NELL’ASIA MINORE.

Ismirn (Smirne).

Lieta mattina senza vento e senza nubi, gioiosamente calma nella tersa serenità. Oggi ogni volto è tranquillo, per poco che l’amarezza non aggravi il cuore; il sangue fluisce più rapido; ogni senso è più alerte. È finito il tempo delle piogge, e la terra si rasserena. Gli scarsi alberi tornano a verdeggiare sulle prode, sui monti, nel grande semicerchio della spiaggia. Esco che il sole è appena sui monti; un disco d’oro rosso su le vette inuguali che cingono la città del mare.

Il quai è già animato e così il porto e tutta la baia da Gruez-Tepè a Cordeliò; da Burnabà a Cocarialì. Uno sciame di velieri dalla poppa piatta, divisa in tanti riquadri e istoriata e densa di pitture simboliche e di fiori, si allontana, si divide, svaria, scompare, si rinnova.

Sono vele bianche o grige che pongono su la magnifica opalescenza marina un lieve palpito, l’ombra di una farfalla nell’immensità. E navi e navicelli e canotti guizzano, solcano in tutti i sensi la baia incantevole. Urlano le sirene lontane, vicine; getti di vapore, cigolìo di catene, grida, canti, bestemmie, in dieci, in cento lingue si incrociano, si fondono, salgono in un suono uniforme ed indeciso, nell’esaltazione di un’attività febbrile e sulla terra e sul mare.

I modesti cambiavalute hanno installato i loro tavolinetti lungo il quai e attendono pazientemente l’inesperto il quale, fra moneta buona e moneta cattiva, fra ottaraki e mezidiè e metallik e piastre e piastrine, per venti lire di moneta nostra se ne abbia quindici di moneta turca e se ne vada contento.

Passano gli acquaioli curvi sotto le loro anfore enormi, rivestite di metalli lucenti e di ciondoli e di catenelle e di amuleti che squillano e tintinnano seguendo il ritmo del passo; trascorrono i venditori d’uva col loro asinello carico di due corbe adorne di mirto, e ciccaioli e uomini coperti da tappeti e lustrascarpe.

I facchini, curvi sotto il loro grande basto, si seguono in fila ininterrotta fra cammelli e carretti policromi, fra monti di mercanzia e assi e travi e marmi gettati alla rinfusa lungo le banchine del porto.

Sacerdoti dell’Anatolia dagli enormi berrettoni bianchi, e pastori dell’interno coperti di pelli; tipi di briganti dalla grande fascia rossa, che giungono chi sa da quale remota provincia selvaggia; conduttori di cammelli; beduini; soldati straccioni e straccioni senza divisa; pattuglie in fila indiana, il fucile a bandoliera e le mani in tasca e l’aria svogliata; branchi di montoni; arabi con al guinzaglio piccole gazzelle saltellanti e spaurite; ulema dall’aspetto solenne; giovani ufficiali elegantissimi; donne ammantate e fanciulli seminudi; tale la folla che cresce sempre più col salire del sole e si urta e si accalca e si pigia fra carri e vetture e tramways in un urlìo senza posa.

 
Svezia. — Sundsvall in un giorno d’agosto.
 
L’Indalselven (Norrland).
 
Le isole Lofoten (Isole dei pescatori oltre il circolo polare).
 
Il picco della Capra alle isole Lofoten.

Mi allontano, oltrepasso il konak, cerco la quiete sussurrante della città turca arrampicata su pel monte Pagus fra minareti e cipressi. Per le viuzze tortuose ed anguste la folla non diminuisce. I cammelli, che quasi quasi oltrepassano le casupole, incedono solenni l’un dietro l’altro al suono di un loro grande campanaccio attraverso i neri e sudici bazars; si perdono nel laberinto di stradicciuole ugualmente fetide. Tutto è sporco e scintillante: è questo un controsenso che non si verifica se non in Turchia. Sporche le vie, i negozi, le vesti, le persone, ma pure non v’è cosa che non abbia parte che riluca. Il luridume sarà corretto da un cencio rosso fiammante, da un metallo lustrato con furia accanita, da carte colorate, da veli a lustrini; ma è corretto, è rivestito, direi quasi azzimato. I turchi, come le allodole, amano tutto ciò che riluce. I pesci e le carni esposti alla polvere e alle mosche su per le porte o dentro certi vassoi di colore oscuro si fanno perdonare e desiderare dai consueti avventori, perchè rivestiti di stagnola dorata ed inargentata; puzzano ma risplendono, e questo è l’essenziale. Tutto è bello ed è buono se in qualche parte riluca. Un lustrino fa perdonare il fango. Un fiore fa dimenticare il luridume. Il sudiciume è necessario e il colore è la sua poesia. Se l’occhio si inebbria, il naso può perdonare; è una concessione reciproca, un adattamento che non manca di una certa fastosità. Ma vi è cosa forse in Oriente che non tenda al fastoso? L’ultimo asinello spelacchiato, bistorto, pieno di guidaleschi, avrà, non foss’altro, intorno al povero collo striminzito, una collana di perle azzurre.

Evito i bazars e le strade dei mercati, mi arrampico su per stradicciuole gaie e quiete, arrise da pergolati e da fiammanti fiori di geranio. Dietro i musciarabì delle finestre cinguettano donne e bimbi; è un sussurrìo sul mio passare; uno squillare argentino di fresche risate, un fiorire di parole ignote e pur dolci nella loro musicalità indefinita. Salgo sempre più. Il profilo di una moschea, un lembo di mare, una distesa di giardini mi si offre a volta a volta nel panorama che si allarga, e il silenzio aumenta e il raccoglimento è più dolce.

Due giovanette dal volto scoperto mi passano d’accanto sorridendo e non si ammantano come sogliono se qualche turco sia in vista. Il loro ciarciaf azzurro e bianco riluce nel sole ondeggiando; scompaiono fra i cipressi nel fondo, dove si apre un cimitero.

I cimiteri sorgono nel cuore della città, piccoli e grandi, numerosissimi. A volte lo spazio che intercede fra due case è convertito in cimitero. Di simili se ne trovano fin nelle vie più popolose, e nessuno vi pone mente. Una piccola cancellata ne difende l’adito. All’interno, fra qualche albero, si levano cinque o sei lapidi annerite, poi erbacce e rovi e qualche gatto famelico. Non sono cupi nè malinconici, sono come vecchi cortili abbandonati, sui quali l’occhio si sofferma distratto. I più grandi, convertiti in vere selve di cipressi, sorgono sul pendio del colle; case e giardini li circondano. Le tortore e le colombe ne hanno fatto la loro dimora consueta; si allietano di bianchi voli e di canti; i bimbi vi penetrano, vi trascorrono, vi giuocano tutto il giorno fino a sera tarda, fino a quando il grande sole si addormenta e le colombe si rifugiano fra i cipressi.

Il miracolo della colomba.

Nel 631 dopo Cristo, e cioè un anno avanti all’Egira, alla fuga cioè di Maometto dalla Mecca a Medina, gli idolatri che già presentivano nel guerriero apostolo un nemico temibile, decisero di sopprimerlo.

Maometto era allora proscritto dalla Mecca e aveva nella tribù dei Loreisciti, dalla quale discendeva, nemici possenti che non gli davan quartiere. Però le sue dottrine avevan guadagnato campo nelle tribù limitrofe e in Abissinia; a Medina era già riconosciuto come Raçul Allah, apostolo di Dio.

