ALLE SOGLIE DELL’ORIENTE. Tunes el bida.

Navighiamo da varie ore sul mare tempestoso che non si queta ma sempre più infuria sotto la violenza del fortunale.

Sul castello di prua non sono che pochi marinari. Il ponte è deserto. Dalle cabine salgono lamenti, piagnucolìi e spasmodiche maledizioni dirette alla tormentosa danza della quale il mare ci gratifica da quasi dodici ore. La notte è chiara, appena velata da nubi bianchicce che il vento fa mulinare sotto la luna. L’Africa è in vista. Lontanamente, sotto il bagliore diffuso del plenilunio, sorge e si profila contro la diafanità perlacea del cielo notturno, una catena di piccole montagne: è il capo Bon, l’estrema punta del continente nero. Una esigua catena di monti aguzzi, i quali si inseguono a simiglianza di una sega: null’altro sorge intorno a loro. La bassa costa si disperde nella penombra. Più ci avviciniamo e più chiara ci appare la loro immagine: hanno il profilo aspro; i fianchi scoscesi scendono quasi dirittamente sul mare, acquistano, nel fioco barlume, come un lividore azzurrastro. Li sorpassiamo. Si allontanano nel vuoto orizzonte rimpiccolendo finchè non sembrano se non sette piccole vele sospinte alla deriva.

Ed ecco i primi fari della costa, ecco i lumi della Goletta; fra non molto la laguna di Tunes el bida (Tunisi la bianca), darà pace ai sofferenti e a questo colosso che sbuffa e freme e scricchiola e trema tutto, ruggendo allorquando le eliche escono inutilmente a turbinare nel vento.


L’aria si è fatta serena, tutta serena dal levante all’occaso. Gli ultimi fiocchi di nebbia scendono al mare, greggi disperse nella solitudine del plenilunio. Il cielo è di un bell’azzurro saracino. Come per l’incantesimo di questa pace improvvisa ogni lamento si tace. Il vapore che ora procede lento e tranquillo nel canale che taglia a mezzo la laguna, si anima poco alla volta di una vita inattesa; voci di richiamo, voci di augurio, sospiri e risate sorgono da’ suoi fianchi. Chi ha sofferto si rianima; chi si è taciuto, raccolto immobilmente nella cuccetta in uno stordimento pauroso, nella vaga sensazione di inerte e doloroso vaneggiamento che precede il male, balza dal proprio rifugio, si riveste alla meglio, esce sul ponte a godere la frescura dell’alba nuova. Appaiono a poco a poco volti pallidi e disfatti, visi sinistramente accigliati che appena si riconoscono. Il ponte è denso di passeggeri come al momento della partenza allorquando il vento non faceva presagire burrasca.

Oltre gli argini diritti, che delimitano il canale, si distende la laguna deserta della quale si intravede il vasto giro. Navighiamo fra due albe: da un lato tramonta la luna e le acque sono tuttavia animate dal suo chiaro lume; dal lato opposto l’alba solare dilaga sempre più e spegne le ultime stelle. Le due luci si combattono; ad un punto si fondono in una identica chiarità e Tunes el bida appare innanzi a noi fra acque e cielo. Non è più di un biancore sulla bassa costa; un biancore indeterminato su l’azzurro. Ci raccogliamo verso la prora, intenti al sorgere e al delimitarsi della visione lontana. Trascorrono su l’argine velocemente i treni elettrici diretti alla Goletta che abbiamo lasciato alle nostre spalle; è uno stridulo fragore che sopraggiunge rapido e rapido si disperde fra questa immensità tranquilla. Non una vela è all’orizzonte, nè una imbarcazione; tutto dorme nella dolce ora del sogno. E noi pure sogniamo ad occhi aperti. Ogni loquacità cade innanzi alla lenta apparizione. L’aurora si invermiglia e dona all’azzurro dei cieli una prodigiosa profondità. Quanto più cresce la luce tanto più si intensifica l’azzurro di questo cielo orientale. Io lo vedo, più vicino alla terra, inarcarsi nella gran volta del sole.

Ed ecco sorgere chiarissimamente su tale sfondo di magnificenza, di cui l’arte moresca volle adorni i suoi tempii, ecco vivere e palpitare sotto la luce nuova, la città bianca.

Sono terrazze, minareti, cube, palmizi, fiocchi di verdura e lucentezze abbaglianti; linee squisite di grazia e di incantesimo. Le terrazze si susseguono inalzandosi come in un’ampia e incomposta scalinata verso il cielo; tutte bianche e tersissime, adorne di luce, di null’altro se non di luce. Pare che l’umanità ne abbia fatto tanti luoghi di contemplazione e di silenzio. La casa moresca si compendia nella sua terrazza bianca, ricinta di bassi ripari, aperta all’ampio orizzonte come l’anima del popolo che l’immaginò e la volle. Più in alto rifulgono i minareti lanciati nel sereno. Fioriscono su dal bianco sciame delle taciturne sorelle accesi negli smalti policromi ultimando coi loro arditi fastigi la linea della città singolare.

Cupole e torri e fiocchi di palmizi sboccianti con la grazia di un capitello oltre l’esile tronco diritto; tonalità bianche, verdi ed azzurre fuse in un’ampia armonia, ecco la caratteristica più spiccata di Tunes el bida.

Per un attimo ancora l’apparizione magica vivrà nel silenzio fra le sue piccole alture, rilevata su lo sfondo di un cielo luminosissimo; per un attimo ancora questo schiudersi dell’anima orientale ci apparirà fra la quiete indisturbata dell’ampia laguna in un raccoglimento che favorisce l’intima comprensione, chè il porto si avvicina e si avvicina il tumulto. Le linee si amplificano, appare la città europea con le sue larghe strade fiancheggiate da alberi. Gli edifizi pubblici che sorgono attorno al porto nascondono a poco a poco la città araba.

Gettiamo l’ancora, le eliche si arrestano. Dalla riva si distaccano e si spingono a gran forza verso il nostro piroscafo, piccole imbarcazioni cariche di facchini arabi e sudanesi. Toccano il bordo. La nuova folla, lacera e urlante, si slancia sospingendosi su per le scalette, invade i ponti, ci attornia, ci interroga in francese, in italiano, in dialetto siciliano, vuole strapparci a forza le valige, vuole farci comprendere, mettendoci sotto il naso la targhetta col numero d’ordine, che essa è autorizzata a fare ciò che fa, che nessuno può proibirglielo, che dobbiamo cedere; e ci pigia e ci insidia e ci calpesta sorridendo, balbettando, urlando, in un luccichìo di volti neri, bronzei, ambrati, in uno svolazzare di cenci bianchi, rossi, celesti, gialli.

