Vuolsi così colà, dove si puote....
E torniamo a Derna fino a che non si ricominci, e ho in animo di ricominciare, perchè certe cose che non si possono dire convien dirle ad alta voce, sì che tutti sentano e ne siano convinti, e siano convinti altresì che questa è la verità e nessun’altra la quale potesse apparire più o meno mascherata da blandizie.
Quando il kaimakan di Derna, che è una cortesissima persona (è giovane turco, avrà cinquant’anni forse; è stato esiliato lungo tempo a Parigi e a Londra sotto il regno di Abdul Hamid; ora occupa qui una carica delicatissima e si vedrà perchè), quando il kaimakan ha sbrigato i suoi affari inquisitori ed ha ascoltato imparzialmente anche una donna di circa sessantacinque anni, la quale sostiene di essere stata urtata malamente da un soldato italiano che le ha strappato dal capo le sacre bende ed ha voluto perquisirla (vedi sacrilegio nefando! E pensare che in tutto ciò non c’è una sola parola di vero); quando le querimonie e le lamentele e le imprecazioni contro l’Italia hanno avuto l’esito loro, il permesso è dato e si può discutere su le imbarcazioni che ci condurranno alla non lontana spiaggia.
Si discende sopra un monte di detriti di alghe marine; sono intorno: da un lato le basse montagne che cadono a picco sul mare, dall’altro alcune casupole dall’aspetto miserevole e un bosco di palmizi.
Passiamo la zona sabbiosa, ci inoltriamo per la stradicciuola che conduce a Derna.
Si cammina fra basse mura di orti e di giardini; ovunque si guardi si elevano i ciuffi eleganti dei palmizi.
Ogni tanto qualche porta moresca si apre su una magnifica visione di verde.
Vedo strani e indimenticabili intrecci di palme e gruppi di banani e di fichi e di cacti. All’ombra delle piante pascolano cammelli e pecore.
Qualche figura di donna ammantata nella sua veste giallo-oro e rossa, si perde fra le ombre.
Traversiamo il letto sassoso di un torrente asciutto ed eccoci, alla piccola Derna. Un bianco nido fra giardini e campi ubertosissimi, un sèguito di casupole dalla terrazza ricca di fiori.
Ma tutto questo ben di Dio, tutta questa ricchezza in realtà si limita a ben poca cosa: intorno intorno, su l’altipiano, è terra incolta e dispoglia. Non un albero, non un’ombra: una distesa desertica.
Derna non è che un’oasi sul mare.
La città, o meglio il villaggio, non ha alcun carattere particolare. Sono le solite casupole arabe, tutte bianche, terminate da una terrazza.
In una piazzetta irregolare sorge il palazzo del kaimakan.
Ciò che mi resta a dire su questo angolo d’Africa non riguarda nè il clima, nè gli abitanti, nè le mie particolari impressioni. Benchè non possa qui trattare esaurientemente la questione, voglio accennare ad alcune cose le quali dimostrano approssimativamente quale sia, almeno in queste regioni, l’atteggiamento assunto dai giovani turchi verso l’Italia.
La loro massima è la seguente: Fare buon viso e favorire in apparenza ogni iniziativa italiana; ostacolarla in sostanza in tutti i modi possibili, tanto che non se ne venga mai a fine.
La politica del doppio giuoco, insomma; un astuto andirivieni pieno di affabilità, tanto affabile da distruggere l’avversario a furia di cortesie e da lasciarlo con un pugno di mosche.
E questo è appunto ciò che accade ai nostri connazionali residenti in Cirenaica.
Eccone una prova che mi pare abbastanza significativa.
Un nostro connazionale che ha attraversato in lungo e in largo l’altipiano della Cirenaica e ne ha studiato il clima e i terreni e le possibilità di irrigazione, venuto nel convincimento che sarebbe stata non solo possibile, ma altamente rimunerativa una cultura di detti terreni, tre anni fa si decise di tentare l’impresa e comprò dal Governo turco un largo appezzamento incolto per tentarvi i primi esperimenti.
