Una via di Susa.

Quando siamo per la strada, Jacob mi dice che da quattro o cinque mesi non escono di casa ma stanno rinchiuse di continuo in una stanza buia, tutte intente a rimpinzarsi, a trangugiare, fin che resistono, certi cibi speciali preparati ad arte dalla madre loro. Più ingrassano e più sono certe di raggiungere il termine estetico verso il quale si appunta il desiderio maschile. Per un ebreo tunisino una donna magra è ripugnante; esso porta nell’apprezzamento della bellezza femminile gli stessi criteri seguiti dai mercanti di certi quadrupedi commestibili. Dio mi guardi dal voler adombrare con ciò la gentilezza di cotali vergini ebree; dopo tutto esse non fanno che piegarsi alle esigenze maschili, si deformano perchè ciò è necessario; debbono piacere, e si sottopongono alla cura dell’impinguamento. Le ottentotte, allo stesso scopo, si allungano le labbra per mezzo di dischetti, tanto da sembrare mostruosi anatroccoli; le negre di Bengasi si infilano un corallo rosso nel naso; le sudanesi cercano di avere i piedi enormi e via dicendo. Non v’è cosa più insensata del desiderio umano, soggetto, com’è, a deformazioni stravaganti.

— Vuoi vederne ancora? — mi chiede Jacob.

— No; mi basta ciò che ho veduto.

E si prosegue per viottoli sempre più neri, sempre più fetidi.

Incontriamo ancora donne goffe nei loro goffi costumi a colori vivacissimi. Quanto più vivo e stridente è un colore tanto più sembra bello. Non conoscono o non sanno apprezzare le sfumature.

Ma non sono tutte brutte codeste donne; qualcuna si salva e più precisamente le ridestate, quelle che non seguono la macabra tradizione.

Ecco Rebecca. L’ho veduta su lo sfondo di un piccolo patio nel quale mormorava una fontanella. Era appoggiata ad una colonnetta bianca. Vestiva di scarlatto. Era bella come le donne di Moab, come le vergini d’Israel sotto i padiglioni lucenti. Bella d’occhi e di capelli e di persona; il suo colore era quello dell’oliva quando il sole la feconda.

Per il silenzio di lei fioriva il Cantico d’amore, dato al Capo de’ Musici dei figlioli di Core, sopra Sosannim:

.... Ascolta, fanciulla, e riguarda, e porgi l’orecchio: e dimentica il tuo popolo, e la casa di tuo padre:

Ed il Re porrà amore alla tua bellezza....

E la figliuola di Tiro, ed i ricchi fra i popoli, ti supplicheranno con presenti....

Era pura come un mattino sul mare.

Le Tombe dei Santoni.

Poco distante dal Suk dei profumi, entro il recinto dei mercati coperti, una griglia verde fra colonne policrome, rosse e turchine chiude l’accesso a un piccolo cimitero. È un quadratuccio di terreno alto quasi mezzo metro sul livello della strada; vi cresce un’erba rada e pallida poichè vi manca la luce. Ivi sono raccolte due tombe quadrangolari che assomigliano a due arche, ma sono di legno, dipinte in rosso ed in celeste ad archi moreschi. Vi riposano due santoni, due saggi che vissero in santità e onorarono Iddio. Data la singolarità della loro ultima dimora, vien fatto di pensare contengano ben altra cosa che non poche ossa polverose, raccolte tuttavia negli ultimi brandelli di un sudario. Arche sembrano, sì, ma arche nuziali, odorate di spigonardo e d’ambra. La santità de’ buoni vecchi non basta a inciprignire la gaiezza della loro dimora.

D’altra parte gli arabi non temono la morte e non la vogliono nera. Non conoscono nè la tetraggine, nè la sfacciata volgarità dei nostri cimiteri. Meglio è sorridere di una tomba anzichè ritrarsene con paura o con disgusto. Una morte che si perpetui in un sorriso non è morte compiuta. Noi, sì, ci annientiamo miseramente in un lugubre rituale, per il nostro spirito misero, troppo misero di sole e di gaiezza.

Ho ripensato alle due tombe medioevali elevate a due legisti in una piazza di Bologna, alte sopra sottili colonne gemine, circondate d’aria e di luce, simili a un dolce nido sotto l’azzurro. Non so concepire come il medioevo abbia potuto creare qualcosa di tanto sereno.

L’età moderna non ne comprese la bellezza quando negò a un suo grande poeta una simile esaltazione.

L’anima nostra è ancora troppo oscura. Noi non amiamo i morti.

Ecco quattro proverbi che ho raccolto oggi da un vecchio, in un bagno arabo:

I. — Fa il bene e buttalo a mare; se non lo sanno i pesci lo sa Iddio.

II. — Se venissero esaudite le preghiere dei cani, dal cielo pioverebbero ossa.

III. — Il cane abbaia e la carovana passa.

IV. — Il segreto ti è schiavo; se lo riveli ne diventi schiavo.

Ciò che vide Kadir.[3]

Fu chiesto una volta a Kadìr, che la benedizione sia su di lui!,[4] quale fosse la cosa più meravigliosa ch’egli avesse veduto durante le sue lunghe peregrinazioni per il mondo; Kadìr rispose:

— “Una volta giunsi ad una città magnifica, una città di potenti, ricca e gloriosa; prima di entrarvi vidi, in un piccolo giardino, un uomo che raccoglieva certe sue frutta. Mi soffermai e gli chiesi:

— Dimmi: sai tu da quanti mai anni sia sorta la città dei magnifici?

