Ma già le raffiche dell’imperialismo spartano, come di qualsiasi imperialismo, erano, fatalmente, tornate a rimbalzare sulla nazione che le aveva scatenate. «Gli Dei», esordisce malinconicamente il non sospetto Senofonte, «gli Dei non dimenticarono nè gli empi, nè gli scellerati, e Sparta che aveva giurato libertà per tutti, ma aveva tenuto in suo potere la cittadella dei Tebani; Sparta, fin allora non mai umiliata da alcun mortale, venne punita solo per mano di coloro che essa aveva violentati»: i Tebani[362].

Ma noi sappiamo come Tebe non fosse che lo strumento inconsapevole di un destino più alto e più implacabile. Non essa ferì a morte la potenza spartana, ma quell’imperialismo, che, con la ricchezza di cui era stato apportatore, rovesciò le basi dell’antica società lacedemone. Noi conosciamo in modo positivo il lento processo di tanto rivolgimento[363]. Gli antichi, in forma meno perspicua, ma non per questo meno sicura, ebbero egualmente l’impressione del fatto grave e incontestabile. «Erra», scriverà Isocrate, «chi [all’episodio della disfatta di Leuttra] attribuisce la causa della decadenza degli Spartani. Non per questa sciagura, ma per le colpe degli anni precedenti, essi furono vinti e costretti a combattere per la propria esistenza. Non si devono trasferire le cagioni dei mali agli eventi che seguirono dopo; non bisogna riportarli alle colpe originarie, che determinarono le sciagure successive. Vera e prima origine di ogni loro sciagura fu il dominio del mare. Esso dette agli Spartani una potenza non mai veduta»; onde «l’intemperanza nell’usarne finì con far loro perdere anche l’impero terrestre. Immemori dei patrii costumi e delle antiche istituzioni, stimando lecito fare tutto quello che loro fosse talentato, precipitarono in gravi frangenti. Non intesero quale pericolosa Sirena si fosse codesta sovranità da tutti vagheggiata, nè come riesca difficile, a chi una volta assapora la dolce ebbrezza del suo amore, non finire con l’impazzarne del tutto!»[364].

L’imperialismo tebano.

Tebe è la terza fra le città elleniche, le quali, dopo avere, al pari di Atene e di Sparta, per lunghi anni tiranneggiato nell’àmbito della propria contrada, pervennero per un istante a conseguire un impero, che fu tra i maggiori della Grecia. Pur troppo, le condizioni del suo dominio riuscirono singolarmente oppressive, chè, se Atene e Sparta avevano, per qualche tempo, governato senza suscitare malcontenti, i rapporti di Tebe con quelle che essa diceva sue proprie colonie, ci si disegnano in un perenne incrociarsi di odî e di violenze.

La costituzione dell’impero tebano non sembrava, in astratto, peggiore di quella ateniese. In sui primi del IV sec. a. C., la Beozia era distribuita in undici distretti, di cui ciascuno mandava al Comitato direttivo della lega, un beotarca e al Consiglio federale, 60 bulenti; versava imposte, forniva contributi militari pari ad 1⁄11 dell’ammontare totale, ed eleggeva, con lo stesso sistema, i giudici del tribunale federale, incaricato di discutere le cause di una certa importanza, riguardanti i cittadini di ognuna delle città alleate[365].

Tale la costituzione della Beozia nella prima metà del secolo IV a. C. e, salvo particolari insignificanti, in tutto l’agitato periodo che vi precedette. Ma, bisogna guardare un po’ più a fondo per accorgersi che cosa in realtà si fosse questa apparente eguaglianza di diritti e di doveri fra Tebe e le altre città alleate. Ogni distretto non rappresentava una sola cittadina beotica, ma poteva comprenderne due o tre insieme; così come Tebe, col più vasto territorio a lei direttamente soggetto, formava ben quattro distretti. In seno, dunque, a tutti gli organi della lega, talune cittadine valevano per 1⁄2 o per 1⁄3, mentre Tebe val sempre per quattro. Essa, quindi, dispone di assai più beotarchi, buleuti, giudici, milizie che non ciascuna delle sue consorelle, e ha tutti i mezzi, legali e materiali, per esercitare su di esse il suo potere quasi assoluto. Tebe manda al senato della lega 240 buleuti; Orcomeno ne porta 60; Tisbe, 40; Aliarto solo 20; Tebe dispone di 4400 soldati; Coronea di soli 370 all’incirca[366]. In conseguenza la celebrata parità di poteri scomparisce, e, in seno alla lega, le città beotiche si trovano di fronte a Tebe nelle identiche condizioni in cui si trovarono, dinanzi alle consorelle maggiori, le minori colonie inglesi dell’America del nord dopo la prima costituzione del 1781, e innanzi il felice compromesso del 1787.

Per giunta il governo centrale della lega, in cui Tebe si è fatta la parte del leone, non è soltanto un potere esclusivamente federale. Esso, che ne ha la forza, ama talora invadere il campo riservato degli affari interni delle singole città[367] e, come Sparta, come Atene, rivolgerne violentemente la costituzione[368]. Per giunta, la parola decisiva negli affari più importanti tocca all’assemblea federale beotica[369], alla quale i cittadini dei lontani municipi della Beozia potevano assai di rado partecipare, o, se anche vi partecipavano, erano, come avveniva in Atene, sommersi dalla popolazione urbana della capitale, entro le cui mura l’assemblea aveva luogo. I Tebani non fecero mai mistero di questa loro ambizione di dominare la lega, di esserne gli egemoni, come Atene lo era stata della sua federazione marittima, come Sparta — fu il loro preferito paragone[370] — lo era del Peloponneso; della loro volontà, in una parola, di trasformare la lega beotica in un impero tebano. Le cittadine beotiche, salvo Tebe, sarebbero terre pericche[371], così come lo è tutta un’ampia zona della Laconia spartana. Per occhi tebani Platea ha il grave torto di non lasciarsi guidare e dominare (ἡγεμονεύεσθαι) da Tebe[372]. Ma la più clamorosa manifestazione del pensiero politico tebano si ebbe nel duplice, storico duello tra gli ambasciatori di Tebe e i plenipotenziari di Sparta nelle trattative, che precedettero la pace di Antalcida (387)[373], e in quelle tenute a Sparta, che misero capo alla battaglia di Leuttra (371). L’una e l’altra volta la tesi spartana fu per l’autonomia di tutte le cittadine beotiche. Ma i plenipotenziari tebani al convegno di Sparta (il loro autorevolissimo capo fu questa volta, senza meno, Epaminonda,) sfuggono alla risposta, complicandola con la questione dell’assetto della Grecia intera. — La pace, osserva Epaminonda, non può farsi davvero senza porre ogni cosa sur un piede di eguaglianza. Se la Beozia deve essere libera, libera deve essere anche la Laconia; se Platea deve diventare autonoma rispetto a Tebe, lo stesso ha da seguire di Amicle nei confronti di Sparla.... Sono i rappresentanti spartani inclini ad addivenire a questa eguaglianza di trattamento? — Il re Agesilao, che presiede alla conferenza, torna ad invitare Epaminonda perchè non divaghi e dichiari le precise intenzioni della sua città: — È Tebe disposta a proclamare libere le cittadine della Beozia? — Epaminonda ancora una volta elude la risposta, ossia rifiuta il suo consenso. Allora la conferenza è sciolta; Agesilao annunzia che si andrà di nuovo incontro alla guerra, l’unico espediente che potrà tagliare ogni nodo irresolubile[374]. Ed Epaminonda e i suoi colleghi accettano la sfida, e preferiscono la guerra alla libertà della Beozia.