Egli sapeva che se fosse rientrato alla Mecca, dove pur rischiava di rimetterci la vita e fosse riuscito a sfuggire alle mani degli avversari, sarebbe stato accolto in trionfo a Medina, e decise il colpo che segna il limite fra il periodo della sua predicazione tranquilla e quello dell’azione violenta.

Non appena i Loreisciti seppero della presenza di Maometto alla Mecca, si adunarono e decretarono la sua morte. Però, per non essere soli a subir l’odio della potente tribù degli Hascemiti, decisero di scegliere un uomo per ciascuna tribù; formarono così un manipolo numeroso che doveva pugnalare il profeta.

Maometto, informato della decisione presa da’ suoi nemici, chiamò Alì, il compagno fedele, lo ricoprì del suo mantello verde, lo fece coricare nel suo letto e partì eludendo la vigilanza degli assassini.

Questi avendo riconosciuto Alì e non avendo l’ordine di spargere il sangue di lui, attesero fino alla mattina, ritenendosi certi che Maometto non avrebbe potuto fuggire dalle loro mani; e quando si avvidero dell’inganno, lasciarono il compagno del profeta e corsero su le vie di Medina per raggiungere la preda agognata. Ma, come narra lo storico Abul-Feda, Maometto aveva preveduto l’inseguimento e aveva preso una via traversa.

Nascosto in una profonda caverna del monte Tur, che sorge a mezzogiorno della Mecca, vi rimase per tre giorni. I nemici suoi giunsero fin sulla soglia della caverna, e già stavano per penetrarvi allorchè si accorsero che su l’entrata era alla sua covata una colomba e ritornarono.

Maometto fu salvo.

Tale preteso miracolo è popolarissimo fra i mussulmani, ed ecco perchè in tutte le città dell’Oriente v’è una specie di venerazione per le colombe, ed ecco perchè ad Algeri come a Smirne, in tutte le case e in ogni albero si sente il placido tubare delle amorose compagne che salvarono il Profeta.

Un cimitero israelita.

Mi ritornano alla mente i versetti del Deuteronomio:

E sarai in istupore, in proverbio ed in favola, fra tutti i popoli, dove il Signore ti avrà condotto....„

E il Signore ti disperderà, fra tutti i popoli da un estremo della terra all’altro estremo...„

E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo, in moltitudine....„

Eppure essi ubbidirono alla voce del Signore, Iddio loro, e Mosè non pensava essere così sinistramente profeta.

Oggi, qui, su questa costa di monte su la quale si distende il cimitero abbandonato, sopra alle ville di Guez Tepè, allargandosi intorno il grande arco della città turca ed europea fra una gloria di minareti sottili come steli, in questa solitudine sacra un tempo alla morte (ora non più, chè gli uomini hanno fatto scempio del luogo), guardando le pietre tombali infrante, sconvolte, accatastate, ridotte in ciottoli, ho ripensato al terribile destino di un popolo che pur ci impose le sue leggi, la sua poesia, il suo cuore tumultuoso e grande.

Sono solo. Il sole si abbassa sul mare. Odo salire il tumulto confuso della città operosa e i gridi delle sirene e qualche remoto tocco di campana.

Sotto di me, nel piazzale di una caserma, alcune file di punti neri si esercitano alla guerra; li vedo muoversi, incrociarsi, fondersi, disparire; ogni tanto da quelle piccole cose che si muovono sale un urlo altissimo. Due vele bianche si allontanano sul mare verso i monti Gemelli, vulcani spenti.

Mi aggiro silenziosamente fra i ruderi guardando le epigrafi monche. È tutto un popolo di parole sconvolte, dalle quali raramente si può trarre un significato.

A volte è come un guizzo dalla tenebra:

“.... ebbi vent’anni.... ma troppi....„

“.... vivrai.... nell’eterno dolore....„

Frasi monche, le quali, aggruppate così, hanno un significato diverso dal primitivo, ma che corrisponde tuttavia all’amarezza che vi ispira la rovina.

Le pietre tombali hanno la grigia patina del tempo.

Da quanti anni mai non sale il pianto degli uomini dispersi a questa terra? Chi ricorda più il nome, un gesto, un sorriso di qualcuna fra le tante creature sperdute in questo riposo?

Il libro è chiuso; le parole ne sono indecifrabili.

La vita è ritornata alla vita inconsapevolmente. Gli uomini che furono, sono; i gesti, i sorrisi, i pianti che furono, sono e saranno. L’acqua torbida che si inabissa, rizampilla limpida e fresca per le innumerevoli fonti.

Ogni rimpianto muore in apparenza, ma si rinnova in eterno.

Nulla più.

Altro non conosco del cimitero abbandonato.

Il suo nome mi è ignoto.

La vita a Smirne.

La vita europea a Smirne può dirsi si concentri sul quai intorno alla birreria Clonaridis.

Smirne è in realtà una città greca, più che una città turca; la sua prosperità, il suo commercio, tutta la sua vita migliore deriva dall’attività greca. I turchi poco valgono o nulla nel commercio e nelle industrie.

I greci costituiscono il nucleo maggiore della popolazione; ma, ciononostante, vivono in continuo timore di persecuzioni, di vendette e di possibili stragi.

Dopo le giornate di Adana, lo spavento si era impossessato della popolazione la quale si dava a fuggire precipitosamente per un nulla: per un arresto operato, per un grido, per una voce sparsa sediziosamente. D’altra parte, tale stato d’animo non può avere origine fantastica.

I greci di Smirne, patriotti convinti e irriducibili, sono osservati, spiati, perseguitati senza posa.

In questi giorni hanno arrestato vari giovani perchè portavano cravatte dai colori della bandiera greca.

Da una parte si spia e si perseguita, dall’altra si opera e si teme.

I raià, e cioè i greci che hanno presa la cittadinanza ottomana, non sono numerosi; molti furono costretti a far ciò per accudire tranquillamente ai loro affari; comunque sia il loro sentimento resta immutato.

Cittadini ottomani sì, ma greci d’anima e di pensiero.

La lingua che più si parla a Smirne è la lingua greca. Conviene oltrepassare il Konak, perdersi per le strette vie della città turca, per sentir parlare il turco, il quale è riconosciuto bensì come lingua ufficiale, ma che non ha e non può avere nei traffici alcuna importanza.

Non v’è turco che non sappia il greco, e ciò è necessario data l’inferiorità della razza turca in tutti i campi dell’attività umana. Ciò che tale razza possa essere domani, non so; certo è che la strada ch’essa dovrebbe percorrere è molto lunga ed irta di difficoltà.

Ma lasciamo di questo.

Tre briganti.

Smirne è il mercato al quale convergono i prodotti dell’Asia Minore. Le vie carovaniere si accentrano a questo punto. Tutto che può rendere il suolo mal coltivato e l’industria dei tappeti, diffusissima, si aduna a Smirne per poi proseguire su le vie del mare. Nonostante il brigantaggio esercitato con relativa sicurezza su vasta scala e tanto audace da spingersi fino ai sobborghi della città stessa, gli scambi con l’interno prosperano, specialmente per la magnifica industria dei tappeti che ha qui, per opera dell’Oriental carpets Co., una mirabile organizzazione.

Per tale continuità di scambi si adunano per i mercati e per le vie di questa città singolare, mezzo europea e mezzo turca, le genti più diverse le quali provengono dall’interno o sui cammelli o su certi loro carri primitivi a quattro ruote, dipinti in azzurro.

Giungono da paesi lontanissimi, dall’interno dell’Asia, per consuetudine secolare. Vien fatto di pensare, a volte, alle succinte descrizioni lasciateci da Marco Polo. Certo è che presso questi popoli poco è mutato dal tempo in cui il viaggiatore veneto li visitò.