Tale la prima manifestazione della vita indigena che viene ad incontrarci e ci saluta.


Tunisi la bianca presenta a tutta prima una singolare ed inattesa fusione della vita indigena e della vita europea. Percorrendo l’Avenue de la Marine, l’Avenue de Carthage, l’Avenue de Paris, i magnifici quartieri moderni, sorti in pochi anni per iniziativa dei francesi, vi sorprende e vi disillude la mescolanza dei tipi e l’assenza del carattere orientale che vi eravate ripromesso. Vi pare che la civiltà prepotente abbia cancellato ogni traccia dell’antica città araba, che tutto si sia livellato nel tipo comune alle grandi città europee.

 
El Djem.
 
Kairuan. — La moschea del barbiere.
 
Piccolo villaggio sul mare.
 
Un incantatore dei serpenti.

Qualche edifizio imita le linee dell’architettura moresca ma non riesce a convincervi e vi fa l’effetto di una smorfia fuor di luogo.

Belle ed ampissime vie fiancheggiate da palazzi, caffè e negozi sontuosi; frastuono di automobili, di tramvie elettriche, di vetture, di carri, di carretti; il caratteristico brusìo della gente affaccendata che va e viene e corre e si incrocia e parla ad alta voce, ecco l’aspetto primo che vi stordirà lasciandovi un po’ disillusi. Ma poco alla volta tale folla tumultuante non vi appare grigia ed uniforme; anzi quanto più si prosegue tanto più vi si appalesa la piacente varietà dei tipi e dei costumi e vi si manifesta la profonda disparità di due razze, le quali non possono e non potranno mai fondersi e comprendersi interamente.

La Tunisi nuova, la Tunisi moderna; chè quella araba, la vera, giace più in alto, lontana dal frastuono, tutta raccolta nel dedalo delle sue viuzze solitarie, la Tunisi moderna seduce il viaggiatore che vi giunga nuovo, per il contrasto continuo ch’egli può cogliere di passo in passo per le vie, nei caffè, nei negozi, ovunque si agiti la vita.

All’infuori dei Tunisini più evoluti (che qui chiamano i giovani turchi) i quali vestono all’europea e per distinguersi dall’uman gregge e render note le loro tendenze avveniriste calzano un berrettone di astrakan; all’infuori di costoro e di gran parte degli ebrei, e fra tutti non sono molti, la popolazione indigena ha mantenuto intatto l’antico costume, o meglio la grande varietà dei costumi. Dai poveri che vestono il kadrun, una specie di tonaca di rozzo panno, tutta spalle e niente maniche, terminata da un cappuccio e adorna da cordoni biancastri che ne seguono le giunture, ai ricchi che passano avvolti nel loro ampio burnus, bianco e lucente, alta sul capo la cecìa ricinta più volte dalla bianca benda che si chiama kasta, la varietà si moltiplica, si espande, fiorisce nei colori, nelle forme, si fonde, si completa in un quadro abbagliante che questo sole torrido vivifica magnificamente.

Passano mori dalle gambe nude, i piedi scalzi, un paio di brache bianche, un kadrun su le spalle; recano ceste di violette, di piccoli tulipani e vi offrono con garbo la loro mercanzia floreale, senza sorridere, quasi compissero un gesto di estrema dignità; passano bimbi seminudi, vestiti a volte da una sola camicia bianca, strappata in varii punti, e vogliono lucidarvi le scarpe a tutti i costi (Tunisi è invasa da un vero esercito di lustrascarpe indigeni); passano arabe, nascosto il viso dalla benda nera, panneggiate nel loro sifseri che è un manto il quale le avvolge tutte. Procedono lentamente e silenziosamente, infilati i piedi in certe loro pantofole e rosse e gialle e verdi. Passano ebrei dalla dgebba azzurra e ebree nel loro caratteristico costume, terminato da un cono: sono piccole, rotonde, grasse, dal nasetto affogato fra due guance enormi. Camminano in fretta ondeggiando come anatroccoli spaventati. Poi sudanesi spettralmente lunghi, tanto più neri quanto più bianca è la loro veste. Quando ridono pare facciano bella mostra di tutta la chiarezza che hanno disponibile negli occhi e nei denti; quando parlano la loro voce gutturale ed aspra vi fa l’effetto di un mugolìo squisitamente bestiale. Ed altri ancora, infiniti altri in una cinematografia che non ha termine, che vi abbaglia e vi sorprende. Sono beduini che giungono dalle campagne poi che la carestia li sospinge; santoni dervisc che vestono una sola camicia, che hanno il capo scoperto attorniato da una selva irsuta di capelli, gli occhi larghi e stupiti, il magro volto oscuro contratto dalle sofferenze. Si appoggiano ad un lungo bastone, trascorrono fra la folla senza guardare, senza osservare, tutti assorti nella loro follia. E sono fanciulli che sospingono, gridando, un vecchio asinello; ragazze che passano nel sole avvolte in un loro sifseri vermiglio; teorie di portatori mori e sudanesi che trascorrono offrendosi e cantando; gente agiata che passeggia, annegata nella kasciabìa, specie di sacco di lana con maniche cortissime, adorno e fioccuto come una bardatura da cavallo; ricchi che sfoggiano manti verdi, celesti, paonazzi; è una folla multicolore che si accorda, sotto l’azzurro cupo di questo cielo di smalto, in una composta letizia, la quale non ha riscontro; una folla grave, accigliata, solenne, dal portamento sacerdotale, sdegnosa e indifferente per tutto quanto si agita intorno a lei, muta e assorta in un secolare fatalismo. E, nella città moderna, ogni aspetto della civiltà europea, della nostra vita quotidiana, impallidisce, scompare di fronte a questo mondo ignoto che non possiamo intendere compiutamente, che ci passa vicino sì, ma velato come il volto delle sue donne dai grandi occhi di gazzella.