Ma con che diritto, in vista di quali necessità superiori, poteva Tebe giustificare la sua egemonia? Se Atene disponeva di un patto originario concordemente giurato; se Atene poteva evocare il duplice spettro della invasione persiana e della tirannide spartana, Tebe ebbe assai di rado qualche ragione legittima, che imponesse l’idea e la necessità pratica della sua sempre vagheggiata confederazione beotica. Innanzi i primi lustri dolorosi del IV secolo, allorchè veramente tutta la Grecia soffoca sotto il calcagno dell’imperialismo spartano, Tebe non aveva potuto invocare a fondamento legittimo del suo impero che oscure, fantastiche, consuetudini regionali[375]. Il pericolo spartano fu presto eliminato dopo Leuttra, ma vi si sostituì subito, per tutta la Grecia, e per la Beozia, il nuovo pericolo tebano. Come, quindi, rassegnarsi a servire e a pagare, in danaro ed in sangue, per gettare le fondamenta di un altro dominio?

Noi abbiamo in tal modo, sott’occhio, tutte le ragioni per le quali la storia della così detta Lega beotica è, come le altre, e più che le altre, gonfia di malumori e di sedizioni. Platea, l’eroica vicina di Atene, fu la sua più cordiale nemica, ed al suo esempio tennero dietro Orcomeno, Tespia, Tanagra, Oropo. La stessa nobile ribellione di Tebe contro Sparta del 379-362, che, diretta da un uomo di Stato e di cuore, come Epaminonda, reca, nelle sue alterne vicende, pagine così gloriose, non valse mai a farsele consenzienti. Allorquando, più tardi, nel 335, Alessandro metterà Tebe a ferro ed a fuoco, saranno, non già i Macedoni, sibbene i Plateesi, i Tespiesi, gli Orcomenii a segnalarsi in quell’orgia di odio contro la metropoli disfatta[376].

Appunto per questo lo sforzo che Tebe dovette durare per mantenere in piedi il suo impero, ossia per prolungare la soggezione delle sue consorelle ed alleate, fu assai più duro e costoso che non quello di Sparta e di Atene. Tebe rase due volte al suolo le mura di Platea, nel 427 e nel 373-372, e ne confiscò per sempre il territorio a beneficio, non già della Confederazione, ma dello Stato tebano[377]; smantellò prima (423 a. C.) l’eroica Tespia; poscia, espugnatala, ne cacciò via gli abitanti (373 o 371 a. C.)[378]; e poco più tardi, ordinò uno scempio atroce delle mura e dei cittadini della veneranda Orcomeno, a cui (narrava la tradizione) un giorno la stessa Tebe aveva pagato tributo (368 o 363 a. C.)[379]. «I vostri sudditi», esclamava nel 373, rivolgendosi agli Ateniesi, un oratore di Platea, «i vostri sudditi, appena cessata la guerra, ricevono dai magistrati libera autonomia; i Tebani costringono i loro vicini a una servitù ch’è pari solo a quella degli schiavi, nè mai desistono dal travagliarli e dallo straziarli, finchè non li abbiano sospinti verso quell’abisso di mali, ove già noi precipitammo. Accusano Sparta di aver occultato la Cadmea e di avere stanziato da per tutto guarnigioni.... Essi infatti non stanziano guarnigioni, essi abbattono le mura delle città vinte o alleate; essi le radono letteralmente al suolo, senza rimorsi...»[380]. Per questo appunto, ad ogni giorno, ad ogni ora, in grazia dell’impero da conquistare o da riconquistare, Tebe fu il malo genio di tutta la storia ellenica: adesso alleata dei Persiani, che sembravano più potenti; poi, di Sparta, che le promette la riconquista dell’egemonia, chiedendo in cambio guerra ed odio perenne contro Atene[381]; poi, ancora, di Atene contro Sparta; indi, di nuovo, in guerra contro Atene e contro Sparta per non aver voluto concedere libertà alle città beotiche; infine, vittoriosa, eccola aspirare al dominio di tutta la Grecia.

Se tale fu l’imperialismo tebano nei limiti della Beozia, non meno duro esso si palesò nelle estreme regioni dell’impero. L’avveduta e moderata politica di Epaminonda parve ai suoi concittadini un reato così grave, da sospingerli non solo ad annullare i suoi atti politici, ma a negare al suo autore la fiducia di una rielezione a beotarca. Per contro, in ciascuna delle città achee, essi inviarono delle guarnigioni e degli armosti, la cui condotta fu tutt’altro che incensurabile, e ne rovesciarono gli antichi governi, e ne esiliarono i partigiani, gettando il Peloponneso nell’incendio di una guerra civile[382], e tornarono ad ostacolare coi mezzi più violenti l’indipendenza politica di quelle città[383].

«La ribellione [dei Peloponnesiaci all’impero spartano]», giudicava Isocrate, «non portò alcuno dei benefizi che si attendevano. Sospirando la libertà, precipitarono nella servitù; perduti i loro migliori uomini, caddero sotto il governo di pessimi cittadini; cercando l’indipendenza, soffersero numerose e terribili illegalità..., e le lotte intestine, che prima non conoscevano se non per udita dire, sono oggi lo spettacolo quotidiano delle loro città.... Nessuna può vantarsi immune di mali; nessuna sicura da prossimi pericoli, da parte dei suoi vicini. Cosicchè le terre giacciono devastate; le città smantellate; deserte le case; abrogate le leggi; rovesciati gli ordinamenti politici.... E tanto i cittadini diffidano di sè a vicenda, tanto sono esulcerati da odî reciproci, da temere i compatrioti più dei nemici. Non la concordia di un tempo; non l’antico frequente scambio di commerci. Gli uomini aborrono da ogni rapporto civile a tal segno, che i ricchi preferiscono gettare in mare il loro danaro piuttosto che farne parte ai poveri, e questi strapparlo ai ricchi piuttosto che procurarselo lecitamente.... Obliati i sacrifici consueti del culto, i suoi abitatori si sgozzano selvaggiamente sugli stessi altari, sì che i fuorusciti di una sola città superano oramai di gran lunga quelli di ieri, accorrenti da tutto il Peloponneso....»[384].