Le stesse tradizioni, gli stessi costumi, le identiche consuetudini. Ho incontrato oggi tre uomini singolari, dalla testa compiutamente rasa. Avevano sul capo tre piccoli fez quasi microscopici, indossavano un costume a ricami d’oro.

Giravano per i bazar soffermandosi a guardare. La gente usciva su la soglia a sbirciarli.

Ad un tratto qualcuno ha emesso un grido; li ho visti in fuga. È incominciato un inseguimento furioso. Svoltando di vicolo in vicolo hanno tentato sfuggire alla gente che li rincorreva, ma i cani, questi orribili cani magri, famelici senza padrone, che popolano Smirne, si sono aggiunti all’inseguimento.

Quando si sono visti perduti, senza fiatare, tranquillamente si sono seduti su gli scalini di una moschea.

La gente è rimasta a discreta distanza vociando finchè una fila di soldati cenciosi non si è avanzata e non li ha presi in mezzo conducendoli via.

I coraggiosi inseguitori, sentendosi più sicuri, hanno gridato male parole, ma i tre uomini sorridevano.

Si trattava di tre briganti, famosi per le loro audaci rapine.

Buggià.

È un villaggio distante qualche chilometro da Smirne. Vi si giunge in ferrovia. È un’oasi di fresco verde, un paese di ville raccolte fra gli alberi e i giardini; è il luogo preferito dai residenti inglesi, che ne hanno fatto una loro villeggiatura, ed è a Buggià che sorge il convento dei cappuccini, dal quale escono i missionari che si spargono in tutto l’Oriente.

Il convento è internazionale, ma il rettore, padre Lorenzo Guidi, è italiano e buon italiano.

Sono giunto oggi, verso il pomeriggio, alla soglia del convento tranquillo ed ospitale.

Non appena la porta si è chiusa alle mie spalle, non appena sono entrato nel semplice giardino, come un’aria di intimità già nota e cara al mio cuore mi ha sorriso. Altra volta, in terre lontane, oltre il mare, avevo veduto alcunchè di simile; mi pareva di esser giunto ad una soglia remota, alla quale mi soffermavo talvolta nei pomeriggi domenicali e mia madre mi teneva per mano.

Ho rivissuto con tale intensità il tempo trascorso da averne una dolce angoscia, uno smarrimento.

C’era poca gente per via: qualche rivenditore di frutta, qualche vecchia seduta su la soglia a guardare. I più erano in piazza, intorno al palco della musica, o sparsi per i caffè, o lungo la passeggiata tradizionale: il borgo Cotogni, la via Emilia, il Ronco.

Noi si prendeva le viuzze secondarie, si usciva da Porta San Pietro su la strada che conduce a Ravenna.

Mia madre non parlava, andava col suo rapido passo tenendomi per mano ed io a seguirla sgambettando; ma gli occhi miei erano sempre assorti, ricordo bene, guardavano trasfigurando.

Ero un bimbo silenzioso che si accontentava di un niente, che di un niente faceva la sua felicità.

 
Dalecarlia. — Il lago del bosco presso Rättvick.

Il sole dorava le mura degli orti, le antiche mura dei monasteri sopra le nostre teste; noi camminavamo nell’ombra. Per uscire dalla città si compiva un lungo giro allo scopo di evitare le vie più frequentate; mia madre amava il silenzio e mi educava alla poesia del silenzio.

Come ricordo le stradicciuole lungo le quali non si incontrava nessuno! Tutte le porte erano chiuse e su le finestre aperte, toltone quello dei garofani e dei gerani, non v’era altro sorriso.

Non si udiva una voce; si udiva il rumore dei nostri passi frettolosi sui ciottoli della strada.

Eppure quelle case deserte vivevano nella striscia di sole che dorava i tetti e le finestruccie del primo piano; sorridevano, io ne sentivo l’anima e il tepore; mi parevano amiche, le riconoscevo per il colore, per la forma, per qualche particolarità, benchè si rassomigliassero un po’ tutte.

Potrei ora, a tanta distanza di tempo, descriverle ad una ad una, strette così come tante sorelle piccine che guardano ad occhi aperti, oltre il muro di un orto, il sole che si nasconde. Perchè si nasconde al sole?... Dove andrà?... Lo sapranno i lontani pioppi del fiume che vedono tanto cielo?...

Tali cose mi passavano per la mente mentre sgambettavo dietro i rapidi passi della mia povera mamma.

E si udivano le campane. Era l’ora della benedizione.

Le campane del Duomo più gravi, poi quelle del Carmine, quelle del Suffragio, quelle delle Suorine, e più lontana, qualche altra, tanto più lontana, che so, in fondo all’anima e nei cieli.

E se mi capita di riudirle, anche adesso che la vita ed il soffrire mi hanno fatto tanto diverso, se mi capita di trovarmi disperso, in un’ora simile, per le vie della città dove son nato, in me si ridesta il fanciullo di allora e riprovo la sensazione provata e mi attardo a continuarla, chè in lei vorrei disperdermi come il tocco di una campana nella malinconìa del vespero.

Giungevano dal cielo, sopra i tetti più alti, sopra le case grandi dei signori, di quella gente ch’io guardavo con l’ammirazione devota di un fanciullo ignaro, vissuto in povertà; ci passavano sopra il capo, scivolavano via radendo gli alberi e le casupole fino all’ultima zona del cielo.

Quale dimenticato tesoro ho dato io a quei suoni? quale mio sogno disperso hanno cullato che mi siano tanto cari? Non so questo; so che ancora le distinguo ad una ad una, ne conosco il suono pacato, ne ho come una visione circolare, la visione di allora, chè mi pareva il cielo si aprisse sul loro cammino in tanti arcobaleni.

Poi ci si fermava innanzi alla piccola porta grigia di un convento. C’era, di fronte alla chiesa, una croce che poi fu abbattuta in tempo di carnovale per fare una burla macabra. Un infelice, mascherato da diavolo, vi fu legato. Era nel sonno dell’ubriachezza. Quando si destò morì dallo spavento.

Si entrava nel giardino, poi nella piccola chiesa dove riposavano i nostri morti: Domenico il bisavolo e il nonno Antonio e altri ancora.

L’uno s’era dato ai campi, l’altro alla mercatura, un terzo alla chiesa.

Così mi sono soffermato, oggi, prima di entrare nel convento, seguendo la rievocazione improvvisa che mi ha portato verso i luoghi della mia fanciullezza.

Qualcuno è venuto ad incontrarmi.

Padre Lorenzo Guidi era nella sua piccola cella di asceta fra una montagna di libri e di carte. Ha tralasciato lo studio per accompagnarsi a me e mostrarmi il convento, dalla ricca biblioteca, al refettorio, al grande orto.

Tutto è italiano qua dentro; vi si sente il caldo amore di un uomo legato saldamente alla sua terra.

I frati quivi raccolti sono bulgari, georgiani, polacchi, greci, ma tutti indistintamente parlano l’italiano, che è diventato oramai la loro lingua madre. Tale convento fu istituito nel 1883 e, a quest’ora, ha mandato più di ottanta missionari in tutto l’Oriente. È una istituzione internazionale, ma in realtà, grazie al tatto, alla profonda dottrina e al patriottismo di padre Lorenzo Guidi, può considerarsi come istituzione italiana. E quando si pensi che in Oriente codesti missionari, per la loro vita raccolta, semplice, modestissima, godono grande stima e venerazione fra i mussulmani, i quali ne ammirano e ne apprezzano le virtù; quando si pensi che esercitano un’influenza non indifferente, non può sfuggire l’importanza dell’italianità dei loro sentimenti.