Egli si rivolse, mi guardò e rispose:

— Sia gloria a Dio! Essa è sempre stata nei tempi dei tempi. Sorse dopo il diluvio; impererà in eterno!

Partii. Dopo qualche anno, tornato sul luogo, gli occhi miei si affaticarono invano a ricercare le torri e le mura, le cube e i minareti: dov’era la città dei magnifici?... Io non vedevo che un immenso prato smeraldino.

Un pastore seguiva il suo gregge. Mi avvicinai; gli chiesi:

— Sai tu da quanto tempo fiorisca questo prato fra gli alberi e le paludi salate?

Il pastore levò gli occhi e mi guardò sorridendo. Rispose:

— Nei tempi dei tempi!

Ripresi il cammino, l’eterno cammino mio.

Dopo molti anni ancora, non so più quanti, ebbi a ritornare nello stesso luogo, e vidi con mio grande stupore che anche il prato era scomparso. Il mare ne ricopriva l’immensa distesa. E vidi uomini che si tuffavano nell’abisso dell’acqua e ne sortivano recando perle e coralli; vidi altri tender reti ed altri giungere e partire su le velivole navi.

Chiesi ad un vecchio:

— Sai tu da quanto tempo si naviga e si pesca in questo luogo?

Rispose:

— Nei tempi dei tempi! Da quando il sole riluce„.

I Notai.

I notai sono gente preziosa; sono gli uomini della buona fede in Grecia come nella Svezia. Necessariamente non è ammissibile una buona fede unica; il concetto varia da Atene a Stoccolma come variano il clima, l’indole, le disposizioni, le abilità, le percezioni. Un gesto che potrebbe chiamarsi piacevole e che farebbe sorridere il pubblico di Atene scandalizzerebbe quello di Stoccolma. La buona fede o è troppo buona o non lo è punto, secondo lo spirito che la informa. Ora i notai sono i rappresentanti di codesto spirito. Gente preziosa, comunque sia.

A Tunisi la loro frequenza ne dimostra l’importanza. Hanno certe botteguccie dalle imposte azzurre come le loro buone intenzioni; siedono gravemente dietro il loro banco, uccellando. (Ogni bottega è come una ragna. Vi si potrebbe scrivere sopra: Qui si uccella).

Hanno, posate su la stuoia accanto al sedile, le loro babbucce e hanno a portata di mano una grande giara piena d’acqua. Portano gli occhiali e lunghe barbe e pare meditino sul problema dell’universo.

L’atteggiamento dell’uomo che si dilunga verso le amare conclusioni del pensiero e dell’uomo che gravita in un suo piccolo mondo oscuro, quasi bestiale, è sempre lo stesso: Una maschera uguale per un uguale silenzio.

L’Anima del Viandante.

L’anima del viandante è come una prora che solca il mare: incontro alle tenebre e alle tempeste e incontro alle aurore. Scacciamo la tristezza, su, anima mia; la vela si distende al respiro del mare.

Se l’acqua ristagna, imputridisce; compiamo il corso come le limpide vene che vedemmo su le montagne della Norvegia lanciarsi dalle cime al mare dirittamente, lungo le coste brulle.

Più ti dilunghi e più ti senti sola; il cerchio del tuo orizzonte non si amplifica; tu porti con te il tuo confine.

Su, anima mia, triplica il giro delle tue illusioni intorno a te stessa; vivi come vive la Terra per la propria atmosfera, nel vuoto spazio tenebroso. Oggi, ad una fonte, oltre l’arco moresco di Sidi Abdallah, su l’ora del crepuscolo, è riapparsa Hadda, fiore di giovinezza.

Si è detersa i piccoli piedi alla fonte e le armille d’argento tintinnivano su le fini caviglie.

Nessuno c’era all’intorno; unica voce quella dell’acqua azzurrina. Il silenzio dell’ora e la dolcezza del fiore umano turbavano il pulsar delle vene.

L’acqua cantava entro l’anfora sottile traboccando, come trabocca il miele dagli otri, la dolcezza dagli occhi innamorati.

Nessuno l’ha veduta quand’ella ha sorriso; nessuno l’ha veduta quando ha inchinato il mento al seno.

C’era una sola stella sopra le bianche cube di Melassìn.

L’Eternità.

Nel centro dell’Africa, in una parte remota e solitaria sorge una grande montagna, nera come la notte, dura come il diamante. Un cavallo lanciato al galoppo non potrebbe compierne il giro se non in due ore e a un uomo saldo occorrerebbero quattro ore per dominarne la cima.

Ogni mille anni un uccelletto esiguo giunge alla montagna nera ad affilarsi il becco.... ogni mille anni.

Ora sappi che quand’egli avrà consumata tutta la montagna, solo allora e non prima sarà trascorso il primo attimo dell’eternità.

Tutto, al mondo, si consuma. Iddio è eterno. —

Questo raccontano i saggi agli uomini del deserto.

La Casa abbandonata.

Ho visitata una casa abbandonata; un antico palazzo arabo comprato da un cristiano, consacrato al culto cristiano, deturpato da mani cristiane per il futile motivo che mani cristiane lo avevano eretto qualche centinaio d’anni fa quando i corsari saraceni battevano il mare e traevano schiavi gli uomini delle nostre spiagge.

