Siamo in vista della Canea. La piccola città biancheggiante ci appare lontana oltre le sette corazzate che le stanno a guardia.
Distesa in un grande arco di spiaggia e sui colli circostanti, soverchiata da alte montagne, velate in parte dalla nebbia del mattino, ci arride, nel primo sole, con la grazia dei suoi minareti a guglia che escono dal folto e si appuntano al cielo, esilissimi, a simiglianza di singolari lance. E tutto un biancore l’avvolge, la pervade nella indicibile soavità di un cielo tersissimo; e in alto, il mattino distende i suoi veli orientali di ambre e d’oro.
Non si ode che lo scrosciare delle acque sotto l’impeto della prora. Navighiamo fra i monti di Akrotiri e il capo Spada, in uno specchio di mare di un colore blu metallico, limpido come una gemma e molle come occhi umidi nel piantoriso.
La catena dell’aspra Vuna spegne l’asprezza de’ suoi contorni in soffuse opacità violacee e ha il colore della perla nelle vette più ardue e riluce in parte nell’oro pallido del sole mattutino. Magnifico velario contro i cieli.
Le ampie valli sono solchi di penombre lucenti; discendono dall’alto fino alla profondità più cupa: prima esili rivi fra dirupo e dirupo, poi torrenti e fiumi e ampiezze luminose; accompagnano la montagna, ne assecondano i fianchi, ne segnano le ferite millenarie, le voragini e gli abissi. E, viste dal mare, da questa lontananza fascinatrice, non sono più di una lucente penombra, di una vita di nebbie, le quali salgono e vi si diffondono e si tramutano di colore in colore, finchè il sole non le dissolva.
I dorsi, le creste, le asperità dei dirupi gettano una grande ombra obliqua, acquistano un rilievo maggiore ma addolcito nella carezza dell’ora. Sembra quasi che la scena portentosa debba scomparire col morir del mattino, tanto appare lieve sui cieli e indefinita. Quattro ricchi cretesi sono con me sul ponte e guardano senza nulla dire, chiuso il volto in un atteggiamento di fierezza sdegnosa. Quando sono salito, essi erano già fermi agli appoggiatoi, scrutanti le nebbie color d’asfodelo; poi l’isola è apparsa; sono apparse prima le montagne dell’aspra Vuna, non più chiare di una remotissima nube estiva fra cielo e mare, sospese nell’aria come un favoloso continente irraggiungibile; poi i contorni si sono precisati fin verso il mare e si sono delineate le coste e i monti di Akrotiri e quelli di Psakon, e più lontano, verso il sol levante, il gruppo dei Psiloriti. I quattro isolani non hanno parlato, nè si sono guardati; forse sapevano di pensare la stessa cosa, e la parola era inutile a esprimere un sentimento comune. Seguivano il sorgere della loro isola dalle profondità marine, quieti e taciturni, in null’altro compresi se non nella ferma gagliardia di una volontà improntata alla saldezza delle grandi montagne che si vestono di nevi e di silenzio.
Io sento, in questo prodigioso levarsi di una terra e del sole dai concavi orizzonti marini, sento la vaga trepidazione che coglie l’anima protesa verso gl’improvvisi incantesimi della bellezza divina; e tanto più si avviva in me tale trepidazione, quanto più chiare salgono le voci della leggenda e della storia, evocanti miti nebulosi e scorci possenti di vita. È la culla di una fra le più remote civiltà mediterranee che sta dinnanzi a noi, ogni palmo di questa terra è sacro alla storia del nostro pensiero. Dall’antica Keftò degli egiziani partì la prima luce che accese la grande anima ellenica, di qui ebbe principio il nostro cammino ascensionale.
Quante volte non abbiamo veduto nella spettrale grandiosità di un sogno i favoleggiati palazzi regali elevantisi verso il sole in un impeto titanico? Ne parlavano le fiabe, le quali sono le esili e disformi voci della storia che muore nel silenzio dei tempi; ebbene, forse da quest’isola ne partì la prima voce allorchè si sparse la fama del palazzo minoico nel quale il re sacerdote imperava. Era immenso come una città; cinto da altari e da terrazze, ricco di giardini e di ville, intricato come un laberinto, ampio e solenne come una montagna.
Mille aspetti tumultuano nella mente mia. Non uno fra noi pronuncia parola; siamo tutti volti verso la grandiosità nuova che ci accoglie.
Passiamo fra le grigie corazzate; qualche bandiera si inalbera a saluto; procediamo più adagio verso il minuscolo porto. Già si distinguono le grandi mura veneziane.
Gettiamo l’àncora; il raccoglimento è interrotto. Qualche barca si muove ad incontrarci; grida e comandi si incrociano sul ponte, che si anima sempre più.
L’isola omerica dalle cento città ci accoglie in un’onda di sole e di gaiezza.
Ho percorso i quartieri più remoti, ho atteso i contadini alle porte della città, ho interrogato tutti gli aspetti, ho visitato a parte a parte i quartieri mussulmani per trovare una benchè minima traccia di agitazione, di apprensività; ma invano. La Canea è tanto tranquilla quanto può esserlo una nostra città di provincia sotto la violenza della canicola.
