L’opera è lenta e faticosa. Un arabo dorme su la porta del mulino e il mugnaio che sorveglia la macinata, legge, nella penombra, un suo libro ignoto, forse il Corano:
— Non vi è altro Dio che Iddio....
Un giro di macina, uno stridore, un bagliore sopra il grano che si frantuma.
Una via compiutamente oscura. L’ultima lampada a petrolio è ormai troppo lontana, per poter rischiarare anche debolmente la strada inuguale, disselciata, piena di pozzanghere. Si ode dal Bacino degli Aglabiti, dietro la Grande Moschea, il tremulo gracidare delle rane, che infuria ed affievolisce assecondando gl’impeti del vento. Le case sono basse; tutte chiuse, tutte oscure: dalla soglia alla terrazza. Sul cielo notturno, luminoso di stelle e come di uno strano bagliore fosforico, passano velocemente cumuli di nubi nere, dei quali possiamo discernere la forma. Un esile quarto di luna appare e scompare fra gli alti minareti e le cube; traspare dai veli di nebbie meno spessi, si spegne per riaccendersi più in alto, sopra una guglia, come un falcetto d’argento.
La mia guida ha acceso una lanterna, e procede diguazzando co’ suoi grandi piedi fra le pozzanghere e la melma. Avvolta nel burnus bianco, rialzato il cappuccio fioccuto, tace preoccupata dalle difficoltà della via, mi lascia tranquillo. Da cinque ore ero costretto ad ascoltarla; da cinque ore, trotterellando da un canto all’altro di Kairnan, la città santa, mi aveva ripetuta in una lingua commista di francese, di arabo e di italiano, la sua lezioncina alla quale m’ero interessato fino ad un certo punto. Ora pare abbia definitivamente esaurite le sue risorse ed io preferisco rimanere nella mia santa ignoranza anzichè ridestare con una domanda improvvisa il sacro fuoco di Khalifa ben Gassem ben Si Krema soprannominato Courage. Perchè i francesi lo abbiano battezzato Courage non si sa. Non lo so io come non lo sa il buon Khalifa. Quando gli chiedo di chiarirmi la ragione di tale appellativo mi risponde con un sorriso indefinibile:
— Mi hanno chiamato così forse perchè sono coraggioso!
Ma io vedo bene che il buon Grassem non è perfettamente convinto di tale sua virtù straordinaria e non insisto. È un uomo piuttosto piccolo, con enormi baffi neri e sopracciglia marcatissime. La parte pelosa del suo volto ha, in verità, un carattere eroico.
Non è eccessivamente forte; non è eccessivamente bello. Dispone di due piote elefantesche e di una parlantina infaticabile. Come guida possiede le qualità richieste.
E procediamo per le stradicciuole oscure, appena biancheggianti se la luna si disveli e sorrida fra l’ardua grazia delle innumerevoli moschee.
Nel tramonto rosso ma di un rosso violento che ha spento ogni altro colore per avvolgere l’intera città come in una sola fiamma e farla apparire tutta ardente agli occhi miei, tutta accesa a simiglianza della mitica Dite, su lo sfondo di un cielo fatto più pallido da quell’improvviso bagliore; nell’ora ultima del giorno allorquando il grido nasale del muezzin, dall’alto delle moschee, chiama il popolo alla preghiera, Courage mi ha chiesto:
— Questa sera vuoi uscire?
— Certamente.
— Allora ti condurrò in una casa araba. Vedrai come si tessono i tappeti di Kairuan.
Poi si è taciuto, mi ha fatto il cenno del silenzio, si è guardato attorno sospettosamente, come se mi avesse promesso il vietato paradiso delle Urì o fosse per violare ad un tratto, proprio per me che non ho alcun titolo speciale a tal privilegio, le più rigide leggi maomettane. Mi sono prestato al giuoco come gl’infiniti miei predecessori. Per quanto sia battuto il campo di questo facile mistero qualcosa di nuovo potrà apparirmi ed eccoci quindi per le vie oscure e deserte della singolare città.
Qualche passante ci scivola vicino silenziosamente, avvolto e nascosto negli ampi panneggiamenti del burnus tanto da non poterne distinguere neppur l’ombra del volto, appare ad un tratto giganteggiando nello scarso lume della nostra lanterna, scivola nell’oscurità senza guardarci. Qualche altro lume ondeggia più lontano: sbuca da un vicoletto, palpita e si riflette su le pozzanghere, scompare. Udiamo lo stridere e il cigolare delle vecchie porte scosse dal vento; è questa l’unica voce delle case taciturne. Pare che qualcuno voglia forzare i vecchi battenti sconnessi.
Passano due sacerdoti preceduti da un sudanese che reca una grande lanterna infitta su la cima di un bastone. Courage si precipita a baciar loro la mano, si inchina, si umilia, mormora incomprensibili parole. Essi non lo degnano di uno sguardo, seguitano il loro cammino diritti ed impassibili nella loro immutabile dignità.
Proseguiamo, proseguiamo senza fine per l’inestricabile rete dei vicoletti uguali fiancheggiati da case basse o da qualche moschea su le scalinate della quale dormono, avviluppati nei loro cenci, i beduini più poveri. Ad un punto mi accorgo che la mèta non deve essere lontana.
Courage non cammina più in fretta, procede lentamente, sospettoso e guardingo; colorisce piacevolmente la sua parte di violatore dei santi precetti del Corano. Pericoli non ve ne sono perchè nessuno sorveglia il nostro andare, ma è bene far intravvedere al viaggiatore nuovo una infinita serie di possibilità nemiche. Ad un tratto il buon Khalifa spegne la lanterna e mi porge la mano:
— Vieni con me, presto!
Ubbidisco. Ormai sono nelle sue mani e mi lascio guidare saltando da pozzanghera a pozzanghera.
