Se si calcola inoltre che, dalla seconda metà del secolo V, le maggiori imprese militari di Atene furono tutte marittime; che, almeno fin dalla prima metà del IV, lo Stato non assicurava più, come nel V, la mercede a tutto l’equipaggio, ma ai soli remiganti, dinanzi ai quali, del resto, il trierarca rimaneva moralmente e direttamente impegnato[125]; che fin d’allora neanche i componenti l’equipaggio o i remiganti venivano forniti in numero sufficiente e di qualità adeguata[126], per cui toccò più volte al trierarca, acquistarne dei nuovi, stipendiarli e, magari, regalarli abbondantemente[127]; quando si riflette che la difettosa legislazione, la lungaggine amministrativa, la forzata taccagneria dell’erario vennero procurando ai trierarchi brighe gravi e molteplici, sì da distorli dal reclamo di quegli arredi, cui avevano diritto[128], s’intenderà facilmente come l’ottemperanza al dovere della trierarchia potesse, durante una sola guerra, trascinare alla perdizione gran numero di cospicue famiglie ateniesi[129].
Ma, come se ciò non bastasse, fin dalla Guerra del Peloponneso, i trierarchi in carica, o, magari, uno solo fra essi, dovettero garantire per il successore od il collega[130] anticipando, al solito, per periodi di tempo indefiniti, le spese necessarie, e, finalmente, dopo il 357, come già era avvenuto per la eisphorà, i trecento più ricchi ateniesi furono, davanti allo Stato, fatti responsabili delle contribuzioni dei rimanenti e tenuti all’anticipazione delle somme che sarebbero occorse[131]. Ma, poichè il numero dei trierarchi venne contemporaneamente fissato a 1200, la loro cifra per nave, e quindi la ripartizione degli oneri, variò in proporzione inversa della quantità delle triremi richieste.
Non si poteva non ricorrere alla menzogna ed alla frode. E i nuovi liturgi — è il nome che il diritto pubblico ateniese assegnava a questi, più o meno volontarî, contribuenti — furono più fortunati o più abili dei futuri decurioni del basso Impero romano: appaltando a dei terzi la trierarchia[132], riserbando per sè la riscossione dell’intera somma dei soci meno abbienti, valendosi all’uopo dei mezzi più odiosi; violando, in una parola, lo spirito della legge, finirono per collaborare a quella rovina delle medie e delle piccole fortune dell’Attica[133], che già altre cause non meno inscongiurabili, andavano provocando.
Le eisphorai e l’obbligo della trierarchia non esaurivano la serie delle liturgie e dei danni suscitati dalla necessità della guerra e gravanti sui cittadini ateniesi. Il loro buon volere veniva altresì sollecitato dalle contribuzioni volontarie, le così dette epidoseis[134], il cui versamento, manifestatane l’intenzione, diveniva obbligatorio, e ogni suo postumo rifiuto cadeva sotto le sanzioni penali comminate dalla legge[135].
Riassumendo in breve giro di frasi gli effetti delle imposte straordinarie di guerra, così Senofonte induceva Socrate ad esprimersi: «Se scoppia una guerra, tu sarai nominato trierarca, e con la trierarchia sarai gravato di tali e tanti gravami che non potrai riuscire a sostenerli. E se opineranno che tu non ti comporti con prodigalità, ti colpiranno con lo stesso rigore con cui se ti sorprendessero a rubare le loro sostanze....»[136]. Nè si trattava di amplificazioni retoriche. Sin dallo scorcio del secolo V, una nuova taglia, rivoluzionaria sì, ma, pur troppo, regolare, venne a gravare sui più abbienti: quella confisca dei beni, che avrebbe dovuto rappresentare una legale punizione dei reati comuni o politici, e che, invece, ora, diviene a poco a poco una delle entrate ordinarie del bilancio ateniese. «Gli è più pericoloso», dirà Isocrate, «essere tenuto per ricco che avere perpetrato un delitto.... Di questo si può ottenere grazia o indulgenza, mentre la ricchezza condanna irremissibilmente a perire....»[137]. E ad Atene, nei frangenti più gravi, come negli anni più foschi della Rivoluzione francese le misure giacobine non mancarono mai nell’ordine del giorno della vita pubblica, sì che, attraverso le delazioni e le montature dei facili sicofanti, il Moloch della guerra ingoiò facilmente, insieme con le fortune, il sangue e l’onore dei cittadini[138].
Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era — con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie ordinarie, ad esempio, la così detta coregia, sopperissero magari due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per società[140]. In maniera analoga, la trierarchia cedette il posto alla syntrierarchia, per la quale le spese dell’arredamento e della manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141], e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per società[142].
Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari. Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].
Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza. Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi, se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145], e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa, almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire, chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV, Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e, quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato, «quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti, e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero, e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori, che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre ridotti a sì dolorose strettezze»[152].
Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli apparivano quelle della popolazione minuta della città e della campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva senz’altro come indigente[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la città si levano grida di dolore e di passione»[154].
Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della plebs urbana della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini, il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche elemosina[156].
E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma, così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze dell’erario[157].
Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo servizio di pubblica assistenza[158].
Ma, mentre in alto e in basso s’impoveriva, le guerre continue, la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e, peggio ancora, dei forestieri, i così detti meteci che vivevano e lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri, grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]: essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio, fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi. Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna, cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?
Epilogo inscongiurabile di tanta rovina sopraggiungeva il sintomo doloroso della depopolazione, derivante, per un verso, dall’accresciuta mortalità a cagione della miseria, della guerra, delle conseguenti epidemie, che, specie fin dal terzo secolo a. C. flagellarono periodicamente l’intera Grecia, per un altro, dalla scemata natalità, effetto a sua volta dell’aumento del celibato e della previdibile attuazione di un maltusianismo avant lettre[161], specie da parte dei componenti il medio ceto, il più preoccupato e minacciato di rovina[162].
Dei cittadini ateniesi maschi adulti, che, nell’età di Pericle ascendevano a 35.000, se ne contavano alla fine dello stesso secolo, non più di 20.000; la cifra dei forestieri s’era dimezzata; la popolazione totale, compresi gli schiavi, ridotta da 250.000 a 130.000 anime[163]. Il corso del IV secolo, non ostante la legge naturale del progressivo incremento numerico di ogni umana società; non ostante il fatto che Atene in questo tempo, se vive in un perenne stato di guerra, non attraversa crisi colossali come quella, già oltrepassata, della Guerra peloponnesiaca; il quarto secolo — diciamo — non riesce a risollevare la cifra della popolazione della Città. Quando esso sta per tramontare, i cittadini ateniesi sono ancora 20.000[164]. E poichè, se forse crebbe il numero degli stranieri[165], non aumentò certo quello degli schiavi[166], deve indursi che, alla fine di questo periodo, l’Attica non superava il numero di abitanti che il secolo precedente vi aveva lasciati. Nei duecento anni successivi, la popolazione dovette certamente scemare, sebbene noi non abbiamo alcun mezzo per giungere ad una valutazione numerica. La prima guerra mitridatica doveva dare l’ultimo colpo. Dopo di allora l’Attica non potè risollevarsi[167], e divenne una quantità insignificante nella storia demografica della Grecia antica.
Il fatto evidente della depopolazione non impediva la tragica contradittoria sensazione di un eccesso di popolazione. Mentre nell’Attica la vita si rendeva ogni giorno più tormentosa, dai territori degli alleati ribelli, dalle colonie, schiantate o minacciate, da ogni angolo del vecchio impero ateniese, tornavano, coatte o volontarie, le schiere dei cleruchi, orde di emigranti disfatti, senza averi, senza fede, senza speranze, rigagnoli affluenti alla miseria della popolazione della metropoli[168].
Il danno, che dal loro ritorno procedeva, non era puramente transitorio. L’abbiamo visto: il problema della sovrapopolazione, nel mondo ellenico, e per motivi affatto estranei a quelli naturali, era uno dei più gravi e temibili[169]. A complicarlo, la perdita delle colonie creava, in mezzo alla miseria attuale, un fomite nuovo di miseria futura, cui non era possibile rimediare se non con la riconquista dei territori perduti. Ma, poichè, nel maggior numero dei casi, tale fortuna dipendeva dal ricupero della supremazia politica, alla quale era mezzo il pericoloso riaccendersi della guerra, riusciva difficile trovare chi non vi preferisse un volontario, lento, rassegnato suicidio. Atene, infatti, sia al costituirsi della sua terza federazione marittima, sia al preponderare dell’ingerenza macedone e romana, fu costretta a rinunziare apertamente all’acquisto o all’ipoteca, sia privata che pubblica, di case e di terreni nei Paesi alleati, sotto pena di vedersene confiscati gli acquisti[170].