Ciò non toglie che dall’oggi al domani, così in un battibaleno, non possa divampare un incendio. Tutti sono armati fino ai denti; al classico pugnale dall’impugnatura d’argento si è aggiunto il fucile, un ottimo fucile a otto colpi che fino a qualche giorno fa si vendeva a sei franchi; sono armati i cristiani come sono armati i mussulmani; ogni casa è convertita in fortezza; si vocifera anche di depositi di dinamite. È una pace armata.
La gente ride, siede ai caffè, ozia, canta, sbadiglia, legge i giornali, ma da un attimo all’altro può balzare in piedi pronta al combattimento. Nè la cosa la sorprenderebbe, nè credo fosse per dispiacerle.
Per dimostrare lo stato d’animo che si nasconde sotto tale calma apparente narrerò un fatto occorso in questi giorni alla Canea.
Un giovinotto cretese si era fidanzato con una bella figliuola dagli ampi fianchi ma, a quel che pare, non bastandogli l’amore della fidanzata, aveva cercato l’amore della madre di lei. Accadde così che il marito, venuto a cognizione di tale illecito intreccio pensasse di risolverlo con decisa energia. Armatosi di tutto punto attese il momento propizio, giunto il quale, irruppe in casa e diresse sui colpevoli un ben nutrito fuoco di fucileria. E fu dal punto risolutivo della tragedia domestica che la cosa minacciò di assumere un aspetto ben differente e ben più serio.
Non appena dalle strade e dalle piazze furono uditi i primi colpi, nacque un vero tumulto.
Fulmineamente si sparse la voce che i contadini erano discesi ad assaltare la città, che già ne avevano invasa la parte alta dando fuoco alle case e saccheggiando. Si temette una strage. I mussulmani corsero alle armi. Si vide in breve tutta la Canea invasa da gente farneticante la quale correva in varie direzioni impugnando minacciosamente il fucile. Anche i giovinetti erano armati. Bastava l’imprudenza o la soverchia eccitazione di qualcuno a far nascere un massacro. Ciò non avvenne perchè si riseppe la causa prima che aveva originato il panico improvviso e, poco alla volta, la fittizia calma ritornò.
A Rettimo è avvenuto qualcosa di simile; causa, un fucile che esplose cadendo dalle mani di un gendarme. I mussulmani vivono nel timore continuo di una rappresaglia da parte dei cristiani, ma non lo manifestano. Tutto è ordinariamente tranquillo e si svolge nella pace dei rapporti consueti.
Ora, su l’entrata del porto, non è issata alcuna bandiera; i marinai delle sette navi montano la guardia per turno e i cretesi attendono la decisione delle Potenze. Attendono tranquillamente fiduciosi. Basterebbe però la sola presenza di una nave turca nelle acque di Creta a far divampare la rivolta. A ciò tutti sono risoluti con fermezza, nè i consigli di Michelidakis, di Venizèlos e di Loghiades, che sono i capi del governo dimissionario, potrebbero far desistere un solo uomo dal partecipare ad una insurrezione che è nella coscienza comune.
Il nazionalismo ha ferventi seguaci, in quest’isola, tutti i cristiani, non uno eccettuato, e sono la grande maggioranza. Benchè si dividano in partiti; o meglio: benchè vengano parteggiando o per Venizèlos o per Kùnduros, il quale rappresenterebbe una supposta opposizione al Governo dimissionario, opposizione unicamente risolvibile nel desiderio del sopravalere, sono in fondo uniti e solidali nella volontà dell’annessione alla Grecia. Tale volontà è il fuoco fisso verso il quale si appunta ogni energia. Non vi sarebbe possibilità alcuna di governo autonomo, nè di calma se le Potenze pensassero di abbandonare Canea. Inoltre l’isola non ha tuttora in sè tali e tante risorse da poter costituirsi in istato autonomo; ha bensì tutto un popolo di soldati forti, resistenti, sobrii, tutto un popolo che è pronto a sacrificarsi per la causa che difende. E non v’ha in ciò alcuna esagerazione rettorica.
Girando per la città si vedono tuttavia le traccie delle antiche lotte; sono case sventrate, diroccate, annerite dagli incendi. Pare siano lasciate in tale stato in segno di minaccia.
Domani si potrebbe ricominciare. Basterebbe una parola di Venizèlos o di Kùnduros a raccogliere quattro, cinque, seimila armati da un’ora all’altra. La cosa che sarebbe impossibile in altri luoghi è, qui, lo stato di fatto quotidiano. Combattere è un giuoco per questa gente. I contadini, al faticoso lavoro dei campi, preferiscono la battaglia. L’entusiasmo li accende; sono fermi ed eroici. Tipi di atleti dall’alta fronte che si infosca sotto le chiome selvaggiamente scomposte. Uomini bellissimi, diritti come antenne, dal profilo classico. Sorridono di rado, parlano poco, hanno gli occhi assorti di continuo come in una visione interiore. Mi ricordano il David michelangiolesco: la stessa snella vigoria; la stessa compostezza fieramente sdegnosa; la stessa struttura armonicamente maschia.