Ma, come per Atene e per Sparta, così per Tebe, il sangue e le lagrime, spremute da ogni terra, tornavano a ricadere sulla testa dei desolatori. È ancora il pio Isocrate, il flagellatore d’ogni imperialismo greco, ad avvertircene: «[I Tebani], per avere male usato della buona fortuna, non sono più che un popolo vinto ed infelice.... Avevano appena battuto i nemici, che, dimentichi d’ogni cosa, si accinsero ad agitare le città del Peloponneso, a tentar di asservire la Tessaglia; minacciarono i Megaresi, loro vicini, spogliarono Atene di una parte del suo territorio, saccheggiarono l’Eubea, spedirono una flotta a Bisanzio, quasi volessero impadronirsi della terra e del mare. Da ultimo mossero guerra ai Focesi, accingendosi ad occuparne le città e il territorio e a violare i tesori di Delfo.... E rischiavano intanto di perdere le proprie terre, e, scorrendo pel Paese nemico, recavano altrui un danno minore di quello che ora, tornati in patria, subiscono. Avevano in Focide ucciso dei soldati mercenari, ai quali metteva più conto morire che vivere, ed essi, tornati in patria, si sono visti privi dei cittadini migliori e più capaci di abnegazione e di sacrifizio»[385]. Gli Dei non tarderanno a punire tanto orgoglio e tanta violenza. La catastrofe di Tebe, seguìta nel 335; la sua distruzione — sorte orribile, che non era toccata nè ad Atene nè a Sparta — fu (avvertirono gli antichi) un solenne castigo ed un ammonimento divino. «I Tebani avevano violato i patti giurati coi Plateesi e schiantato dalle fondamenta la città», «sul cui terreno sacro i Greci, combattendo contro i Persiani, avevano salvato da servitù la Grecia». «Essi avevano, contro la consuetudine, trucidato quegli Elleni che erano passati agli Spartani; essi avevano perduto col loro voto gli Ateniesi, sostenendo nel Congresso dei confederati peloponnesiaci, l’asservimento della grande città». Perciò la distruzione di Tebe, di questa metropoli che tanto aveva brillato per potenza e per gloria, ma tanto aveva peccato contro la verità e contro la giustizia, non fu senza ragione: «fu l’effetto meritato della vendetta degli Dei»[386].

L’Imperialismo in Sicilia e nella Magna Grecia.

Poco diverse furono, sotto questo rispetto, le sorti dell’Occidente ellenico. Anche l’Occidente greco ebbe la sua Atene, e questa fu Siracusa. L’impero siracusano sulle città della Sicilia, e, in parte, sulle città elleniche dell’Italia meridionale, può dirsi si sia svolto in tre grandi periodi: dall’instaurazione della democrazia, dopo la cacciata dei Dinomenidi, alla fine del primo Dionigi (460-367); dalla ricostruzione operatane da Timoleonte alla morte di questo (345-337?)[387]; dagli esordi alla fine della tirannide di Agatocle (312-289). Al colmo del suo splendore, ossia sotto il grande Dionigi, quell’impero teneva in Sicilia due grandi strisce di territorio sulle coste settentrionale e meridionale; sull’orientale, un più vasto paese, che può essere schematicamente raffigurato nella forma di un triangolo, col vertice appuntato sulla lontana Enna; infine, nell’Italia del Mezzogiorno, dominava saldamente il Paese a sud del 39° di latitudine, salvo l’interno, ma non esclusa la campagna Reggiana. Quell’impero, non minore di quello tebano o ateniese, si stendeva per circa 25.000 km2, contava una popolazione di circa un milione di abitanti, e abbracciava le più famose città greche della Sicilia — Messina, Nasso, Taormina, Catania, Leontini, Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Terma, Solunte, la nuova Tindaride — e, nell’Italia meridionale, Reggio e Locri[388].

L’organizzazione non ne era uniforme. Il territorio all’intorno di Siracusa si trovava nelle identiche condizioni della Messenia rispetto a Sparta, con una popolazione — i Calliciri — al servizio diretto dell’aristocrazia della metropoli. Le città dell’antico regno siculo di Ducezio, che abbracciava il Paese intorno a Caltagirone, stendendosi poscia fino ai Catania e all’Etna, erano, nell’età di Tucidide, territorî soggetti e tributari (ὑπήκοοι), obbligati, cioè a fornire stabili proventi, nonchè a subire guarnigioni straniere, e tali rimasero fino all’ultimo, ripagando la dominatrice dell’odio più cordiale[389]. Il resto del Paese era popolato di colonie militari e di città alleate. Le prime erano state tratte, non solo dagli abitanti di Siracusa, ma anche dalle popolazioni di altre città, elleniche, indigene o, magari, da contingenti di mercenari, e la loro origine stava a testimoniare una vicenda lacrimosa di spodestamenti, di esilî, di deportazioni, di confische. Del resto le città alleate non partecipavano al governo della madre patria; ne dipendevano, anzi, nei rispetti della politica estera, sottostavano all’obbligo di fornire aiuti in operazioni militari, che il più delle volte esse non avevano sollecitate, di subire guarnigioni e ufficiali siracusani, di non battere moneta, talora, di consegnare ostaggi in garanzia della promessa fedeltà e di vedere la propria giurisdizione, o fors’anco gli altri più notevoli diritti cittadini, alla mercè di magistrati siracusani[390].

Men dura riesciva la sorte delle città alleate. Era loro riserbato il diritto di coniare moneta di bronzo; ma, anche fra esse, imperava l’obbligo di fornire contingenti militari; anche fra esse, come nella Grecia vera e propria, c’erano città alleate autonome e città alleate soggette[391], e l’analogia con gl’imperi della madre patria induce a supporvi alleati immuni da tributo e alleati tributari.

Indubbiamente l’impero siracusano in Sicilia rispondeva ad una grande missione storica. Se la prima Lega marittima ateniese aveva salvata la Grecia dalla oppressione persiana, Siracusa salvò per oltre due secoli la Sicilia dalla onnipresente minaccia punica e riescì a formare quivi, contro Cartaginesi e contro Siciliani, un vasto impero ellenico. Eppure la fama e la leggenda, entro le quali l’opera e la memoria dei grandi principi siracusani — del grande Dionigi, sopra tutto — ci pervennero avviluppate, rivelano il malvolere, con cui le città greche, convitate al grande festino politico, tollerarono quella dura «alleanza» imperialistica. La memoria dei tiranni siracusani è, in quella tradizione, tanto maledetta quanto, presso gli alleati di Atene, di Tebe, di Sparta, il nome della città che volta a volta li tenne legati al suo carro trionfale. Neanche in Occidente la mèta luminosa bastò a far perdonare i mezzi con cui quello scopo era stato raggiunto. E le costituzioni cittadine violate, le piccole città assoggettate, colonizzate, sterminate, le popolazioni deportate gridano ancora vendetta contro quelli che osarono sì ferocemente accanirsi sopra di esse.

Imperialismi minori.