Un’epigrafe ampollosa, redatta nello stile dei vecchi quaresimali sta sul muro sgretolato fra le piante rampicanti che vi si abbarbicano. Che cosa dica precisamente non ricordo bene, ma pare che il compratore fosse convinto di compire opera altamente meritoria verso la Chiesa, riscattando da mani arabe il bel monumento per depredarlo e saccheggiarlo e ridurlo a uno scheletro nudo.

Le vendette della fede hanno simili incoerenze: giusto perchè elevata da mani cristiane la dolce casa doveva essere saccheggiata. Non domandiamo un perchè nè cerchiamo la logica di tali fatti; potrebbe dirsi fanatismo se non fosse ciò che oggi chiamano affarismo; un affarismo ipocritamente beghino che rivolge al suo Dio occhi pietosi e ne fa commercio.

Tutti i magnifici lavori in ceramica di cui si adornava questa casa di letizia hanno esulato. Le belle stanze circondanti il patio, i loggiati, le fontanelle, il patio stesso serbano le tracce di tale depredazione. Si è venduto tutto, non sono rimaste che le mura dispoglie, i marmi bianchi e neri e la grazia architettonica che non poteva essere incassata per qualche collezionista. Una malinconia viva; come un volto sfregiato che non ha perduto il suo sorriso.

Nessuno abita il bel nido. Nel patio quadrato, racchiuso fra l’armonico giro degli archi moreschi, crescono erbacce e rovi; nelle stanze polverose corrono ragni e topi.

Se gli uomini che credono in Dio rispettassero l’arte che non ha paese, nè setta religiosa, nè intendimenti meschini! Essa potrebbe dimostrar loro come esista in realtà, nell’anima umana, qualcosa che l’avvicina ad una fede universa, che l’eleva ad una zona uguale nella quale non è che una luce divina per tutti i nati di donna i quali abbiano cuore e intendimento.

In via.

Aprile.

Camminiamo con la primavera. Tunisi è scomparsa fra il bianco mareggiare delle sue terrazze fiorite da gerani rossi, fra i minareti quadrati e ottagonali, le cupole, le cube, le mezzelune e i globi dorati. È scomparsa in fondo all’orizzonte.

Altre lagune, altri stagni sono passati, innanzi agli occhi miei innamorati. Immense pianure verdi, circondate dai monti; piccole case biancheggianti; esigui corsi d’acqua e vigneti e boschi d’ulivi e siepi di fichi d’India. La campagna; la libertà primitiva.

Tribù di beduini sono accampate a grandi distanze. Di tanto in tanto, su la linea piatta dell’orizzonte, un gruppo di tende ne indica la presenza. Pascolano intorno mandre di buoi rossi e neri, pecore e cammelli.

Fra le sterpaglie e i fichi d’India è apparso ad un tratto un villaggetto arabo, una macchia bianca. Ad Hamman-el-lif la pianura si è estesa ancor più; un solo palmizio lontano ne interrompeva la monotonia.

Altri paesi sono trascorsi, altri tempii, altre case. Una via interminabilmente diritta va da un punto all’altro del cielo fra una distesa di margherite rosse e di cardi azzurri.


I miei compagni di viaggio cambiano ad ogni stazione; si rinnovano come l’acqua in una vasca, ma ciò non significa che l’ambiente sia puro.

Ebrei nella loro dgebba ricamata; arabi con la cecìa e col turbante; donne sdegnose e donne compiacenti! C’è chi dorme, c’è chi fuma, c’è chi pensa con la testa inchina. Un grande odore di muschio aleggia intorno con le mosche e la polvere. Ad ogni sussulto nel treno, un uomo che sonnecchia si desta di soprassalto e spalanca gli occhi spaventati guardandosi intorno, poi riprende a sonnecchiare. Si giunge, si riparte, si ruzzola, ci si intontisce, ci si guarda, si sbadiglia.

 
Il Cantastorie.
 
Kairuan. — Un fùnduk.
 
Giovinette arabe tessitrici.
 
Hadda, l’Almea.

Alle singole stazioni le identiche scene: gente che scende, gente che sale; parole scambiate sommessamente: un addio, un consiglio, un augurio. Poi l’invito dei conduttori:

En voiture, s’il vous plaît!

Un sibilo e via. Ricomincia il dondolio interrotto da sobbalzi e il rumore monotono delle ruote su la via ferrata.

Ci si guarda sempre più stanchi.

Vorreste distendervi e non lo potete: avete accanto un grosso ebreo.

Il paesaggio? Sempre lo stesso! Nulla lo anima; almeno voi non vedete nulla; tutto si dipinge del vostro dispetto. Una fila di beduini inebetiti, laceri, sporchi, con la bocca aperta vi guarda ad ogni passaggio a livello. Uno stupore vuoto come la loro bocca aperta; una vivacità simile a quella dei loro dromedari.

Proprio incontro a voi un’araba si affanna a tirarsi le bende sul viso per poco che l’occhio vi sfugga a guardarla.

Per rassicurarla le volgete le spalle e l’occhio vi corre al finestrino senza volerlo.

Ecco: un palmizio spelacchiato, polveroso in mezzo a un’arida pianura; vi pare un fruciandolo; poi lo sgorbio vegetale che si chiama fico d’india: una mostruosità gibbosa, appiattita, contorta, irta di spine come la castimonia di una brutta donna; e qualche marabùt; e qualche beduino rimbecillito nel sole.

Tutto ciò non dà tregua.