Una sosta. Non so da qual parte mi giunga il suono di un tamburello e di una specie di salterio. Sono immerso nell’oscurità. Tutte le stelle sono scomparse sotto le nubi nere. È un suono lento, grave, a lunghe pause, a subite riprese. Il tamburello segna un ritmo di danza sul quale il salterio ricama una semplice melodia; non più di un tema ripreso su varie tonalità, difficilmente arricchito da qualche sviluppo. Dapprima ne ricevo un’impressione penosa e monotona, ma poi, a mano a mano, tale procedere lento e tranquillo, insistente e languido mi affascina, tiene ridesta la mia attenzione. È il vibrare continuo di tre o quattro note predominanti, gravi ed intense che si intrecciano in vario modo assecondando il ritmo del tamburello. Poi una voce chiara e squillante si leva; è la voce di una donna, di una giovanetta. L’improvviso balzare di un fresco riso in una letizia mattutina. Canta un’antica canzone moresca, una canzone d’amore. Forse nella casa occulta, innanzi al patio ricco di colonne, fra tappeti e candelabri di bronzo e lampade a tronco di piramide tutte arabeschi e lucentezze, ella danzerà agitando (alte le nude braccia) seriche stoffe vermiglie; danzerà fra i profumi dell’incenso e dell’ambra, del muschio e del belzuino, le caratteristiche danze orientali assecondate a meraviglia da questa musica singolare. Basterà al suo moto, un solo tappeto, un niente, uno spazio tanto raccolto da poter raccogliere null’altro che i suoi piccoli piedi; e gli occhi di lei, gemmanti, vivi di un interno ardore, si fisseranno immobili come il bianco viso, fermo nello smarrimento dell’ebbrezza. Poi il collo si snoda, e il torso e il seno, senza che il capo ondeggi, trema e si agita come il giunco e come il ligustro sotto l’impeto della fiamma; finchè la canzone si muore e tutto si tace in un grido breve ed improvviso.
Fermi in mezzo alla via, udiamo questo grido e udiamo il cupo mormorio degli spettatori dalla sala occulta aperta sui colonnati del patio.
La dolce voce che ha cantato una fra le più fresche e passionali canzoni dell’oriente si è spenta in un singulto. Invano attendo che risorga nella notte. Courage mi trascina, mi sospinge verso la meta non lontana.
Sostiamo alla porta di una casa silenziosa. Courage si guarda attorno una volta ancora, poi si decide e cautamente picchia tre colpi ai quali succedono altri tre colpi. Una pausa. Qualcuno si avvicina dall’interno, sosta dietro la porta chiusa. Un rapido dialogo si inizia, poi un battente si dischiude appena, una mano mi afferra dall’oscurità e mi trascina dentro. Non so dove si vada; siamo sempre al buio. Attraversiamo un cortile, un’altra porta si dischiude. Finalmente! Eccoci nel santuario.
Una lunga stanza bassa, dalle pareti bianche, dal soffitto rozzamente dipinto in rosso e in verde. Schierati lungo il muro sono cinque telai verticali; ad ogni telaio è una lampada fumigante ed una donna accosciata sopra un piccolo tappeto, le gambe incrociate. Una vecchia viene ad incontrarmi, si tocca la fronte e il petto poi si bacia la mano e sorride, sorride sempre non abbandonandomi un attimo con gli occhi.
— Che vuole costei? — chiedo a Courage.
— Dalle un franco.
È la prima tassa. Ubbidisco. Frattanto si ode l’infuriare dei telai. Le piccole spole adorne di campanellini tintinnano e squillano nell’affrettato lavoro. Pare il bubbolio di cinque sonagliere in un trotterello cadenzato. Mi avvicino ad osservare; mi chino su la trama dell’ordito per vedere in volto le tessitrici. Sono cinque giovinette dai dodici ai quindici anni brune e piacenti, dagli occhi pieni di sorrisi. Tessono, all’uso di Kairuan, certi loro tappeti di lana dal disegno bizzarro e dai colori vivacissimi. È tutto un lavoro di piccoli nodi su la trama distesa. E le mani scorrono rapide e le spole squillano e tintinnano senza requie. Le cinque giovinette hanno il capo avvolto in bende di seta dalle quali sorge, sopra alla fronte, un’onda di capelli neri. Vestono una maglia, una specie di bolero adorno di pagliuzze lucenti e un par di brache ampie e cadenti fino alla caviglia. Sono scalze. Ad un tratto abbandonano il lavoro, infilano i piedi in certi loro zoccoletti bene adorni e mi si affollano intorno sorridendo e tendendo la mano. La legge di Maometto è violata, ma è violata anche la legge della discrezione.
Lunghe, interminabili fila di dromedari che giungono dalle oasi si accampano nei fùnduk alla periferia della città; carovane di beduini, di fellàh, povere, cenciose, aduste dai soli del deserto; una folla meno ricca di quella di Tunisi ma più varia e più caratteristica anima e percorre Kairuan, la città santa. Dal primo mattino fino alle ultime ore della luce questa folla è in movimento, si incrocia, si urta, si assiepa nei mercati, nei caffè, nei fùnduk, nelle moschee, ma senza vociare, senza frastuono. L’arabo parla poco e sommessamente. Può restare immobile per ore ed ore, raccolto in qualche angolo, le gambe incrociate tra le pieghe del suo burnus senza annoiarsi, senza mostrare alcun segno di stanchezza. Pare concentrato in una meditazione profonda e forse non pensa. È in uno stato di dormiveglia. Riposa. Così le città arabe più popolose, per la natura stessa dei loro abitanti, non conoscono il frastuono.