Ma i quattro imperi di Atene, Sparta, Tebe, Siracusa, nelle cui spire si dibatte quasi tutta la storia del mondo ellenico, non ne formano che la trama più esterna e visibile. Noi imaginiamo le antiche cittadine greche come animate dal più indomito spirito d’indipendenza, dal più incoercibile particolarismo. Ed è vero: la terribile prova delle esperienze durate faceva di ogni borgo della Grecia un puledro selvaggio ribelle ad ogni freno. Ma per isfuggire alla servitù ciascuno tendeva febbrilmente a crearsi a sua volta la potenza di un impero. Era la terribile «legge naturale», che Alcibiade aveva illustrata ai suoi concittadini[392]. Per tal modo, in Grecia, non ci fu città che non aspirasse e non riescisse a dominarne delle altre, sì che le grandi Confederazioni elleniche risultavano di Federazioni minori, e queste, a loro volta, di Leghe minime; condizione, talora, legalmente sancita negli statuti e nelle rispettive consuetudini. Per fermarci agli esempi più salienti[393], in seno alla Confederazione ateniese, Mitilene dominava, non solo le città limitrofe, ma l’intera Lesbo[394]; Olinto signoreggiava trentaquattro città calcidiche[395]; in quella beotica, Platea, Scolo, Eritre, Scafe, dipendevano direttamente da Tebe[396]; Aspledone, Olmone, Ietto da Orcomeno; Sifa, Leuttra, Eutreso, da Tespia[397]; un tempo Tanagra vi aveva dominato Eleon, Harma, Micalesso, Fara, Aulide, Hiria[398]; la stessa Platea numerava i suoi sudditi o le sue alleate[399]; nella Lega peloponnesiaca, Mantinea aveva fin dalle origini dominato i municipi limitrofi, e, allorchè si rese autonoma, divenne la città egemone della Lega arcadica, il cui governo fu costretta ad alternare con l’avversa Tegea[400]. Elide dominava un gruppo di minuscole cittadine della Trifilia; Argo, sotto vari nomi e condizioni — nè tutte liete[401] — i centri dell’Argolide e talora quelli delle altre regioni limitrofe[402]. Fin la Lega achea, l’unico governo federale ellenico, che la tradizione riconosca veramente tale di nome e di fatto; quella Lega achea, solennemente celebrata da antichi e da moderni per il sincero spirito di libertà, di eguaglianza, di democrazia, di rispetto delle autonomie nazionali[403], fu lo Stato imperialista di tutta una buona parte del Peloponneso, che non aveva voluto accedervi spontaneamente. Anche qui, tal quale negl’imperi ateniese, spartano e tebano, la violenza non mancò di essere il saldo cemento della compagine federale. Mantinea, non mai soddisfatta, nè mai interamente soggiogata, più volte umiliata e più volte felicemente ribelle, vide da ultimo i suoi cittadini, in parte trucidati, in parte ridotti in schiavitù, subire l’infamia del mercato o della deportazione[404]. La Messenia e la Laconia, l’una e l’altra suddite coatte e perennemente irrequiete, mossero alla Lega una guerra incessante, con le defezioni, con le armi, coi maneggi pericolosi presso i nuovi dominatori, che apparivano all’orizzonte: i Romani; nè mai si chetarono se non quando l’una riescì a liberarsi; l’altra, a provocare la ruina della Lega e, con essa, della indipendenza della Grecia tutta[405].

I metodi imperialistici di Sparta, di Atene, di Tebe passarono in seno alle federazioni greche dei secoli III-II a. C. Interi territorî e grandi e gloriose città facevano parte di queste Leghe, ma quali sudditi incalcolati di un lontano governo, cui essi dovevano un contributo annuo, senza però riescire ad esercitare alcuna influenza sopra di esso[406]. I vari Stati della Lega subivano singolari restrizioni circa la libertà di commercio e il diritto di proprietà[407], nè le rade e brevi assemblee federali erano più che una lustra. Tutti i poteri restavano in mano a governo centrale, sino a cui difficilmente le voci e gl’interessi dei più riuscivano a farsi strada[408]. Peggio ancora, le ingerenze di questo governo, in seno ai singoli Staterelli, erano più fastidiose, talora, più crudeli di quelle che noi apprendemmo a conoscere nelle Federazioni ateniese o spartana. Il governo della Lega favoriva in ciascuna città tutti quei colpi di mano, che valevano a sostituirvi il potere dei suoi fautori a quello dei suoi avversari o dei tepidi e rassegnati amici. Ogni insurrezione fallita portava seco la consegna al governo federale degli autori della rivolta, l’introduzione di una guarnigione[409], il disarmo della città, la trasformazione delle sue istituzioni[410], il suo avvilimento politico[411], l’esilio di intere classi di cittadini, la spartizione del suolo a favore di nuovi cleruchi[412], finalmente, l’esaltazione ai pieni diritti politici di quei ceti della popolazione che fin ora ne erano rimasti esclusi[413].

Altrettanto è a dire delle minori Leghe tessalica, epirotica, focese, calcidica e, più ancora, dell’etolica[414], le quali, dai pochi accenni che le fanno conoscere, si appalesano altrettante tirannie mascherate all’interno, altrettante coalizioni imperialistiche all’estero, sfruttatrici a un tempo dei nemici e degli alleati. Ma tutto quello che i ricorrenti fraterni regimi federali non avevano osato, lo faranno sperimentare in una volta sola prima l’imperialismo macedone, poscia l’imperialismo romano, il quale ultimo, per la sua importanza e per la sua durata, non può non esorbitare dai limiti del presente capitolo.

L’imperialismo macedone.

L’imperialismo macedone! Ma come determinarne la portata? Come definire l’indefinibile? Come fissare il mobilis in mobile? L’imperialismo macedone fu dapprima, a motivo del turbamento e del disordine che, fin circa settant’anni dopo la morte di Alessandro Magno, regnò intorno alla successione della Macedonia, poscia, a motivo della caotica incertezza di relazioni fra gli eredi fortunati e la Grecia, un male imprevedibile ed inscongiurabile, un flagello vario, proteiforme, minaccioso e fugace, gravido di ruine e di illusioni; un bottino, un rovescio d’ordini e di cose, in mezzo al quale, sulle membra semirrigidite di un popolo in agonia, si accanirono con lena affannata i vittoriosi dell’ieri e quelli di oggi o di domani.

Ma se tale è l’impressione e l’imagine che la conquista macedone destano al pensiero, la condizione delle fonti, cui dobbiamo attingere, per segnarne le particolari vicende, è così infelice, l’oscuro groviglio degli avvenimenti, nella secolare contesa dei Diadochi e degli Epigoni si fa ora così fitto, da ritoglierci fin la speranza di una disamina chiara e completa.

L’imperialismo macedone si esercitò su quattro soltanto dei gruppi di nazioni elleniche da noi conosciuti: le città greche dell’Asia Minore, della Tracia, del Ponto, sulla Grecia peninsulare propriamente detta. Ma se la sorte delle prime fu relativamente lieve, in quanto esse scambiarono con l’indipendenza e con un governo più civile il meno civile impero persiano, ben diversa appare la sorte della Grecia propria, la cui esistenza venne inserita nell’ingranaggio della monarchia macedone, e colpita da una delle bufere più rovinose della storia antica.

La carta costituzionale, il patto fondamentale, su cui il dominio macedone riposava, appariva quanto di più mite e di più soddisfacente si potesse immaginare. La dieta di Corinto del 338, nella quale il conquistatore della Grecia — Filippo II — annunziò ai nuovi sudditi le future condizioni della comune esistenza, istituiva un Consiglio federale ellenico, per l’amministrazione degli affari della Grecia; affidava al nuovo monarca il comando militare di tutte le forze confederali; ma non imponeva tributi fissi e dichiarava che scopo principale del nuovo regime era quello di stabilire in Grecia una pace universale, di garantire a tutti gli Stati il loro territorio, la loro costituzione, e ai cittadini, i pieni diritti di proprietà e di commercio[415].

Ma così miti e benevoli consigli avevano già subìto un’anticipata violazione. La Grecia, a cui Filippo prometteva pace e libertà e sicurezza, non era tutta la Grecia: già, innanzi al 338, una buona parte di essa aveva perduto crudelmente la propria indipendenza, e la Macedonia l’aveva conquistata o con l’astuzia o con le armi, e ne aveva fatto scempio inaudito. Questa sorte era toccata, per un verso, all’Epiro; per un altro, alla Calcidica, alla Tracia, alla Tessaglia[416]. Un notevole articolo della costituzione federale vietava il rimpatrio degli esuli, di questi inevitabili fautori di disordine in seno ad ogni città vinta e umiliata[417]; ma, subito dopo la vittoria di Cheronea, Filippo aveva imposto a Tebe di riaprire loro le porte. Con essi la guerra civile era entrata come in casa propria, nell’antica, gloriosa città. Allora Filippo aveva sciolto la Federazione beotica, istituito un nuovo Consiglio, iniziata una persecuzione contro i fautori della politica antimacedone e introdotto una guarnigione nella Cadmea. In maniera analoga, dopo la dieta di Corinto, la Grecia libera continuò a subire delle guarnigioni macedoni in Eubea, a Corinto[418], ad Ambracia[419], ed altrove[420].