Guardate con fissità le reticelle del vagone; porgete la tessera al controllore che viene a bucarvela per la ventesima volta; vi stendete un poco più appoggiando il capo alla spalliera.

Avete trovata la positura favorevole ecco.... nasce l’idea bella che vi conduce al riposo del sonno.

Uno scrollone, un sobbalzo, una spinta. Vi ridestate spaurito.

Siete a una nuova stazione....

Vi trovate fra un monte di ceste e di stuoie; un nuovo viaggiatore è seduto incontro a voi, anzi una viaggiatrice e vi guarda con un occhio solo attraverso alle bende. E il caldo vi cuoce e un terribile tedio vi assale.

Susa.

Aprile.

Susa, la città saracena. Passa nella storia con molti nomi: Adramatos, Hadrumetum, Unurico polis, Djoerah, Soussa, Sisa, Sissa Negra e vai dicendo.

Fu nel dominio di molti ma non ha serbato che il carattere saraceno.

Fondata dai fenici in epoca troppo remota per esser determinata, passò dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Vandali, dai Vandali ai Bisantini, ai Turchi, agli Arabi.

Gli arabi la dissero Djohera, pietra preziosa.

Una graziosa leggenda spiega come fosse chiamata in seguito, Susa.

“Un governatore arabo fece sospendere una volta, sopra Bab-el-Bahar, una bella perla legata a un filo. Ora avvenne che, durante la notte, il filo fosse tagliato.

“Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando che un verme (sussa, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era sospesa la gemma.

“Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum„.

Per me rimane Djohera il gioiello. Una gemma bianca incastonata su l’orlo del mare turchino. È tutta bianca. L’immagine di una nube che passa nel cielo mattutino di un maggio, ne dà la sensazione, non foss’altro per ciò che è colore.

Si stende sopra un colle su la riva del mare, è piatta, le sue bianche mura orlate paiono trine. A quando a quando dalla sua massa frastagliata che sale dolcemente col salire del colle si leva un palmizio, un minareto, una cuba, e sopra è il turchino del cielo profondo, e sotto è il turchino del mare. Un nido fra due immensità gioconde.

È il vero sorriso dell’oriente, una fra le immagini che assecondano maggiormente il nostro sogno. In tutta la costa fra cielo e mare, non ha sorella.

Nessun’altra città la supera in gaiezza serena nè in Siria, nè in Egitto, nè in Algeria. È la gemma saracina: Djohera.

Intorno le si distende il Sahel dagli immensi oliveti.

L’Ombra del Mandorlo.

C’è, a Susa, una piccola fonte remota fra gli ulivi; la chiamano l’Ombra del Mandorlo.

L’ho veduta ieri; vi sono giunto per caso, aggirandomi per le viottole fra gli uliveti.

Ero felice, contento di un nulla, della chiara mattina. Mi è parso che il sole sorgesse in me. La grande letizia del giorno si era trasfusa in tutti i miei sensi; ho sentito l’anima mia, figlia del mondo, riempirsi di luce come tutte le cose.

Ad un tratto un mormorio di acque correnti mi ha fatto sostare e, in un lembo di terreno dispoglio, ho veduto un mandorlo e una piccola fonte. Da questa derivava un ruscelletto gorgogliante che scorreva fra ciottoli e fiori e si perdeva ben tosto sotto l’ombra degli ulivi. Il mandorlo era in fiore.

Mi sono seduto all’ombra azzurrina, d’altro non mi importava: nè di andare, nè di sapere dove ero; mi erano innanzi due cose vive, due voci, due forze misteriose quanto il palpito del mio cuore: un albero e una fonte.

El Djem.

El Djem ora non è che un villaggio arabo, un miserrimo villaggio, un aggruppamento di sudicie tane. Fu già grande città e si chiamava Thysdrus.

Ci siamo soffermati a guardare il grande anfiteatro che è il terzo nel mondo per bellezza.

Tale monumento, che pare una copia del Colosseo, contava sessantaquattro arcate. Fu costruito nel III secolo dall’imperatore Gordiano.

Nel 689, dopo aver riportato numerosi successi sugli Arabi, la regina dei Berberi, Damiah-el-Kahena, fu costretta a rinchiudersi nel detto anfiteatro del quale fece distruggere le scalinate per otturare le arcate inferiori.

La tradizione racconta che, obbligata dalla carestia, ella fece scavare un sotterraneo che trovava sbocco a dodici chilometri da El Djem.

Tale sotterraneo, oggi in parte interrato, sembra essere l’avanzo di un condotto d’acqua che permetteva di innondare l’arena per i combattimenti navali.

Nel 1695 una banda di Arabi rivoltosi si rifugiò a El Djem.

Mohamed Bey assediò l’anfiteatro, lo tolse loro a viva forza e per impedire che le larghe breccie fossero riparate fece distruggere tre arcate.

Tale mutilazione forma un’entrata gigantesca all’immenso anfiteatro.

Tutto il suolo intorno ricopre le rovine di una grande città.

Scavando si sono trovati tesori. Quando vi siamo giunti fervevano le opere di sterro.

Operai arabi e mori erano intenti a scavar larghe fosse, a trasportare lontana la terra di rifiuto.

Passavano nel sole, fra gli archi, donne avvolte in un grande manto vermiglio. Singolari fantasmi contro l’enorme rovina.

Intorno, la campagna è quasi brulla, sabbiosa e l’anfiteatro vi appare come lo scheletro di una città sepolta.