Passiamo dalla biblioteca al refettorio, dal refettorio alle celle, dalle celle alla cucina; ogni cosa è linda, da tutto traspira un senso di gaia e modesta semplicità. La vita non deve essere grave a questi frati.

Si conversa lietamente; padre Lorenzo è di un buon umore inesauribile.

Passando nel giardino vediamo alcuni turchi con certi loro asinelli carichi di due corbe piene di uva. Attendono ne sia verificato il peso, poichè quaggiù tutto si vende a oke.

Frattanto i conversi mostano allegramente il frutto della vite. Sono giovani, ridono, si divertono all’occupazione insolita.

Fra di loro parlano italiano e, toltone uno, credo, o due al più, che sono nati in Sicilia, tutti gli altri provengono dalle parti più lontane d’Europa.

Altri ne incontriamo nell’orto, intenti a varie culture.

Tutto si passa in armonia, tranquillamente.

Ritornando passiamo vicino a una botteguccia. Un vecchio falegname è intento a piallare un travicello.

— Questo è mastro Giovanni — mi dice padre Lorenzo. — È un vecchio garibaldino.

— Un garibaldino?

— Sì.

— E si è fatto frate?

— No, io l’ho raccolto; vive con noi da dodici anni. Aveva il vizio di ubbriacarsi, e quando era ubbriaco diventava il ludibrio dei ragazzi che lo inseguivano per le vie. Era ridotto in uno stato pietoso, non aveva più un soldo. Un giorno lo chiamai al convento, gli dissi: — “Che mestiere sai fare?„ — “Il falegname„. — “Qui c’è lavoro, vuoi rimanere con noi?„ — Il patto fu concluso e da dodici anni è qui.

— E non si è più ubbriacato?

— Due volte sole, ed è ben poco in dodici anni. Poi molto spesso scende a Smirne, ma ritorna senza aver bevuto.

Ci facciamo su la soglia della bottega:

— Addio, mastro Giovanni — dice padre Lorenzo —; c’è qui un signore italiano che vuol salutarti.

Leva la bianca testa, si avvicina sorridendo, mi tende una mano, pensa un poco, pare voglia dir qualche cosa, poi stringendo forte la mano, che ha tenuta fra le sue, mi grida:

Viva Garibaldi, sior, e viva l’Italgia!...

In cammino.

È notte; sul quai ardono centinaia di lumi; una fiumana di gente si riversa alla birreria Clonaridis o passa oltre, si disperde nella notte.

Il piroscafo ha tolto gli ormeggi, prende il largo. A poco a poco della grande città e della sua vita non rimane che un vago chiarore su l’orizzonte: Smirne dalle belle donne è scomparsa.

Le nostre umiltà.

In massima noi siamo ancora un popolo che non ama viaggiare, che si infiacchisce nella consuetudine di una vita pigramente uguale e sta alle cose fatte, ai giudizi tradizionali ed ha troppe volte un’idea incertissima intorno a paesi e a questioni che dovrebbero tener ridesta l’attenzione più viva.

Noi temiamo il viaggio oggi come l’avremmo potuto temere cinquant’anni fa, quando si andava per le poste; ne abbiamo lo stesso concetto; lo consideriamo come una cosa appena appena possibile per i ricchissimi, come un diporto dispendioso ed inutile, o come un seguito di noie e di privazioni, alle quali non val la pena sottostare. Nel concetto comune è già superare una distanza enorme andare da Roma a Milano; data la qual cosa, le città più lontane come Cagliari, Palermo, Siracusa rientrano addirittura nella zona grigia, entro la quale, per la diffusa ignoranza geografica, sono compresi i vaghi confini del mondo abitato. Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.

Vedere non è forse sapere? — dice Balzac nella sua Peau de chagrin —; e se questo è, se vedere vuol dire allargare sempre più i confini della propria conoscenza; coltivare la mente e lo spirito; paragonare, giudicare, apprezzare, unire e scindere, assimilare e distanziarsi, se è tutto ciò e anche un divago, un proficuo riposo, perchè non vincere la tradizionale paura? perchè non superare uno fra i tanti preconcetti che perpetuano una nostra schiavitù che nessuna ragione sostiene? Nè si ponga in campo il tema delle spese e della comune esiguità dei mezzi. Così non è in realtà almeno per chi vuole e sa volere.

In Isvezia, ad esempio, non v’è professore di ginnasio o di liceo, non v’è impiegato il quale non si proponga al principio dell’anno, come finalità delle economie che verrà facendo, un viaggio verso i paesi del sud. Egli conosce le tariffe ferroviarie delle singole nazioni, le varie facilitazioni delle quali potrà usufruire; sa quanto spenderà per il vitto e l’alloggio durante il soggiorno in una determinata città; ciò che potrà costargli la vita nei piccoli paesi e nei grandi centri; viene preparandosi di lunga mano ciò che dovrà essere la sua gioia migliore. E tutti gli anni noi vediamo in Italia, perchè è appunto la nostra terra solare la preferita dai popoli nordici, vediamo queste lunghe teorie di viaggiatori che scambiamo ancora, benchè con minor frequenza, per tanti Cresi, per miliardari a spasso e che invidiamo senza aver neppure la remotissima idea di poter fare altrettanto.

Io non consiglierò mai abbastanza, ai giovani, l’amore al viaggio. Conoscere in primo luogo casa nostra e in seguito i popoli finitimi e quelli più lontani; imparare facilmente per la più semplice facoltà d’osservazione; vedere in quale valutazione siamo tenuti all’estero; dissipare per quanto si può le innumerevoli prevenzioni nemiche a nostro carico; diffondere la nostra lingua; imparare ad essere coscienti ed orgogliosi della nostra nazionalità; contrapporre a tempo e a luogo orgoglio ad orgoglio, disdegno a disdegno, fierezza a fierezza; valutare le nostre superiorità e le manchevolezze nostre; vivere intensamente la vita in tutte le sue forze, ecco ciò che dovremmo proporci, ciò che ci permette il viaggio, il quale è, senza forse, uno fra i maggiori ammaestramenti.

Una razza tanto più si rinsalda nelle sue tradizioni quanto più si muove ed ha occasione di conoscere gli antagonismi che la dividono, le qualità etniche che la differenziano, gli interessi che l’allontanano dalle altre razze. Avere esatta coscienza della propria entità significa raddoppiare il proprio valore, e tale coscienza non si acquista intera e compiuta se non quando si possono stabilire raffronti e rapporti non già cervellotici, ma derivati da una diretta e costante osservazione dal vero.

Ecco perchè ciascuno di noi dovrebbe proporsi di ridestare e di alimentare l’amore al viaggio, ritornando su tale proposito ogniqualvolta se ne presenti l’occasione; chè solo con l’insistere si vincono le secolari pigrizie, si scuotono gl’incerti torpori, si ridestano le energie latenti.