Il successore di Filippo, Alessandro — il futuro Alessandro Magno — continuò la politica del padre. Nel 336 egli tornava a rinnovare con la Grecia la Lega giurata, due anni prima, a Corinto. Ma tale rinnovazione non era questa volta spontanea. Alessandro ebbe bisogno di imporla con l’invasione a mano armata della Grecia. Non molto dopo, sebbene non investito da alcun potere federale, egli distruggeva ferocemente Tebe ribelle. Indi passava ad ingerirsi negli affari interni di Atene, chiedendo la consegna degli oratori antimacedoni e provocandone l’esilio[421]: misure tutte la cui iniziativa sarebbe spettata soltanto al synedrio della lega. Più tardi ancora, al colmo dei suoi trionfi, stanziate nuove guarnigioni a Rodi ed a Chio[422], tornava a gravare sulle città greche, imponendo loro, e per sè, onori divini e — quello che al tempo stesso riesciva in contraddizione coi patti federali, nonchè a motivo delle implicite conseguenze, politiche ed economiche, terribilmente pauroso — l’universale e sempre scongiurato ritorno degli esuli in patria[423]. Le città che vi si fossero rifiutate sarebbero state ricondotte con la forza all’obbedienza[424].

Gli Staterelli greci dovevano restar liberi di darsi o serbare la costituzione che meglio loro fosse talentata. Ma Alessandro, più volte, vi aveva ricondotto gli espulsi tiranni o avea rovesciato con la violenza gli antichi ordinamenti[425]. Gli Achei e gli Arcadi avevano subìto limitazioni alla indipendenza delle loro rispettive assemblee federali[426]; gli Ateniesi, alla loro navigazione[427].

Ma la Grecia, di cui tale era la sorte, costituiva una parte ancora più piccola della Grecia vera e propria, che non fosse stato ai tempi di Filippo II. Le contrade, non facenti parte della Lega, figuravano, rispetto alla Macedonia, o come suddite o come nemiche, su cui nulla era vietato tentare[428]. La Tessaglia e anche l’Epiro — l’abbiamo veduto — giacevano da tempo sotto il piede del principe macedone; l’Etolia e Sparta erano terre destinate ad una conquista, vicina o lontana, e, se la prima, nel 330, avea rischiato di subire l’amara punizione della inaudita pretesa dell’indipendenza[429], la seconda era dovuta entrare nella sedicente Lega e fornire, quale ostaggio di fedeltà, ben 50 cittadini[430].

Alquanto più dura si fece la condizione della Grecia alla morte di Alessandro Magno. La così detta Guerra Lamiaca, una delle tante di riscossa degli Elleni dal giogo macedone, vi apportò invece la schiavitù. Atene, la gloriosa Atene, che Alessandro aveva sempre curato di trattare con ogni benevolenza, fu dal governatore della Macedonia, Antipatro, costretta a subire una guarnigione, a trasformare da democratica in oligarchica la propria costituzione, sì che più di una metà dei suoi cittadini venne privata dei diritti politici, a perdere i suoi possedimenti esteri, infine, a consegnare al vincitore i capi dell’agitazione antimacedone. Nello stesso tempo il Peloponneso subiva un’identica trasformazione dei propri ordinamenti, una eguale tormenta di persecuzioni e di esilî e la sorveglianza di un epimeleta straniero[431].

Era la cessazione pura e semplice di tutte le guarentige della Dieta di Corinto. Ma da questo momento, in cui la tempesta si scatena, e si apre l’êra delle gigantesche guerre dei Diadochi e degli Epigoni, la Grecia, che fin adesso aveva subìto il dominio, sia pure incostituzionale, della Macedonia, diviene senz’altro una terra di conquista, sulla quale, per almeno settant’anni, si rovesceranno l’ira e la furia di tutti i generali di Alessandro Magno; diviene un Paese calcato e ricalcato le mille volte dal tallone di eserciti stranieri, i quali propugneranno ora l’oligarchia ora la democrazia, ora annunzieranno la liberazione, ora ne perpetreranno la conquista, procedendo, consapevoli ed inconsapevoli, verso il più tormentoso asservimento della contrada, la cui miseria non avrà altro termine di raffronto se non nelle province romane al tempo delle due ultime guerre civili o nell’Italia moderna durante le invasioni francesi, spagnole ed austriache.

Lo stato politico del Paese, in questo periodo, ci viene eloquentemente significato dalle sue condizioni, dopo la pace, conclusa nel 311 fra la prima serie di contendenti per la pingue eredità di Alessandro, e che con amara ironia veniva a proclamare la «liberazione» della Grecia. La Tessaglia è dominio macedone, e dominio macedone sono anche l’Acarnania, Tebe, ricostituita da Cassandro quale posto avanzato contro le limitrofe città della Beozia, la Locride Opunzia, la Focide, l’Arcadia. Guarnigioni macedoni tengono Argo e l’Acaia. L’Elide giace spezzata, parte sotto Cassandro, parte sotto il suo rivale al trono di Macedonia, Polisperconte; Corinto e Sicione spettano a un altro dei generali di Alessandro, Tolomeo I d’Egitto; Megara e la Messenia appartengono a Cassandro; Atene subisce una guarnigione e un governatore macedone. Solo Sparta, precipitata in sull’estremo scalino dell’avvilimento, a null’altro ridotta che ad un inesauribile mercato di avventurieri, e l’Etolia, protetta dalle sue montagne, serbano l’antica, miseranda, e pur invidiata, indipendenza[432].

Ventitrè anni dopo, la Macedonia poteva vantare un dominio stabile, sotto il figliuolo del più singolare eroe degli Epigoni, Antigono Gonata, l’erede di Demetrio Poliorcete. Ma, nell’anno della morte di Pirro (272), che per un istante ne aveva messo in forse il trono e la vita, la Grecia tornava ad offrire l’antico spettacolo di miseria e di dolore. La Tessaglia, ad onta dei replicati tentativi di riscossa, piegava il capo ai cenni della Macedonia; la Beozia era stata affrancata, ma non già l’Eubea, l’Attica e Salamina, tutte e tre occupate da guarnigioni macedoni[433]. Guarnigioni macedoni tengono Corinto e, forse anche, Trezene e Mantinea, e parecchie delle città dell’Acaia. Ma se i possedimenti diretti della Macedonia apparivano in tal guisa ridotti, quelli indiretti si erano a dismisura accresciuti. L’intero Peloponneso si dibatteva nella rete indistricabile d’una trama di tirannidi, i cui fili erano retti, come da arbitro supremo, dal re di Macedonia[434]. Tiranni dominavano l’Elide, Argo, Sicione, Megalopoli; tiranni, le città marittime dell’Ellade[435], e tutta la contrada era sorvegliata da uno stratego macedone[436].