Gli eroi omerici non dovevano essere dissimili da questi loro lontani nepoti. È una razza sana ed incorrotta che ha mantenuto nei secoli le sue virtù primigenie. Il mare e la loro natura sdegnosa e le tradizioni che osservano rigorosamente li hanno difesi da contatti che avrebbero disperso la loro magnifica eredità. Nelle loro virtù essenziali sono oggi come erano mille anni fa. Lo stesso istinto guerriero lo dimostra. Ora con un popolo simile la ragion diplomatica avrà effetto sicuro finchè risponderà ai desideri di lui; il giorno in cui se ne allontani resterà lettera morta. Queste genti si potranno vincere con la forza, ma non convincere; si potranno incatenare, ma non domare. Si domano gli imbelli e non i popoli decisi agli estremi sacrifizî. La coscienza nazionale è qui radicata fin nell’ultimo montanaro isolato lungo i dirupi dell’aspra Vuna; si sa ciò che si vuole e si attende. Sinchè le Potenze restano, tutto si manterrà tranquillo; ma domani? Del domani non se ne parla, si attende in un silenzio sdegnoso. Le Potenze sanno come le decisioni siano ferme nell’animo di tale popolo e come nulla possa trattenerlo dal porle ad effetto.
La bandiera greca è stata abbassata dai marinai delle Potenze; non già da mani cretesi. Quando si seppe che il Governo Provvisorio, pur ossequente alla volontà degli Stati protettori, aveva deciso di far abbassare la bandiera greca issata all’imboccatura del porto, un migliaio di contadini, armati di fucili, irruppe in città e per tutta la notte montò la guardia all’antenna, deciso agli estremi; se un gendarme o un politofilakes (guardie di città) avesse eseguito gli ordini, si sarebbe esposto a morte sicura.
Per questo il Governo, trovatosi di fronte alla inflessibile volontà popolare, anzichè far nascere la guerra si è dimesso.
Ora fra i rappresentanti dei quattro Stati e i capi del Governo dimissionario corrono continue trattative le quali a ben poco approderanno se vorranno aggirarsi all’infuori dei due corni del dilemma cretese: l’occupazione straniera o l’annessione alla Grecia. Non si vede per ora altra via risolutiva.
Frattanto due volte al giorno, dalla mia camera che guarda il porto, odo il canto del muezzin il quale, dal minareto della moschea di Yalì chiama i fedeli alla preghiera.
E i fedeli si raccolgono tranquillamente in questo punto più animato della città ed entrano ed escono dalla moschea senza che nessuno si occupi delle faccende loro.
Io non so se i mussulmani siano amati dai cristiani di Canea, so di certo che sono rispettati sempre. All’infuori della ragion politica, vige, fra queste genti, la maggiore tolleranza. Un vero e proprio odio di razza non vive se non nella fantasia dei giornalisti sbrigliati; poi non è ben detto odio di razza, perchè tanto i mussulmani quanto i cristiani appartengono ad uno stesso ceppo, parlano una stessa lingua, hanno in comune tradizione e storia. Li chiamano “i turchi„, ma sono in realtà cretesi; ve ne sono certuni che hanno tuttavia nomi di origine veneta. C’è un moro, un vecchio moro che veste malamente all’europea il quale si chiama Lorenzi. Il fenomeno strano si è che i fratelli suoi sono perfettamente bianchi, tanto bianchi almeno quanto lo può comportare questo clima. Il signor Lorenzi rappresenta una distrazione o un fenomeno di mimetismo ed è mussulmano.
I mori sono rappresentati alla Canea da un’intera tribù la quale fu trasportata qui dalla Cirenaica qualche secolo fa. Mantengono raramente il loro costume tradizionale, credo anche abbiano dimenticata la lingua madre; non hanno serbato intatto se non il colore, la petulanza e la fanatica intolleranza. Abitano un quartiere speciale della città, verso il mare e pare guardino continuamente in cagnesco. Accrescono l’infinita varietà dei tipi che passano per questa città singolare mezzo diroccata, mezzo incompiuta, mal selciata, percorsa da gendarmi e da marinai, da mussulmani e da preti greci dalla chioma soverchia; città dai mille aspetti incantevoli, mezzo estesa oltre la cinta veneta e mezzo aduggiantesi per vicoli e calli ed antri e suburre entro il giro delle grandi mura, fra le montagne altissime ed il terso mare.
L’Oriente le ha dato la sua impronta coi minareti, le terrazze, i pergolati, le case mute e le donne velate; col sole e col cielo!; ma l’Occidente l’ha creata. Vicino a una casa turca sorge una casa veneziana; vicino alla mezzaluna il leone di San Marco domina tuttavia.
È mezzogiorno. L’aria è immobile, il sole ha un bagliore accecante: tutto il mare ne è acceso. Lungo la via che circonda il porto è una interminabile sequela di caffè che hanno distesi i loro tavoli all’aria aperta.
La gente taciturna sorbisce qualche bevanda e fuma. Non si odono che i borborismi dei narghilè e i gridi striduli delle cicale, gridi assordanti, ebbri di tanto sole.