Kairuan, che è corsa da un fiotto continuo di gente, si può dire relativamente una città silenziosa. E non vi è angolo di lei che possa dirsi deserto. Dalle piccole vie alle arterie principali è una fiumana continua che esce dalle moschee, entra per le case, si disperde per le piazze, si sbanda sui mercati. La via più popolosa è occupata per metà dai rivenditori che hanno distesa all’aperto la loro mercanzia e vi si sono accoccolati in mezzo, sopra una piccola stuoia, le gambe incrociate. Vendono in prevalenza generi alimentari: peperoni rossi disseccati, cavoli, carni di montone, teste di montone arrostite. In una botteguccia tanto angusta da potere accogliere appena il proprietario, un enorme vaso pieno di kuskus, il caratteristico manicaretto arabo, in attesa degli uomini sfama le mosche. I piccoli caffè sono rigurgitanti. Dove non saprebbero stare cinque europei, dieci arabi sanno adattarsi comodamente. E questa loro qualità di usufruire del minimo spazio, fa sì che i loro caffè possono prosperare. Si tolgono le ciabatte, si raccolgono su le stuoie l’uno vicino all’altro come tanti sacchetti, si allineano sui sedili, lungo le pareti e fanno scomparire le gambe, inutili appendici. Così nelle botteghe da barbiere, dove osservo i pazienti farsi radere le gambe e le braccia e nelle trattorie e in tutti i luoghi nei quali il pubblico debba sostare. Giungono ondate di profumo. A passo a passo riesco sul mercato, oltre la bella porta arcuata. La folla dirada come procedo verso la sterminata campagna. Il sole tramonta, si infosca fra nubi sanguigne.
Odo il grido del muezzin. Due fellàh che sono per via si gettano a terra, si prostrano, il capo volto verso la Mecca. Il cielo si illumina ancor più di una fantastica luce abbagliante, poi, senza graduale passaggio, quasi di repente, subentra il crepuscolo con la corona delle prime stelle. Kairuan scompare, si raccoglie nella penombra della tepida notte rabbrividendo fra i lunghi canti dell’amore e l’onda persistente di tutti gli aromi delle terre calde.
Parto. Nell’immensa pianura si odono belati di agnelli e il sommesso parlare dei fellàh che vanno al mercato. Il sole è appena sopra la terra; illumina e non riscalda. Fa freddo. Dai sentieri fra i fichi d’India appaiono cammelli e beduini.
Grandi distese di grano verdeggiano come lo smeraldo e, dall’alto, le allodole salutano il sole e il loro nido.
Kairuan è tutta color di rosa, sola nell’immenso piano, senza l’ombra di un albero. Una visione che commuove come nessun’altra, una fantastica città d’amore in mezzo ai grani e alle acque stagnanti. La penso e la vedo così perchè è strana e nuova per il mio ricordo, per la mia conoscenza; non v’ha una linea nota; mi dà il brivido delle cose belle e inattese.
Dolce città saracina ignota al mio sogno! Sorride nella molle carezza del sole, chiusa sul suo mistero.
E mi allontano, mi allontano.
Tale è il destino del viandante.
Sorgere, tramontare, di terra in terra; raccogliere qualche fiore; vivere brevemente la vita delle varie genti; andarsene con un ricordo dolce nell’anima; lasciare, forse, nell’anima altrui un ricordo altrettale.... non più.
Qualcuno saprà di avervi veduto; qualche altro penserà di non avervi saputo che in sogno. Non rimarrà di voi che l’eco di una parola o di un sorriso così come la luce di un astro remoto che vi brilla negli occhi ma serba il suo segreto.
E mi allontano sempre più. Ecco un attendamento di beduini; quattro fanciulle cantano ad una pozza e sciacquano i loro panni.
Kairuan non è più di un nido di rose fra i grani ma io vedo tuttavia una piccola porta moresca, rossa come il fiore del melograno e, nel primo lucore dell’alba, mentre sono per varcare la soglia l’ultima volta e per sempre, rivedo Chadliia, prona, la faccia su la terra, piangere nella pena de’ suoi quattordici anni.
Povera cara usignoletta! Nessuno aveva pensato mai ch’ella avesse un’anima e allo straniero che non la volle schiava aveva dato tutto il suo amore riconoscente.
Che la civiltà sia passata da questa terra e vi abbia lasciata la propria impronta è indiscutibile; che gli arabi usufruiscano tranquillamente e indifferentemente dei benefici che la civiltà stessa ha portato loro è più che evidente, ma non è altrettanto evidente ed indiscutibile l’apprezzamento che questo popolo, chiuso nella propria tradizione, impassibile nel ferreo cerchio della sua legge fatale, faccia o abbia fatto intorno a tale espandersi di energie superiori e prepotenti.
A giudicare dalle apparenze, si direbbe che gli indigeni non fossero nè scossi, nè sorpresi dalle nostre scoperte, dalle nostre innovazioni, dal nostro quotidiano furore di vita. Si direbbe anzi che essi ci considerassero con una certa tal quale pietà, fra ironica e benigna, da vecchia gente che sa ormai cosa valga il mondo e che non trova necessario prenderlo troppo seriamente. L’arabo genuino assomiglia un poco al suo dromedario; gli assomiglia per l’indole, se non per l’intelligenza. Ora il dromedario è una bestia impastata di tranquilla beatitudine e di docile sdegno. Il deserto ne ha fatto un filosofo come la natura ne ha fatto una creatura grottesca. Nulla sorprende la sua indiscutibile fierezza; nessuna cosa inusitata può farlo trasalire o meravigliare. Il dromedario è lento. Il dromedario padroneggia i propri sentimenti. Un tardo volgere di quel suo muso inalberato obliquamente sopra un collo a mezzaluna potrà significare il colmo della sua sorpresa. Molte volte non fa che volgere la coda a ciò che non rientra nell’ambito del suo mondo secolare, e in tale gesto è lo sdegno del filosofo. Un’automobile non lo impaurisce, gli ripugna. Un treno diretto non ridesta la sua attenzione. Egli vede molte cose, troppe cose correre, precipitare in quel suo sterminato mondo, del quale era un tempo l’unico dominatore, ma con tutto ciò non modifica nè l’andatura, nè la particolare concezione della vita. Se qualcuno vuol rompersi il collo se lo rompa, non per questo egli ne sarà preoccupato o commosso. Se la disgrazia toccherà a lui, tanto peggio. Gli europei han fatto sì che le acque sane non manchino; egli continuerà a far le proprie provviste, per otto giorni, nella pozza più fetida che incontrerà sul suo cammino. A che pro mutare? È forse ben certo, il buon dromedario, che ciò che hanno istituito gli europei sia stabilmente duraturo? Il suo cuore millenario non lo sollecita e non lo sprona, anzi gli consiglia di non mutare ambio. Egli può guardare le cose dall’alto; la natura lo ha favorito in ciò. Così passa fra le automobili e i cavalli veloci, fra i treni e le varie macchine strepitanti, ondulando lentamente nel suo passo grave, diritto il muso innanzi a sè, non curandosi più del repentino impeto di una corsa sfrenata di quel che non si curi di ciò che reca su la gobba. Bestia magnificamente superiore che sarebbe ingiusto giudicare idiota, per quanto anche l’idiozia abbia indiscutibili virtù.