La miseria che gli si intristisce ai piedi non lo adombra. Il suo dominio è nell’immensità.

Monastir.

Si arriva fra gli ulivi. Monastir sorge sul mare. Abbiamo costeggiato la sebkra, il lago salato; siamo passati sopra un vecchio ponte romano, poi fra i gioiosi giardini di Skanes contro il mare.

Ancora una volta l’anima delle terre calde sorgeva in tutto il suo fulgore.

Monastir è preceduta da una vasta necropoli e cinta da un giro di bianche mura che la inghirlanda. Gruppi di palmizi le sovrastano.

Guerin dice che questa città racchiudeva, al tempo dell’invasione araba, un monastero cristiano (El Menstir che avrebbe dato il nome alla città attuale) trasformato poi nella moderna Casbah o fortezza.

La Casbah è dominata da un’alta torre che si chiama El-Nador. Vi saliamo per godervi il magnifico panorama.

Al nord si abbraccia tutta la costa e il Sahel: Hammamet, Hergla, Hammam-Susa, Akuda, Susa; al sud la veduta si distende fino a Lemta.

Una delizia di sole e di verde, di azzurro e di bianco e d’oro. Città candide e densi oliveti e colli perlacei e distese piatte dalle quali il sole trae riflessi dorati. Non saprei paragonare tutto ciò se non al sorriso di una giovinezza esuberante.

Sono luoghi e ore che lasciano per sempre in fondo all’anima la nostalgia dell’oriente.

Più tardi visitiamo il palazzo della Karaia che appartenne al generale tunisino Si Osmar.

Dal lato architettonico non presenta alcun interesse ma è magnifico il luogo nel quale sorge.

Si eleva sopra una roccia che si avanza nel mare e sopra lunghe gallerie nelle quali le onde si precipitano ululando.

Pare il nido di una procellaria. L’immensa distesa turchina gli sta d’intorno.

Entrando nelle gallerie scavate dalle acque, ai piedi della roccia, si ha l’illusione di visitare un antico stabilimento di bagni.

Vi sono sale e piscine d’acqua chiara. Uno, fra i suddetti trafori naturali, è lungo sessanta metri.

Djeziret-el-K’mam.

Djeziret-el-K’mam, l’isola dei colombi, sorge di fronte a Monastir.

È un isolotto disabitato pieno di rovi e di sterpaglie. Solo le colombe vi nidificano.

L’ho veduto di lontano, nel sole, fra un abbarbaglio di bianchi voli. Nessuno vi approda. Vi cantano le allodole tutto l’anno.

Ustania.

Anche Ustania è un’isola che sorge di fronte a Monastir. Vi ho approdato per osservarvi le caverne.

Si tratta di una cinquantina di caverne scavate in una rupe gigantesca.

È difficile stabilire quale sia stata l’origine e quale fosse la destinazione di queste cinquanta camere quadrate. Dicono siano di origine fenicia e si suppone servissero, nei primi tempi del cristianesimo, di rifugio ai monaci.

Si tratta di un vero e proprio villaggio di Trogloditi con anditi, camere comunicanti, scale sinuose scavate nella roccia. Un remotissimo mondo che nessuno ha saputo vivificare.

Verso Thapsus.

Abbiamo proseguito fra il mare e i giardini; fra una rossa fiorita di melograni e le vele bianche. Aranci e mandarini, gli alberi del sole, ombreggiavano qualche solitario marabùt; grandi boschi di ulivi mettevano sul cielo il loro tremolìo d’argento.

Vedevamo piccole case bianche e minuscole. A volte, vicino ad un ajbab (pozzo) si udiva il suono dei campani di un vecchio cammello che faceva salire, girando, la guerba stillante acqua.

Alcuni villaggi; alcune rovine.

Ecco Lempta l’antica Leptis parva dei Romani. Città formidabile un tempo, ora misero aggruppamento di casette bianche.

Leptis-Parva era una città molto più antica di Cartagine. Rimangono i resti di un acquedotto, gli avanzi di un anfiteatro e qualche altra rovina dispersa. Gli Arabi ne fecero scempio.

Nel villaggio moderno si eleva il marabùt di un santone: Moudjadin, che i nativi venerano grandemente.

Oltre Lempta si attraversano i villaggi di Saiada, Kasser Hellal e Moknin per giungere a Tebulba, centro di una terra fecondissima ricca di selve di aranci e di mandarini.

A Tebulba segue Bekalta ed è dopo tale villaggio, su la sinistra della strada che conduce a Mahdia, che si trovano le rovine di Thapsus.

Sono abbandonate, nessuna cosa viva sorge intorno; dormono nel loro silenzio.

Sotto le mura dell’antica città della quale non restano che pochi ruderi fra le sterpaglie Cesare vinse Scipione.

Presso il capo Dimas si osservano ancora i resti di una diga in muratura che si avanzava per buon tratto nel mare.

Enfida.

L’Enfida è un immenso dominio agricolo, fertilissimo; è uno dei centri più ricchi della Tunisia. Ne ho un ricordo dolce di luce e di verde. Fu rinomatissima fino dall’antichità.

“Le innumerevoli rovine romane che si incontrano ad ogni passo testimoniano dell’antica prosperità di questo suolo.

“La Tunisia è, in realtà, la terra dei ricordi romani e bisantini. La dolcezza del clima, la fertilità del suolo, la vicinanza della Sicilia o della Grecia avevano determinato un grande movimento di colonizzazione verso le due provincie romane Lengitana e Byzacena che corrispondono alla Tunisia moderna.

