SUL MARE DEGLI ULISSIDI.

 
Accampamento di Lapponi.
 
Un fiord nell’estremo nord dell’Europa.

Il viaggio del sogno.

È, questo, il viaggio del sogno. Conviene essere soli, dimenticare il presente, darsi tutti all’onda delle memorie, vivere della magica eredità del passato e niente più. Di isola in isola si ritrova il silenzio, la solitudine, il deserto. Attraversate miseri villaggi fra aride terre, gruppi di squallide case fra giri di montagne rocciose; procedete a dorso di mulo per sentieri impossibili, chè strade non ve ne sono; vi internate sempre più fra il silenzio e la desolazione; chiedete ospitalità a qualche montanaro per trascorrere la notte, chiuso in un sacco che vi preservi da assalti importuni; riducete il vostro vitto a pane, uova e formaggio; continuate la strada solo, sempre più solo per giungere ai luoghi sacri, ai ruderi informi, dai quali vi proverrà il brivido tragico delle grandi evocazioni e nessun’altra vita che non sia quella lontana che rifulge nei millennii, nessun’altra voce che non provenga dalla storia più luminosa del genio umano vi sarà dintorno a distrarvi, a richiamare l’attenzione vostra su l’ora che fugge.

Due parole sole vi rimarranno nella mente per sentirle ripetere di continuo, anche al più timido presentarsi di un vostro desiderio: den exei: non c’è, non l’abbiamo, non esiste; una negazione, insomma, l’indice dell’assoluta mancanza di tutte le cose di prima necessità. Conviene ridurre ad una misura più che minima i propri bisogni.

Chiedete un alberguccio qualsiasi? den exei; chiedete del sapone? den exei; un po’ d’acqua che non sia torbida? den exei; nulla c’è che non sia la tranquilla ospitalità che vi viene offerta di tutto cuore. Dividono con voi ciò che hanno, e se sono poveri non è colpa loro. Vivono nell’abbandono, nello squallore, e la dolcezza del cielo e del clima non basta alla loro prosperità.

D’altra parte da quando vi imbarcate su questi vaporetti che approdano, unici, alle isole dell’arcipelago greco, cominciate ad abituarvi alle privazioni, alla pulizia relativa. È una specie di iniziazione. Compite un vero pellegrinaggio con tutti i suoi disagi, ma non si approda a Cerigo, a Milo, a Santorino per puro diporto; non si viene quaggiù alla ricerca degli alberghi inglesi o tedeschi.

L’isola di Venere.

Abbiamo toccato Cerigo, l’antica Cythera, nella quale fiorì il culto della Venere fenicia. La terra della voluttà è apparsa in un mare chiaro quando l’alba rompeva all’oriente; è fiorita con l’alba dai fondi marini. Ero solo, i pochi viaggiatori dormivano sul ponte l’uno presso l’altro, avvolti nelle loro coperte. Il canto acuto di un gallo, chiuso in una stia, a poppa, si levava a interrompere il monotono pulsare delle macchine, il cigolìo delle catene, lo scricchiolìo degli assiti. C’era ancora una piccola lanterna accesa su la prua. Il timoniere ed il pilota, fermi sul ponte di comando, scrutavano l’orizzonte senza parlare. Una pesantezza di sonno era tuttavia su la piccola nave grigiastra. Il mare non aveva movimento, e su quell’immota serenità l’isola apparve quasi all’improvviso, quando il sole si affacciò sul mare. Una montagna azzurrina su le acque corse da sùbiti bagliori. Avrei voluto vederla non più di così; non avvicinarmi; non saperne l’arida povertà. Toglierle il colore, studiarne troppo da presso lo scheletro è un uccidere in noi il fantasma nato per il fascino di una fresca giovinezza appassionata che cantò remotamente la sua gioia bambina. Il nido di Cythera aveva allora il color delle viole e del rosso bronzo; i culmini erano accesi; le coste pallide smorivano nel mare magnifico. Le ombre e le penombre potevano sembrare tuttavia foreste e giardini; immensi roseti per la bionda Iddia che le ore trassero al trionfo dei cieli. Nessuna cosa velava il sorriso del mare, il sorriso dei grandi occhi turchini, dai quali traluceva il desiderio e la limpida anima giovanile aperta come un fior d’oro sotto il sole; nulla s’interponeva. Nella quiete immensa sbocciava l’isola dell’amore ricinta dalla luce dell’aurora, dal grande abbraccio del mare, tutta serena, senza asperità, senza particolarità, come qualcosa che era e non era nella lontananza, che poteva da un attimo all’altro dileguare, essere assorbita come un giuoco di nebbie dal concavo orizzonte. Incerta e affascinante a simiglianza della voce lontana che il tempo non seppe vincere e che ascoltiamo tuttavia col brivido di un bacio. Meglio era trascorrere, passar oltre con nella mente gli echi di un antico convivio, i ritmi delle elegie e degli iambi che servirono a misurare, a dar vita impareggiabile agli impeti della poesia erotica e simposica; meglio era dileguare ricordando il fantasma di Cythera e non più.

