri antichi nemici, più benevoli di quello che non lo furono i nostri alleati. Nè possiamo rimproverar loro di aver agito ostilmente contro di noi; giacchè tali li facemmo col soverchiarli e con lo straziarli». «Allorchè, sbalorditi dalla improvvisa ricchezza, senza la menoma preoccupazione, magnificammo la fortuna di Atene, l’iniquità che l’aveva introdotta s’apparecchiava a dar fondo anche ai beni che giustamente possedevamo». «Quando l’esercito spartano stava accampato nell’Attica, quando il cuneo di Decelea era piantato nel cuore del nostro Paese, noi veleggiammo alla conquista della Sicilia, abbandonando senza rossore la patria devastata per assalire chi mai non ci aveva offesi. Non più padroni dei nostri borghi e delle cose nostre, vaneggiammo conquistare l’impero della Sicilia, dell’Italia, di Cartagine»[338]. E «duecento navi, spedite in Egitto, vi trovarono coi loro equipaggi la morte; a cencinquanta furono tomba le acque di Cipro; ben diecimila uomini — parte cittadini, parte alleati — vennero tagliati a pezzi in Tracia[339]; le acque della Sicilia ingoiarono 40.000 soldati e 240 triremi; da ultimo, altre duecento l’Ellesponto. Ma chi può noverare i disastri minori? E tutte queste sciagure ricorrevano periodicamente ogni anno; ogni nuovo giro di sole assisteva a nuove pubbliche esequie»; «i sepolcri s’empivano di cadaveri di cittadini, e le file della cittadinanza, d’ignoti stranieri.... Antiche e gloriosissime famiglie, che avevano sfidato l’oppressione dei tiranni e il turbine delle guerre persiane, furono schiantate dalle radici, mentre noi correvamo dietro alla follia del nostro impero.... Noi menammo una vita da banditi, ora nuotando nell’abbondanza, ora travagliati dalla carestia, con l’assedio alle spalle e la ruina sul capo». «Noi tenevamo con le nostre guarnigioni le altrui fortezze, e le nostre erano in balía dei nemici. Strappammo i figli dalle braccia dei genitori per tenerli in ostaggio, e fummo costretti a vedere i nostri figlioli, durante l’assedio, languir di vergogna e di miseria. Mietemmo ove non avevamo seminato, e non ci fu concesso per anni ed anni di rivedere la terra nostra. Di guisa che, ove taluno ci chiedesse se per un sì breve e disastroso dominio vogliamo tornare ad esporre la patria alle subite sciagure, niuno, che non sia un disperato, un empio, un uomo senza genitori e senza figli, un perfetto egoista, di null’altro curante che del breve corso della sua vita, risponderebbe affermativamente». «Codesto sedicente impero non è che un malaugurio, il quale rende peggiori coloro che lo possiedono»[340].
Se tale fu l’imperialismo d’Atene, ossia di uno Stato, che accolse in sè le caratteristiche migliori della civiltà antica, e che, ad onta di tutte le sue colpe, seppe sfruttarlo nella forma meno biasimevole e in vista di taluni fra gl’interessi più elevati della civiltà, quale non dovette essere la durezza del governo imperiale, esercitato dalle metropoli, sue contemporanee od ereditiere, Sparta, Tebe, Siracusa?
L’impero di Sparta era nato male. Era nato in un’orgia di sangue e di ferocia, celebrata ai danni di una nazione, congiunta per schiatta: la Messenia. Un popolo intero, in parte travolto nella più dura delle schiavitù, nella tremenda condizione di Iloti, in parte costretto a esulare; un Paese di circa 3000 km2, già benedetto dal sorriso della natura, sacrato al deserto, alla barbarie, alla devastazione: tale era stata la cerimonia inaugurale dell’imperialismo spartano. Poi vi avevano fatto seguito una serie di guerre fortunate in Arcadia e contro l’Argolide, che le avevano fruttato l’annessione della Cinuria e il passaggio, sotto l’egemonia spartana, di parte dell’Acaia, dell’Elide, della Sicionia, della Corinzia, dell’Argolide, eccetto Argo. L’impero spartano si stendeva ora sur un territorio di circa 13.000 km2[341]. Se non che le nuove conquiste non erano più consistite nella diretta annessione di nuovi territorî, ma nella formazione di nuove alleanze, fornitrici d’armi e di tributi solo in circostanze straordinarie[342]. Vero è che la luce di tanta liberalità era oscurata da cupe ombre. Sparta non era tenuta a far noti ai suoi alleati gli scopi delle guerre ch’essa intraprendeva. Questi, anzi, potevano essere senz’altro trascinati a combattere contro nazioni, fin allora ad essi legate da vincoli d’amicizia[343]. Vero è che agli obblighi teorici di ferrei accordi federali, Sparta preferiva il fatto concreto della costituzione e della esistenza di governi oligarchici in seno alle città alleate[344]. Ma, fino alla grande guerra con Atene del 431-404, la maggiore, apparente scioltezza dei vincoli federali del Peloponneso, la mancanza di un tributo fisso, avevano fatto sì che molta parte dei Greci guardassero con accorata simpatia alla remota e silente regina della Laconia.