Un grande vecchio dalla pancia rispettabile e dalle larghe brache pendule, si avanza appoggiandosi ad un ombrello. Ha una rotonda faccia giovialmente serena. A quando a quando si sofferma per far la sua grida. È un ebreo. Si chiama Yakò. È nello stesso tempo burattinaio, mediatore, banditore. La voce di lui si leva alta e chiara:
— Avrio to proi tsi deca i ora fevghi to vapori thia to..., ecc., ecc. (Domani mattina alle ore dieci parte il vapore per..., ecc., ecc.). Nessuno lo ascolta ed egli continua tranquillamente.
Simili a cetacei enormi rilucono lontano, sul mare, le corazzate gigantesche.
I politofilakes di Creta corrisponderebbero ad un di presso alle nostre guardie di pubblica sicurezza.
Magnifico corpo sul quale si può contare come su la famosa fede punica. I cretesi lo sanno, ma chiudono gli occhi, e perchè li chiudano non lo so io.
Disciplinati come le anatre, le quali hanno inventato primamente la fila indiana, ossequenti verso i loro superiori, corretti nella divisa e nei modi, danno un punto ai famosi policemen inglesi.
Li osservo da qualche giorno. Sono vestiti di tela gialla, calzano un berretto a visiera e goffi stivali; passano a due, a tre, a quattro per volta (il numero poco importa), ridendo forte, dandosi di braccio, spassandosela allegramente.
Buoni amiconi, cuori d’oro!
Osservano i forestieri con curiosità infantile e si lasciano andare a commenti più o meno garbati; scherzano col pubblico, si accompagnano alle belle ragazze, e, quando il buon umore soverchia, si rincorrono.
Formano una compagnia istituita per dare un esempio di serenità agli uomini tetri.
Non sono chiamati mai a prestar man forte nei servizi di una certa importanza, perchè non si sa quale partito potrebbero prendere all’improvviso. Essi decidono per conto loro, e il comando di un capo può avere un certo valore se a questa bella società garba l’ubbidire.
Sono giovinetti imberbi e non rappresentano i migliori campioni della razza cretese.
A volte arrestano qualcuno e si abbandonano a piacevoli conversari con l’arrestato stesso; li vedete passare per la via in fraterna comunione, tanto che, fra i tre, non vi spiegate quale possa essere il malvivente.
Qui a Canea tutto ciò non desta stupore; ci si è abituati anche ai politofilakes.
Questa mattina ne ho osservati quattro che seguivano un uomo ubbriaco fradicio. Credevo volessero portarlo in domo petri, ma la mia ingenuità era troppo grande. Dovevo supporlo! I buoni giovinotti volevano divertirsi un poco alle spalle del malcapitato, niente più. E si sono divertiti come quattro monelli che abbiano saltata la scuola.
Nè si può biasimarli se la loro indole li porta a simili manifestazioni.
Essi costituiscono, in verità, la compagnia del buon umore.
Kanna è arabo di origine, ma è nato a Canea, ed ha adottato gli usi e i costumi di questo popolo antichissimo.
Come tipo è insignificante: grande, grosso, un viso da bestia e le mani enormi; ma come innamorato è originale e val la pena conoscerlo.
I palikari cioè i giovani arditi, gli elegantoni, i temerari allorchè l’amore li colga, usano dare alla loro amata una prova singolarissima della loro passione, una prova tale che obbliga la donna ad un affetto eterno. Diventano autofagi.
Un bel giorno, quando più li preme l’ansia d’amore corrono dalla loro donna, estraggono l’acuminato pugnale che portano sempre alla cintura, si tagliano da un braccio o da qualche altro luogo nel quale il muscolo sia più spesso, un pezzetto di carne, la infilano su la punta del pugnale, l’arrostiscono e la mangiano.
Un esperimento simile può accadere una volta forse nella vita di un uomo; Kanna non è un uomo comune, egli ha amato più di una volta, ragion per la quale si è mangiato mezzo.
Ad una mia domanda acconsente a mostrarmi le braccia; sono tutta una cicatrice; paiono irrigate da tanti fossatelli.
Gli chiedo quale sapore abbia la sua carne e mi risponde ridendo:
— Sa di porco!
— Come?
— Sì, assomiglia a quella del porco.
— Ed ora sei innamorato?
— No.
— E non hai intenzione di ricominciare?
— No, basta! Le donne non valgono neppure la cima di un’unghia.
Confessione preziosa per chi, come Kanna, ha consumato sè stesso per amor delle donne.
“Allah Acbar. Echhed en la ila ella Allah. Echhed en Mahammed Raçu Allah. Hai ala Elsalat. Haë ala Elfalah. Allah Acbar. La ila ella Allah.[6]„
Queste le parole che i muezzin, in tutti i paesi mussulmani, cantano dall’alto dei minareti cinque volte al giorno e cioè: all’aurora, a mezzogiorno, alle tre pomeridiane, al tramonto e due ore dopo.
Da secoli sono le stesse parole, la consuetudine è immutata, e cioè dal giorno in cui Abdallah, figlio di Zaid ebbe una pretesa rivelazione. Si era al primo anno dell’Egira (632 d. C.); Maometto, che si trovava allora a Medina, era incerto sul modo che avrebbe adottato per chiamare il popolo alla preghiera. Le trombe delle quali si servivano gli ebrei e la tempella che usavano i cristiani non lo soddisfacevano. Preferì la voce dell’uomo. Non gli mancava se non la formula che avrebbe adottata. Era incerto allorchè Abdallah gli propose la formula che disse essergli stata rivelata.