Tale è il primo aspetto di Tunes el bida distesa nel suo piano fiorente, coronata da minareti e da cube fra i monti di Hamman-el-lif e i monti Laguan: una fastosità occidentale sopraffatta dal carattere di un oriente che si mantiene intatto nel suo taciturno mistero. Una fusione strana in cui vari elementi si mescolano senza disperdersi, senza confondersi, senza originare l’uniforme gora della vita nostra.

La nostalgia dell’oriente che aveva animato di singolari fantasie i lunghi silenzi della mia prima giovinezza deserta, non mi aveva tratto in inganno; ciò che vedevo nell’incerto sfondo di una lontananza irraggiungibile ecco fiorisce innanzi agli occhi miei con tutta la sua luce e il suo fascino occulto.

Mi allontano dalla Tunisi moderna, varco la Porte de France, entro nelle piccole strade che precedono lo schiudersi della città moderna.

A poco a poco il frastuono si disperde, i passanti si fanno sempre più radi, sempre più scarsi gli europei. Il passaggio è quasi insensibile, ma ad un tratto mi accorgo di essere solo in una viuzza bianca, inondata di sole, silenziosa come certe vie conventuali nelle nostre città di provincia. Quattro archi moreschi susseguentisi inquadrano lo sfondo di un’altra via la quale si disperde in una penombra azzurrastra. In alto, dai muri bianchissimi, sporgono le barmacli, le finestre protette da griglie fittissime attraverso le quali le arabe guardano per la via senza essere vedute. Le piccole porte ad arco moresco, dai battenti rossi e verdi lavorati ad arte, sono tutte chiuse. Più su si elevano nel sole le terrazze. In fondo appare il profilo gibboso di una cuba. Non si ode che il cinguettìo dei passeri da invisibili giardini e, a volte, un altro cinguettìo più sommesso attraverso le barmacli chiuse nel profilo di un arco squisito o lavorate come graziosissime mensolette sospese nell’aria ad accogliere un nascosto tesoro. Un grido lento e nasale si avvicina:

El fakrun! (Le testuggini!)

Passa una vecchia scalza, sporca di fango, dalla faccia tatuata. Reca su le spalle un sacco di testuggini. Le chiedo:

— Dove le hai raccolte?

— Nella foresta! — mi risponde e prosegue lanciando all’aria il suo grido nasale, in attesa di qualcuno che voglia comprare le tarde bestie tenute in gran pregio dagli arabi perchè portano fortuna.

Poi anche la voce di lei si disperde, è riassorbita dal silenzio gaio, dalla raccolta solitudine pensosa.

La luce si fa sempre più viva, inonda le piccole vie bianche, pulite, nelle quali permane un vago odore di muschio e di gelsomino, di incenso e di rose. Ad un tratto sotto un arco più alto che si apre nel sole, oltre l’ombra di una moschea, appare una giovane beduina. Potrà avere dodici anni forse; è alta, sottile come il fusto del papiro, bruna come la buccia del grano maturo. Porta sul capo e la sorregge col braccio destro una grande anfora. È bella come la luce del suo deserto. Gli occhi grandi e luminosi hanno una trasparenza gemmea.

Si chiama Khadija (la pura). La fame l’ha scacciata dai campi insieme a tutta la famiglia sua. Hanno abbandonato la tenda per cercare in città di che vivere. Non si lamenta, non impreca. Ad una piccola fonte deterge i piedi scalzi e si allontana, e scompare nel sole, silenziosamente.

Dagli invisibili giardini giunge il cinguettìo dei passeri che pare culli il languore e la dolcezza stanca di Tunes el bida, l’estrema città dell’oriente.

Il Mercato del Dolore.

Sono passato oggi dal Suk, il mercato coperto pieno di brusio e di profumi.

In un angolo, alcune donne ammantate sedevano a terra, in fila lungo il muro. Ognuna aveva innanzi a sè un mucchietto di cenci: vecchie vesti, sifseri, veli sdrusciti. Attendevano il compratore. Vendevano l’ultima loro miseria. Erano calme e rassegnate.

Un vecchio passava e ripassava agitando un incensiere nel quale ardeva del benzoino. Incensava le povere donne per portar loro fortuna e raccoglieva qualche soldo. Un negro, un po’ più lontano, intingeva in un po’ d’olio raccolto sul fondo di una scodella, un pezzo di pane ammuffito.

E le donne velate guardavano senza fiatare, senza invitare i passanti a soffermarsi per offrir loro le vecchie vesti stinte, i veli a lustrini, gli sifseri vermigli. Avevano le mani piccole, bianche e scarne e gli occhi solari lucevano dietro alle bende.

Si è fermato un vecchio, ha contrattato per lungo tempo, con una giovinetta, uno sciamma cilestrino, poi l’ha gettato a terra e se ne è andato ridendo.

A voce sommessa, dolcemente, senza ira nè dispetto, ella ha allungato il braccio a raccorre la sua miseria derisa e ha mormorato:

— Pazienza, mio Dio!

Poi è ricaduta nel suo dolce stupore.

Il Santone.

Alle porte di Tunisi, fra i fichi d’india e le macerie, in un terreno cosparso di rovi, di pietre, di buche e di immondizie abita un Santone.

È un uomo scarno, lacero, sporco, dai lunghi capelli azzollati, ridotti a una massa compatta innominabilmente lurida.

Veste uno sciamma che non ha colore, che non ha età e lascia trasparire, dagli innumerevoli strappi, il corpo macerato, ricoperto di loja.

Cammina lentamente appoggiandosi ad un lungo bastone; è scalzo, ha lo sguardo attonito, le labbra flaccide, il volto di un idiota. Non parla, non sorride, non si guarda attorno, non si preoccupa del mondo più che non si preoccupi del lerciume nel quale vive. Non so se tanta sporcizia sia un segno della sua superiorità divina; forse sì, se si considera il venerando rispetto dal quale è circondato.

Si chiama Mohamed; ha sessant’anni; è solo. Sua casa è un buco nella terra; una tana come non ne hanno le volpi; vive sotto il sole e sotto l’acqua; mangia quel che mangia: un fico d’India, un rosicchiolo, una buccia di cocomero; cade sovente lungo la strada, e le sue cadute si moltiplicano innanzi alle botteghe dei fornai, o ai venditori di kuskus; allora la gente gli si stringe intorno; lo risolleva e lo ammira.