Il vecchio Governo necessariamente annuì, intascò i soldi, e quando si trattava di legittimare e di definire la proprietà del nostro connazionale, quando si trattava di segnarla a catasto sorgevano mille difficoltà e una. Prima un impedimento, poi un altro; mandarono la cosa alle calende greche.
Il vecchio Governo cadde; Abdul Hamid andò in esilio; tutta la stampa europea, e più specialmente quella italiana, levò odi e inni al nuovo reggimento, ne magnificò le intenzioni, ne salutò esultando l’avvento al potere. Non una nota stonata, non un sorriso incredulo o pessimistico; dal nord al sud si davano l’imbeccata, e la gioia dei mussulmani pareva una gioia famigliare.
— Che cuori d’oro questi italiani! — avrà pensato qualche turco dalla faccia ambigua; qualche turco per antonomasia, voglio dire, il quale, giovine o vecchio che sia, non è precisamente troppo sentimentale. E noi giù, a fare il “Francesco mio!„ come i fringuelli in amore e a gettar parole a mani piene e a cantare il “magnificat„.
E qualcuno ci crede ancora un popolo vecchio, mentre abbiamo l’ingenuità dei poppanti e la baldanza dei giovinetti che non misurano il loro entusiasmo.
Insomma si prese un granchio a secco e un bel granchio solenne, tanto da dover torcere il niffolo mortificatamente come la pulcella che si fida troppo su l’idealità dell’amante suo e si vede fatta una cosa che non si attendeva.
Ora il nostro connazionale, che aveva esperimentato a sue spese i metodi del vecchio Governo, a tanto suon di tube e di tamburi, si sentì allargare il cuore e cominciò a sperare da bono e si ringalluzzì.
Egli viveva, veramente, molto lontano dalla capitale turca, in un’oasi quasi selvaggia e non poteva veder mutamenti, ma, in compenso, leggeva i giornali i quali inneggiavano alla marcia trionfale della Giovine Turchia.
Contuttociò gli parve, così, nel suo isolamento, che al magnifico concerto cominciasse a mancare qualche istrumento: oggi i clarini, il giorno dopo i flauti, poi i tromboni; gli parve che la voce ne fosse meno sonora e che l’eco ne morisse; poi gli nacque un dubbio che ritornò a tormentarlo con insistenza assidua:
— Ma.... o io sogno.... o questa è musica che conosco!
E non sognava e ben presto se ne convinse per sua personale esperienza.
La Giovine Turchia aveva cambiato i suonatori, ma la musica era la stessa.
Giunse a Derna il nuovo kaimakan con le sue donne.
Fu ricevuto a gran festa; si installò nel palazzo del comando come i reucci da fiaba.
E cominciò la serie delle mirabili cortesie.
Inchini a destra, sorrisi a sinistra e strette di mano e parole soavi, mentre in cuor suo cantava l’antica antifona turchesca:
— Accidenti ai giaurri!
Sorrisi e parole oh! tante quanti i datteri su la palma.
E il nostro connazionale cominciò a bene sperare. Le necessarie formalità per la legittimazione de’ suoi terreni sarebbero state compiute ed egli avrebbe potuto mettersi all’opera; senonchè....
Ecco; la prima volta ch’egli ne parlò al kaimakan (erano diventati intimi amici), questi fece le più alte meraviglie. Come mai a Costantinopoli si aspettava tanto? Come spiegare una così dannosa incuria? Non era l’Italia una nazione amica, anzi una fra le migliori amiche della Turchia?
— Non dubiti, scriverò, scriverò; la cosa sarà sbrigata entro un termine relativamente breve. È bene si cominci la cultura di queste terre. Lo Stato deve concedere, facilitare, stimolare, difendere.... — e giù una fiumana di parole entusiastiche.