Maometto l’accettò e comandò a Belal, che era il suo banditore, di pronunziare ad alta voce tali parole nelle ore già fissate alla preghiera. E dal primo anno dell’Egira e cioè dal 632 dopo Cristo o, se più vi piace, seguendo lo storico arabo Abul-Feda, dal 6217 dalla caduta di Adamo, in tutti i paesi della terra nei quali si adora Allah, si cantano le parole di Abdallah, figlio di Zaid.
E fra tali cantori è una specie di gara. Le moschee cercano scegliere gli uomini dalla voce migliore perchè il pubblico dei fedeli li ascolti più volentieri.
Anche Allah, il violento Allah deve ricorrere a lenocinï per sedurre il suo popolo fanatico.
Quale è l’anima riposta di questo popolo? Quali ne sono le sfumature, le ebbrezze, gli abbandoni? Quale il pensiero che regge la loro vita? Tante volte mi sono rivolto tale domanda e ho atteso, ho interrogato, ho scrutato per sapere se oltre la scorza si celava qualche luce che mi sfuggisse, qualche vita misteriosa e dimenticata, qualche concezione nuova ed inattesa. E mi è parso, o mi inganno forte, che null’altro trasparisse dalle parole e dagli atti se non un profondo cinismo.
Orgogliosi anzi tronfii di un passato col quale non hanno niente a che fare, vani ed ignoranti in gran parte, presuntuosi fino al punto da credersi capaci di guidare il mondo, imbevuti nel pettegolezzo quotidiano di una politica parolaia della quale si compiace e si inebbria la loro superficialità, appariscono a tutta prima all’occhio dell’osservatore, in una luce antipatica, che una più lunga conoscenza può attenuare.
La colpa non è tutta loro. Il giorno in cui avranno maggior contatto col mondo esterno e con la grande onda di idee che agita l’età moderna, la loro psiche dovrà forzatamente modificarsi, e se ne attenueranno le asprezze e le manchevolezze pur rimanendo satura di quel cinismo che fu sempre una prerogativa della razza.
Per ora essi non hanno una vera e propria idealità altamente intesa. La stessa lotta per l’annessione alla Grecia si riduce e si immiserisce in una guerricciuola di parti, nel prevalere di un uomo, in un giuoco di scaramucce. Il loro interesse è sempre in ballo. Ora a Canea vedono di buon occhio l’intervento delle Potenze, perchè la permanenza di otto navi nelle acque di Creta significa per i commercianti un’entrata quotidiana di parecchie migliaia di lire.
V’è chi dice, e sono i vecchi del luogo, che se domani avvenisse l’annessione alla Grecia la contentezza non sarebbe di lunga durata. Già gli ufficiali greci che hanno sostituito gli italiani nel comando della gendarmeria hanno destato frequenti malumori. Si dice manchino di camaraderie, siano prepotenti, intransigenti e villani.
Per quanto abbia accostato persone di ogni condizione, non una volta mi si è comunicato quel brivido di entusiasmo, quell’alata poesia che accende tutta quanta l’anima ed arde per gli occhi e trascina. L’idea pura, l’amore profondo per il quale fiorisce l’immagine della patria non l’ho conosciuto quaggiù. Forse esisterà nella massa, ma per quanto abbia fatto e mi sia indugiato cercando ridestarlo, non mi è balzato mai d’innanzi radioso e bello.
Mai! Un sorriso, un freddo acconsentimento, una parola glaciale furono le risposte e molto più spesso l’indifferenza.
Mi dicono che gli sfakioti, che gli abitanti dell’interno, siano differenti, e lo credo perchè conosco i loro eroismi. Qui, a Canea, il cinismo è legge.
Da Santi Quaranta in poi, e cioè dalle coste montuose dell’Albania fino a quest’isola controversa, inutilmente fertile, nella quale più abbondano i guerrieri che non gli agricoltori, l’aridità continua ininterrotta. Non una selva, mai. Le coste dei monti e le ampie vallate si succedono rocciose, squallide, deserte. Ardono sotto il sole, non conoscono freschezza di fonti, mormorii di polle o di ruscelli, gioiosi impeti di fiumi sonori. Non un’ombra, non un riposo; sembra che la maledizione del deserto abbia inaridito ogni sorgente di vita, che la terra nel suo interminato squallore non possa alimentar seme, che tutto ciò sia condannato ad una morte lenta ed inevitabile.
Santi Quaranta è una rovina cinta tuttavia dalle antiche mura veneziane. Ai lati della strada carrozzabile che giunge da Jànina sorgono quindici o sedici case fetidissime, innominabilmente sporche, nelle quali si accumulano uomini, mosche, e generi alimentari. Tra queste case è un albergo, o meglio un han, come lo chiamano i turchi. Tale han, per definirlo con precisione concisa, è uno stallatico per uomini e cavalli. Ai cavalli è riservato il pianterreno, agli uomini il piano superiore; ma l’atmosfera è sempre la stessa. V’è in ciò una fraterna tolleranza encomiabile. La sala da pranzo, che è nello stesso tempo cucina ed osteria, occupa un angolo angusto ed è come la dipendenza della stalla. Oltre a ciò l’albergo non presenta cosa osservabile se ne togli i tipi diversi e turchi e greci e albanesi; questi ultimi specialmente, notabilissimi per i baffi che sembrano spade, per la fustanella, per le grandi scarpe rosse a forma di gondola. Su la soglia dell’han si adunano le diligenze che provengono dall’interno; vecchie carcasse sospese su ruote enormi, dondolanti come cune, arabescate d’oro e d’argento, cigolanti, pericolanti sotto il grave peso dei secoli. Poi muli, asini e cavalli ovunque ci si rivolga: al sole e all’ombra; uomini armati, casette dischiuse, donne coperte e scoperte, e il grande velo livellatore del sudiciume.