Qualcuno sorride. Il popolo lo chiama: — Il giusto, il santo! — e lo fa morir di fame.

Odia gli europei, gli infedeli contro i quali ha tentato di bandire, molti anni or sono, una specie di crociata. Ora attende che Maometto lo chiami. Non so se le divine Urì possano sedurlo; su la terra, a’ suoi bei tempi, ha odiato le donne e vuolsi ch’egli sia stato un padre Origene dell’islamismo.

L’ho incontrato oggi nei dintorni di Tunisi. C’era un gran sole; Mohamed, il santo, veniva lentamente verso me a capo scoperto.

Ad un tratto, da una maceria, è sbucata una frotta di ragazzi che si è data a rincorrerlo e a lanciargli sassi. Mohamed si è rivolto; gli occhi suoi si sono illuminati di repente, poi, levando il bastone, ha gridato a gran voce:

— Possiate essere maledetti e sia maledetto il vostro seme e tutta la razza umana....

Le quali parole, in bocca a un Santone, mi hanno fatto pensoso.

Un Funerale.

Questa mattina ho assistito a un funerale arabo. Passava per le vie di Tunisi e le vie erano quasi deserte.

Era un piccolo feretro chiaro, portato a spalle da quattro uomini; dipinto in celeste e lavorato ad arte graziosamente; traforato, scolpito ma semplice; semplice come un fiore. Aveva, a sommo, una ghirlandetta di viole: null’altro e, intorno, tutto l’oro del mattino.

Alcuni sacerdoti gravi ed austeri andavano innanzi salmodiando, seguiva un brevissimo corteo. Non un volto addolorato, non un segno di sconforto: portavano una morta, nel sole, verso una tomba bianca.

Ad una cantonata due operai siciliani si sono soffermati a sogguardare e l’un d’essi ha mormorato:

Fimmena è!

Poi hanno proseguito indifferenti.

Di repente una piccola beduina, avvolta in una hamla tutta azzurra, è sbucata correndo da una via laterale; si è soffermata, incerta, scoprendo il suo piccolo volto color delle selci poi si è gettata prona, la faccia su la terra, e ho udito il singhiozzo di lei alto e straziante.

I sacerdoti imperturbati invocavano Allah sotto il sole che ardeva.

Le Case della Gioia.

Ho veduto le case della gioia, le piccole tane del piacere. Torno or ora dal mio giro solitario e ho nelle orecchie tuttavia le contumelie di cui sono stato gratificato mercè la mia qualità di cane infedele.

Se mi soffermavo, qualcuno mi gridava:

Barra, barra!... (via, via!)

Se proseguivo indifferente udivo dietro le spalle, a quando a quando, risate di scherno e suoni diversi di significato non dubbio. Comunque sia, la mia tranquillità mi ha permesso di compire il giro di ispezione senza incidenti spiacevoli.

Gli arabi, generalmente parlando, trattano male le loro donne, non le hanno in maggior conto di una bestiola graziosa, o le baciano o le picchiano, non le ascoltano, non le considerano molto più di una cosa, le addomesticano come i canarini in gabbia, se ne stancano spesso e, quando ne sono stanchi, le scacciano; ma ne sono gelosissimi. La loro gelosia è pari al loro fanatismo e sarebbe men che prudente soffermarsi a guardare a lungo una donna, avesse pur questa, avvolto nella mano destra, il fazzoletto che distingue la femmina di malaffare da quella che vive nei casti ginecei.

 
Susa. — Strade sul mare.

Ora percorrere i quartieri della lussuria che si offre al richiedente non è cosa difficile, però conviene assumere l’indifferenza di colui che si trova a passare di là per caso e che non ha alcuna intenzione di offrire una colomba a Venere pandemia. Con simile atteggiamento se ne può uscire con le costole illese, che se a qualcuno passasse per il capo la malaugurata idea di andar donneando per simili quartieri, non potrebbe evitare una solenne bastonatura.

Aggirandomi così per i vicoli mal selciati e pieni d’ombra, nei quali, senza quasi ve ne avvediate in causa all’oscurità, vi trovate innanzi uomini che scivolano via silenziosi e che non avevate intravvisto; passando da tana a tana venivo rievocando la suburra di Pompei: le stesse angustissime stanzuccie aperte su la via e, ritta o seduta su la soglia o sdraiata, in fondo, sul giaciglio, la creatura indifferente che attende e tenta sorridere e non sa più e si angoscia in una smorfia tragica.

Ho cercato procedere con lentezza senza preoccuparmi degli urtoni piuttosto frequenti ricevuti casualmente dai frettolosi passanti.

Le stanze sono arredate quasi tutte ad un modo: un giaciglio o un divano, un piccolo tavolo, alcune stuoie e una lampada dalla luce raccolta che lascia intravvedere appena i volti e sì li vela e li accarezza e li avvolge da creare la fuggevole illusione di un lontano fascino giovanile. Lontano sì, chè, se pur giovani d’anni, son vecchie di corpo queste derelitte dai grandi occhi bistrati che hanno una luminosità falsa come certe gemme create ad arte.

Talune sono su la soglia, su la nuda soglia accosciate: il mento su le palme, gli occhi fissi e inebetiti. Non portano veli; hanno scoperto il volto e i capelli uniti e intrecciati a nastri rossi e gialli. Vestono un paio di brache, un corsaletto a colori vivaci, una maglia; hanno le unghie rosse, tinte con l’henne; le sopracciglia unite da una linea nera trasversale, sono dipinte e tatuate. Maschere inespressive a volte, a volte feroci, pietose sempre.

Ne ho osservato una che era sola, sul principio di un vicolo oscuro. Non passava gente in quel punto, ho potuto soffermarmi nell’ombra e sogguardarla. Sedeva sopra una misera stuoia, le gambe incrociate su lo scalino della soglia; appesa all’architrave, alta sul capo di lei, ondulava una lampada e fiammeggiava e fumigava guizzando. Tale intermittenza di luce dava al volto appassito, come la contrazione di un singhiozzo, di uno spasimo dilacerante. Era orribile a vedersi.

A volte pareva si scarnificasse nell’ombra; rimaneva il teschio coronato dai rossi capelli accesi. Poi il moto della lampada si è fatto più lento, è cessato, e allora ho potuto osservare, nella luce tranquilla, il volto della sperduta. La faccia del silenzio, nulla più; un volto impietrito, mummificato, tutto spento.