Il suo «libero» federalismo era stato, per lunghi anni, la bandiera ch’essa avea sventolata contro la invisa gloria di Atene, la quale pur tuttavia non contava nel suo passato il triplice sterminio della Messenia. Nel 432, allorchè i Corinzi l’avevano invitata a mettersi alla testa della guerra per il riscatto della Grecia dalla tirannide ateniese[345], Sparta aveva fatto sapere alla sua rivale che avrebbe potuto continuare nella pace solo nel caso che ai Greci, gementi sotto la sua tirannide, venisse restituita l’indipendenza[346]. «La vostra richiesta di autonomia — ripeteva poco più tardi, nel 429, il re spartano, Archidamo, ai Plateesi — è pienamente giustificata. Secondo il re Pausania vi concesse, vivete pure liberi e aiutateci a liberare quanti, affrontando gli stessi vostri pericoli, fecero lo stesso vostro giuramento, e ora sono soggetti agli Ateniesi! Tutto questo apparato di guerra è per la libertà loro e per quella degli altri. Se voi volete parteciparvi, rimanete fedeli al giuramento; se no, state paghi di ciò a cui vi invitammo, e conservate pure le cose vostre e rimanete neutrali, e ricevete l’amicizia di ambo le parti, non mai, però, per forza d’armi. Questo a noi basta»[347].
Le libere parole di Archidamo ricevono un’autorevole conferma dal discorso, che nel 424 il generale spartano Brasida rivolgerà agli antichi alleati ateniesi della penisola tracica: «Io sono qui, non pel vostro danno, ma per la liberazione dei Greci. I magistrati spartani mi hanno giurato nella forma più solenne che tutti gli alleati che procurerò loro resteranno indipendenti....»; «io non vengo per fare gl’interessi di una fazione locale o per rovesciare la vostra costituzione, giacchè una indipendenza di questo genere sarebbe più intollerabile del dominio straniero». Noi sappiamo che, se v’ingannassimo, «ci attireremmo censure più severe di quelle meritate dagli Ateniesi, che non hanno mai fatto dichiarazioni di libertà, giacchè, per chi sta in alto, accrescere la propria potenza con l’inganno specioso è colpa maggiore dell’aperta violenza»[348].
Non si sarebbe detto, ma non passeranno molti anni, che le chiare promesse e i solenni giuramenti di Sparta avranno subìto la più categorica delle smentite, e Atene godrà della vendetta più allegra, se non più meritata.
Le dure prove della lunga Guerra peloponnesiaca, le ripetute devastazioni del territorio nazionale, le perdite di uomini e di denari, i debiti contratti, l’orgoglio e la baldanza, ispirati dalla vittoria, non mancarono di produrre i loro effetti naturali.
Già le prime durezze e i primi malcontenti erano cominciati in sullo scorcio della guerra. Nell’anno in cui il così detto trattato di Nicia sembrava per un momento pacificare il confuso mondo ellenico, nel 421, diciamo, l’antico blocco delle forze peloponnesiache si incrinava; la fedeltà di Corinto, la città maggiormente responsabile della guerra testè chiusa, balenava, e subito dopo Atene riusciva a trovare alleati nell’Elide e in Arcadia. L’esercizio dell’impero era tornato molesto. Ma non si trattava che di un mite esordio. Appena la battaglia di Egospotamòs ebbe rovesciata al suolo la potenza di Atene, il generale spartano Lisandro si affrettava a percorrere tutte le isole e le città litoranee dell’Egeo, provocando ovunque quei tali rivolgimenti delle antiche costituzioni, la cui sola possibilità Brasida aveva, venti anni prima, smentita, sostituendo alle preesistenti democrazie delle feroci oligarchie, introducendo guarnigioni spartane[349], imponendo un tributo doppio di quello ateniese[350], negando agli alleati di ieri i frutti della comune guerra, lunga e sanguinosa.