Noi dobbiamo combattere le nostre umiltà; dobbiamo renderci esatto conto del cammino percorso. Fino ad ora, come gente pazza che non sa bene su quale salda base appoggi i propri ragionamenti, siamo passati da elevazioni a demolizioni, perdendo e nell’un campo e nell’altro il senso della misura, ci siamo fidati troppo o abbiamo spinto l’amara gioia dell’autocritica fino all’aberrazione. Abbiamo esagerato nel primo caso falsando l’importanza dei fatti, dando loro una valutazione che non era esatta; abbiamo esagerato nel secondo allorchè, senza essere soccorsi da dati positivi, da una chiara conoscenza, si è giunti a conclusioni prive di qualsiasi serietà. Questo stato di fatto, codesta corsa alle antitesi non è certamente la più opportuna a rinfrancare la coscienza nostra, a dare quell’unità di intendimento che fa di tutto un popolo una magnifica compagine. Così è nata fra noi ed è cresciuta a gran rigoglio la mala pianta dello scetticismo; così si è alimentata la generale sfiducia, sfiducia che ha superato i nostri confini e viene serpeggiando, benchè con minore intensità, fra i nostri connazionali residenti all’estero. Più di una volta ho avuto amare confessioni; più di una volta mi son sentito chiedere: — Perchè non si fa? Perchè non si agisce? Non vedono, non sanno in Italia le nostre condizioni? Non osservano ciò che fanno gli altri? — E a tali interrogazioni mi conveniva rispondere citando la buona volontà dei pochi; ciò è a dire: una coscienza limitata; una forza ancora inadatta.

Sappiamo forse noi quali siano le condizioni dei numerosi italiani sparsi per le regioni del Levante?

Sappiamo forse quale grande importanza abbia tuttavia la nostra lingua in questi paesi, benchè debba sostenere una lotta assidua con la lingua francese, e molte e troppe volte, venga soprafatta? Sappiamo con esattezza in quale concetto siamo tenuti dagli indigeni, e ci preoccupiamo forse di vincere, con azioni dirette allo scopo, le male prevenzioni, i disprezzi radicati, i tronfii sdegni alimentati da chi ne ha interesse? Conosciamo le lotte aspre sostenute dalle nostre scuole a Tunisi e a Smirne, a Bengasi e a Salonicco? Lotte quotidiane, a volte, affrontate con una costanza, una fede e un entusiasmo dei quali non sarebbero capaci certamente i nostri scettici dalla volontà flaccida e dal cuore vuoto.

Tutto ciò è pressochè ignoto alla maggioranza del pubblico e non so se il pubblico sia per appassionarsene, disabituato com’è a partecipare ai vivi problemi della vita nostra; a quei problemi che escono dalle meschine controversie della politica interna o dalle dimostrazioni di piazza. Eppure tali cose dovrebbero richiamare la nostra attenzione assidua, dovrebbero tenerci desti ed alerti. Io non so quale effetto esercitino alla Consulta le relazioni dei consoli e dei tenenti di vascello, incaricati di studiare questioni particolari in Oriente, so però che non sarebbe male se tali relazioni, detratte le notizie di carattere delicato, fossero rese di pubblica ragione. Troppe volte apprendiamo dai resoconti dei consoli esteri, riportati dai nostri giornali, lo sviluppo economico e le condizioni generali di qualcuna fra le nostre colonie, e mi pare, o mi inganno, che ciò sia ridevole. La stessa cosa non avviene in Inghilterra, non avviene in Francia, paesi nei quali la coscienza nazionale non è mai sonnecchiante, ma veglia e si impone.

 
Rättvick. — Giovinetta nel costume della Dalecarlia.
 
Un lago in Lapponia. Il grande arco nella montagna è chiamato: La porta dei Lapponi.
 
Un cimitero nell’estremo Nord.
 
Su la miniera di Kiruna. Operai al lavoro.

Troppe volte mi sono sentito chiedere, al ritorno da qualche viaggio in Oriente: — “Quale lingua parlava laggiù?„ — E quando rispondevo: — “L’Italiano!„ — vedevo i miei interlocutori, che non erano precisamente dei semplicioni o dei mercanti di castagne, allargar tanto d’occhi, fare un viso di meraviglia e stupire e stralunare. Non pareva loro possibile che la lingua italiana potesse essere intesa un palmo più in là dei confini del Regno. Essi si erano abituati ormai a considerarla come una povera, inutile cosa, rifiutata e scacciata; sì come una bellissima veste ma fuori d’uso, della quale ci si poteva tutt’al più compiacere in casa propria, innanzi all’ammirazione degli intimi; si erano abituati all’umiltà della rassegnazione, di una supina rassegnazione derivante da cecità di spirito e di conoscenza. Eppure quanto il francese e più del francese la lingua nostra ha potere di espansione per poco che la si aiuti; per poco che ciò si voglia. Conviene viaggiare per convincersi di tale verità. Ma la coscienza nostra non è ancora tanto libera da servilismi, da imporsi con ragione per la via più diritta. Quanti sono ancora fra noi che preferiscono il francese; che, viaggiando, non pronunzierebbero una sola parola italiana per timore di essere svalutati nella considerazione dei compagni di viaggio? Dico questo con coscienza di causa, perchè ho assistito a troppe scenette tipiche e ne ho arrossito di vergogna. Vinceremo il malanno, non ne dubito; ma frattanto sussiste tuttavia ed è l’indice di una miseria di spirito che conviene combattere con ogni nostra forza migliore.

L’espansione di una lingua segna il progredire economico, l’influenza morale, il prevalere della civiltà di un popolo. Nei centri più civili dell’Oriente, la Francia è scimiottata fin nella letteratura. I pochi turchi che scrivono sono imbevuti fino alle midolle di letteratura francese, e non è certo la migliore che arriva quaggiù. Basta dare un’occhiata alle vetrine dei libri. I titoli, le copertine, gli autori vi dicono subito di che cosa si tratta; pornografia e pornografia in tutte le salse, attraverso mille sfumature. Ed ogni vetrina è inondata da pubblicazioni di simil genere, ne è aggravata, costipata. Avete un bel cercare qualcosa di diverso: non vi riuscirà. Sempre la stessa merce, sempre gli stessi autori. All’infuori dei giornali, non un libro italiano, nè inglese, nè tedesco. Se ne chiedete qualcuno, vi guardano in faccia quasi pretendeste l’araba fenice o il cinamulgo. Non sono abituati a simili domande; nessuno se ne occupa. E di giorno in giorno si perde campo, perchè la Francia non dorme e le preme mantenere la propria incontestabile supremazia. Che facciamo noi? Poca cosa invero per il molto che ci sarebbe da fare.

Toltone nelle classi colte, è incontrastato che la lingua italiana è molto più diffusa della francese in tutto l’Oriente mediterraneo. Da Corfù a Pireo, da Pireo a Canea, da Canea a Smirne, da Smirne a Salonicco, fin dal vostro giungere, trovate i facchini del porto che parlano italiano correttamente, senza intoppi; simil cosa avviene nei porti della Siria e dell’Egitto, della Tripolitania e della Cirenaica.

Tale diffusione della nostra lingua in seno ai popoli del Levante si è mantenuta spontaneamente senza l’intromissione di alcuna volontà estranea o di azioni premeditate. Ragioni etniche e storiche ne favoriscono l’espandersi nei secoli; ora, se pure tali ragioni permangono, sono appoggiate da noi con mezzi fiacchi.

Tutti coloro che in Oriente agiscono per il mantenimento del nostro buon nome o per lo stabilirsi di una nostra supremazia non si sentono appoggiati, spalleggiati, in patria, da un comune acconsentimento, da quella viva simpatia che fa ringagliardire ogni entusiasmo; sono, in realtà, un poco soli, hanno il senso di un isolamento tanto più amaro quanto è meno ragionevole. Così coloro che spendono di propria iniziativa (e sono molti) danaro ed energie per la causa nostra e non cercano alcun compenso; così i direttori di scuole, i professori, i maestri, i missionari e tutti i religiosi, i quali compiono un’opera vera e continua di italianità.

Per tali vie, che la Francia ben conosce, si espande la lingua e l’anima di una gente. Ma a volte noi abbiamo inesplicabili ignoranze e più inesplicabili umiltà.