Chi avesse core di truccare la faccia di una mummia e di infiggere nelle orbite vuote due grandi occhi di vetro otterrebbe l’immagine esatta della donna ch’io vedevo.

L’età? Nessuna. L’età del patimento. Non si poteva numerare gli anni a tale spettro; era su la soglia del trapasso; cominciava la trasfigurazione finale.

Il vicolo era deserto, buio. Sul bianco muro che fronteggiava la tana della donna sola, si apriva, ingrandito più volte dalla luce della lampada, il rettangolo della piccola porta e in quella chiazza di luce che faceva più densa la tenebra circostante appariva l’ombra della sciagurata che attendeva un ignoto e il suo pane.

Nessuna voce: un busso di zoccoli lontano, il suono di una guzla più remotamente; non un suono distinto ma una eco interrotta, malcerta; languida e lieve, sospirata e remota. Intorno, lungo il vicolo breve, nessun altro lume: due archi moreschi, il muro di un giardino occulto, l’incerto biancore di una terrazza sotto alle stelle e l’ombra e il silenzio deserto. Chi poteva attendere in tale solitudine la reietta? da quanto tempo sedeva su quella soglia? Chi, senza sentirne ribrezzo e pietà, avrebbe osato chiederle un simulacro d’amore? Le altre non erano sole; ella non conosceva se non l’incubo del silenzio.

Stava diritta sul torso, immobile, gli occhi muti come la bocca sottile. Dietro di lei era un piccolo giaciglio intatto, coperto da uno sciamma rosso; una vecchia stuoia sul pavimento umido, e, su la parete bianca, tracciata da mano inesperta, simile in tutto ai disegni di certi pazzi, la sagoma di un leone. Una sagoma rossa, grottesca e spaventosa. Riempiva la camera di un terrore fanciullesco, era l’unico, singolare adornamento che apparisse su le nude pareti.

Ho atteso inutilmente un gesto, un sospiro, un nuovo atteggiamento della solitaria; ella non soffriva, non aveva coscienza della propria miseria; il pensiero ed il dolore erano morti in lei, se pure avevano avuto mai un albore remoto.

Le sue guance infossate erano rosse, accese dal carminio. Aveva il colore delle bambole, se non l’espressione dolcemente idiota, quella bambola muta che attendeva un padrone per giacersi con lui senza nulla dire, senza contrastare, impassibile e compiacente.

Sono uscito dall’ombra. Non appena mi ha veduto si è guardata intorno, poi è sorta in piedi lentamente.

Nehârak sa’ îd! (Che il tuo giorno sia felice!)

Ha mormorato l’augurio; ho visto solo un breve tremito delle labbra, ma gli occhi e il viso non hanno mutato espressione.

Le ho chiesto:

— Come ti chiami?

Zubeida[1].

— Quanti anni hai?

— Ventidue.

L’ho guardata meravigliato. Ella non si è accorta della mia meraviglia. D’altra parte chi le aveva mai chiesto simili cose? Forse le apparivo strano come lo sono tutti gli europei agli occhi degli arabi i quali non si spiegano il loro amore al viaggio e alla investigazione.

— Da quanto tempo vivi qui?

— Da quindici anni.

— Sei sola?

— Sola.

— Non hai figli?

— Ne avevo uno, è morto.

Neppure il ricordo della sua creatura l’ha turbata.

Tfaddal! (Entra, prendi qualcosa!)

Ha mosso l’invito timidamente, senza guardarmi in viso, guardando l’ombra sua sul muro bianco.

Non le ho risposto nè il mio silenzio l’ha sorpresa. Ho veduto sopra un tavolinuccio un vassoio di lacca con alcune mandorle di lukùm[2], ma la prospettiva di doverne inghiottire qualcuna per corrispondere alla cortesia di Zubeida (cortesia disinteressata, d’altra parte, perchè è costume tanto degli arabi quanto dei turchi, anche nelle malinconiche case della lussuria, di offrire ai visitatori qualcosa senza richiedere per questo alcun sacrifizio personale) mi ha trattenuto dal rispondere all’invito.

È trascorso un silenzio penoso, per me non per lei forse che era solita ad ogni più rude rifiuto, poi le ho chiesto:

— Ma non hai paura di viver sola in questo vicolo buio?

Ella ha rivolto su di me i suoi grandi occhi di vetro; come un’ombra di stupore ha animato un attimo le pupille larghe nella scarsa luce:

— Paura? — e ha alzato leggermente le spalle.

— Ma se passano i soldati ubbriachi?

Ha chinato il viso esclamando:

Mâchallâh! (Ciò che Dio vuole!)

— E se ti bastonano?

Inchâllâh! (Se così piace a Dio!)

— Non hai nessuno che possa difenderti?

Robbi! (Iddio!)

E su tale parola ha taciuto guardando, sul muro del giardino occulto, il bianco rettangolo di luce che la lampada vi proiettava. Chiusa nel suo fatalismo immutabile, radicato profondamente nell’essere suo, fino alle radici della vita; insensibile ad ogni sofferenza fisica o morale, impietrita come la sfinge, simile in tutto a’ suoi grandi occhi di vetro senza luminosità nessuna, il muto fantasma, la carne martoriata, sottoposta ad un vituperio diuturno, trovava nella propria fede l’impassibilità della cosa, la forza inerte della cosa che non vede e non sente e non partecipa e non si addolora. Un bagliore in alto: Iddio; una spessa tenebra intorno. Per lei la morte non era che un fenomeno come il sonno: nè un incubo, nè una liberazione; non l’affrettava col desiderio nè la temeva; quando fosse giunta l’avrebbe trovata sola più che mai (anche se un’ombra fosse stata accanto alla sua sul giaciglio), nè avrebbe penato troppo a trascinarla con sè. Il silenzio della sua bocca non sarebbe stato accresciuto che di un niente: del fruscìo de’ suoi piedi scalzi, immobili ormai.