Tutto ciò si aduna in breve spazio; in quattro palmi di terra, fra ruderi e ortiche. Gli alberi sono rappresentati da qualche cipresso ombreggiante una piccolissima chiesa greca, e gettano un’ombra funebre su la terra deserta. Da questo punto fino all’isola dei rapsodi non ho incontrato una selva. L’Epiro e l’Attica non sono che un seguito di montagne brulle, aride che solo la bellezza del cielo e del mare riveste di splendore. Al canale di Corinto, prima di entrare nella stretta fornace per la quale il piroscafo si attarda, rimorchiato a rilento, ricordo una pianura ondulata, che chiudeva intorno tutto il giro dell’orizzonte. Il sole meridiano vi ardeva incontrastato. Impeti di vento caldissimo, vere ondate di fiamma giungevano fin sul mare a mozzarci il respiro; a intorpidirci i sensi. E sotto tale canicola, per un sentiero appena tracciato fra i cardi secchi, i roveti e i crepacci della terra riarsa, alcuni contadini, in fustanella bianca, se ne venivano lentamente l’un dietro l’altro appoggiandosi a piccoli bastoni, la testa bassa, ricurvi come sotto pesi enormi. Quando giunsero alla chiatta che doveva trasportarli all’altra riva si abbandonarono disfatti, senza dir parola, congestionati in viso, la bocca socchiusa, gli occhi torbidi ed atoni. Nessuno li compianse. Essi stessi si erano preparati e venivano preparandosi tuttavia tale supplizio col distruggere metodicamente e gli alberi e gli arbusti e ogni vita vegetale che non apparisse più direttamente utile alla loro supina cecità. Essi avevano incendiato le selve e le macchie per dar pascolo ai loro montoni; neppure un arbusto si era salvato da tale furia devastatrice e la terra, che avevano voluto deserta, li ripagava giustamente.
A Creta, come nell’Attica, la poesia degli alberi è morta. Internandomi nell’isola ho potuto vedere di notte, su le coste dei monti, vasti fuochi accesi dai montanari a sopprimere la vegetazione che tenta riprendere il proprio dominio. Non si concede tregua. Non so se vi siano leggi che vietino tale insensato vandalismo, ma se anche vi fossero chi potrebbe metterle in pratica? I pastori si ribellerebbero, ed ogni pastore ha il suo fucile al quale affida le proprie ragioni. Essi non sanno forse che procacciano il loro danno, ma se anche lo sapessero muterebbero forse? Ne dubito molto. La pastorizia è press’a poco un vagabondaggio quotidiano, un dolce far niente senza interruzione, e ciò conviene alla scarsissima attività di queste genti. Procedendo dal piano verso il monte ci si convince sempre più di tale verità fondamentale. La terra fertilissima che può dare fino a tre raccolti all’anno, rende per proprio conto. L’uomo se ne cura appena appena quel tanto che può essere necessario. Gli olivi secolari crescono enormi senza traccia di potatura, e così le viti. Veri e propri campi coltivati non ne esistono. Di tanto in tanto, senza regola e senza legge, qualche appezzamento di terreno è stato grattato da un aratro primordiale simile a quello che usano gli arabi e che usavano gli egiziani; un poco di sementa vi è stata sparsa, poi la terra si è incaricata del resto. Le erbe parassite possono crescere a loro agio fra i seminati, che nessuno si cura di estirparle. A tempo giusto si ritorna a raccogliere ciò che la dovizia di questa natura regala largamente, e non ci si occupa d’altro. Dormire, oziare, cantare, combattere, ecco ciò che desidera questo popolo. Forse l’influenza del clima dolcissimo e snervante lo spinge all’inerzia. Così si dice. Siamo alle soglie dell’Oriente.
Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a volte assolutamente impraticabili.
Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito; ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva, oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare: nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.
Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa, qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini. Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse, ci offrono la mastika, che è una specie di acquavite dal gusto assai discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte, cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi, ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di nuovo.
Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido, ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune, sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente. La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo; paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.
L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato qualche banda di insorti. Il più vecchio: barba Sifi, dalla fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è circondato da una muta venerazione. Quando parla barba Sifi tutti ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma barba Sifi beve e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte grida: evviva! e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro; alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:
— Diamarta!
Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.
Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la lira (un istrumento a corde che serba il nome dell’antica lira se non la forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio. Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:
— Ora canterà i giorni della rivoluzione!
Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola ebbrezza.
Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano di pianto.
E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.
Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda, il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste. E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più compiuta indifferenza.
Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè curiosità. Si attende il domani.
Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi. Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi. Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo. Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il sonno.
Ho già conosciuto perfettamente tutti i frequentatori delle banchine del porto e della piazza Montenegro; sono sempre gli stessi, sempre negli identici atteggiamenti e con la stessa aria di gente che si annoia a morirne. Se non fanno gorgogliare gli enormi narghilè, fanno passare fra le dita i grani del komboloi, che è una coroncina, molto spesso di ambre, la quale non serve ad altro che a contare il tempo per convincersi che non è moneta.
Sorbiscono enormi bicchieri d’acqua, guardano il cielo, guardano il mare, osservano, parlucchiano. Ed ogni caffè ha una montagna di sedie a loro disposizione.
Ci si può sedere quando si voglia, e se il cameriere si avvicina gli si grida:
— Tìpota! (Niente).
Ed egli se ne torna come è venuto. Che se poi si voglia consumare qualcosa si può ordinare signorilmente:
— Mikrè, ena krio nerò! (Cameriere, un bicchier d’acqua fresca!)
E, sopra un bel vassoio, vi è servito un bicchiere che conterrà mezzo litro d’acqua; voi lo sorbite facendo la vostra siesta, che può continuare fino a sera, poi ve ne andate senza avere sborsato un soldo e il mikrè si guarderà bene dal serbarvi rancore, perchè tale è la consuetudine comune....
Del resto, nelle mie continue peregrinazioni per il mondo, non ho trovato mai i caffè tanto a buon mercato quanto a Creta. In primo luogo non esiste qui la consuetudine delle mance, e non per questo i camerieri sono meno premurosi; in secondo luogo le bibite più care non costano che quattro soldi, ma i prezzi normali variano da uno a due soldi. Per un soldo potete avere un buon caffè oppure un bicchierino di mastika accompagnato da una manciata di olive secche, da un piattellino di ceci abbrustoliti, da un po’ di formaggio, da un pezzetto di pane e da un pomodoro. Poi la sedia, il cielo, il mare e la vista dei passanti. Che più? In questo soldo è compendiata tutta una vita. Ci si accontenta, ed io ammiro chi apprezza il proprio destino e lo accetta tal quale e aspetta che giunga l’ora sua buona, tranquillamente, facendo girare fra le dita i grani del komboloi.
Lungo la banchina c’è un caffè turco e quattro o cinque caffè greci; sono gremiti dalla mattina alla sera. Le sedie per i poveri sono disposte in fila lungo il mare, e i poveri vi siedono e dormono o si guardano i piedi per ore ed ore. È una contemplazione pensosa che non so precisamente a che cosa riesca; ma forse non riesce più in là del sonno.
Si odono le grida del mikrè:
— Ena pagotò! (Un gelato!)
— Ena mastika! (Una mastika!)
Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.
Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta nella milàia (così si chiama la veste particolare alle mussulmane di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo. Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida infaticabilmente le lodi delle sue frutta:
— Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata! (Fichi, uva, cocomeri! Color sangue!)
Un venditore di halluf, un dolce turco seminato di mandorle, passa senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.
Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo, fa afa.
Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:
— Glìgora, glìgora! (Presto, presto!)
Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole, così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai piccoli occhi gaiamente infantili.
Una barca dalle vele bianche si allontana sul magnifico mare. Dal minareto della moschea giunge il canto gargarizzante del muezzìn:
— Allah Acbar....
Ballonzolando in vettura per una strada inverosimile, data la sonnolenza di Canea, mi faccio condurre a Suda; ma anche Suda dorme. Nella magnifica baia circondata dai monti sono ancorate le navi da guerra. La solita gente ai numerosi caffè. Alì, il vetturino nero, mi chiede, veduta la mia perplessità:
— Andiamo a Kalyves?
— Andiamo — rispondo.
E si parte. Kalyves è un villaggio situato all’entrata della baia di Suda, e a Kalyves vive, quasi a guardia della baia stessa o kapetanios Blum, il capitano Blum! Il nome è già una divisa.
Giungiamo al piccolo villaggio mezzo ruinato. Non abbiamo veduto che monti aridi e capre fameliche, ma lo splendore del mare ha vinto la povertà del monte. Poi hanno fatto capolino, ai lati della strada, le piccole case a terrazza, tutte bianche, con appese agli architravi delle porte le ghirlandette, appassite ormai, che vi furon lasciate dai giovani al nascer di maggio, per amore e per augurio, e Kalyves è apparso.
Ne uscivano, quando entravamo noi, alcuni villani recanti in città il miele contenuto in certi loro otri ampissimi. Ne avevano caricato quattro asinelli. Si sono allontanati sotto il sole fra le mosche e la polvere.
Ed eccoci giunti alla piazza del paese. Un immenso platano ne occupa il centro, al quale platano sono appesi gli avvisi del Comune. Stanno, intorno, alcune casette, un mulino e un fiumicello attraversato da un antico ponte. Le finestre sono adorne di fiori e le terrazze scompaiono sotto i grandi pergolati.
Mi siedo al caffè e attendo pazientemente qualcosa di insolito che mi scuota e ravvivi lo spirito mio.
Qualcuno mi parla di lui:
— Venite. È bene conoscerlo. È un uomo straordinario.