I patti dell’antica Dieta di Corinto erano ormai un dileguato, oltraggioso ricordo. Ma di peggio — se di peggio poteva discorrersi — si ebbe in seguito all’infelice tentativo ateniese della guerra, che dal nome di colui, che la ispirò con la sua eloquenza e col suo patriottismo, fu detta di Cremonide (266-63 a. C.). Allora nuove guarnigioni occuparono i porti e l’interno della città; un generale italiota fu posto a capo del governo di Atene; gli arconti stessi, sottoposti alla investitura regia, le lunghe mura, come un tempo aveva appena osato lo spartano Lisandro, rase al suolo[437].

Nè la politica macedone subisce modificazioni all’avvento dei nuovi successori di Alessandro, Demetrio II e Antigono Dosone. La Grecia rimane un Paese di conquista; la Macedonia ogni giorno vi abbandona, o vi ripiglia, nuovi Staterelli e nuove città: nulla è costante e sicuro, se ne togli l’insicurezza d’ogni cosa.

Nel 223, Antigono Dosone volle rifare l’antica Confederazione di Corinto, creando una nuova Lega che, secondo s’esprime il grande storico della Grecia ellenistica, il convinto apologista dell’imperialismo macedone — J. G. Droysen —, doveva riescire a qualcosa di nuovo: a un libero Stato federale paragonabile alla Germania innanzi il 1870, e di cui la Macedonia non sarebbe stata più il governo dominatore, ma l’umile componente, con diritti pari a quelli dei restanti territorî ellenici[438].

Ma la Lega, che Antigono, negli ultimi giorni di sua vita, riesciva a costituire, era l’epilogo di tutta una decennale serie di violazioni dell’indipendenza ellenica, tanti quanti erano stati gli anni del suo governo. Ed essa non celava che un’ipocrisia: la Tessaglia, che avrebbe dovuto esserne uno degli Stati autonomi, era governata direttamente dal re di Macedonia; Sparta, da un epistate macedone; l’Argolide e una parte dell’Acaia stavano alla diretta dipendenza della Macedonia[439]. E così via di seguito.

L’antico corso degli eventi non muta per mutare di principi. Il nuovo sovrano di Macedonia, Filippo V, appena salito al trono, assale Ambracia, muove guerra agli Etoli[440], invade Elide e Trifilia[441], v’impone un epimeleta, lascia una guarnigione a Lepreon, e termina la sua personale storia di manomissione delle libertà greche, invadendo il territorio spartano[442], sì che, all’istante dell’ultrice vittoria romana, i diritti della Macedonia sulla Grecia pretendevano esercitarsi su Corinto, la Focide, la Locride, l’Eubea, l’Acaia, la Tessaglia, la Magnesia, la Ftiotide, la Dolopia, la Perrebia...: tutte le terre che il vincitore, Tito Quinzio Flaminino, proclamerà finalmente libere nei solenni giochi istmici del 196 a. C.[443].

La reazione greca.

Quale fu il sentimento greco, di contro all’imperialismo macedone? Le fonti storiche dei secoli IV-II a. C., pur attraverso la loro scarsezza e la loro oscurità, ci permettono di rispondere a questa domanda.

Il giudice inesorabile dell’imperialismo macedone non è più Isocrate; è questa volta l’ultimo dei grandi spiriti ateniesi dell’età classica: Demostene, l’infelice difensore delle libertà elleniche moriture.

«Tutto ciò», egli gridava in faccia ai suoi degeneri concittadini, «tutto ciò che fu commesso dagli Spartani in sei lustri del loro impero panellenico, e lo fu dai nostri antenati per settanta anni, è un’ombra rispetto a quello che Filippo ha perpetrato a danno dei Greci in meno di tredici anni.... Taccio dell’enorme scempio di Olinto, di Metone, di Apollonia e delle altre trentadue città della Tracia, da lui distrutte in modo tale, che, a chiunque volesse ivi recarsi, non darebbero più l’immagine di un Paese un tempo abitato; taccio dello sterminio della popolosa Focide; ma qual’è mai la condizione della Tessaglia? Non sono state anche quivi distrutte città e rovesciate nazioni? E non ha ivi Filippo istituito delle tetrarchie, che significhino non solo la sudditanza della regione, ma altresì la servitù dei cittadini? Non obbedisce l’Eubea a nuovi tiranni?... Non dichiara egli apertamente per iscritto: — Io non conosco pace se non per quanti si rassegnano ad ubbidirmi? — Nè si limita a dichiararlo.... Ma invade l’Ellesponto, e prima assalì Ambracia; occupa la grande Elide e prima insidiò Megara. Nè il mondo greco, nè quello barbarico saziarono l’ingorda ambizione di tal uomo»[444].

Ma in quale stato Filippo II, il conquistatore della Grecia, usasse ridurre le contrade, su cui trascorrevano le sue falangi vittoriose, Demostene ci aveva detto altra volta: «Ivi — in Focide — a noi viaggianti alla volta di Delfo», s’aperse «uno spettacolo crudele e miserando»: «edifici distrutti, mura abbattute, un intero paese deserto di giovani, popolato di rare donne, di fanciulli e di vecchi in atteggiamenti da muovere pietà; una rovina che lingua umana non è capace di descrivere....»[445]. Un altro ignoto oratore, che non a caso la tradizione confuse con Demostene, dirige una requisitoria, forse meno vivace, certo più precisa, contro il figliuolo di Filippo e le sue sistematiche violazioni dei patti, ch’egli era tornato a giurare solennemente in cospetto dei Greci, a Corinto:

«Se vi si domandasse, o Ateniesi, quale è la cosa che più vi sdegnerebbe, voi rispondereste che sarebbe questa: di costringervi con la violenza alla restaurazione dei discendenti di Pisistrato, caso mai oggi ancora ne esistessero. Voi prendereste senza indugio le armi, vi esporreste a qualsiasi sbaraglio, piuttosto di riammetterli in città; o se voi consentiste a far ciò, sareste destinati a servire più che non schiavi acquistati per denaro, giacchè nessuno uccide volentieri il suo schiavo, mentre i tiranni fanno perire dei cittadini senza giudizio e ne oltraggiano le donne e i fanciulli. Ma Alessandro, che, a dispetto dei giuramenti e del trattato comune, ha restaurato i tiranni — i figliuoli di Filiade — a Messene, si è preoccupato della giustizia, o non piuttosto ha seguito soltanto il suo istinto dispotico senza rispetto per voi e per i patti comuni?[446]. Se ci sta dunque a cuore l’osservanza dei giuramenti e quella giustizia, che nei trattati invochiamo, è nostro dovere prendere le armi e, insieme con le nazioni che ci vorranno seguire, volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola....»[447].

«Il trattato stabiliva che coloro i quali distruggeranno la forma di governo, che si trovava costituita in ciascuna città, all’atto della pace, saranno considerati come nemici di tutti i confederati. Ebbene, gli Achei vivevano in regime di democrazia, e il re di Macedonia distrusse in Pellene il governo democratico, ne scacciò moltissimi cittadini, distribuì i loro beni a degli schiavi e dette la città in mano a un tiranno: un pugilista, un tal Cherone.... Non si deve, secondo il trattato di pace, considerare come nemico chi agisce in tal modo?...»[448].