Il nostro connazionale se ne andò sfregandosi le mani. Era giunta la volta buona.
Che cara persona quel kaimakan, e che esatta visione delle cose e quale modernità d’intendimenti!... Con una persona tanto compita non conveniva insistere, non bisognava mostrarsi seccatori; egli avrebbe agito per conto proprio ottenendo sicuramente un risultato favorevole.
E il nostro amico comincia ad aspettare, non trascurando pertanto di usare le dovute cortesie a quel caro giovine turco.
E passan due mesi, passan cinque mesi, ne passano otto....
L’italiano guardava timidamente il riverito rappresentante della potenza islamitica; ma questi non capiva, sorrideva, aumentava le cortesie, parlava dei canali di Marte; poi un giorno in cui al connazionale nostro rinacque quel tale dubbio di cui abbiamo detto sopra, un giorno in cui il suo buonumore era relativo, si decise a parlare:
— Dica un po’, e le mie terre?
— Quali terre?...
— Quelle di cui abbiamo parlato, via!... Quelle che debbono essere segnate a catasto!
— Ah! sì, mi ricordo, perdoni. Ha ragione, ha ragione; ma ho scritto, vede, ho scritto e ho fatto sollecitudine!... Non capisco come non mi abbiano ancora risposto. Ma abbia la cortesia di aspettare.... guardi, lei è qui, leggerà la mia nuova lettera, poi la spediremo. Va bene?
— Benissimo.
E la nuova lettera è scritta nei termini più soddisfacenti ed è affidata al primo piroscafo che la porti a Costantinopoli. La risposta non si fa aspettare, senonchè....
Una sera, dopo l’arrivo del postale da Costantinopoli, il nostro connazionale ti vede il kaimakan, ma con tale una faccia nera da sembrare uno spaventapassere; fa per tirar di lungo; ad un tratto si pente, fa un cenno al nostro amico, il quale, quando gli è vicino, si sente dire in tono cavernoso:
— Venga; dobbiamo essere soli!
E vanno. Quando sono soli, il kaimakan estrae di tasca una lettera, ma prima di consegnarla all’amico nostro gli dice:
— Lei mi deve promettere di non compromettermi.
— Comprometterla?
— Sì. Si tratta di un affare gravissimo. La mia posizione ne va di mezzo.
— Ma dica, dica e si fidi della mia discrezione.
Una pausa. La lettera è consegnata.
— Legga!...
E il nostro connazionale legge strabiliando, poi si stringe fra le spalle e se ne va raumiliato.
Nella lettera in questione il Governo centrale rimproverava aspramente il kaimakan per il suo poco patriottismo (parole testuali) e lo consigliava di non insistere troppo su certi punti, minacciandolo altresì di punizioni severissime.
Che dire dopo tutto ciò? Con quale coraggio insistere?...
E qui torna a proposito il terzo senonchè....
La commedia era troppo evidente; i machiavellucci da strapazzo non conoscevano la buon’arte toscana dell’inganno politico, chè non erano soccorsi nè dall’alto ingegno, nè dalla scaltrezza, nè dalla furberia dei nostri uomini maggiori; non sapevano essere che astuti come le volpi e come i contadini, e cioè di una grossolana astuzia la quale non saprebbe ingannare non già un cane da fiuto, ma più inesperto bamboccio in fatto di politica.
Di questo si avvide il nostro connazionale, ma a quali ripari poteva ricorrere?
La commediola fra il kaimakan e il Governo di Costantinopoli era più che evidente: il kaimakan non aveva fatto che il giuoco del Governo e, per non avere ulteriori noie dal suo amico personale, era ricorso allo strattagemma perfidiosetto della lettera minacciosa. Necessariamente l’amico avrebbe abboccato all’amo, e pace e patta!
Questa storiella si è svolta nell’anno di grazia dell’Egira 1287 e più precisamente nel nostro 1909.