“L’Enfida rappresenta la parte più ricca della Byzacena, che ebbe già il nome di granaio di Roma.

“Uno storico romano ci dice che si poteva andare da Hadrumetum a Cartagine all’ombra della città e dei giardini. Tale strada meravigliosa attraversava in tutta la sua lunghezza l’Enfida.

 
Sfax. — Donne in un cimitero arabo.

“Le rovine delle città, delle fortezze, dei ponti, delle ville, delle tombe, delle cisterne, le innumerevoli rovine che ricoprono detto territorio ci attestano della veridicità delle parole dello storico. Diciassette città con una popolazione di non meno di diecimila abitanti sono state ricostituite con le vestige sparse per il territorio dell’Enfida e con l’aiuto degli antichi autori che ne fanno menzione.

“Citeremo la cittadella di Battaria in mezzo alle montagne; Ulisipena col suo acquedotto che raccoglieva le acque di El-Garci; Grassum nella quale si rifugiò Belisario dopo aver vinto i Vandali chiamati dal patrizio Gregorio; Thac ricca di torri e di fortezze; Sedjermès nella quale si trovano tuttavia gli avanzi di un tempio pagano, di una basilica bisantina, la facciata del pretorio, un teatro, un tempio cristiano ed altre innumerevoli costruzioni delle quali non restano che fregi, capitelli, colonne infrante, architravi scolpiti e ammassi di bianche pietre ricoperte dal lentisco o dagli olivi; Upenna con le sue strane epigrafi; Mediocera, chiamata oggi Ain-M’deker con le sue belle tombe romane; Aphrodisium, la città di Venere (gli Arabi la ribattezzarono Sidi-Khalifat) che mostra tuttavia gli avanzi del suo tempio magnifico e del suo arco di trionfo, dorato da secoli di sole.„

L’Enfida non è che un’immensa necropoli; una terra magnifica depredata già da barbare turbe, devastata dalla cieca bestialità di una razza feroce uscita dal deserto come le cavallette.

Kairuan.

È la città araba per eccellenza, è la storia araba scritta dopo il passaggio dei Vandali, coi resti della storia fenicia, romana, bisantina.

Sorge in un’immensa pianura. I colli remoti s’intravvedono appena sul terso cielo.

Lo storico arabo Bu-Dinar è il solo che attribuisca a Kairuan un’origine anteriore all’invasione araba; però l’opinione più accreditata la vuol fondata dal conquistatore Okba il quale avrebbe fatto costruire la città santa nel bel mezzo di una inestricabile foresta piena di serpi e di bestie feroci. Ciò fece, secondo la tradizione, con l’aiuto del potere divino e per questo la città fu dichiarata sacra.

I dati approssimativi storici, ci fanno noto che, abbattuta nel 703 e nel 744 (d. C.), fu in gran parte ricostruita da Ziadet Allah, secondo principe della dinastia degli Aglabiti.

Oggi conta all’incirca 24,000 abitanti; è una città bianca in mezzo a una pianura immensa, senza alberi, mal coltivata; il nido di una vita occulta, gelosa, strana che lascia nella mente nostra un ricordo indefinibile quasi di sogno. Questo nido saraceno è incantevole con le sue cupole e i minareti chiusi in una cinta di bianche mura smerlate. Quando il sole sorge, il biancore delle case e dei tempii e delle mura si cangia in rosa, in un pallido rosa diffuso; verso il tramonto tutto si incendia e nella dolce ora del brevissimo crepuscolo l’ombra assume il soave colore dell’ametista.

La città santa contiene non meno di 90 zanias e di 85 moschee. Fra queste ultime le più importanti sono: la Grande Moschea; la Moschea del Barbiere; la Moschea delle Sciabole e la Moschea delle Tre Porte. Nella Grande Moschea sono raccolti capitelli sì disparati da abbracciare cinque secoli di architettura.

Vi si trovano rappresentate la scuola africana e la scuola orientale e vi si può osservare il degenerare dell’ordine ionico e corinzio.

Magnifiche colonne gemine di porfirio (un vero tesoro) stanno all’entrata del santuario (Djamâ-el-Kebir). La Moschea delle Sciabole non è notevole che per le sue cinque cupole; la Moschea delle Tre Porte per la facciata nella quale sono murati frammenti di scultura bisantina. Vien per ultima la Moschea del Barbiere, così detta perchè vi si conserva e vi si venera Abu-Zema-el-ben-Aui che fu un compagno del Profeta. La leggenda dice che questo Abu, ecc., ecc., avesse in cura la barba di Maometto e vuole che, come talismano, serbasse e custodisse tre peli della suddetta barba dai quali peli nacque la grande venerazione che circonda il barbiere.

La moschea che ospita i suoi avanzi mortali è notevole per il minareto quadrato, tutto adorno, nella parte superiore, da belle ceramiche verdi e azzurre e per un gran patio sul quale si apre una specie di alta loggia decorata con belle ceramiche antiche.

Ai fùnduk.

Questa sera tornando dalla visita alle moschee (alla Moschea del Barbiere nè le ova di struzzo, nè la terra della Mecca, nè le venerabili bagattelle adunate in onore dei tre santi peli mi hanno commosso, bensì due occhi ingenui, chiari, azzurri che mi seguivano ovunque sorridendo, gli occhi della piccola figlia del guardiano che veniva dietro di noi, scalza, su le spesse stuoie) tornando sono passato dal quartiere dei fùnduk. Una folla multicolore, urlante vi era adunata; una folla cenciosa che aveva sul volto le stigmate della fame.