Ora, come dicevo più sopra, l’arabo genuino assomiglia molto al suo dromedario, tantochè sarebbe difficile decidere a tutta prima quale fra i due sia più mussulmano. Da che dipenda tale somiglianza io non so e non so neppure se il dromedario abbia imitato l’arabo o viceversa. Il fatto sta che l’uomo e la sua bestia hanno l’identico temperamento.
Andando in automobile da Susa a Sfax per una via interminabilmente diritta, aperta in gran parte in un piano brullo, sul quale rilucono a grandi distanze gli stagni salsi, avemmo occasione, ad un certo punto, di vedere in lontananza qualcosa che ci precedeva: non era più di una piccola macchia nera sotto il sole. Il meccanico, pratico del paese e degli abitanti, siccome aveva spinto la vettura a tutta velocità, non pose tempo in mezzo e, data aria alla sirena, cominciò una sinfonia di mugolii, di sibili acutissimi, di strappi e di singulti. La macchia lontana si avvicinava con rapidità fulminea. Ben presto distinguemmo di che si trattava. Era un beduino sul suo dromedario. Occupavano il mezzo della strada e non si volsero neppure una volta a sogguardare. In un battibaleno li raggiungemmo. Il meccanico dette i freni, sterzò gridando, ma nello stesso punto il dromedario si spostò, si pose di traverso e fu investito.
Tanto la bestia quanto l’uomo ruzzolarono a vari metri di distanza oltre la strada. Balzammo in piedi impauriti; corremmo verso le vittime quasi volontarie e.... Il beduino si era rialzato e stava rassettandosi il burnus; il dromedario si levava allora. Tanto l’uno quanto l’altro non dimostravano la benchè minima sorpresa. Erano tranquilli. Pareva tornassero da una gita di piacere. E alle nostre sollecitazioni l’arabo non rispose che una volta sola e molto brevemente:
— Era scritto!
Poi dopo una sommaria visita di ricognizione alla sua bestia, riprese la strada e se ne andò senza fiatare.
Esempio mirabile di indifferenza e di rassegnazione. Ora, su temperamenti simili, quale effetto può produrre la civiltà nostra? Molto probabilmente un effetto nè benefico nè malefico. La civiltà non penetra e non corrode queste genti. Scivola via e lascia il tempo che trova.
A Kalaa Srira mi sono accostato oggi alla botteguccia di un libraio. Un vecchio uomo, dalla barba veneranda, sedeva sopra una stuoia, sulla soglia della sua piccola tana. Aveva le gambe incrociate, il volto atteggiato alla più solenne tranquillità ch’io mi avessi mai veduta. Vestiva una dgebba di panno verde scuro ricamata in seta. Aveva sul capo un turbante candidissimo. Intorno a lui giacevano cosparsi tanti mucchietti di vecchi libri arabi. Mi ha lasciato considerare la sua mercanzia senza muoversi e senza fiatare; solo, quando ho teso la mano a prendere un volume rilegato in nero, mi ha respinto pronunziando concitatamente una serie di frasi incomprensibili. Ho capito poi che si trattava del Corano. È ben vero ch’egli non avrebbe peccato, tanto sarebbe rimasto, per me, pien di mistero quel libro dagli inesplicabili scarabocchi; ma tanto fa: io, come infedele, non potevo toccare, senza profanarlo, il libro sacro. Mi sono allontanato dalla botteguccia semioscura, dalla quale lo spirito di Maometto pareva mi guardasse rabbiosamente e, per vie bianche e tranquille, letificate dal sole e dall’azzurro, son giunto ad una piccola moschea. Passavan due donne avvolte nel loro sifseri nero.
Dalle mura di un giardino sovrastavan su la via i rami di un pesco in fiore. Fra il bianco vivissimo dei muri e il caldo azzurro del cielo, quei fiori acquistavano una grazia squisita. La primavera si affacciava sorridendo oltre i vietati confini, soffusa di rosa come la giovinezza. Mi sono seduto su la scalinata della moschea, senza pensare, assorto in quell’improvvisa carezza di luce. Per molto tempo non ho udito se non la eco di qualche voce lontana, voce velata di languore nella calda giornata; per molto tempo ho sostato in una soave tranquillità di pensiero e di spirito. Vedevo al mio fianco un minareto erigersi bianco e disadorno nel sereno, pareva un nido di colombe, un alto nido su le case raccolte. Poi un brusio, un busso di zoccoli si è avvicinato: la porta della moschea si è aperta alle mie spalle. Qualcuno ha parlato sussurrando. A tre, a quattro, a dieci sono sopraggiunti gli anziani e i giovinetti. Li guardavo incuriosito, senza alcun’aria inquisitoria, allorchè mi sono accorto di non essere guardato con altrettanta semplicità. Ho sorpreso alcuni dialoghi concitati, alcuni occhi troppo insistentemente fissi su la mia modesta persona finchè, non muovendomi io dalla comoda positura prescelta, un giovane arabo mi si è avvicinato e mi ha detto in puro francese:
— Voi non potete restare qui.