Non cerco di meglio. Si attraversa il ponticello e ci si presenta su la soglia di una bottega.
— C’è? — chiede chi mi accompagna ad un giovinetto fermo dietro il banco.
— Sì — risponde l’interloquito.
— Chiamalo. Presto!
Qualche minuto di attesa, poi si ode un passo cadenzato e, di repente, una lunga ombra si disegna nel vano di un’altra porta che immette in un giardino.
Eccolo. È lui!
Due alti stivali, un paio di calzoni da soldato, una fascia rossa alla cintura, dalla quale fascia occhieggia un pugnale; poi una maglia grigia: ecco il capitano Blum. Quando si presenta ha fra le mani una maschera di fil di ferro simile a quelle che usiamo noi nelle sale di scherma. Suppongo stesse esercitandosi in giardino contro qualche avversario che non si presenta, ma il capitano Blum si affretta a dissipare il mio dubbio. Con un sorriso ne’ suoi grandi occhi chiari mi dice:
— Cercavo un’ape!
— Un’ape?
— Sì. Con loro permesso.... torno subito. Siedano, siedano!
E scompare di bel nuovo senza ch’io riesca a spiegarmi la ragione di tale sua nuovissima ricerca! Dopo pochi minuti si ripresenta. L’osservo meglio. È lungo due buoni metri e magrissimo; le braccia e le gambe non finiscono mai. Sul collo nudo e sottile le grosse vene si inturgidiscono ad ogni piccolo moto. Da sotto la maglia, le scapole, le clavicole, le costole, ogni squisita particolarità dello scheletro, si addimostra in perfetto rilievo. Il lungo collo è terminato da una piccola testa rotondeggiante, compiutamente rasa e adorna da un pizzo mefistofelico e da due lunghi baffi orizzontali. È di pelo bianco. Le guancie incavate dànno maggior rilievo e solennità al pizzo triangolare. Ha gli occhi grandi e chiari or sorridenti, or fieri, ora ammiccanti nei frequenti sottintesi erotici ed eroici. Siede alla tavola con noi.
— Il signore è italiano? — chiede sorridendo.
— Sì.
— Io ho un certificato di Canevaro.
— Un certificato? E di che si tratta?
— Si tratta della mia opera di combattente.
Si rivolge, dà un ordine ad un ragazzo e il ragazzo si allontana, ma non ritorna più.
Vogliamo farlo parlare, ma non è necessaria troppa insistenza per deciderlo a ciò.
Portano il vino, portano la mastika, ci preparano una piccola refezione, poichè la bottega del capitano Blum è anche trattoria. Molte volte l’ospite nostro deve interrompere il racconto per dare ordini in cucina, dove la sua grossa moglie sbraita; ma tali piccole miserie non tolgono serenità allo spirito suo eroico.
A poco a poco la parlantina gli si snoda. Si spiega in un suo italiano semibarbaro commisto di greco e di francese. Ci racconta come nel ’66 fosse con Garibaldi ch’egli chiama molto semplicemente “il vecchio Giuseppe„. Fu a Pisa e non so perchè; fu a Roma e a Torino, e ancora il perchè di tale spedizione mi riesce oscuro. Ad un tratto s’interrompe per soggiungere:
— Gli volevo tanto bene! È stato il mio maestro!
E guarda il mare e si passa la mano anchilosata su la piccola testa glabra.
— E i turchi? — gli chiedo all’improvviso.
Egli si volge di scatto. Vedo sul suo viso succedersi varie smorfie.
— I turchi?... Pff!... — E traccia un gran gesto nell’aria.
— Nel 1867 — riprende — ho dato loro una buona lezione. La ricorderanno per un pezzo. Avevo il mio manipolo: eravamo duecento cinquanta contro duemila. Ci eravamo accampati a Vrises, alle fontane. Combattemmo da cani. Il giorno dopo, dei duemila turchi non ne erano vivi che trecento. Li avevamo bloccati. Chiesero di venire a patti. Bè, veniamo a patti. Ci lasciarono ottanta uomini come ostaggio e partirono disarmati. Viene la notte. Io dico ai miei uomini: — Che cosa ne facciamo di questa gente? — Che cosa ne facciamo? — Non si poteva dormire insieme, è vero? Erano disperati; potevano farmi uno scherzo. Bè! — pensai — Accorciamo la loro pelle!
— E li uccideste?
— Tutti! — risponde trinciando l’aria. E gli occhi gli si allargano. Ad ogni parola grande, gli occhi doventavan più larghi.
— Bè! — conchiude e per la seconda volta guarda il mare oltre le sue case. Possiede due case fra un monte di rovine che rappresentano gli avanzi di una piccola moschea. C’era la rivoluzione, tutto andava a soqquadro. Un uomo come lui non poteva rimanere inattivo. Si scagliò su la moschea e la distrusse. Non restò pietra su pietra. Poi, che fare? Il terreno non era più dei turchi, era una res nullius ed egli vi riconobbe il proprio diritto tanto più forte quanta maggior fatica gli era costata la demolizione. Nessuno lo disturbò, nè egli lo avrebbe permesso.
— Ho combattuto, ho vinto, sono in casa mia!