Aveva un ramo di mirto e i bei fiori del rosaio, e si trastullava: la chioma le ombrava le spalle....„

Così appare ad Archiloco la donna inutilmente amata, appare in un segno di bellezza semplice e divina e dilegua nell’amarezza della realtà; così a noi l’isola dolce dell’aurea dea dell’Amore.

Quando vi abbordammo, il mattino era nei cieli. Un piccolo molo, qualche veliero, una tranquillità stanca, forse non turbata mai dall’affanno del lavoro; e intorno intorno l’ininterrotta aridità. Camminai per sentieri dirupati fra montagne riarse. Ricordo il canto di un giovine pastore seduto al sole sul culmine di una roccia rossastra; un canto di una malinconia inesprimibile, che mi seguì per lungo tempo fra le solitudini montane; ricordo, in un cortiluccio di una casa solitaria, tre belle giovinette che, per un attimo, rievocarono innanzi a me, inconsciamente, l’antica vita ellenica.

Ero uscito dal mio sacco di difesa dopo una notte quasi insonne; avevo aperto le finestre; guardavo sorgere il sole fra le montagne. Di repente apparvero in un frullo, nel cortiluccio sottostante, i capelli quasi disciolti, le vesti scomposte, nude le braccia e il collo, tre giovinette belle, fresche come il frutto di luglio su la rama. Avevano gli occhi umidi e grandi sul volto bruno; umidi di gioia, umidi di sorriso e una languida soavità accompagnava i loro gesti. Si fecero al pozzo, riempirono d’acqua le loro secchie di rame rosso, se ne irrorarono fra strilli e risate, poi, presesi per mano cantarono:

Io mi lavo con fede davanti al Figlio di Dio e davanti alla stella del mattino che è la pupilla del mondo....„

Scomparvero, non mi fu possibile rivederle, furono non più di un bagliore, eppure, per loro virtù, rivisse innanzi a me fuggevolmente l’anima omerica:

Quivi giovinetti e fanciulle, che portano in dote le mandre di buoi, danzavano tenendo le mani l’una nel carpo dell’altra.... Ora correvano con abili piedi assai facilmente.... ora ricorrevano in fila gli uni verso gli altri....„

Echi remotissimi che riempiono l’anima di nostalgica dolcezza, e solo per simili echi si è animato fulgoreggiando tutto il mio viaggio solitario.

Di Cythera, o meglio di Cerigo, non rammento se non scarsi ruderi informi, grandi cespi di mirto e di gelsomino e otri di miele, di un ottimo miele che sa di timo; e rammento altresì una ricetta per un filtro di amore donatami da una vecchia, nei dintorni di Hapsali. Sì come le feci l’elemosina, la scarna creatura volle farmi compartecipe di un suo segreto che potrebbe risalire, forse, al tempo del molle Adonis. A me non serve e lo comunico ai lettori:

“Si riempie di acqua di rose, per metà, una bottiglietta di cristallo e vi si pongono a macerare alcuni grani di incenso e qualche foglia, disseccata, di mirto e di santoreggia. Si chiude ermeticamente la bottiglietta e la si espone al sole per quarantott’ore, trascorso il quale periodo si filtra il liquido e vi si aggiungono trenta gocce del succo di un cedro di trecento anni e la rugiada di nove rose rosse e di sette rose bianche raccolte all’alba che segue l’apparire del primo quarto di luna; poi un chiodo di garofano e l’ultimo anello della coda di un serpente disseccato.„

Nient’altro.

La vecchia dagli occhi pallidi mi assicurò che tale ricetta era infallibile.

— Provala — mi disse —; non avrai più desiderio....

E si allontanò zoppicando sotto il crepuscolo violaceo.

Da Cythera a Mitilene.