— Qui dove? Su gli scalini della moschea?
— Precisamente.
— E chi me lo proibisce?
— La nostra legge.
Mi sono alzato e per la seconda volta ho ripreso la strada. La legge è la legge, sia cristiana come mussulmana, ed io, di fronte a questo mondo, mi sono sentito un po’ come l’ebreo errante.
Così di città in città, di divieto in divieto, dovendo guardare solamente da lontano questi benedetti tempii eternamente chiusi alla nostra curiosità vagabonda, dovendo sostare con umile ossequio innanzi a mille soglie vietate avevo finito per lasciar libero campo alla mia fantasia e per figurarmi deliziosamente inverosimili le cose proibite.
Ma il giorno in cui sono entrato in una moschea, a Kairuan, il giorno in cui ho varcato la soglia non più difesa, ho sentito morire in me un incantesimo.
La grande moschea di Kairuan col suo immenso patio lastricato di marmo, col suo alto minareto che domina tutta la città, con le sue innumerevoli colonne, vera selva di steli marmorei fioriti a sostenere la grazia dell’arco moresco, mi ha stupito senza superare l’immagine ch’io mutamente vagheggiavo.
Era il crepuscolo quando vi entrai. Da poco era finita la preghiera. Nel patio, fiancheggiato da un loggiato, sostavano, conversando sommessamente, alcuni fellah dall’alto turbante. Una luce quasi violacea scendeva con la penombra. Ebbi la sensazione di trovarmi in una vastità raccolta entro la rovina di una bellezza antica, di una bellezza nostra. Le colonne appaiate e i capitelli erano in prevalenza romani; così il lastricato del patio, così il materiale di costruzione e ciò che rimaneva di nostro aveva tuttavia la forza di superare in bellezza le bianche cupole scannellate, il seguito degli archi, i ricami del minareto. Nell’interno del tempio tale sensazione non si modificò, anzi si accrebbe, chè nel fiorire interminato di basse volte, l’unica cosa che richiamasse l’attenzione erano appunto le colonne romane e i capitelli a foglia d’acanto. Due forme d’arte, le espressioni di due anime antitetiche si trovavano in intimo contatto senza fondersi, anzi l’una nella sua forza compiuta e possente soverchiava l’altra e la immiseriva. Non nella grande moschea vasta e taciturna io colsi l’intimo e sincero fascino dell’anima moresca, ma più nella semplice e disadorna moschea delle Tre Porte e più ancora in quella vietata di El Bey che si eleva nel sole in un seguito di vaste terrazze e pare si perda come in un biancore diffuso quando il sole l’avvolge. In queste ultime non confusione di stili e di elementi disparati, non intromissione di un sentimento diverso in pieno disaccordo con l’anima del luogo, ma il rivelarsi di un’arte indigena che seppe e sa tuttavia esprimersi nelle sue schiette forme.
Oggi è giorno consacrato alla preghiera per le donne. Da questa mattina lunghe teorie di bimbe, di vecchie, di giovanette avvolte e velate nei loro sifseri bianchi, neri e rossi, escono dai vicoletti, si incrociano su le piazze, si dirigono verso le campagne nelle quali sorgono i marabùt dalle piccole cube. I marabùt sono costruzioni minuscole, non più grandi di una modesta casa, dalla porticina adorna di battenti policromi, dalla cupoletta imbiancata di calce. Agli infedeli ne è vietato l’ingresso. Più che tempii, veramente, sono tombe; tombe di Santoni sparse senza legge per la campagna e nell’interno delle città. Là dove la morte colse l’uomo saggio, venerato dal popolo, ivi sorse il marabùt in segno di ricordo e di venerazione. Alle donne sono vietate le moschee, agli uomini i marabùt. Dove si accoglie un sesso l’altro non può stare. Allah non ama le cose promiscue. Alcuni fra questi tempii singolari sono cinti da piccole mura, altri sorgono fra i fichi d’India, altri fra gli olivi, altri appaiono nella immensità della campagna deserta, a distanze grandissime.
Gironzando senza meta pei dintorni di Kalaa Srira ne incontro moltissimi. Dal loro interno mi giungono suoni di cembali e di canzoni, musiche strane misurate su ritmi indefinibili. Più che preghiere sembrano canti d’amore. L’onda armoniosa esce da certe finestrelle tanto piccole che vi potrebbe passare appena il capo di un bimbo. L’andirivieni delle donne velate non finisce mai. Entrano, escono dai piccoli tempii, si soffermano su la soglia, parlano a voce sommessa. Le bimbe hanno quasi sempre lo sifseri vermiglio e, a volte, procedono col volto scoperto.
Un vecchio povero, nel nome di Robbi, cerca tre soldi per comprarsi una misura di grano. Più innanzi un giovanetto mi indica una piccola casa ridente che sorge a lato di un marabùt. Cosa insolita, la bianca terrazza è adorna di gerani in fiore; dalle barmacli celesti sporgono rami di gelsomini.
— Questa è la casa di Frek-el-luz, — mi dice. — L’hai conosciuta?
— No.
— Frek-el-luz (il cuore della mandorla) era la più bella figlia di Kalaa Srira ed era sola e fece il piacere degli uomini. Nessuna altra, come lei, sapeva cantare e danzare. Durò quanto dura una mandorla. Ebbe la vita della primavera. Morì a diciott’anni e la sua casa rimase vuota. Ma v’è chi l’ama tuttavia e coltiva i fiori ch’ella ha lasciato.