Poichè, in siffatta guisa, ogni sbocco all’emigrazione era tagliato, si cominciarono fin dal IV secolo a formare compagnie di ventura, avide di bottino, destituite di ritegno, pronte a passare agli stipendi del maggior offerente, minaccia continua alla pubblica e alla privata tranquillità. E se nel 402-01 era stato difficile radunare, per conto di Ciro il giovane, 10.000 mercenari, e la maggior parte s’erano dovuti allettare con stipendi favolosi[171] e con promesse irrealizzabili, più tardi, i mercenari greci, costituirono, quasi esclusivamente, i nuovi eserciti nazionali e stranieri[172]. I ruinati della guerra erano adesso divenuti i ministri quotidiani della sua opera di distruzione!
Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo inferire dalla storia politica ateniese.
La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo, nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene, la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418, ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176]; il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al 10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407, Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea (394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe 18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000 Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai 40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che, in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2% al 6% della popolazione complessiva.
Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000 ca.), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito «intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000 circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.
Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida (387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica; ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore, cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa rovesciata dalle fondamenta.
Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene? Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza, ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii, di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia antica!
Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo il peso enorme delle eisphorai ateniesi. Ma esse non sono un esempio isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].
Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori, stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci, infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare, e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice, e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].
Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari, condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare, tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188]. Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle singole città.
Anzi tutto le guerre civili in permanenza!
Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno, sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente, materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide, «le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica fatica combattere e trucidarsi a vicenda.
Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora, l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e la vendetta.
Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni, le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati, erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista, ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno, Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo) raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C., il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese. Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e 1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300 gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara, in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600 nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].
Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000 esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che 1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira — 1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4 o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro di anni.
I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata, appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso, intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della vendetta.
L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono, non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria, anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica coltura.
Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento, dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate, esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del 324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari cioè a 1⁄10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi, infiniti turbamenti.
Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni», avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto, «offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato. Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia, appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’agorà sarebbero dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando, finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata nel Panegirico, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo, dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.
Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la decadenza dei singoli Stati greci.
Dopo l’urto persiano le città greche dell’Asia Minore e dell’Eubea, che per l’innanzi avevano figurato all’avanguardia del progresso, decadono quasi d’un tratto[204], e la incerta resurrezione di taluna sarà più tardi soffocata dalla posteriore invasione di Alessandro Magno[205]. Egina, che fin dalle guerre mediche era, insieme con Corinto, divenuta primo emporio dell’Egeo, perde ogni importanza in seguito alla conquista ateniese del 457 ed all’esilio, cui, più tardi, la sua conquistatrice costringerà la grande massa della borghesia indigena[206]. La decadenza delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia coincide con l’aggravarsi delle guerre con le popolazioni indigene e, poco di poi, con l’invasione romana. La grande Sibari era già, fin dal settimo secolo, perita sotto il ferro sterminatore dei Crotoniati. Crotone, malconcia dalle ostilità dei Bruzzi e dei Lucani, vide, al tempo della guerra annibalica, la sua abbondante popolazione discendere a 2000 cittadini[207]. Turii, Cuma, Posidonia, Pyxus, Laos, la seguirono tosto nella disgrazia. La gloria di Siracusa, regina delle colonie elleniche, si oscura per non più riaccendersi, con la prima e con la seconda Guerra punica. Le due Guerre puniche, spopolano e abbrutiscono la Sicilia greca[208]; l’una e l’altra, insieme con la Guerra tarantina, sospingono nel sepolcro Taranto: le Guerre Sacre provocano la rovina della Focide; le invasioni romano-macedoni e le contese locali devastano, nel III secolo, l’Acarnania[209] e il Peloponneso[210]; distruggono la gloria di Megara[211]. La guerra di Roma contro gli Averni del 121 a. C. e, peggio ancora, le operazioni della seconda guerra civile, demoliscono la potenza e la gloria della grande colonia focese di Marsiglia, privata così «di tutto, salvo che del nome vano della libertà»[212]. La terza macedonica annienta la fortuna di Rodi, decimata dei suoi redditi coloniali, interdetta nei lucrosi commerci con la Macedonia, impacciata, politicamente e commercialmente, da una gelosa sorveglianza, debellata dalla concorrenza di Delo, che Roma proclama porto franco[213]. E con Rodi finisce Corinto, spogliata del suo primato dalla numerosa serie di ostilità peloponnesiache, e, dall’invasione romana, precipitata nella polvere, mutilata delle sue mura, delle sue torri, dei suoi templi, depredata dei suoi tesori, delle sue divinità, dei suoi palazzi, vergine bellissima, colta, e «divorata dalla guerra», su cui soltanto le Nereidi restano, quali alcioni, a piangerne la sventura[214].