«Il trattato ordina a quelli che provvedono agli interessi e alla difesa comune di non far sì che nelle nazioni confederate i cittadini siano messi a morte o esiliati contrariamente alle leggi della città; ordina che i loro beni non siano confiscati; le terra divise; i debiti aboliti; gli schiavi affrancati; che, insomma, non abbiano luogo innovazioni perniciose. Ebbene, coloro stessi che dovrebbero impedire queste violenze, ne favoriscono gli autori....»[449].

«È detto nel trattato che gli esuli non potranno, movendo da alcuna città confederata, portare le armi contro qualsiasi altra; e che, se ciò avverrà, la città, donde mossero all’attacco, sia esclusa dall’alleanza. Or bene, il re di Macedonia non cessa di far portare le sue armi dovunque; bande armate di Macedoni scorazzano da per tutto, e oggi più di prima, dopochè di loro propria autorità, hanno ristabilito i tiranni in parecchie città.... Se dunque occorre osservare le convenzioni comuni, consideriamo come escluse dal trattato le città che questo osarono, ossia escludiamo dal trattato le città macedoniche» e «deliberiamo in che modo siano da trattare quegli uomini che ostentano un’insolenza dispotica, che vediamo intrigare perpetuamente, e sempre farsi giuoco della pace comune....»[450].

«Un’altra clausola prescrive che il commercio sia libero per i confederati, sì che niuno possa ostacolarlo od osar di catturarne le navi. Or bene, nessuno ignora, che i Macedoni han fatto proprio questo, e con la violenza hanno catturato e trasportato a Tenedo tutte le navi partite dal Ponto..., e che non le rilasciarono se non quando voi decretaste di armare cento navigli, e i navigli furon tosto messi in mare agli ordini di Menesteo....»[451].

«Ma ciò che mostra specialmente l’orgoglio e l’arroganza dei Macedoni è quello che accadde testè, allorquando, a dispetto delle mutue convenzioni, osarono penetrare nel Pireo.... Essi vollero mettere a dura prova la nostra pazienza per poter fare lo stesso con gli altri e dichiarare, come sempre, ch’essi non badano ai trattati.... Il capitano macedone, che sbarcò al Pireo, vi chiese il permesso di fabbricare nei vostri porti delle navi.... Non che ci sia gran copia di legno da costruzione ad Atene, la quale invece lo importa da lontano e con gran dispendio, nè che se ne difetti in Macedonia, dove invece se ne fornisce a chiunque ne desidera, e a bassissimo prezzo. Ma essi volevano fabbricare e caricare vascelli nel nostro porto, a malgrado dei divieti del trattato. Così la loro licenza s’aggraverà ogni giorno di più....»[452].

Ma la requisitoria più grave contro lo sgoverno macedone viene dal grande Polibio messa in bocca ad un ambasciatore etolico a Sparta. «Io sono sicuro», questi si esprimeva, «che niuno oserà contraddire la mia affermazione: avere il dominio macedone segnato il principio della nostra servitù.... Esisteva in Tracia una corona di colonie ateniesi e calcidesi, fra cui spiccava per potenza e per splendore Olinto, e Filippo le ridusse tutte così ferocemente in ischiavitù, e le propose, come terribile esempio, a tutti gli altri Greci, sì da ritrarne di lì a poco l’attonita sommissione della Tessaglia». «Poscia, senza riguardar troppo per il sottile, entrò nel vostro Paese, disertò le vostre terre, rase al suolo le vostre case, e, strappandovi città e campagne, smembrò, nell’unico intento di danneggiarvi, il vostro territorio fra Argivi, Tegeati, Megalopolitani e Messeni.... A Filippo successe Alessandro, e questi, temendo che Tebe divenisse il focolare del risorgimento ellenico, s’affrettò a menarne lo scempio esecrando che voi tutti rammentate. E che dire dei successori? Nessuno ignora che Antipatro, alla dimane della battaglia di Lamia, maltrattò orribilmente gli infelici Ateniesi, come i suoi predecessori, giungendo fino a cacciarne come belve, per città e per campagne, i fuorusciti e quanti di loro avevano osato avversare, in qualsiasi modo, i principi della Macedonia. Di essi, parte tratti a forza dai templi e d’in su gli altari, finirono fra i tormenti; gli altri, espulsi da tutta la Grecia, non trovarono rifugio che presso di noi. E chi ignora l’opera di Cassandro, di Demetrio, o di Antigono Gonata?... Essi, sia introducendo guarnigioni nelle città libere, sia instaurandovi tirannidi, non ne lasciarono alcuna immune del duro marchio della servitù. Lo stesso Antigono, se vi ha guerreggiato, non l’ha fatto — come anche fra voi qualche ingenuo continua a credere — per salvare gli Achei o per infrangere la tirannide del vostro re Cleomene....». Egli vi ha combattuto «temendo e invidiando», «per infrangere le vostre speranze, per distruggere la vostra potenza....»[453].

«Se noi teniamo dunque», aveva concluso l’ignoto oratore del Trattato con Alessandro, «alla osservanza dei giuramenti e di quell’equità che nei trattati invochiamo, è nostro dovere pigliare le armi e insieme con le nazioni alleate volgerci contro i quotidiani trasgressori della propria parola»[454].

E il suo incitamento non fu inteso a sordo. Un fatto esiste, un fatto, che è l’accusa più solenne contro il dominio macedone; una circostanza che malamente gli storici si sono compiaciuti spiegare quale effetto di inconsiderata follia di libertà: la insistente, quotidiana, indomita riscossa della Grecia contro la Macedonia. Dal 338 al 196 è un incendio perenne, un continuo scoppio di malumori e di energie compresse. La Lega di Corinto è appena giurata, il cadavere di Filippo, ancora caldo, e già Atene, Tebe, la Tessaglia, l’Etolia, l’Ambracia, Argo, gli Elei, gli Arcadi, la Grecia tutta è in armi contro il successore[455]. Questi vince, rinnova la Lega, si dispone all’impresa asiatica, ossia al compimento della spedizione più gloriosa che mai la Grecia antica avesse concepito, all’esaudimento di un’ambizione secolare, al coronamento di un’opera, fatta sacra dalle memorie più fulgide degli Elleni; ma basta il falso allarme della improvvisa morte di Alessandro, perchè Atene torni ad insorgere, e, con Atene, Tebe, gli Elei, gli Etoli, gli Arcadi[456].

Alessandro s’è impegnato nella spedizione asiatica; ma in Grecia si attendono con ansia i bollettini, non delle sue vittorie, ma delle sue sconfitte; in Grecia si sospira la disfatta del Macedone[457]; in Grecia, Ateniesi, Spartani, Elei, Arcadi, Achei, Etoli, Tessali, Perrebi insorgono e guerreggiano contro il nuovo dominio e il nuovo tiranno[458]. La notizia della morte di Alessandro è appena conosciuta, che la Grecia è di nuovo invasa dalla febbre della liberazione. Atene, al primo annunzio, vuole mettersi alla testa della rivolta. «Se oggi», avverte il prudente Focione, «egli è morto, lo sarà anche domani, lo sarà doman l’altro e noi avremo agio di prendere una risoluzione ponderata»[459]. Invano! Atene, l’Etolia, la Focide, la Locride temono non arrivare in tempo, ingaggiano da sole la guerra contro il reggente della Macedonia, e le prime vittorie bastano a trascinare allo sbaraglio l’intera penisola: la Tessaglia, la Dolopia, Argo, Sicione, Epidauro, l’Argolide, la Messenia, l’Arcadia, l’Acarnania, l’Eubea....[460].