Guardo la casa solitaria. Un alito di vento scuote leggermente le corolle vermiglie dei gerani; pare che invisibili mani le sfiorino: le mani della piccola bella che aveva sì teneri polsi per monili di perle.
Una cosa feroce ed orrenda; ne provo tuttavia l’intenso ribrezzo.
La notte è discesa. Entriamo in una specie di stamberga male illuminata. È un tempio, una cantina, un’osteria? Non si capisce bene. La natura del luogo è indefinibile. Un sacerdote grave ed austero, dalla lunga barba nera, dagli occhi spiritati, ha cominciato una singolare preghiera nel nome del dio Aissa. Intorno, intorno, raccolti e apparentemente tranquilli, stanno i seguaci del rito furibondo. Li osservo. Sono facce spettrali dalle grosse mandibole, dagli zigomi sporgenti, dalle guance incavate. Facce patibolari. Gli occhi rilucono sinistramente nell’ombra. Cantano, urlano? Non so. Dalle loro grosse labbra esce un mugolìo sordo e roco che pare voglia essere modulato. A poco a poco tale mugolìo cresce di intensità. Ma i neri ceffi dai lunghi capelli aggrovigliati sono tuttavia tranquilli. E il sacerdote incalza. Il nome di Aissa ricompare con maggiore frequenza; è un grido reiterato; il termine fisso del sopravveniente furore. Già qualche volto ha un guizzo, una contrazione spasmodica e repentina; già qualche mano si increspa subitamente su le lacere vesti. E il grido sale, si amplifica, si espande. È come un’ebbra follia che prorompe tumultuando. La voce del sacerdote non è più sola. Ogni ritmo cade; ogni cadenza scompare. Le bocche si aprono all’urlo contraendosi; gli occhi si storcono, roteano nelle orbite; le vene si inturgidiscono nei colli e nelle tempie; si vedono pulsare a gran furia. Ogni minuto che trascorre segna il sopravvenire del parossismo. Lo spirito del dio epilettico è presente. Gli energumeni hanno perduto ogni potere inibitorio trascinati dal loro fanatismo mostruoso; fissi gli occhi nello smarrimento dell’ipnosi, corrono, si intrecciano, si prosternano, si levano irrigidendosi, le scarne braccia alzate.
— Aissa! Aissa!...
Il grido è tanto acuto che penetra come una lama tagliente. Ne sono stordito e non so a che riesca tale turbinante follìa. Ma non siamo al termine. Il rito non è compiuto. I forsennati si eccitano, si gridano su la faccia parole incomprensibili, hanno grandi gesti di devozione e di spasimo, si inarcano verso l’alto ficcandosi le unghie nelle nude carni.
— Aissa! Aissa! Aissa!...
Ne osservo uno, vera faccia di spavento, dagli occhi torti, dalle mascelle bestiali. Sembra maturo all’esplosione finale. Il suo corpo è corso da un tremito febbrile; guizza, salta, si getta a terra, si afferra la testa e la batte violentemente sui muri. Non è più un uomo, è una pazza bestia orribilmente losca. Il grido di lui è lacerante e non ha paragone, non assomiglia ad altro suono. Ad un tratto si sofferma, trae da sotto le vesti un enorme scorpione, lo solleva, lo guarda urlando, apre la bocca e di repente lo trangugia. Così si inizia il macabro festino. Più oltre un negro gigantesco si empie lo stomaco di chiodi; un altro mastica foglie di cacti irte di spine, un quarto addenta una piccola serpe nera che gli guizza di mano e lo staffila su la dura cotenna.
— Aissa! Aissa! Aissa!...
Il Dio è presente. I suoi fedeli lo vedono, lo sentono nell’impeto del farnetico e danzano sopra spade affilate, si percuotono con verghe roventi. Sanguinano, urlano, si arrovellano in un furore senza posa che stordisce ed esalta.
Ci volgiamo, abbiamo bisogno d’aria, di pace. Vicino alla porta, nascosto nell’ombra, accosciato è un vecchio fedele di Aissa. Muove le mascelle lentamente e ad ogni moto è uno scricchiolìo sottile, uno stridore che fa abbrividire. Una bava sanguigna gli esce dalla bocca.
— Che cosa mangi?
Leva gli occhi e non risponde.
— Che cosa mangi?
E il vecchio si sporge, dischiude le mani sanguinanti: sono piene di vetro in frantumi, in ischegge sottili, minutissime. Non potrebbe rispondere. Apre la bocca orrendamente ferita e, nella stupida fissità del suo fanatismo, riprende imperturbato l’orribile martirio.
Sostiamo nell’antico mercato degli schiavi cristiani. Non è gran cosa. Un cortiletto cinto da un basso porticato, tanto basso che un uomo di statura superiore alla media non potrebbe starvi diritto. Su le colonne tozze, adattate alla meglio, osservo qualche iscrizione malamente graffita, appena decifrabile.
Una dice: Io Angelo Dajello di Torre del Greco fui preso schiavo il 20 agosto 1759 dai mori barbareschi. E un’altra: Michele Piumolillo nato il 31 marzo 1724 morto il 9 gennaio 1762. — Forse un compagno di prigionia ne volle fissare così il ricordo. E una terza: Io Michele Gerace, schiavo, ho servito nel Serraglio. — Nella quale si vede come Michele Gerace non fosse affatto schivo di servire nei serragli, anzi come traesse da tale insolita occupazione un certo suo vanto non assolutamente privo di dignità. Tanto l’uomo si adatta alle proprie occupazioni e se ne accontenta.