Il governo così detto de I Trenta in Atene (404-403) è l’esempio più significativo dell’immane tormenta, in cui Sparta travolse la vita di tutti i Paesi dell’Egeo. Gli alleati di Atene s’erano una volta, presso Sparta, lagnati della durezza della loro città egemone. «Se un giorno», aveva malinconicamente replicato un ambasciatore ateniese, «il nostro impero venisse a passare in mani altrui, il confronto metterà tosto in evidenza con quanta moderazione noi ne usavamo»[351]. L’infausto presagio non poteva attendere conferma più solenne!
Le oligarchie imposte da Lisandro, che sconvolgono tutti i naturali processi storici delle città dominate, sfogano adesso la più crudele vendetta contro gli antichi avversari. Si perpetrano arresti, esecuzioni — illegali, magari rispetto alle nuove norme di governo —, confische, esilî, per vendetta e per ingordigia, sui cittadini e sugli stranieri, da parte di pubblici ufficiali e da parte di privati[352]. Si disarmano i liberi, si drizzano liste di proscrizione, si violentano i fanciulli e le donne.... È l’impero incontrastato della ferocia, del sangue, della lussuria, che uno dei maggiori colpevoli giustificherà con un argomento, che, venti e più secoli di poi, ricorre sulla bocca inconsapevole di un terrorista francese: «La nave della rivoluzione non si conduce in porto se non su flutti di sangue»[353]. I cittadini disperati preferiscono la morte a tanta ignominia[354]. Perfino Sparta ha un attimo di pudore; per un istante inorridisce di se medesima, e, poco dopo il 404, riprova la condotta del generale, ch’era stato il classico interprete del suo novello imperialismo[355], consentendo alle città alleate di ristabilire gli antichi governi[356]. Ma non si trattava che del ravvedimento di un’ora, e la politica di Lisandro verrà poco di poi trionfalmente ripresa da Agesilao[357].
Fin dove la misura poteva essere colma, essa lo fu. «Gli Spartani», dirà Isocrate, «non hanno lasciato a chi voglia in avvenire peccare, mezzo alcuno di superarli.... Quale iniquità non perpetuarono? Quale turpitudine o quale atrocità non commisero? Largirono la propria fiducia ai quotidiani violatori delle leggi; onorarono i traditori non altrimenti che benefattori.... circondarono di affetto più che paterno i sicari dei propri concittadini.... Ci gravarono da tanta moltitudine di mali, sì da impietrare l’animo di noi tutti, sì da farci impassibili allo strazio degli altri», «sì da non lasciarci più il tempo di dolercene». «Niuno sfuggì ai loro colpi; niuno potè tenersi tanto lontano dalla vita pubblica, da sfuggire ai pericoli, in cui essi ci precipitarono.... In tre mesi hanno mandato a morte senza processo un numero di cittadini maggiore di quelli che Atene non citò in giudizio per tutto il tempo della sua supremazia.... I corsari tengono la signoria del mare; i mercenari, quella delle città. I cittadini, in luogo di combattere per la patria contro i nemici, si accaniscono fra loro entro la cerchia delle proprie mura. Il numero delle città fatte schiave si è moltiplicato, e il turbamento quotidiano di tutti gli ordini civili ha fatto sì che stiano meglio quelli che stanno peggio: gli esuli, piuttosto che i rimasti in patria.... Talune delle città sono state distrutte, altre sono divenute preda di barbari.... Gli Spartani un tempo protestavano altamente contro il nostro legittimo impero su qualche città; oggi non curano la turba degli schiavi ch’essi hanno fatti. Oggi non basta pagare tributo e vedere le propine fortezze in mano ai nemici; oggi le pubbliche calamità non sono iattura sufficiente; oggi i nuovi sudditi patiscono, sul loro corpo, trattamenti più duri di quelli dei nostri schiavi mercenari.... E per colmo di miseria costoro si vedono costretti a militare con gli Spartani in difesa del proprio servaggio, costretti a combattere contro chi vuol essere libero; sì che, se saranno vinti, tosto dovranno perire; se vincitori, precipiteranno in una schiavitù peggiore della presente....»[358].