Da Cerigo a Milo, da Milo a Santorino, da Santorino a Paro a Scio a Metelino abbiamo percorso in tutti i sensi il classico mare degli Ulissidi.

Di isola in isola, sostando a lungo in piccoli scali quasi abbandonati, in compagnia di povera gente che si industria come può, ma che ha precisa coscienza della propria condizione e non si abbrutisce nell’ignavia che nulla cura; parlando rado e sempre di politica chè anche l’ultimo fra i greci si interessa della vita pubblica del proprio paese e ci si appassiona; passando da piroscafo in piroscafo senza mutare per questo, sistema di vita: dalla Morea, sono giunto a Metelino lungo le coste dell’Asia Minore.

Si navigava su mari di cobalto, di azzurro tanto intenso che a volte, nell’ombra, diventava nero e avevamo sempre in vista qualche isola, qualche scoglio, qualche aggruppamento di montagne coniche. L’orizzonte era sempre interrotto da una forma singolare, che ne frastagliava la linea piatta. Nelle lunghe ore silenziose si seguiva l’apparire e lo scomparire degli scogli granitici e gialli e rossi; nudi, rivestiti di sole e battuti dalle onde. Avevano ai piedi una bianca orlatura di spume; al vertice, nell’incendio solare, un volo di procellarie. Passavano oltre, più remotamente, sotto i confini del cielo, altri vapori. A volte non si vedeva che un tenuissimo pennacchio di fumo su l’ultimo mare. Poi piccole barche da pesca con la vela d’artimone tutta bianca e la piccola vela del trinchetto di un rosso violento e si andava, si andava senza tregua lentamente, monotonamente. A bordo era padrone il sonno. La gente mangiava e dormiva.

Tutto era propizio al sonnecchiare, e il silenzio e l’ampio ondulamento e il caldo. Così di tappa in tappa, dalle coste di Milo tutta fiorita di gelsomini a l’immenso cratere invaso dal mare che forma la baia di Santorini; dalla montagna circolare di Paro, l’isola dolce che dette i natali ad Archiloco, alla scoscesa Scio, sacra a Minerva, si approdò a Metelino. Anche il bel nome antico le fu tolto, e l’“insula nobilis et amœna„ di Tacito, la patria di Alceo e di Saffo, Lesbo dalle belle figlie, fra terremoti e guerre e invasioni nulla serba dell’antico splendore.

Quando entrai a Metelino (Midillii la chiamano i Turchi), era quasi notte. Su la porta di una casa equivoca un turco grattava una guzla, un istrumento a corde dal suono aspro, chioccio, stridente, e alcune voci cantavano. Era un canto turco, ciò è a dire un indefinibile gargarismo, una specie di singhiozzo modulato sgarbatamente su alcune note discordi che si rincorrevano a gran furia accavallandosi, sopraffacendosi, urtandosi come tre fiere nemiche rinchiuse in uno spazio breve. Da prima ascoltate stupefatto, cercate un filo conduttore, una ragione di tanto frastuono, un qualsiasi disegno melodico, poi restate disorientato finchè non fuggite stordito. Questa è la musica turca.

Tale frastuono mi accolse quando entrai nella meschina città senza garbo e senza carattere, percorsa da marinai turchi e dalle eterne ammantate che scivolavano rasentando i muri, simili a goffi spettri claudicanti o ad otri rigonfi dall’equilibrio instabile.

Ricordai i silenzi di Paro, il calmo raccoglimento delle isole sperdute fra cielo e mare, e le voci e i suoni e le cose che stavano in sì grande contrasto con l’alba remota che venivo pensando, mi riuscirono odiose. Non mai come a Metelino sentii il profondo abisso che separa due anime, due popoli, due razze.

La lira di Orfeo, che la leggenda fece approdare a quelle rive, doveva essere sepolta bene a fondo sotto la terra sacra, nell’isola più musicale fra quante ne ebbe la Grecia. Tutto è morto, tutto è scomparso nel gran buio dei millennii.

Il fanatismo vinse la calma serenità antica, la sopraffece, la turbò, la sconvolse. I greci che rimangono non sono meno fanatici dei turchi; a suprema difesa, nella loro debolezza, si avvincono al loro Dio, e il fanatismo è una sciocca follìa che annebbia ogni chiaro entusiasmo. Più che altro, pare sia rimasto a questo popolo smembrato, perseguitato, combattuto senza tregua nella pace e nella guerra, ciò che era un tempo la rarissima eccezione: la malinconia di Esiodo. È un popolo malinconico, in fondo, cupamente malinconico. Lo dicono le sue canzoni e tutta quanta la sua vita. Quante cose non ha visto morire? Quale soccorrevole Minerva ha sopravvissuto per la sua fortuna? Egli favoleggiò bensì, un tempo, quando il giovine sorriso dell’Iliade era nell’anima sua; favoleggiò di un bel Dio dall’arco di argento che vinse, lottando, lo spirito delle tenebre; ma con quanta tenebra non ha ripagato di poi quella luce che non fu mai più sopravanzata?