Attorno attorno, dove era esposta un tempo la preda umana degli antichi corsari, sotto il loggiato umido, sono distese lunghe stuoie su le quali una fila di beduini medita su la fatalità del sonno. Tutto è fatalità per questa gente, così l’erba che cresce fra i grani e che nessuno strappa giacchè il buon Dio l’ha mandata, come la mosca che li importuna. Tutto ciò che accade era scritto nel gran libro di Allah. Se una carestia minaccia il paese, nessuno vorrà perdere la propria serenità o correre ai ripari: era scritto. Se una pestilenza li macera e li decima e li tormenta non se ne daranno maggior cura: era scritto. Tutto è scritto, tutto è codificato, preveduto, catalogato nel libro dei cieli, nel libro del destino. Ogni azione umana è inutile di fronte a ciò. La morte giunge quando il suo tempo è segnato, nè un minuto prima, nè un giorno dopo. Tu ti affanni e muori; ti agiti, gridi, ti arrovelli in mille opere, in mille studi, consumi miseramente la tua vita senza gioia e muori; muori come colui che non si è data alcuna pena, gli sei uguale nella morte, gli sei uguale nel destino che può attenderti oltre il trapasso: dunque? Perchè agitarsi tanto? Meglio è sostare nel sonno e conquistare la suprema indifferenza. Data la quale illazione la maggior parte degli arabi dorme o sonnecchia in nome del suo Profeta. E fedeli al Profeta lo sono sempre, sì nel fanatismo religioso come nell’implacabile disdegno per le cose della vita. A volte per tale loro virtù negativa riescono ad uno stoicismo ammirevole.
Ricordo un vecchio, un vecchio uomo che aveva più di cent’anni. Lo scopersi un giorno aggirandomi per le vie più remote di Tunisi. Il luogo era solitario, silenzioso. Non discendeva nell’ora crepuscolare, per la via stretta ed oscura, se non una bambina, una nera. Aveva gli occhi lucenti e un gran sorriso bianco su la sua faccia tonda. I capelli corti e cresputi. Mi chiese un soldo e se ne andò come una reginetta contenta. Rimasi solo fra le case ermeticamente chiuse, dalle quali non mi giungeva suono, che pareva albergassero un singolar mondo da fiabe, un mondo di ombre taciturne immobilizzato nello stupore del silenzio. Il crepuscolo era grigio. Da qualche ora era spiovuto e il cielo era tuttavia nuvoloso. Grigio in cielo e fango in terra. Un oriente inverosimile, da far nascere la nostalgia dell’estremo nord. Ad un tratto vidi una porta socchiusa. Ristetti ad ascoltare, e come non mi giunse alcun suono sospinsi i vecchi battenti color della cenere e guardai nell’interno. La porta si apriva in una specie di cortiletto angustissimo, reso più angusto da una catasta di legna che vi era ammassata da un lato e da un gran mucchio di cenere. Sul muro, a destra, si apriva la nera bocca di un forno. Tutto intorno, ammassate alla rinfusa, erano pietre, tegoli, calcinacci; cumuli di rottami e di immondizie. La reggia dei topi. Ed oltre il fetido ritrovo non poteva esservi altro. Tutto doveva cominciare e finire in quella specie di antichissima concimaia. Non era ammissibile che qualcuno abitando oltre il cortile, avesse potuto tollerare simile entrata. L’ispezione e la deduzione furono rapidissime e già stavo per andarmene quando mi sentii chiamare. Ristetti sorpreso, guardandomi intorno, levando gli occhi agli alti muri per scoprire da quale misteriosa soffitta potesse essermi giunta la fioca e tremante chiamata, allorchè la riudii di nuovo ma più vicina. Pareva uscisse di sotto la cenere, da una tomba fra la cenere nerastra. Era una voce stanca, di timbro indefinibile; una di quelle voci in cui il tempo pare abbia lasciata la sua gromma sì che giungono velate come da una lontananza. Voci che muoiono prima che il cuore muoia. Diceva:
— Che cosa cerchi? Che cosa vuoi?
Inoltrandomi un poco vidi chi mi parlava.
In fondo al cortile, nell’angolo più buio era scavata nel muro una piccola nicchia bislunga tanto da poter ospitare appena un uomo sdraiato o seduto. Un tempo doveva servire da giaciglio al fornaio, ora era l’unica e continua dimora di un vecchio centenne.
Non distinsi, a tutta prima, se non un cumulo di luridi cenci; un avviluppo singolare di bende e di brandelli tra il grigio e il nero, ma esiguo, un piccolo rifiuto abbandonato là fra gli altri rifiuti. Poi dall’incomposto arruffio di stracci vidi levarsi una mano scarna, sottile, ridotta allo scheletro, tremante; un intrico di ossa e di vene nel quale era tuttavia un soffio di vita; e, più in fondo, appena emergente dalle spesse bende, un volto sparuto ma, più che un volto, un teschio del quale non erano visibili se non i denti, gli zigomi e le occhiaie. Tutto il resto era d’ombra, era l’ombra.
E la voce affiochita ripeteva:
— Che cosa cerchi? Chi vuoi?
— Non cerco nessuno. Ma tu perchè stai in questa tana?
— È la mia casa.
— Stai sempre qui?
— Sempre.
— Non ti muovi mai?
— Mai! Non posso muovermi.
— Ma non hai figli, non hai nipoti al mondo?
— Nessuno.
— E come vivi?
— Aspetto.
— Chi ti aiuta?
— Robbi! (Iddio!)
Poi tacque. Il grave viso di asceta, indurito alla singolar prova della terribile vita non ebbe alcun segno di commozione. S’io me ne fossi andato senza domandar più, mi avrebbe lasciato partire indifferentemente. Non chiedeva, aspettava. Ed era nascosto in fondo a un cortile, fuori dalla vista dei passanti. Aveva a portata di mano una latta di petrolio piena d’acqua; poi, sparse intorno per la nicchia, alcune scatole di latta, una scodella e un cucchiaio. Tutto ciò era sudicio, immondo ed era l’unico suo bene. La grande vecchiezza gli aveva tolto le forze ma non l’intelletto. Egli non poteva muovere un passo fuor dalla nicchia ma poteva avere l’esatta nozione di tutta la sua miseria. E non si lamentava. Abbandonato da tutti, esposto all’acqua ed al sole, tormentato dal freddo e dalla canicola, non essendo sicuro di poter saziare la fame tutti i giorni, condannato ad una solitudine taciturna di fronte allo spettro della morte imminente aspettava tranquillo e sereno l’ultimo suo giorno. L’islamismo è una negazione ed una forza. Distrugge e supera. Distrugge ogni energia di azione ma supera il dolore.