Potrei documentarla e far nomi. In essa non è una parola aggiunta, nè un particolare esagerato.
La persona di cui ho parlato attende ancora, se pure, come ne espresse desiderio, non ha lasciato in asso tutto e non ha abbandonato la Cirenaica.
Il sentirsi le mani legate, il vedersi ostacolare sordamente ogni iniziativa è cosa che finisce per stancare un uomo d’azione, il quale vede nel mondo altri campi aperti alla propria energia.
Se ha resistito con la perseveranza della nostra razza che non si lascia infiacchire, vorrei augurarmi ch’egli potesse da solo (e l’Italia ha sempre fatto da sola oltre il suo Governo decorativo) ottenere il risultato che merita, ma che mi sembra tuttavia molto dubbio; se poi ha abbandonato il campo, i Giovani Turchi si fregheranno le mani gioiosamente assegnando la diserzione a un nuovo trionfo del loro sistema.
Essi vogliono ostacolare in qualunque modo l’opera e l’impiego del capitale italiano in Cirenaica, e siccome non sono forti e non possono opporsi con la violenza, si adornano di sorrisi e di salamelecchi, e con mille scuse e con inchini profondi ci mettono soavemente alla porta.
Essi non hanno per ora nè capitali, nè energie da impiegare nello sfruttamento di queste terre; ma che importa? il popolo è bestia: si nutre di Allah e di una manciata di grano, e muore convinto che così era scritto. Poi: favorire un russo, un inglese, un patagone, sì; ma un italiano, no.
In Tunisia i francesi ci trattano come bestie da soma, ci negano le scuole, ci fanno una colpa di essere italiani, e noi zitti; in Cirenaica siamo perseguitati e messi alla porta, e noi zitti; in Tripolitania succede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio e ci umiliamo.
La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, la quale partendo da Catania tocca la Tripolitania, la Cirenaica, l’isola di Creta, Smirne e Costantinopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi), ha dato fino ad ora risultati magnifici. La nostra penetrazione, come abbiamo veduto a Derna e come accade a Bengasi e a Tripoli, si svolge indisturbata, e gli ingenui che si rivolgono ai nostri consoli per aver schiarimenti, li trovano fermi in un gesto ieratico, come il dio indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul ventre dorato.
Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.
Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende, l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido, sitibondo.
Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una piazza deserta.
Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.
Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.
Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni; qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici passa nel sole ondulando.
Cammino a fatica.
Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa gente quando squadra un infedele.
Attraverso il Suk, che non ha altro carattere se non quello di una grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello squallore.
Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in un villaggio di neri.
Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato le sue misere capanne.
Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.
In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.
Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.
Questo villaggio africano si chiama Zraib.
Qualche giorno fa capitò a Bengasi un bell’uomo alto, tarchiato, adusto dal sole; vestiva alla foggia algerina.
Parlava correttamente il francese e l’arabo e, quantunque si dichiarasse mussulmano, si vuole fosse di nazionalità francese. Oltre il tipo fisico, molti altri indizi davano a credere che la sua terra d’origine non fosse l’Africa.
Aveva adottato il nome di Rafaat Safi.
Scese all’Albergo Cirenaica, condotto da un maltese e, nei discorsi che ebbe a fare col proprietario dell’albergo stesso, si mostrò fanatico dell’islamismo. Tanto fanatico da destare qualche dubbio circa la sua sincerità.
Il giorno che seguì al suo arrivo si diresse al muftì (prefetto mussulmano), gli espose la sua intenzione di studiare gli ordini religiosi maomettani e gli chiese una scorta che lo accompagnasse e lo guidasse verso l’interno.
Il muftì gli fece osservare tranquillamente che non era affatto necessario dirigersi verso regioni inospitali, dato il còmpito che si proponeva; ch’egli poteva rimanersene a Bengasi, dove lo studio gli sarebbe riuscito più facile, soccorso dall’aiuto e dal consiglio diretto del muftì stesso.