Isocrate non è il solo a parlarci così; nè queste sue parole sono dettate dal suo naturale pacifismo. I metodi spartani vengono concordemente stigmatizzati da tutti gli storici, da tutti gli oratori del tempo. La prova più palpabile delle colpe di Sparta, nell’esercizio dell’impero in Grecia, è data dalla fulminea rivoluzione di sentimenti che quella condotta ebbe a provocare, sì che, appena pochi mesi dopo, quelli stessi che l’avevano acclamata liberatrice le si rivoltavano contro furiosi. La rivoluzione degli spiriti precedeva la rivoluzione dei fatti, e, nel 394, il crollo dell’impero marittimo spartano, dopo dieci anni di strazio e di dolore, preannunziava la fine prossima dell’antico impero terrestre. In quei giorni l’impopolarità e l’odio erano giunti a tale, che la sola notizia della disfatta di Cnido bastava a rendere inscongiurabile la fuga degli armosti spartani da tutte le isole ch’essi avevano crudelmente tiranneggiate. L’ateniese Conone e il persiano Farnabazo s’erano visti accolti dovunque come liberatori, e la nuova opera di restaurazione poteva compiersi senza spargimento di sangue.
Ma se tale era stata la febbre della liberazione in gente, che il giogo spartano aveva sperimentato solo per pochi anni, quale non fu più tardi l’entusiasmo del Peloponneso all’annuncio del piegare di Sparta sotto l’urto delle vittorie tebane! Anche sul Peloponneso la vittoria di Egospotamòs e, più tardi ancora, la pace di Antalcida, avevano fatto passare le raffiche della reazione. L’Elide era stata invasa e messa a ferro e a fuoco; Argo, Corinto, Fliunte, soggette a degli armosti; gli alleati tutti, non che esclusi dai vantaggi della guerra, citati senza testimoni e senza difesa a comparire in un giudizio, che porrà capo allo smembramento della grande Mantinea[359]: esempio insigne dei criterî dell’alta politica spartana, che mirava egualmente ad infrangere le federazioni e a polverizzare in villaggi le città maggiori. Senofonte narrerà che quell’esecuzione era stata accolta con favore da buona parte dei cittadini[360]. Ma qualche anno dopo, alla notizia della sconfitta spartana di Leuttra, i «soddisfatti» adottano unanimi la proposta di restaurare la città e l’antica unione politica, e una folla di esuli e di cittadini accorre da ogni parte ad offrire l’aiuto materiale delle proprie braccia. Gli Elèi spediscono trenta talenti. Sparta pregherà invano che non le venga inflitta l’onta di sì umiliante disprezzo; invano prometterà il suo rapido consenso. I Mantinei rispondono ch’è troppo tardi e che più non è il caso di consentire a sì mite richiesta[361].
Ma che dire del visibilio di gioia, da cui il Peloponneso fu percorso alla prima invasione di Epaminonda e alla proposta della fondazione, non diremo di Megalopoli, ma di Messene? L’ora tragica della metropoli crudele, che aveva insolentito contro sudditi e contro alleati, che ne aveva disertato le città con le sedizioni, che le aveva inondate di sangue, che — senza rispetto per avversari o per amici — aveva saccheggiato l’Asia, infestato le isole, spento le repubbliche della Magna Grecia, seminato di tirannidi l’Ellade, straziato persino il fedele Peloponneso, era finalmente sonata. Quel grande giorno doveva essere consacrato dalla risurrezione della terra che più essa aveva insanguinata: la Messenia. Perciò fu deliberata la fondazione della città di Messene. L’opera venne fatta precedere da sacrifizi solenni a tutti gli Dei, agli eroi e alle eroine della infelice nazione, perchè discendessero in ispirito a rioccupare l’antica loro sede. Il circuito fu segnato e le prime pietre deposte al suono di liuti e di canti. Eseguivano e diligevano il lavoro i migliori operai ed i migliori architetti, invocati da tutta la Grecia, e pareva che, non una città risorgesse, ma che la Libertà ridiscesa in terra celebrasse la sua apoteosi.