Abbiamo mangiato alla buona, in una trattoria araba, dal comico Shiahlela. Un pasto tanto più indimenticabile quanto maggior bruciore mi ha lasciato per tutto il corpo. Poche cose minuscole ma tanto pepate da assumere proporzioni da incendio. Conveniva correggere ogni boccone con un bicchier d’acqua, chè anche la bukha (un liquore fatto di fichi fermentati, non potendosi servire vino ad una tavola araba) aggiungeva anzichè togliere ardore. Carni di montone, uova sode tritate (una pastura da pulcini), fave lessate e salse di tutte le qualità e di tutti i colori, miscugli incendiarî a base di peperoni rossi e di pepe di Caienna. Non so come gli arabi possano adattarsi a tali pasti infiammatorî. Tanto varrebbe trangugiare una carta senapata. Chi ha più goduto della mia sofferenza è stato Shiahlela il quale, frattanto, si è bevuto tutta la bukha che avevo ordinata e se ne è ordinata dell’altra per conto mio e l’ha bevuta tranquillamente. Alla fine il buon trattore, lungo come una pertica, con due occhietti rotondi sotto due accenti circonflessi era tanto espansivo e piangevole che mi avrebbe abbracciato se avessi ritenuta opportuna la cosa. E, con voce rotta, m’ha raccontato che, purtroppo, beve molto, beve più del bisogno, e che la bukha gli si converte in pianto. Quando ha bevuto è travolto dal torrente della sentimentalità e corre a rifugiarsi nel suo harem. Allora le sue donne gli si fanno intorno ed egli impreca alla vita e rammenta le cose più lacrimevoli e piange a corona, a scroscio, a ritrecine e tutte le donne sue giù con lui a singhiozzare disperatamente. Una faccenda da non si dire, da muovere a pietà il cuore più indurito. E frattanto ribeve. Oggi sarà, senz’alcun dubbio, una giornata di grande commozione.
Vicino alla tavola mia, un ricco arabo (me l’hanno indicato come il più ricco di Gabès e come il più colto; ha studiato in Europa) ascolta sorridendo. Ha un grande turbante giallo; pare un fiorrancio di tra le biade. Parla correttamente il francese e intavola con me una conversazione piacevole. Mi racconta molte cose interessanti. È tutto imbevuto della nostra civiltà. Ha vissuto molto tempo a Parigi ma siede alla turca. Ha abbandonate le babbucce ai piedi del sedile ed è scalzo. Parla con entusiasmo dei nostri costumi, ma, frattanto, osservo che, a mo’ di distrazione, seguendo un uso della sua terra, si passa l’indice della mano destra fra le dita dei piedi. E ciò fa con perfetta correttezza e con garbo indifferente.
Troviamo alle porte della città le cavalcature che ci aspettano. La giornata è radiosa, calda, estiva più che primaverile. Verso il mare si elevano nella somma chiarità i pennacchi dei palmizi che coprono l’oasi di Gabès. Ben presto si disperdono come in una opacità perlacea su lo sfondo delle acque chiare. Questi cieli magnificamente limpidi hanno anche opacità inesplicabili. Non appena una cosa si innalza o si allontana, si avvolge di una nebbia atomica estremamente luminosa nella quale a poco a poco si disforma e si disperde. Nelle ore di grande luce, l’orizzonte si raccoglie entro un circolo breve; non è limitato da nitidi contorni ma da tenui profili e da ombre nell’estremo bagliore. È come un dissolvimento. Pare che tutto si debba dissolvere in luce.
Cavalchiamo per una strada bianca e diritta, tra sabbie, paludi e rari campi seminati. Dovremmo essere domani, verso sera, alle grotte dei Matmata.
I Matmata sono trogloditi che vivono ai confini orientali della Tunisia. Meta del mio viaggio è il loro paese fantastico, irto di rocce nelle quali si aprono a varie altezze, come tanti nidi di rondine, le loro caverne.
Il paesaggio non varia, prosegue uguale e monotono sotto il sole ardente. A quando a quando incontriamo qualche dromedario che porta su l’alta gobba un’intera famiglia di beduini, qualche asinello striminzito, qualche biroccio carico di mori che sonnecchiano al sole.
Verso sera cominciamo a vedere le prime tende di beduini finchè ci appare, vicino ad un gruppo di palmizi, l’intero accampamento di una tribù. Dirigiamo a quella volta le nostre cavalcature e vi giungiamo in breve tempo fra un furioso abbaiare di cani i quali ci si avventano contro con intenzioni tutt’altro che ospitali. Tale accoglienza richiama, poco alla volta, l’attenzione di tutta la tribù presente. Corrono prima i monelli i quali sbucano di tra le siepi che circondano ogni singola tenda, poi le giovinette, le donne, gli anziani. In breve siamo circondati da un nuvolo di gente che ci guarda con curiosità, sorridendo. Si fanno tacere i cani e si intavola una vivissima discussione fra gli anziani e il capo della tribù. Si tratta di sapere chi dovrà offrirci ospitalità. Il capo tenta risolvere l’interminabile questione decidendo che saremo ospiti dei proprietari delle tende verso le quali si sono diretti i nostri cavalli giungendo all’accampamento, ma anche tale decisione non tronca la disputa perchè è difficile precisare l’esatto punto dell’arrivo.