Rafaat Safi non si lasciò convincere e partì solo.
Che voleva in realtà? dove andava? Nessuno seppe delle sue intenzioni.
Ieri, al di là di Deriana, nelle vicinanze di un antico castello diroccato, fu trovato il cadavere del pellegrino.
Gli sciacalli ne avevano fatto festa, poi ch’egli era caduto per via e non si sa come.
Certo, qualcuno sorride nell’ombra.
A Bengasi, come a Derna, si rinnovano le cortesie dei Giovani Turchi verso i nostri connazionali. Ormai ho detto di che si tratta, nè vale citare esempi sopra esempi per avvalorare le mie affermazioni.
Il terreno di un italiano, per citare un caso tipico, è occupato da gran tempo da un enorme mucchio di sale di proprietà governativa, e chi sa mai quando sarà liberato, nonostante le preghiere e le insistenze del proprietario stesso.
Un altro caso tipico, benchè di indole diversa, è quello dell’ambulatorio mantenuto a spese del Governo italiano.
Il nostro Governo mantiene in questo inferno un giovine medico valentissimo e valorosissimo, il quale, per voler adempiere scrupolosamente l’incarico avuto, si buscò già una malattia dalla quale non è ancora completamente guarito.
Una volta i nativi pareva gli serbassero gratitudine per il suo sacrificio continuo e per lo zelo e per la valentìa; ora le cose sono cambiate a tal punto ch’egli deve riguardarsi dal percorrere certi quartieri in ore poco opportune.
Risate, frizzi e sassate lo accolgono molte volte, tanto che si direbbe ch’egli fosse qui ad esercitare un ufficio ben diverso da quello che esercita in realtà.
Anche tale mutamento nei sentimenti della popolazione indigena, deve assegnarsi al frutto della nuova politica dei Giovani Turchi.
È il tramonto. Ho lasciato or ora la vasta piazza nella quale, in quest’ora meno aspra, erano usciti a passeggiare a piedi o a cavallo i deportati politici.
Un grande negro dalla faccia gioviale mi accompagna verso il piroscafo. Tutto arrossa: cielo e mare. I ciuffi dei palmizi su la spiaggia sembrano pennacchi neri. Uno stagno si infoca; le lontananze si addolciscono.
Dalla bianca fortezza sparano undici colpi di cannone ad indicare che incomincia il digiuno del Ramadan[8]; rulli lontani di tamburi e suoni di piccole cennamelle dànno lo stesso avviso ai fedeli.
Il minareto che si leva nel pulviscolo d’oro dell’aria, dorato egli stesso e tenue tanto da sembrare una dolce forma fantastica, pronta a dileguare col dileguar del sole, si incorona di piccole luci scialbe a festeggiare l’inizio del mese sacro.
Ricordo i versetti del Corano che fecero del Ramadan un precetto fondamentale dell’islamismo.
“O credenti! È scritto che osserverete il digiuno come lo osservarono i vostri padri, e ciò perchè temiate il Signore.„
E ancora:
“Il mese di Ramadan, durante il quale il Corano è disceso dal cielo[9] per essere la guida e la luce degli uomini, e la regola dei loro doveri è il tempo destinato all’astinenza....„
“Voi potete, durante la notte del digiuno, accostarvi alle vostre spose. Esse sono la veste vostra e voi siete la loro. Dio sapeva che, a questo proposito, avevate trasgredito al suo comandamento. Egli vi ha guardato benevolmente; vi ha perdonato....„
“Potrete bere e mangiare fino all’ora in cui vi riuscirà distinguere, alla chiarità del giorno, un filo bianco da un filo nero. In seguito digiunate fino alla notte....„
Il gran negro che rema vigorosamente, seduto verso la poppa del battello, mi guarda sorridendo.