Alcune nostre merci, ad esempio, si sono imposte ormai in tutto l’Oriente; non siamo più noi che andiamo a cercare il mercato, ma è il mercato che viene a noi. Ora, perchè le nostre Case di esportazione, seguendo l’esempio delle Case tedesche, inglesi e francesi le quali impongono la loro lingua, non mantengono la corrispondenza in italiano? perchè preferiscono il francese che non è necessario nè imprescindibile?

Adottando la lingua italiana, come ne avrebbero diritto, non potrebbero trovare impiego presso le Case estere di importazione tanti giovanotti che ora escono dalle nostre scuole all’estero e non trovano collocamento?

E inoltre, diffondendosi tale giusta misura, non scomparirebbe poco alla volta la sfiducia, non cesserebbe l’amara domanda che si rivolgono i nostri giovani: — “A che ci serve l’italiano? perchè studiarlo?„

Se abbiamo ormai una incontestabile forza economica, conquistiamoci altresì una supremazia morale. La prima non avrebbe valore duraturo senza la seconda.

Conviene scuotersi dal sonno e camminare.

Sopra la tolda.

Per farci un’idea pressochè esatta del pubblico viaggiante sui nostri piroscafi che fanno servizio fra la Tripolitania e Costantinopoli, scorriamo il registro di bordo, quel libro cioè sul quale dovrebbe essere scritto il nome e il cognome di ogni viaggiatore. Apriamo a caso e leggiamo: — Una donna araba; Mustafà e due donne; Cinque ufficiali ottomani; Uno; Donna turca; Alì sa femme e un minore; Indigente; Una compagnia di teatro; Bernarda da Malta e due poppanti, e così di seguito. Pare di leggere la didascalia dei personaggi che non parlano di qualche dramma spettacoloso, e abbiamo a che fare in realtà con personaggi che non parlano.

L’impiegato di bordo il quale, dovendo registrare il sopraggiungere di un nuovo viaggiatore, ha scritto con estrema semplicità: Uno, ha fatto, senza saperlo, il più bell’esame psicologico di questa gente in rapporto a noi. Uno, e cioè un’unità oscura, una quantità imponderabile, senza nome; una specie di monade solitaria o di oasi inaccessibile fra gli ardori di un deserto incommensurato.

Per noi tutta questa gente non è più di un’ombra che trascorre. Ci passa vicina, vive al nostro fianco una diecina di giorni nella più stretta intimità di vita che possa immaginarsi, ma non si appalesa, non si accomuna; appare e scompare silenziosa, chiusa, quasi nemica; veglia anche nel sonno; si apparta quanto più può, si nasconde, china la faccia, volta le spalle, cerca gli angoli più remoti, si raccoglie: è l’ombra che trascorre.

Che potremmo dirne che non sia esteriorità, lato di colore o costume più o meno edificante? La nostra migliore volontà si infrange contro la muta barriera, contro l’impassibile indifferenza ostile. Ogni indagine è vana, ogni tentativo ha l’identico risultato pressochè nullo. Non valgono cortesie. Una mano che passa dalla fronte al cuore, o dal cuore alla fronte è la dimostrazione della loro riconoscenza e niente più. Li interrogate e vi rispondono appena, o non vi rispondono affatto; se non vi guardano con diffidenza, sorridono e non si levano dalle loro positure oltremodo comode. Io credo veramente che essi vivano in uno stato torpido; fra l’essere e il non essere così come stanno di continuo fra la veglia e il sonno; credo non abbiano nulla da dire di loro stessi, nulla che sia in chiara evidenza innanzi agli occhi della loro mente. Non conoscono che Allah; vivono in Allah; si moltiplicano per Allah. Una idea, una tradizione cieca, un fanatismo feroce. Ci appaiono come coscienze primitive e tenebrose appena emergenti dalla penombra; nulli come individui, meravigliosamente saldi come compagine. La loro miseria individuale, l’incapacità di essere qualcosa particolarmente, li rinsalda. Maometto è il capitano che li conduce tuttavia e li ha ubbidienti fino alla morte. Ogni gerarchia comincia e finisce in Maometto; è l’ombra del Profeta che li governa e li disciplina oggi come tredici secoli fa. La massa amorfa ch’egli trasse furiosamente alla conquista di un vecchio mondo in isfacelo serba tuttavia l’impronta della sua volontà straordinaria. Il formidabile impeto che li risvegliò in un grido di guerra cova tuttavia nel loro cuore, pronto a divampare con la stessa furia. Ciò che Maometto foggiò secondo una legge gelosamente ferrea è rimasto immutato nei secoli, nè credo sia per mutare. La stessa inerzia di questi popoli forma un ostacolo quasi insuperabile; inerzia morale superiore a qualsiasi tentativo che voglia o tenda superare l’antico confine. La loro religione è il loro mondo, il loro Io, la ragione della vita o della morte; all’infuori di ciò essi non vedono che una zona grigia e minacciosa. La nostra civiltà è una parola, una fiaba della quale hanno sentito dire troppe volte e che li lascia perfettamente indifferenti se non ostili. Imitarla o seguirla non sarebbe possibile se non rinunziando alla loro vecchia anima statica; potranno assimilarne, forse, quella parte che riesca più direttamente a nostro danno. Frattanto noi siamo e restiamo, per la grande massa, gli antichi giaurri, i cani infedeli che conviene rispettare perchè possono far danno, perchè non è possibile sbarazzarsene. Non è un freddo pessimismo calcolato che mi conduca a tale conclusione, ma una osservazione diretta e continua; una serie di fatti concomitanti, allo svolgersi dei quali ho potuto assistere, e il convincimento sereno della maggiore e della migliore parte dei nostri connazionali che vivono da lungo tempo nell’Oriente mediterraneo.

Ora il registro di bordo, nella sua semplice e schietta spontaneità, è l’indice migliore della grande distanza che ci separa tuttavia dal vecchio mondo mussulmano. Ne ho dato un breve saggio, ma potrei continuare. Non si tratta unicamente di Alì e compagni, di Un arabo o di Un soldato, ma di ufficiali e di kaimakan ed anche di qualche governatore delle provincie più remote dell’impero turco. Ci sfilano dinanzi tutti senza nome o quasi, appena emergenti dalla loro ombra; compaiono come scompaiono. Muti e sdegnosi, estranei e lontani. Non parlano, ed anche quando vi accostano e vi interrogano e voglion sapere dell’Europa e dei nostri costumi; quando vi esaltano Parigi, non già per le sue forze migliori, ma per ciò che vi hanno trovato di più corrotto, sentite sempre una barriera che li divide da voi. Vi fanno l’effetto di creature le quali si sporgano per un attimo oltre un grande recinto, entro il quale si affrettano a ritornare.

In massima, presi a parte a parte, non sono, per noi, niente più di Uno, di un ignoto il quale, uscito dalla folla, compia un lungo giro, vi scivoli innanzi senza guardarvi e rientri rapido nell’ombra uniforme dalla quale era emerso. Ho detto in massima perchè le belle eccezioni vi sono, ma non certo benvise dalla maggioranza.

Tale è, per oggi, la semplice verità. Può darsi che in un domani più o meno remoto le cose cambino aspetto; che la millenaria anima nemica, ridesta da un entusiasmo improvviso, voglia rinnovarsi più apertamente al sole; che, per la tenace volontà dei pochissimi, la montagna vada al nuovo Maometto; tutto può darsi. Dopo tanto entusiasmo non conviene far l’amara professione degli scettici impenitenti.