Certi fellàh che giungevano dall’interno, e fra piccoli e grandi deserti avevano percorso centinaia e centinaia di chilometri, erano talmente sparuti da far pietà; si reggevano a stento, inebetiti nello stupore della fame.

Bisogna convenire che, fra gli arabi, il sentimento caritatevole non è troppo diffuso.

Un simile spettacolo di miseria muta; un simile orrore di uomini e donne e fanciulli assolutamente disfatti dai patimenti, accoccolati in tutti gli angoli, fra i loro cenci luridissimi non destava l’attenzione di alcuno, non spegneva nè un sorriso, nè una canzone. La carestia è terribile quest’anno, nell’interno sono centinaia di creature che muoiono di fame ma la cosa non commuove i ricchi arabi, non li commuove neppure per lo spettacolo diretto che hanno sotto gli occhi, per la fame che si trascina ai loro piedi languendo. Ci sono abituati; poi: era scritto!...

Se tu muori nell’inedia ed io mi impinguo beatamente di ogni ben di Dio: era scritto.

Nè tu nè io possiamo aver colpa di ciò: Allah vuole così.

Da tale comodissimo sistema deriva l’indifferenza bruta di coloro che muoiono e di coloro che godono.

Il Governo della Reggenza distribuisce grano ai più poveri. La folla si accalca dove si fanno tali distribuzioni. Ognuno reca un suo sacchetto meschino. In prevalenza sono donne e fanciulli e attendono senza impazienza, per ore ed ore, che la porta si apra, poi entrano, poi ritornano con una manciata di grano senza essere nè più contenti, nè più tristi. Può darsi che la disperazione della fame li tragga alla rivolta? Non credo. Potranno sollevarsi domani se qualcuno approfitti del loro fanatismo religioso per trarli al tumulto, alla guerra e allora si faranno uccidere dal primo all’ultimo tranquillamente. Ma la fame in sè, o un concetto astratto non può nè convincerli nè unirli.

Allah ha mandato la carestia perchè l’acqua non è discesa dal cielo per mesi e mesi; essi debbono morire perchè Allah ha deciso così.

E li vedete aggruppati lungo le cancellate o i muri dei fùnduk, accosciati su la terra, il capo raccolto in una piega del burnus, muti, tranquilli, morenti. Il loro volto è tragico, sottile, sparuto come il volto di un asceta, ombreggiato dalla barba incolta, sinistramente vivo per gli occhi profondi.

Hanno venduto i cammelli, i montoni, gli arnesi di lavoro, tutto ciò che avevano, li hanno ceduti per pochi soldi agli strozzini; non resta loro che aspettare la volontà di Dio.

Qualcuno possiede ancora il cammello più vecchio, una bestia pietosamente viva, un alto scheletro dalle immense piote e dalla pelle scialba e l’ha trascinato al fùnduk con l’estrema speranza di trovare un compratore.

Non chiedono l’elemosina, non sanno mendicare, attendono raccolti e stremati che qualcosa giunga: un po’ di pane o la morte.

Sul tramonto si levano e ripartono; ritornano ai loro attendamenti nella campagna.

Li vedo allontanarsi sotto il cielo color sangue. Vanno lentamente senza rivolgersi, ammantati nei loro cenci, solenni; è in realtà una miseria dignitosa, sdegnosa, e vi desta tanta maggior pena quanto più la sentite tale.

Pare che la campagna li inghiottisca nella sua luce di fuoco. Si vedono per la strada polverosa le loro grandi orme uguali. Per le vie di Kairuan o qui, nel quartiere dei fùnduk, vedrete molto difficilmente un uomo mendicare. Se offrite accettano; ma non chiedono. Parlo dei fellàh, dei contadini, non già degli altri che sono petulanti e incontentabili. Vedete mendicare bensì le donne e i fanciulli e quelle e questi non vi daranno tregua e se ne accontentate uno vi troverete circondati da venti da trenta chè si moltiplicano come le mosche e come le formiche.

Petulanti lo sono, ma con gli europei non già coi loro simili dai quali sanno che poco o niente debbono aspettarsi. Se non vedono europei siedono all’angolo di una via e cominciano una loro cantilena monotona la quale non è quasi mai esaudita. Di tale gente seduta agli angoli delle vie Kairuan è piena.

Ho veduto oggi una vecchia; era in realtà uno spettro. Sapendo inutile ogni sua questua aveva adottato un metodo originale: innanzi alle botteghe da fornaio che incontrava su la sua via si lasciava cadere come stremata e, una volta caduta, se la gente non si occupava di lei, si distendeva tutta quanta attraverso la via. Allora qualcuno si soffermava, e con un motto e una risata la rimetteva in piedi e la mandava per il suo destino.

Nessuno le ha dato un pane.

Nel mondo islamitico la pietà ha pochi seguaci.