— Tu non digiunare.... — mi dice; e la sua bocca, quando parla, si apre come quella di un coccodrillo.
— No — gli rispondo.
— Tu essere porco! — risponde garbamente. — Tu brugiare inferni!... Tu malate pesta critare cane!... Infitèli saltare inferni; non morire, saltare sempri giorni, notta! Me, ciartini piratisi!...
E ride e ripete beato:
— Me, ciartini piratisi!
E sarebbe davvero un gran torto, poveretto, se non dovesse trovare, valicando la gran soglia, il giardino paradisiaco che lo fa tanto gaio.
Il piroscafo è animatissimo, viaggiano in prima classe: il fratello del Governatore di Tripoli con la sua signora, un bimbo e una serva nera; un impiegato turco e qualche greco. L’impiegato turco, che ha il passaggio gratuito fino a Costantinopoli e una commendatizia per il nostro ambasciatore, non viaggia per diporto, fugge.
Pare lo attenda una grave punizione per aver egli favorito o tentato favorire, in cosa di non troppo grave importanza, gli interessi italiani.
Il tramonto muore.
Dice il Corano, a proposito del Ramadan:
“.... Chiunque vedrà codesto mese deve osservare il precetto.
“Colui che sarà ammalato o in viaggio digiunerà, in seguito, un numero uguale di giorni.„
Questa la ragione per la quale la maggior parte dei viaggiatori mussulmani non digiuna.
La maggior parte, ma non tutti. I più vecchi mostrano uno zelo eccessivo.
Due giovinette, abbassato il velo che le nasconde, guardano la corolla solare discesa sulle acque per un attimo di splendore.
Ed è tanto bella che, per sua dolcezza, mare e cielo si congiungono smorendo nel color d’amore.
Non sorride, ha l’ansioso languore degli estremi abbandoni; è penetrata tutta quanta di paurosa letizia come la vergine che più non si oppone e piega temendo e sospirando forte sotto la carezza dell’amato; e così si invermiglia e negli occhi vaghi, larghi e fissi, traluce l’anima turbata nel desiderio del dolce dolore e nel timore della violazione.
E la corolla cede; ecco, il miracolo avviene. Il cielo l’ha perduta e la segue con un accenno di stelle, mentre il mare tutta la possiede e ne gode e se ne feconda nel suo ardore, che non muta segno.
È la sera, la languida sera per i begli occhi innamorati; fioriscono dal vuoto i misteri adamantini della tenebra, le luci che chiamiamo stelle e che immaginiamo come un diadema sopra la fronte di un gioioso Iddio.
Le stelle, il brivido della tenebra.
Tu le fissi e se l’anima tua si disfrena e schianta ciò che la vincola, e più non riconosce nè parola, nè senso, nè limitazione, e per le bianche vie delle meteore si scaglia fuori dal tepido e lucente circolo dell’atmosfera negli abissi tenebrosi dell’immensità; se l’anima tua inutilmente ardita vuol raggiungerle, ecco non sa che il terrore, chè il piccolo cuore la chiama dalla sua zolla, la chiama prigione entro le vene per la sua vita rossa.
Vita rossa, mistero pari al mistero delle costellazioni!
Oh! affaticarci proni su l’infinito inconoscibile e tessere nostre ghirlande e vederle sfiorire; e elevare bianche torri fra le nuvole e vederle rovinare! Oh nostra pena diuturna, nostra angoscia terribilmente vana, nostro ansimare e ascoltare e scrutare!
Altri compone sue città portentose e ad un ghigno dileguano; altri sorridendo tesse mirabili fedi e ad una parola si oscurano.
E l’ansia del cammino ne sospinge.
La sera è morta. Ecco il Carro di Boote ch’io guardavo già sopra i pioppi della mia casa; ecco l’accenno.
Cammina, poeta, cammina; si accendon le stelle; qualcuna che forse non raggiungerai ti attende lontana.