Delle sue spoglie arricchisce Delo, ma anche alla regina delle Cicladi toccherà subire dalla guerra il fatale colpo di grazia. Le invasioni mitridatiche ne inizieranno la catastrofe, le incursioni piratiche l’affretteranno, ed essa seguirà, rassegnata, come a fato implacabile, la sorte di Atene, di Rodi, di Corinto. La sua fine, come il tracollo di ogni grandezza, disperatamente sognata e per un istante raggiunta, ci stringe il cuore più di quella delle sue spente rivali. «Fosse piaciuto agli Dei», geme l’Isola santa nel carme di un ignoto poeta, «fosse piaciuto agli Dei di lasciarmi vagare in balìa, di tutti i venti.... Sarei meno infelice! Oh quante navi passano noncuranti dinanzi a me, ch’ero in altra età oggetto del culto dell’Ellade, divenuta ormai sterile e selvaggia: tarda, ma dura vendetta della crudele Giunone....»[215].
Su tanto sepolcro di vivi recitava Isocrate il suo disperato elogio della pace. Correva uno degli anni più tristi dell’ultima guerra d’Atene contro i suoi stessi alleati — la Guerra sociale del 357-355 —, e ai suoi cittadini così egli prendeva a parlare: «È costume di tutti coloro, i quali arringano da questa tribuna, ripetere che il soggetto, di cui s’intratterranno, è d’interesse sommo e vitale per la repubblica. Or bene, se mai vi fu occasione degna d’un simile esordio, essa è la presente, nella quale noi ci accingiamo a discutere della pace e della guerra, cioè a dire di quello che sovra ogni altro pesa sulla vita degli uomini.... Io vi dirò che la pace arreca assai più utile che non gli sforzi febbrili della conquista; che la giustizia giova più della iniquità e la sollecitudine delle cose proprie più della brama di quelle altrui.... Mai danno alcuno ci venne da coloro che ci consigliarono la pace, mentre le nostre grandi e numerose calamità derivarono tutte da quegli altri, che temerariamente ci incitarono alla guerra.... La guerra ci privò di ogni cosa: della sicurezza del nostro Paese, della possibilità di procacciarci quanto occorre alla vita, della concordia in patria, del buon nome presso i Greci...; ci fece poveri, ci gittò in mezzo a pericoli infiniti...; ci infamò presso i nostri connazionali...; ci rapì per ben due volte l’antica, gloriosa costituzione...: ci colmò in una parola di malanni....»[216]. Or bene, «se faremo la pace», «godremo nella nostra repubblica senza timore alcuno, senza le guerre, i pericoli, i turbamenti, nei quali siamo tutti precipitati, ed ogni giorno accresceremo la nostra ricchezza, esenti da tributi, da trierarchie, dai restanti obblighi militari, e, sicuri, coltiveremo i campi, navigheremo, attenderemo a tutte quelle altre occupazioni, che ora, a cagione della guerra, giacciono neglette. I redditi della città raddoppieranno e la rivedremo piena di mercanti, di stranieri, di meteci.... Io tengo per fermo che in tal guisa la nostra repubblica rifiorirà..., e noi stessi diverremo migliori, e tutto sarà per progredire»[217].
Una tesi identica sosteneva, nello stesso tempo, Senofonte, o chi fu l’autore del famoso opuscolo su L’entrate di Atene[218], indagando un sistema di economia pubblica, in cui la sua città, per vivere, avesse potuto fare a meno delle pericolose seduzioni della guerra: «Felicissimi sono gli Stati, che poterono godere a lungo della pace, e tale è Atene da poter prosperare nella pace sopra tutte le altre....». «Chi persiste a credere a noi più vantaggiosa la guerra per le ricchezze che ci apporterebbe interroghi l’esperienza dei secoli ed il nostro passato. Troverà che la città, divenuta un tempo ricchissima nella pace, ebbe tutto divorato dalla guerra; troverà che anche nell’età nostra, a motivo della guerra, molte pubbliche entrate vennero meno, e le altre che continuarono ad affluire, furono dissipate in esigenze varie e diverse. Ma, dopo che sul mare è tornata la pace, esse sono cresciute ed i cittadini hanno potuto usare dei propri beni a proprio talento»[219]. Con la pace torneranno a convergere in Atene mercanti, navigatori, industriali, artisti, poeti, filosofi, operai, quanti lucrano coi doni dello spirito e del corpo quanti faticano col pensiero e con la mano. I ricchi andranno esenti da spese militari, il popolo abbonderà di tutto quanto è necessario alla vita, le feste saranno solennizzate con maggior sfarzo, gli edifizi pubblici, restaurati[220], lo Stato riconquisterà la stima e il rispetto degli Elleni[221]: tutte le classi sociali esulteranno[222].