Se l’avessero veduta non ne avrebbero avuto maggior ribrezzo di quello che poteva destare quando attendeva ad occhi aperti un ignoto padrone. Il volto imbellettato, biaccoso, rosso di carmino; le sopracciglia unite dal nerofumo, le unghie tinte di henne, le labbra screpolate ma fiammanti come il fior dei gerani, per i sapienti pennelli, non avrebbero subìto oltraggi. Qualcuno si sarebbe affacciato alla porta, una voce bestialmente rauca avrebbe gridato:

— Zubeida?... o Zubeida, destati!... — Poi un fiato grave, le avrebbe ventato su la faccia fredda finchè la lampada, come l’anima di lei, non si fosse spenta per mancanza d’alimento.

La bambola dagli occhi di vetro avrebbe trovato un suo signore per l’eternità.

Ancora per Zubeida come per il vecchio centenne abbandonato in fondo a un cortile, come per cento altri che ho osservato durante il mio peregrinare, l’islamismo è un fulcro di resistenza, un cosciente irrigidimento morale e materiale, una passività tetragona ad ogni assalto. Si annienta la vita per annientare il dolore. È come una morte innanzi alla morte poichè tutti i sensi si ottundono, si addormentano, si annientano; una potenza negativa; un ritorno alla quiete della tenebra. Senza disperazione, senza grida, senza follie convulsionarie la creatura si isola in sè in un suo concetto solo e attende. Prepara le vie alla morte, non ha fretta nè tormento, discende agli ipogei del suo destino.

L’anima nostra turbolenta, instabile, timorosa ne è sorpresa e stupita.

Ho proseguito il cammino chè un improvviso urlìo di arabi sopraggiungenti mi vi ha sospinto. Sorpassato il piccolo arco moresco la lampada di Zubeida è scomparsa. La scena ha mutato aspetto.

Le tane sono successe alle tane, l’una appresso all’altra come le celle di uno strano alveare. L’identico ammobigliamento: un giaciglio, un divano, alcune stuoie, una lampada dalla luce modesta.

I tipi quasi sempre gli stessi. Donne invecchiate anzitempo; truccate, imbellettate, coperte da stoffe vistose, gialle, rosse, verdi. A volte sono in due, in tre nella stessa tana; siedono intorno a piccoli bracieri nei quali ardono profumi, le gambe incrociate, il viso indifferente.

Con la paziente lentezza dei ruminanti masticano e rimasticano una sostanza gommosa profumata, una specie d’ambra che dovrebbe ingentilire l’alito; sono sempre occupate in tale faccenda quando non fumano.

A quando a quando una porta si chiude, una lampada si spegne.

Talune hanno sul grembo un loro marmocchio giallo come lo zafferano e lo cullano con la stessa indifferenza con la quale masticano l’ambra.

Una piccola beduina tutta piena di medagliette, di ciondoli, di armille, una giovinetta di undici anni forse, se pure ne ha tanti, ritta su la soglia del suo tugurio provoca i passanti. La sua giovinezza è sfiorita benchè negli occhi grandi, cinerei, se ne mantenga il lume. La volgarità della piccola traviata non ha nome; non ho udito mai un turpiloquio simile. In fondo, una sudanese, nera come la fuliggine, guarda accigliata a simiglianza di un vecchio scimmione inciprignito.

Frotte di fanciulli passano da porta a porta ridendo e urlando.

Qualcuna esce ad inseguire un uomo che scivola via ammantato nel bianco burnus.

Un’ebrea che ha un gorgo di capelli nerissimi, seduta su la porta, il capo appoggiato allo stipite in un atto di languido abbandono, canta lentamente accompagnandosi sul salterio che tiene sul grembo. Le sue babbucce rosse sono vicino a lei su la stuoia gialla accanto a una tazza di caffè. Rievoca le nenie de’ suoi remotissimi padri, dei popoli pastori dai quali discende.

Vedo la bianca gola tutta scoperta, tremare nel fremito del canto. Poi mi allontano, mi allontano sempre più verso l’ombra delle vie deserte.

La favola di un cieco.

Rientrando oggi, verso sera, su l’avenue Bab Djedid mi sono imbattuto in un piccolo gruppo di beduini. Erano raccolti sotto un albero, in circolo. Tenevano il volto levato un poco verso il cielo e un sorriso vago, quasi interiore errava su la loro faccia olivigna. Erano ciechi. Forse attendevano chi li guidasse. C’erano due vecchi, tre uomini, una giovinetta e due fanciulli.

Conversavano; mi sono soffermato ad ascoltare. Si raccontavano antiche novelle, favole, enigmi. Il rosso sole tramontava dietro le loro spalle e l’aria era infocata, era come una fiorita di papaveri vermigli.

Il più vecchio, lo chiamavano Salah ben es Sa’ad, ha detto:

— Queste sono le nozze della formica.

La formica si tinse con l’henne e si fece le labbra rosse. Partì e lungo il cammino incontrò uno sciacallo che le chiese:

— Dove vai? perchè ti sei tinta con l’henne? perchè sono rosse le tue labbra e sei tanto profumata?

— Voglio maritarmi, — rispose la formica.

— Sposa me!

— Parla. Io ti conoscerò alle tue parole.

Lo sciacallo parlò; la formica rispose:

— Non fai per me.

Dopo aver lasciato lo sciacallo incontrò il grillo che le disse:

— Formica, mi sposerai?

— Parla.

Il grillo parlò e la formica lo sposò.

Sgozzarono un montone: con la pelle costruirono una tenda; con le tibie fecero delle vanghe e con le coscie dei vasi.

Il grillo portò la farina. La formica cominciò a passarla allo staccio.

 
Un mercato a Kairuan.
 
Kairuan. — La tomba di un santone.
 
Chadliia.
 
Giovinetta araba.

— Scuoti la polvere che hai su la testa, — le disse il grillo.

La formica scossò tanto forte che la testa si staccò dal busto e cadde ruzzoloni.

Il grillo per il gran ridere crepò e morì.

Quando Salah ben es Sa’ad si è taciuto, il sole era già scomparso.

La piccola Jasmina.

Avrà sei anni forse. Ella non sa numerare il tempo alla sua vita; quando le ho chiesto: — Quanti anni hai? — mi ha risposto: — Sono nata da Alì ben Hamed, a Mohamedia.

La incontro tutti i giorni vicino a un arco moresco a Bab Djedid. Ella è là e si balocca; o ride o passeggia grave. I primi giorni mi chiamava Khanâdja (signore); ora mi dice: — Addio!