L’insurrezione è novamente domata, ma non scorrono venti anni che la venuta di Demetrio Poliorcete nell’Attica, insieme con l’annunzio menzognero della liberazione universale della Grecia, vi provocano indicibili manifestazioni di gioia. Quadrighe d’oro e statue, dedicate al novello «Salvatore», vengono poste a fianco di quelle sacre dei due eroi delle libertà ateniesi: — Armodio e Aristogitone —; a lui e al padre suo sono donate corone ricchissime d’oro, è consacrato un altare, un culto perenne; per loro vengono istituite gare annue ed annui sacrifici; le loro effigi sono intessute nel peplo sacro ad Atene, e si votano ambascerie, che si rechino ad essi con tutto l’apparato delle processioni sacre. Altri — come se ciò non bastasse — propone qualcosa di più: la consacrazione del suolo, che Demetrio aveva calcato scendendo dal carro, la largizione del titolo, riservato a Giove, di Kαταιβάτης (Colui che discende), l’istituzione di ricevimenti, pari, in solennità, alle feste di Bacco e di Démetra. E il mese di munichio, come l’ultimo giorno di ciascun mese, assumono, d’ora innanzi, il nome di Demetrio, e le solennità dionisiache sono convertite in feste Demetrie[461].

Ma, tredici anni dopo, nel 294, gli Ateniesi tornavamo ad avvedersi come la «libertà» donata dal «Salvatore» non valesse di più della tirannide degli altri. E appena Demetrio sarà divenuto re, Atene ordisce una congiura, per iscacciarne la guarnigione e instaurare sul serio quell’indipendenza, rimasta fino ad ora nome vano senza soggetto[462]. La congiura fallisce; ma sei anni più tardi, il tentativo è ripreso, e, nel 288, la sempre inquieta metropoli della Grecia ripiglia le armi. E le imbracciarono di fatti i vecchi e gli adolescenti, e venne scacciata la guarnigione macedone e battuto l’esercito accorso da Corinto alle frontiere dell’Attica[463]. L’insurrezione, ancora una volta schiacciata, risorge contro il più mite figliuolo del vincitore, Antigono Gonata. Un primo tentativo è operato nel 281 da Sparta, favorita da Atene e da quattro città della Confederazione achea[464]; ma l’eroico apogeo di tanti sovrumani sforzi è segnato dalla oscura e gloriosa guerra di Cremonide (266-63). Neanche questa volta Atene fu sola: al suo fianco lottarono Spartani, Elei, Achei, Tegeati, Mantineesi, Orcomenî, Fialei, Cafî, Cretesi. Dirigeva la riscossa un mite filosofo — Cremonide — fra i cui ammiratori era quello stesso re di Macedonia, contro il quale il suo dovere di patriota lo costringono ad imbracciare le armi. Il nuovo trattato di alleanza, fra Sparta ed Atene è — fra tanta miseria politica — documento nobilissimo di virtù civili e rammemora i più bei giorni dell’Ellade. Sparta ed Atene ricordano gli anni, in cui insieme avevano combattuto contro quanti tentavano schiacciare la nazione greca, guadagnando per sè gloria, imperitura e libertà per la patria comune. Quel tempo — esse dicono — è ora tornato, e le antiche rivali giurano, oggi e sempre, di rimanere, fianco a fianco, in armi contro i nuovi, non meno pericolosi, nemici della libertà[465].

Il popolo di Atene aveva invitato tutti i cittadini e gli abitanti dell’Attica a contribuire in danaro. Il limite minimo era stato fissato in 50 dramme (L. 50); quello massimo, in 200 (L. 200). Or bene, dei settantasette versamenti effettuati che noi conosciamo, due soltanto discendono a 70 dramme; nove a 100; i sessantasei rimanenti toccano il massimo stabilito.

Ma anche questo supremo tentativo fu vano. Atene piegò dinanzi alle forze soverchianti del vincitore, e la tradizione volle simboleggiarne la catastrofe nella leggenda della morte del poeta Filemone. Filemone abitava al Pireo; egli era allora vecchissimo, quasi centenario. Una notte vide in sogno, o gli parve di vedere, nove fanciulle uscire di casa sua. Chiese perchè lo lasciassero, e quelle risposero che partivano per non assistere alla ruina di Atene. Filemone raccontò il sogno al ragazzo che lo serviva, si levò, terminò il dramma, al quale accudiva, si ravvolse in una coperta per dormire, nè più si destò[466]. «Non era già da un poeta, tepidamente amato dalle Muse», commenta un grande storico moderno, «che queste si dipartivano per non assistere alla sua morte; esse partivano, recando seco, per sottrarlo all’ora funesta della vittoria nemica, un uomo dabbene, caro agli Dei, il superstite estremo dell’antica età, un uomo, che aveva visto i bei giorni di Atene e gli anni più fiorenti di gloria e di energia di Demostene, e per suo mezzo annunziavano alla città tanto amata, che anch’esse erano ormai costrette ad abbandonarla per sempre»[467].

Così lunghi decenni di sofferenze e di vane aspirazioni proromperanno in uno scoppio folle di gioia all’istante, in cui, nella primavera del 196, ai Greci, convocati solennemente pei giuochi istmici, un araldo romano annunzierà quella liberazione dall’imperialismo macedone, ch’era stata il sospiro sesquisecolare della Grecia.

Allorquando, narrano i cronisti, il banditore annunziò l’inaudito messaggio, l’assemblea parve soccombere all’eccesso dell’emozione e della gioia. Non si era sicuri di avere udito bene, tutti si guardavano a vicenda, quasi sospettassero di essere cullati dalla illusione di un sogno. Si richiamò l’araldo, lo si voleva riudire, lui che aveva parlato la parola della liberazione; sopra tutto, lo si voleva vedere. Egli ripetè il messaggio. Quand’ebbe terminato, la folla proruppe in manifestazioni ed in applausi così clamorosi che gli echi del mare vicino ne furono scossi. Per un momento il console romano, del quale l’araldo non aveva fatto che ripetere la volontà e la parola, rischiò di perire soffocato tra le acclamazioni della folla. Il popolo gli si voleva stringere intorno, per rendergli grazie, per goderne la vista, per isfiorargli la destra redentrice. Lo si coperse di ghirlande, di fiori, di nastri.... Gli furono decretate statue in tutte le città greche, fu votata una ambasceria, recante corone d’oro al senato romano. Tutte le città elleniche vennero inscritte nel novero degli alleati di Roma. La libertà, il più caro dei beni pei Greci, veniva finalmente restituita! La protesta contro la secolare tirannide, ringoiata per lustri interminabili di dolore, rompeva liberamente nella frenesia di un inno di gioia![468]


Tali le sorti, tale la reazione della Grecia ai colpi dell’imperialismo cittadino e straniero. Ma fra gli effetti disastrosi, che questo provocava, ce n’era uno, che, divenendo a sua volta causa di mille altre conseguenze, veniva ad esercitare su tutta la nazione, un’efficacia più grande di quella del fenomeno originario, che l’aveva determinato. L’imperialismo sboccava fatalmente nella guerra, e di questa, come dei suoi effetti, dovremo intrattenerci nelle pagine che seguono.