Sulla terra nella quale l’assurdo e l’incomprensibile furono sempre sdegnati, doveva stabilirsi appunto il regno dell’assurdo e dell’incomprensibile, e il popolo più fecondo, perchè credette alla libertà, doveva piegarsi e immiserire sotto il fanatismo mussulmano perennemente sterile. Sterilità che fece il deserto. La gran vita solare fu oscurata nei secoli. L’anima gioiosamente chiara tramutò, si intristì, decadde e, ai più sperduti, rimase unicamente una inconscia eredità di costumi.

Solo l’irrequietezza, la turbolenza, la mutevolezza, il cinismo, caratteri che furono già degli antichi, si mantengono nei greci moderni.

Dolorosa eredità.

Allorchè, nei tempi più belli di Atene, alla domanda:

— Chi governa il Destino?

Eschilo fece gridare a Prometeo:

— La Parca e le Furie!... — vide nel tempo, profetizzò. Eschilo fu l’Elia del popolo greco.


Ciò ch’io vidi a Metelino mi fece triste. Fu come chi giunga festosamente dove era già un giardino e non ritrovi che aride sabbie.

Solo quando l’isola si allontanò sul mare e fu tutta azzurra come un nido di sogno nell’immensità, potei pensarla e vederla quale era; solo allora mi rifiorirono nella mente gli echi dei lontani hymenei e gli sparsi frammenti di una poesia immortale.

Cadeva un crepuscolo soave; ero solo. Passò una piccola barca; mi giunse una voce. Un giovine e una giovinetta erano ritti su la prora. Non udii ciò che dicevano; mi ritornarono nella mente le parole di Saffo:

Stammi in faccia, caro, e spandimi la grazia che hai negli occhi....„

Sui confini del mare la luce moriva come in una ghirlanda.

Tutte le rose della Pieria eran cadute dal cielo a coronare il fantasma che dileguava.

Una croce in uno scoglio.

Atene è dileguata fra il fulgore violaceo de’ suoi monti dispogli. Visione indimenticabile, ebbrezza senza pari!

L’Acropoli, a somiglianza di una enorme torre mozza elevata a prodigio in queste terre d’oro, è scomparsa. Passano le ombre delle nubi su le montagne.

Navighiamo verso il canale di Corinto.

In quale diafana chiarità, sotto il fumo del vapore, si perde Atene!... Naviga, sopra di noi, nel cielo, un velario di nubi bianche. E tanto sono belli il cielo ed il mare e l’oro del sole è sì vivo, che gli scogli lontani sembrano gemme.

Di sopra le basse colline spuntano strani profili di nubi; piccole barche con due vele rosse trascorrono silenziose.

Ecco Helena dal colorito di ambre; Helena, la piccola ateniese mi ritorna alla memoria.

Ricordi, piccina, le belle meduse nel golfo di Corinto? Navigavano su le acque chiare, simili a sugheri, le meduse rotonde, e tu le indicavi col braccio ignudo, con piccole grida.

C’erano due inglesi che andavano in viaggio d’amore e sorridevano alla tua fanciullezza pensosa come io ti sorridevo; io che pensai in te il destino della tua patria.

Poi Atene spuntò e tu stavi raccolta su la prora, immersa nella magnifica chiarità orientale e avevi negli occhi il cuore, il cuore della tua terra che si affissa verso l’avvenire.

Passammo vicino a uno scoglio. C’era una croce bianca. Non so perchè una nube di tristezza ti passò sul chiaro volto di bambina e non ti interrogai: vidi, nel segno, il dolore della tua terra.

Un raccoglimento ed una fede.

E ti benedissi in cuor mio, piccola ignara, che impersonavi un destino tragico e stupendo. Adesso, come allora, appare lo scoglio dalla croce bianca, ma tu sei lontana.

Prima che la gran terra dilegui, a te viene il mio cuore benedicendo, poi che tu mi sei la giovine Grecia che attende.