La folla indifferente non si accorge dei morituri che le stanno intorno; ascolta un novellatore il quale, battendo in cadenza sopra un tamburo, racconta la storia degli Aglabiti; si sofferma sorridente innanzi a un incantatore di serpenti. Due negri battono su certi loro tamburelli cantando, un terzo suona una piccola cennamella, in terra son le borse di cuoio nelle quali dormono i serpenti cobra. Un giovine urlante e strepitante, danza intorno a tali borse e si accosta e fugge invocando il nome di Maometto. Il suo volto è congestionato quantunque riesca troppo evidente la commedia. Alla fine si protende, cauto, afferra i cordoni di una borsa, li allenta, introduce una mano e estrae un serpentello arroncigliato che depone in mezzo al circolo formato dagli spettatori.

Da principio la bestia striscia lingueggiando, inebetita, e l’incantatore le salta intorno urlando sempre più per impedirle di prendere una qualsiasi direzione. Il fracasso musicale cresce di tono, diventa frenetico. Come ne sono storditi gli astanti ne sarà stordito il serpente e tale può essere il segreto dell’incantesimo. Ma ad un tratto la brutta creatura nera pare cambi opinione, si ferma, si leva su la coda, gonfia enormemente le borse disposte alla base del piccolo cranio e assume un aspetto grottesco e mostruoso. Certo il ribrezzo che desta anche senza tale apparato di guerra, si raddoppia. È come una grande pistagna, una improvvisa deformità minacciosa. In tale assetto il serpente si volge intorno, segue con gli occhi il suo incantatore, lingueggia disperatamente, si avventa a mordere ma si ferma a mezza strada.

La musica e folle è convulsionaria. Si inizia un dialogo rapidissimo fra l’incantatore e i suonatori. Si invocano Maometto e i Santoni perchè la cosa abbia ancor più del sopranaturale. Ad ogni nome di santo la folla si tocca la fronte e si inchina mormorando.

È un miracolo. Iddio ha dato al giovane furibondo una potenza sovrumana la quale ora non toglie che il suddetto giovine, scorto fra la folla un europeo, non interrompa ogni cinque minuti il suo incantesimo per chiedergli un altro soldo.

Ad un certo punto il congestionato si getta a terra carponi, urlando sempre, si avvicina lentamente alla serpe che lo adocchia minacciosa, gli arriva di fronte, fissandola negli occhi a un palmo di distanza e la bestia si inarca, prende lo scatto al morso ma ancora una volta si ferma a mezza strada vinta dall’immobile fermezza dell’avversario. Le movenze di lei si addolciscono, cede il lingueggiare, come un irrigidimento la prende; ristà diritta, immobile, impietrita. Gli occhi negli occhi, la serpe e l’incantatore sostano così per qualche secondo. La musica tace; solo dalla folla si leva un “oooh!...„ modulato e prolungato.

Poi l’incantatore afferra la serpe dietro la testa, con un ago la costringe ad aprir la bocca e la porta in giro per mostrare agli increduli i lunghi denti del veleno.

Lo spettacolo è finito e ricomincia con due, con tre, con quattro serpenti finchè un po’ di luce sia ancora nei cieli, finchè qualcuno resti a gettar qualche cosa.

Mi allontano. Nelle immense campagne appaiono minareti neri. Il cielo è di fiamma.

Passa un bahlul, un uomo coperto da una sola camicia e sporco come non lo sanno essere che gli uomini. Il bahlul è quella specie di serio imbecille il quale serba la castità, non lavora, non si occupa di nulla, non si lava, non si veste, non si pettina, non parla, non sa niente, non si occupa di niente: dorme e cammina. Mangia se gli danno da mangiare, ma glie ne danno sempre perchè è un bahlul. Un sorriso ebete gli piega le labbra. È pieno di pidocchi ma tollera in santa pace tale delizia. Il popolo lo ama, lo crede divino per la sua lercia imbecillità e così sia! Entro in città, entro nella discreta penombra delle vie. La folla dilegua, son quasi solo. Ogni tanto colgo un dialogo sommesso o mi incrocio con un bimbo che rasenta il muro. In un vicoletto, una donna velata parla piano con un giovine. Trascorrono bianche ombre silenziose. Un abbaiare di cani dietro le porte, un gatto che guizza via improvviso e silenzioso, un uscio che si chiude, un busso di zoccoli che si allontana, ecco la vita di queste vie strette e buie. A grandi distanze qualche fanale rompe l’oscurità.

Seguo il noto cammino fino alla porta saracena, alla rossa porta dalla quale due grandi occhi mi spiano ansiosi, gli occhi di Chadliia, la tutta amorosa.

Una sera avevo lasciato l’uscio dischiuso ed ella entrò e si tolse il velo dalla faccia. Aveva sette piccoli cuori dipinti sul volto e sul seno, sopra la pelle bruna.

Mi guardò con un sorriso triste. Rimase con me come una rondine sperduta.

Il mulino.

Un antro polveroso e buio; si ode il tinnire assiduo di un campanaccio, un tinnire ritmico misurato sopra un passo uguale. Mi soffermo e aguzzo gli occhi per la tenebra. Non distinguo sul principio, fra il pulviscolo bianco che aleggia per l’aria, se non un fioco lume appeso ad una trave e un’aureola breve che gli fa ghirlanda, poi intravedo due ombre.

La prima è quella di un uomo il quale, accoccolato sopra un muricciuolo, pare legga; la seconda è quella di un mulo bendato che gira lentamente a muovere una pesante mola. Distinguo pure, su la polvere bianca, l’esiguo cerchio del suo andare. Esiguo sì, ma non tanto ch’io possa vederlo distinto. A quando a quando, sotto il suono intermittente del campanaccio, la bestia bendata esce dalla tenebra e vi rientra.