Ma nè Isocrate, nè Senofonte porranno nell’ardore per la pace l’entusiasmo, l’impeto, la frenesia, che esagitava il cuore di Aristofane, un uomo, il quale, pure, come lo definisce un moderno, fu «uno degli spiriti più acri, più mordaci, più spietati», «il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte»[223]. È un inno d’amore, una melodia ineffabile di dolcezza e di benessere, con la quale può soltanto rivaleggiare l’inno più antico, ma più solenne, di Bacchilide: «L’alma pace largisce ai mortali la ricchezza e il fiore dei carmi soavi e fa che in sugli altari degli Dei, sublimati dall’arte, ardano tra i riflessi d’oro delle fiamme, le membra dei buoi e delle pecore vellose, popola i ginnasi, le aule e i banchetti, di giovani, le vie, di lieti simposî, e d’inni, l’aria e le labbra infantili»[224].
Ma Aristofane non era soltanto un poeta; egli parlava a nome di intere masse sociali, di tutti gli stanchi, di tutti i ruinati, di tutti gli agiati, di quanti ogni cosa avevano perduto e di quanti avevano diritto a non perderla, e rendeva il sentimento della oscura, e pur non immemore, popolazione dei campi[225]. E che fremiti, che applausi non dovettero accompagnare taluno dei brani lirici o dei recitativi delle sue comedie! In quanti cuori non dovettero trovare eco le parole, ch’egli metteva in bocca al suo coro di contadini, all’annunzio della pace, che chiudeva l’interminabile guerra del Peloponneso. «O giorno dolce ai giusti ed agli agricoltori! Io ti ho sospirato, ed ora corro a rivedere le vigne ed i fichi, che piantai nella mia giovinezza. Io anelo di risalutarli dopo sì lunga assenza!»[226]. Ah, quei fichi, quegli olivi, quelle vigne, quell’agiatezza sicura e tranquilla, quella pace serena, mista di azzurro, di verde, di profumi, di viole, in cui il vaporare delle zolle si mesce all’ardore acre delle pareti di una casetta rustica e del frutto dei campi e delle greggi![227]. «Oh, soggiornare in campagna, coltivando l’attiguo bocconcino di terra, lungi dalla febbre dell’agorà! Possedere un paio di buoi, poscia ascoltare il belare del gregge e il gocciare del mosto nel tinello; regalarsi per companatico qualche tordo o magari qualche fringuello, nè essere costretti ad attendere al mercato il pesce stantio di tre giorni, che il rigattiere pesa con false bilancie: questa è la Pace»[228].
«O Pace, o Veneranda donatrice delle uve, con quali parole vorrò io salutarti?... Salve, o Ricchezza dei campi, salve o Amica dell’arte! Come sei bella! Qual alito soave non viene dal tuo cuore, alito dolcissimo, come di requie e di profumi!... Tu olezzi di frutta, di conviti, di Dionisiache, di tibie, di tragedie e di carmi di Sofocle.... Tu olezzi di edera, di mosto, di belanti pecore, di seni di donne, che corrono alla campagna». «Al tuo apparire le città riconciliate conversano e sorridono, ancorchè affrante di dolori e di ferite». «Com’è glorioso un martello da lavoro ben saldo! Come brillano al sole le vanghe!... Tu, o Pace, eri pei contadini il fresco grano e la buona salute; perciò oggi, al rivederti, le vigne e i piccoli fischi e le piante tutte esulteranno»[229].
Ma non saranno le parole di Aristofane a convertire gli spiriti dei suoi concittadini. Questo felice successo toccherà solo alla reazione che verrà dalla continua, assillante, infinita pena della guerra. Ancora settant’anni, e Demostene non troverà nella sua patria che vuoto od inerzia, e scambierà l’una e l’altra col tradimento. Ogni sforzo, ogni sacrificio è divenuto insopportabile. Oh, la pace! La pace! La tranquillità agiata e laboriosa, per cui non ci saranno più nè esili, nè esecuzioni, nè confische, nè spartizioni di suolo e di ricchezze![230].
Troppo tardi! La pace ora non darà che l’oscurità, la decadenza, la servitù. Alla tirannia macedone seguirà quella romana, tanto più fatale, quanto più bramata. E allora, mentre Polibio gemerà pensoso[231] che, pur senza epidemie e senza guerre devastatrici, le città rimangono miserande e spopolate, la Grecia, nell’illusione di ricominciare la sua vita, non si accorgerà di avere smarrito le ragioni medesime della propria esistenza!