Il mare è tranquillamente sereno; facciamo un giro per il piroscafo; sarà altrettanto divertente quanto percorrere i bazar di Smirne e di Costantinopoli, o penetrare nel più riposto cuore di una casa turca.

Siamo in viaggio da vari giorni, abbiamo perennemente in vista le squallide coste dell’Africa: piccoli pallidi colli appena emergenti dalla foschìa, piani immensi dai quali giunge l’impeto soffocante del khamsin, il vento del deserto. A quando a quando qualche fila solitaria di palmizi sorge su l’afosa diafanità dell’orizzonte entro la quale la terra color d’oro dilegua e trascolora. Il mare è bianchiccio, senza luminosità, torpido, oleoso. Le piccole increspature che il vento vi produce appaiono e dispaiono, si rinnovano in un giuoco infinito, guizzano via, senza lucori, fra il bianco e il grigio nell’immensità lattiginosa. Tutto si appesantisce e si attarda nell’imperare immutato del caldo e della caligine.

Abbiamo toccato gli scali di Tripoli, di Misrata, di Bengasi. Il piroscafo è rigurgitante chè, ad ogni scalo, vi si è riversata una vera fiumana di viaggiatori. Sono giunti urlando e strepitando, stipati fra bauli e fardelli, hanno invaso il ponte coprendolo e trasformandolo in pochi secondi. Abbiamo a bordo una rappresentanza di tutte le razze dell’Impero turco: greci, albanesi, arabi, circassi, sudanesi. La varietà dei costumi è altrettanto grande quanto la varietà dei dialetti e delle lingue. Abbondano i beduini coi loro marmocchi, che se ne stanno perfettamente ignudi al sole.

Sono a bordo cinque ufficiali turchi, ma viaggiano in terza classe attendati col resto della tribù; un solo ufficiale superiore, che ha il passaggio in seconda, ha confinato la moglie in terza classe in compagnia delle serve nere. È ben vero che il Corano proibisce ai mussulmani di accostarsi ad una donna, sia pur questa la madre o la moglie, in qualsiasi luogo che non sia nell’haremlik; ma non sarebbe stato difficile invertir l’ordine delle classi. Bisogna convenire che tali sfumature non rientrano ancora nel sentimento cavalleresco mussulmano. L’esempio di persone che viaggiano in seconda e lasciano la moglie in terza non è infrequente, è quasi la regola, come pure è regola generale la estrema libertà di movimento, l’assoluta noncuranza delle più elementari convenienze che la nostra civiltà ritiene indispensabili alla serenità dei rapporti reciproci, e l’indifferenza olimpica con la quale tutta questa gente fa il proprio comodo senza restrizioni di sorta. Sono in casa loro, non c’è che dire; nessuna cosa li disturba; fanno ciò che fanno e Allah li sorveglia. Il torto è nostro, che guardiamo con occhi diversi; bisogna inambientarsi. A dire il vero i cinque ufficiali, non appena sono saliti a bordo, avevano una divisa sgargiante, ma, dopo qualche ora, chi li avrebbe riconosciuti? In pantofole, senza calze o con le calze rotte; un lungo camicione a fiorami ed ecco fatta la toeletta da viaggio. Si sono accosciati su le stuoie e si guardano senza parlare, accarezzandosi i piedi. Uno ha un grande binoccolo a tracolla, un altro ha un narghilè; un terzo il tespikh, del quale fa scorrere i grani fra le dita metodicamente. Poco più lontano è un gruppo di soldati che vanno in congedo. Descrivere la loro divisa è quasi impossibile, tanto è dissimile da individuo a individuo. In una cosa si rassomigliano perfettamente, nelle rattoppature, nella sporcizia come nella tonsura, che varia dalla corona alla mezza luna; dalla grande chierica alla piccola coda eretta sul bel mezzo del cocuzzolo.

Passiamo fra cumuli di bauli policromi, rossi, verdi, gialli, a fiorami, a figurazioni simboliche; rivestiti di carta, di lamiera, di chiodi e di bullette migliarine; scartiamo i materassi, i tappeti, le coperte e le stuoie; scavalchiamo gli individui, distesi ovunque sia un piccolo spazio, per abbracciare con un’occhiata questo novissimo bazar. Sui quattro boccaporti di poppa e di prua sono state distese quattro tende; ogni boccaporto accoglie una o due famiglie: le donne da un canto, gli uomini dall’altro. Per mezzo di tende supplementari hanno fatto divisioni e suddivisioni tanto da non vedersi reciprocamente e da celare agli occhi scrutatori il volto delle loro hanum, e ci sarebbero riusciti se il vento non scompigliasse tali baracche. Li cogliamo così nella loro intimità. D’altra parte è sempre la stessa cosa: materassi, coperte, stuoie, tappeti, e persone sdraiate e persone accosciate. Le donne fanno il caffè. Tale è la loro occupazione continua, quando non dormono e non si bisticciano.

Vedute così, libere dal ciarciaf, appaiono piccole e goffe; troppo grasse; troppo impacciate nelle movenze.

Le ricche, e conseguentemente le più indipendenti, spingono il loro ardimento fino a salire fra noi, sul ponte riservato alla prima classe; però, superata la barriera, si aggruppano in un angolo e guardano il mare per lunghe ore, o siedono alla turca sui sedili europei voltando la faccia alla spalliera e le spalle a noi. Le povere sono compiutamente abbrutite. Cinque donne del popolo per quattro giorni e quattro notti sono state rannicchiate dietro una barriera di bauli, per non farsi vedere, e non sono uscite mai dalla prigione angustissima. Il comandante del piroscafo, per non violare il prezioso gineceo e non far nascere una rivolta a bordo, si è dovuto accontentare della pulizia sommaria che le donne stesse compivano nel loro angolo sacro. A Smirne era salita a bordo un’altra disgraziata: una turca compiacente; non appena lo seppero i babau, fu presa e rinchiusa nella stiva, e dalla stiva non uscì se non quando fu giunta a destinazione; ciò vuol dire che vi rimase per sei giorni consecutivi.

I poveri mordono il freno per le novissime libertà dei ricchi, e non so se vorranno sempre pazientare. Certo, ciò che può tollerarsi in viaggio, sarebbe assolutamente intollerabile a terra. Approfittiamo adunque di tale condizione di grazia per osservare meglio.

Ogni famiglia ha portato con sè tutti gli oggetti di casa, io credo: dalle stoviglie ai materassi. Hanno fornelli a spirito, cesti, bottiglie, terraglie, panieri, vassoi, tazze, bicchieri ed altri arnesi, dei quali è difficile conversare. Un maggiore turco ha spinto la sua tenerezza fino a portare seco, oltre la famiglia, un pappagallo, un montone, un gatto d’Angora e due gazzelle. L’osservo da tre giorni, e da tre giorni lo vedo sempre più lacero e sporco. Trascina seco un marmocchio che non ha alcuna soggezione di adempiere a’ suoi doveri più urgenti ovunque si trovi. Da tre giorni si cibano di un enorme cocomero che hanno imbarcato a Tripoli. Non conoscono l’uso del fazzoletto, non guardano in faccia a nessuno. Il padre è sempre taciturno, il figlio strilla come un’aquila dalla mattina alla sera, e quando il padre si abbandona a’ suoi acrobatismi religiosi, la qual cosa avviene varie volte al giorno, dopo un opportuno orientamento verso la Mecca, il figlio, che è rimasto senza guardia, si spoglia urlando e se ne fugge ignudo. La qual cosa esilara i vecchi turchi dalle mani incrociate sull’ombelico.