Jasmina è nera, ha la pelle liscia come il velluto e il visetto tondo; gli occhi grandi e sereni e una boccuccia di fiore. Se ride è un dolce biancore sul suo viso; allora il nome di lei: Gelsomina, pare le stia dipinto, chè sono gelsomini i bei denti serrati e gli occhi bianchi fra le palpebre nere.

Se mi vede, sorride. I primi giorni mi guardava imbroncita con una sua gravità di donna esperta che diffida dello straniero; ora appena appaio in fondo alla via di Bab Djedid mi si fa incontro. Ha letto forse negli occhi miei quanto io ami i bimbi; si è accorta che non saprei dirle male parole, che non saprei guardarla con viso torvo; si è accorta che poteva dirmi: — Khanâdja, dammi questo; Khanâdja, regalami un fiore, un balocco, una moneta.

Jasmina ama i fiori come tutti i bimbi in tutto il mondo.

Non appena sbocco all’un capo della strada sento gli zoccoletti di Jasmina, odo il loro busso affrettato sui ciottoli.

Se non la guardo mi segue, mi si pone al fianco, mi sfiora un braccio:

— Addio, Khanâdja....

E se non rispondo insiste. Una volta mi ha chiesto:

— Sei inquieto?... Che cosa ti hanno fatto le tue donne?...

Ella crede ch’io possegga un harem con mogli e schiave circasse e serve sudanesi.

Siamo diventati tanto amici che non lascierei trascorrere un giorno senza passare, alla solita ora, per la via Bab Djedid.

Ella sa che debbo andarmene presto e mi chiede quando ritornerò e quante settimane debbo viaggiare per giungere alla mia tenda lontana.

È figlia di una schiava. Verrà anche il suo tempo, quando il rapido amore la farà sbocciare per trarla alla bestiale cecità di qualche padrone. Il suo cuore che sa intenerirsi sarà fatto di selce allora.

Oggi le ho detto addio.

L’Hara (il Ghetto).

La sudiceria del quartiere ebreo a Tunisi è cosa che non ha paragone. Non v’è luogo sulla terra che non abbia gente sudicia, ciò resta inteso; all’estremo nord i contadini della Scania, ad esempio, potrebbero gareggiare senza timore di perder la partita, coi contadini delle nostre Calabrie i quali, nonpertanto, in tema di sporcizia godono di una immeritata fama mondiale. Gente sporca, ce n’è per tutta la terra e chi arriccia il naso nominando l’Italia meridionale segno è che ben non conosce casa propria.

Ammetto come verità dimostrata quanto ho esposto sopra, ma conviene aggiungere che nessun paese e nessuna razza può sperare di portar la palma su gli ebrei di Tunisi. La loro sudiceria è una cosa iperbolica, colossale.

Volevo percorrere il loro quartiere da vari giorni; oggi solo mi vi sono azzardato perchè è sabato, è festa, e le donne fanno pulizia.

Avanziamo turandoci il naso; sarà prudente far ciò.

Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui. Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata da chi sa quali elementi. Meglio è non guardare; tirar diritto con cuore risoluto.

Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre. Il lerciume non ha avuto riguardi, nè pudori, nè titubanze: si è esteso con bella franchezza dalle strade alle stanze; è salito dai marciapiedi ai comignoli; ha accolto tutte le cose sotto il suo velo pareggiatore. Una veste bianca pone una nota stridente fra tutto questo grigio: stona, non è a posto, dispiace, direi quasi disgusta. Due mani candide farebbero ribrezzo. È questione di far l’occhio, di abituarsi ad uno stato di fatto, a una predilezione. Si vede tutto uguale, tutto concorde in una mirabile armonia e si pensa: — Questo è un mondo a parte: ha i suoi gusti, le sue tradizioni, le proprie preferenze e conviene accettarlo tal quale esso è. Discuterlo significherebbe diminuirlo.

E per diminuire il lerciume del quartiere israelita tunisino occorrerebbero tutte le pompe a vapore di cui può disporre Londra e forse non basterebbe. No, perchè si tratta di una veste secolare di una qualità che non si ferma alla superfice ma che ha raggiunto l’anima delle cose.

Oggi le donne fanno pulizia. Convien dire così perchè non si può disporre di una parola diversa; converrebbe crearla per significare esattamente ciò che fanno le donne ebree (tunisine) nel giorno consacrato al riposo. Rinnovano la superfice, mescolano le varie sostanze di rifiuto, le tramutano o le adunano su la soglia. Ogni soglia è una concimaia; ciò è esatto. Può darsi che tale uso leggiadro abbia una ragione; ad esempio quella di non invitare il passante ad entrare; sarebbe la ragione opposta al salve patriarcale. Una soglia fetida non vi lusinga anzi è un invito a proseguire. Comunque sia, la via è di tutti, ragione per la quale nessuno si sente in obbligo di curarla, di rispettarla. Le cose di tutti sono sempre le più disgraziate. All’infuori del mio e del tuo l’uomo non ci vede chiaro e doventa un animale maligno. Parlategli del bene sociale ed egli vi capirà solo allora quando potrà pensare di chiamarsi società. In ogni uomo c’è un Io-società e basta; più oltre c’è la tenebra. Le astrazioni non hanno fortuna e, sotto un certo punto di vista, una strada non potendo essere nè mia nè tua è una specie di astrazione. Ecco perchè su la strada, nella strada e per la strada ogni cosa è lecita. In questo quartiere, ad esempio, è diventata per comune accordo uno sterquilinio.

A quando a quando certe zaffate come d’aglio stantio giungono non si sa da dove; sono per l’aria; caratterizzano l’ambiente.

Tutte le porte sono aperte: sogguardo: ecco una fila di anditi angustissimi, scivolosi, nerastri; un’umidità tenebrosa e puzzolente. Sono lastricati? E chi lo sa? Le pareti furono un giorno imbiancate a calce? Chi potrebbe dirlo? In fondo riluce qualche patio, qualche cortiletto in cui la grigia giornata affoga malinconicamente in un lungo sbadiglio.

Le donne si muovono, gridano, cantano, urlano. Assisto a frequenti bisticci. È una razza irrequieta, nervosa e litigiosa; si accapiglia con facilità, strilla che pare abbia di continuo le doglie del parto. È affannata: un niente la fa montare in furore. Oh santa pace! Come potrà prosperare il classico istituto della famiglia dati simili temperamenti? È come una antropofagia intenzionale; se non si mangiano in realtà, si consumano nell’ira, le quali cose hanno punti di contatto. Vivono in tempesta; sono come legni che si cozzano in un porto malsicuro.

Dalle finestre aperte, basse, difese malamente da griglie in isfacelo mi giungono, quasi da ogni casa, simili concerti vocali: sono donne e bambini, ragazzetti e fanciulle; ne deduco che il giorno festivo sia dedicato di proposito a tale novissima esercitazione.

Un uomo mi sorride. È fermo sopra una soglia immonda come tutte le sue sorelle. Lo guardo in viso, lo riconosco. Piccolo, grassoccio, sorridente; affogato nelle ampie brache farebbe la fortuna di un circo equestre. Si chiama Jacob. Da dieci giorni lo trovo alla Porte de France e da dieci giorni mi chiede imperturbato se sono disposto a vendergli un paio di calzoni. La mia impazienza non lo ha scoraggito nè punto nè poco. Una volta la sua petulanza è giunta a tanto, che mi si è fatto incontro con le mani unite a giumella facendo risuonare le monete che vi teneva rinchiuse per trarmi al mercato proposto.

— Buongiorno, signore.

— Buongiorno.

Con un gesto ripete l’offerta; ormai sa che non occorrono parole a spiegare il desiderio che lo anima.

Gli dico:

— Accompagnami per il quartiere ebreo; fammi entrare in qualche casa; avrai una buona mancia.

Jacob sorride e annuisce.

— Vieni con me.

Lo seguo. Si passa di vicolo in vicolo, ci si addentra per un laberinto pantanoso e oscuro. Le case sono alte; il buio aumenta sempre più.

— Dove mi conduci?

— Non vuoi vedere una casa ebrea?

— Sì.

— Vieni. Vedrai delle ragazze da marito.

— E che me ne importa?

— Vedrai!...

Lo seguo docilmente; vedremo. Jacob è l’uomo dalle sorprese.

Si entra in un andito. Ci si fa incontro una donna immonda, dal volto gialliccio, dalle mani giallicce. Quando ha parlato con Jacob tenta un sorriso e si volge a precederci. Ha le calze rotte, un paio di brache ampissime che le giungono alla caviglia, un giubboncello poverino, ma tanto poverino che non copre nulla e, sui capelli grigi, una specie di cono sul quale è appuntato un velo. Batte gli zoccoli sul selciato, si sofferma ad una porta e, mentre la dischiude, parla in una lingua che non intendo.

Dove si andrà? quale sorpresa ci attende?

Entriamo. Una stanza quadrata; alcune stuoie luridissime; due divani lungo le pareti, un tavolo nerastro, qualche sedia zoppa; tale è l’ammobigliamento.

Siamo immersi in una penombra spessa. La donna che ci ha accompagnato scompare da un’altra porta.

— Ed ora? — chiedo a Jacob.

— Ora si aspetta.

— Che cosa?

— Le figlie di Debora.

— Per che farne?

— Per vederle.

— Sono tanto belle?

— No, sono grasse!

— Grasse?

— Sì, ingrassano perchè debbono sposare presto.

Non riesco ad orientarmi. O che si ingrassa per sposare? Quale concetto hanno del matrimonio queste genti? Non risolvo il dubbio ed attendo; quand’ecco che la porticina si riapre per lasciar passare Debora la quale reca un lume a petrolio. La stanza ne è rischiarata. Trascorrono altri dieci minuti; siamo seduti vicino alla tavola attendendo; si ode l’acqua sgrondare.

La signora Debora dopo averci illuminato l’ambiente è scomparsa di bel nuovo.

— Ma che fanno? — chiedo a Jacob.

— Si vestono. Vogliono farsi vedere nei loro costumi più belli. Ti piaceranno.

— Ah!

Frattanto guardo le travi che sono nere come il pavimento; tutta una architettura di tele di ragno ne riempie gli angoli.

La porta si riapre: un sussulto, un bagliore, un biancore inusitato: ecco Debora ed ecco le belle figlie: l’una appresso all’altra, in fila indiana.

Fanno due passi e si soffermano presso la soglia guardandomi; credo mi abbiano sorriso, qualcosa è passato infatti sul loro volto enorme.

Resto stupito, inchiodato al mio posto, incapace di far parola.

Odo Jacob che mi chiede:

— Ti piacciono? L’una ha sedici anni e l’altra diciotto. Andranno spose fra qualche settimana. Debora ha lavorato per bene, vedi? Sono fra le più grasse del quartiere.

È vero è vero! Una pinguedine gialla, molle, traballante, gelatinosa; qualcosa di informe, una specie di elefantiasi artificiale mi sta innanzi. Quali campioni della specie! Tutto è cresciuto a sproporzione deformandosi in una mostruosità bofficiona che desta ilarità e compassione. Ogni linea ha superato le misure della verosimiglianza. Le guance non si posson più chiamar tali, non sono guance anzi gotoni, due sfericità sovrabbondanti che sopravanzano dando al volto un che di badiale e di allegroccio che fa pensare a cose ridanciane. La grazia della gola e la linea del mento scompaiono sotto una enorme pappagorgia. Il naso è ridotto ad una coserellina minuscola, umilmente inutile; la bocca si è arrotondita, costretta com’è a rimaner dischiusa; assomiglia al becco del pesce palla. Il resto del corpo non ha linea, è una deformità impacciata che stenta a muoversi e il costume ne compie la grazia. Le solite brache fino alla caviglia e il corsaletto e l’ampio velo che dipartendosi dal cono fermato sui capelli si stende lungo tutta la persona a pareggiarla in una linea ancor più goffa. Vedute di dietro in tal costume codeste giovinette da marito non sembrano già creature ma otri fantastici, semoventi faticosamente fra il brusìo delle vie popolose.

Nessuno dice parola.

Debora guarda con vivo compiacimento la sua pingue prole poi, a un cenno di Jacob, le due grazie fanno una specie di inchino, si rivolgono ed escono senza dir parola. Non ho udita la loro voce, non so, ma mi pare debba essere sottile, eunuca, tremante. I grandi involucri hanno talvolta sorprese simili.

Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e i pochi passi faticati e le rotondità mostruose.