Gentilmente invitato dal comandante Salvatore Viola, salgo sul ponte di comando; si domina meglio la scena.

Ovunque si volga l’occhio non si vedono che cumuli di fardelli fra i quali si stipano uomini e bestie. L’odore che sale da tale massa di creature è, a volte, insopportabile. È l’odore della cipolla e del muschio, della fogna e dello zibetto, un miscuglio senza nome, non mai avvertito; nè il vento vale a disperderlo, chè sempre si rinnova. Sotto di noi una giovane beduina è intenta a cercare fra i lunghi capelli di una sua congiunta qualcosa che di quassù non si può vedere. Un’altra, che ha il volto velato, ha il seno interamente ignudo e allatta il suo figliuolo, che non può avere meno di due anni; un brutto sgorbio nero dai capelli tagliati a ghirlanda e dall’enorme ventre. Poi piedi e gambe che sporgono da inviluppi di lacere coperte e di stuoie e di tappeti; uomini sdraiati, raccolti, rannicchiati, composti negli atteggiamenti più inattesi, accatastati e costretti entro spazi inverosimili, e bauli e valige e teste rase e teste incappucciate. Cento costumi, cento colori. È tutto un luridume pittoresco, un’immondizia variopinta, un austero pidocchiume che non perde mai l’innata gravità.

Il sole muore in un tramonto tranquillo sul mare senza moto. Lo vediamo discendere fra l’estrema caligine; lo si può guardare: è pallido ed enorme. Contro il suo disco metallico un vapore ignoto si allontana, sempre più impicciolendosi finchè non resta, sotto il crepuscolo roseo, che un tenue alito di fumo fra cielo e mare. La terra è scomparsa; navighiamo pei campi del silenzio. Anche la gente tace. Ma ad un tratto, verso la prua, compare un vecchio cieco guidato da una bambina: è alto, rigido, quasi spettrale nella penombra; siede sopra un fascio di corde, posa su le ginocchia un suo istrumento, poi, in questa immensità senza confine apparente, si leva una monodia dolcemente monotona, di una tristezza profonda. Chi canta? È un vecchio greco, un povero ramingo che va per il mondo con una bimba pallida, amore senza carezze. Canta le arie della sua Tessaglia, rievoca una grande anima tragica, un immenso dolore senza mutamento.

Nessuno parla all’intorno; il raccoglimento si propaga simile a un incubo e la voce si rafforza, preme nell’impeto rievocatore.

È l’ombra di un popolo millenario che sorge fra cielo e mare e si ammanta nel suo paludamento nero.

Verso la Gran Sirte.

Giù nel cielo, fra la foschia, sorge l’altipiano della Cirenaica. È una linea giallastra sul mare scialbo.

Il caldo umido snerva talmente, che è già fatica l’osservare.

Giunge il vento del deserto, il khamsin, e ci avvolge nelle sue folate e ci mozza il respiro.

Incontriamo alcune piccole navi a vela. Sono ancorate al largo, chè l’acqua non supera i quindici metri di profondità. Attendono alla pesca delle spugne.

Un uomo nudo, stretta una grossa pietra fra le gambe, si lancia a capofitto nel mare, raggiunge il fondo, strappa le spugne e risale rapidamente.

Il pericolo è continuo, chè i pescicani sono abbastanza frequenti in queste acque.

Non più tardi della settimana scorsa un pescatore di spugne fu ingoiato fino alla cintola da uno squalo, il quale si affrettò a rendere la preda non appena sentì fra i denti la pietra che aveva servito da zavorra al disgraziato.

I compagni lo raccolsero cadavere informe.

Già, dal piroscafo, hanno segnalata Derna. Nulla si vede su la bassa costa, se non tre lunghe antenne; le antenne del telegrafo senza fili, impiantato da vari mesi da una Società Tedesca, la quale non potè poi servirsene stante i soliti procedimenti del governo turco, procedimenti che consistono nel tutto concedere sul principio per tutto ostacolare in seguito.

Ora sembra che le controversie siano superate e il telegrafo possa funzionare. Si tratta della Germania!

Se in suo luogo si fosse trovata l’Italia, a quest’ora, di fronte alla cortese passività dei giovani turchi, la partita non sarebbe risolta tuttavia.

Ma noi facciamo la politica della penetrazione pacifica, la quale politica, se dovesse essere definita garbatamente lo sarebbe ad un di presso così:

— Quella cosa per cui uno spende molti soldi per buscarsi qualche calcio a tramontana e dire: Grazie, e tante scuse!... —

Derna.

È un nido fra i palmizi, non più di un nido, chè tutto intorno l’alta costa è arida e deserta.

Il nostro arrivo è segnalato, ma non si può scendere a terra prima che il kaimakan, e cioè il prefetto di Derna, sia salito tra noi ad assumere informazioni circa un incidente avvenuto a bordo.

Contemporaneamente al kaimakan una turba lacera e urlante invade la nave; sembrano pirati e sono probabilmente gli stessi che saccheggiarono il piroscafo della Navigazione Generale che si arenò in questi paraggi.

Pare entrino in casa loro; passano correndo, vi urtano, non vi curano, vi guardano loschi, bestemmiano nel loro dialetto cose incomprensibili.

La disciplina di bordo? E come mantenerla? Di quale forza si dispone e di quale autorità, sopratutto? Poi non facciamo noi la penetrazione pacifica?

Noi umili e buoni, ed essi signori. E di ciò si è avveduta questa razza ignorante e bruta, che vuol essere trattata, a scudisciate per convincerla che una nazione ha una forza e una volontà.

Sì, ho sentito dire molte volte, troppe volte, lungo questo mio viaggio, fra qualche marinaio nostro e qualche lurido mascalzone il quale non conosceva altro dovere a bordo se non quello di fare il proprio comodo, ho sentito dire:

Bono taliano, bono!

E il marinaio:

Bono turco, bono!...

Quale squisito duetto sentimentale! Poi alla prima occasione, come è accaduto proprio a me di vedere, alla prima occasione in cui il bono taliano non facesse i comodi del bono turco, giù un tal pugno su la faccia da doverlo curare con tre punti di sutura, e il bono taliano, mosca!... chè altrimenti si compromette la penetrazione pacifica e gli alti, segreti, incomprensibili interessi nostri patrocinati dallo Stato.

E la nostra influenza morale diventa di giorno in giorno sempre più quella graziosa e ridevole cosa che tutti conosciamo.

Se qualcuno protesta, se qualche comandante di nave si sente salir la nausea e avrebbe volontà di darla una buona volta una lezione esemplare alla schifosa ciurmaglia che gli innonda e gli appesta il piroscafo e glielo riempie di pidocchi e di tutti i parassiti umani ed ha mille pretese ed è insolente e prepotente; se un comandante di nave, il quale deve pur trasportare codesto carico di delizie, volesse far rispettare la disciplina di bordo e desse una santa lezione, correrebbe il rischio di perdere il posto.

I consoli raccomandano la pazienza, la rassegnazione, la bontà, sante virtù cristiane che nel campo politico hanno un logico valor negativo; biasimano gli atti energici, e se qualcuno fra di loro, come, ad esempio, il nostro console a Canea, ha un’opinione diversa, non può mantenerla che a suo rischio e danno.

E appunto perchè in Italia la politica estera è quella cosa talmente oscura e sibillina, che troppe volte vano sarebbe tentare decifrarla, appunto per questo noi che ci troviamo di fronte ad uno stato di fatto umiliante, indecoroso e dannoso, dobbiamo accontentarci di chinare il capo, di non tentare l’indovinello e di sussurrare: