Accampamento di Beduini.

Finalmente la cortesissima controversia viene risolta e discendiamo dalle nostre cavalcature. Entro nel recinto che mi è stato riserbato e mi dirigo verso la tenda nera a larghe striscie grige, molto bassa e di forma conica. Nell’interno non trovo che un po’ di fieno disteso a mo’ di giaciglio, qualche masserizia primitiva e la nuda terra. Tutto ciò è poco ma basta a raccogliere nel sonno la famiglia nomade.

Intorno intorno è un fitto assieparsi di piccoli coni neri molto larghi alla base; formano, nell’insieme, uno strambo villaggio intersecato da siepi, percorso da vicoletti e stradicciuole. Ne sono abitanti i beduini, i dromedari, gli asini e i cani. Ogni tenda ha il suo recinto, come ho detto, e in tale recinto si raccolgono, a notte, le bestie. I cani sorvegliano mentre il sonno ristora i pastori. Girando gli occhi intorno vedo gobbe e musi di dromedari e bianchi turbanti e frotte di monelli seminudi in una promiscuità grande, in una fratellanza universale. Si elevano esili colonne di fumo azzurrastro qua e là, fra una siepe e l’altra, fra una via e l’altra, tenui veli che hanno i toni dell’acciaio brunito e si dissolvono sfioccandosi; qualche lingua di fuoco fiammeggia breve, qualche fresca risata ne accompagna il guizzo. Lunghe file di dromedari tornano dai lontani pascoli. Ne giungono da tutti i punti dell’orizzonte lentamente, gravemente, accompagnando il ritorno con un urlo che sta fra la grazia del grugnito e la sonorità del raglio. Il sole muore. Una donna raccoglie da una siepe alcuni panni che vi aveva disposti ad asciugare; un gruppo di giovinette ritorna dal pozzo con le anfore alte su la spalla. Mi pare di essere risalito nei secoli alle età remotissime di cui favoleggia la Bibbia. Ricordo i tratti salienti che mi avevano fissato nella mente la vita patriarcale dei primi figli di Israele:

E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno.„ E ancora: “Ecco Rebecca usciva fuori avendo la sua secchia in su la spalla. E la fanciulla era di molto bello aspetto, vergine, ed uomo alcuno non l’aveva conosciuta. Ed ella scese alla fonte ed empiè la sua secchia e se ne ritornava....„ Il pozzo è fra i palmizi. Un’ombra ed un lucore di acque nella grande distesa dispoglia, arsa dal sole. Le donne vi giungono a gruppi di sei, di dieci, parlando piano, sorridendo appena. Vestono un lungo manto azzurro, l’hamla che giunge loro fino alle caviglie e lascia nude le braccia e nudo il collo. Il pozzo è il ritrovo delle fanciulle quando cade il sole e il sole si affonda fra le sabbie del deserto e pare sollevi nell’aria e le cosparga intorno, a ventaglio, le arene infocate. Giungono in fila, le belle creature, i piedi scalzi, il braccio nudo sollevato a tener obliqua su la spalla l’anfora leggera. Al collo dei piedi e ai polsi e all’avambraccio rilucono e tintinnano le grandi armille di argento di cui vanno adorne. Hanno alle orecchie, larghe anella di argento, e i capelli quasi disciolti, nerissimi, scendono a raccogliere nella loro ombra la grazia del viso, composto in un segno di fiera bellezza. Sono diritte come palme; esili e forti perchè temprate agli ardori del deserto. Le loro carni sono brune e gli occhi si accendono di fosforescenze solari. I pastori ritornano di lontano; qualcuno canta più remotamente. E passano le greggi, gli armenti; giungono all’adunata guidati dall’ombra che cade. È un trepestio lento, un correre e un incrociarsi di voci, di mugghi e di belati. Qualche giovane armentario trascorre sul suo cavallo; guizza via con un urlo roteando per l’aria la lunga asta.

Vedo il burnus sollevarsi nell’impeto della corsa e l’odo battere l’aria stioccando. E l’acqua risuona ricadendo in fondo all’arca e le anfore si riempiono e stillano; stillano oro e coralli in quest’aria di vespero acceso. Ecco Zubeida (la graziosa); Sasiia (la gentile), Kadija (la pura). Vengono e vanno senza rivolgersi; diritte e composte in una loro grazia ieratica. Si inchinano sorridendo, si toccano la fronte e il cuore, mi rivolgono un augurio.

Bislemma!

Bislemma!

E ritornano alla loro tenda dalla quale sale per l’aria un tenue nastro di fumo. Vita aspra e magnifica; intensa, piena, impetuosa, gagliarda. Tutta la gioia della giovinezza vi si libera a volo, disfrenata; ogni forza ed ogni desiderio vi hanno la loro piena espansione. Senza posa e senza sonno. Tale è la legge che guida da millennii il popolo pastore. Esso emigra di pascolo in pascolo, di terra in terra abbandonando i suoi morti per via. Senza posa e senza sonno. La sua patria è lo spazio; il suo desiderio, il cammino; la sua ricchezza, la tradizione. Così come Giuseppe presentò i fratelli suoi a Faraone potrebbero presentarsi oggi i beduini. Nulla è mutato nei millennii: “E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno.

La Giustizia.

Due giovani arabi trovarono un giorno su la via un arancio.

Disse Said:

— È mio perchè l’ho veduto prima!

Rispose Alì:

— È mio perchè l’ho raccolto!

La controversia si infiammò e volarono le busse.

Passava un taleb[5] e si fermò. Si pose fra i contendenti:

— Vi farò giustizia! Datemi l’arancio.

Come se l’ebbe ne divise la buccia in due zone uguali e disse:

— Una parte della buccia spetta a Said perchè fu primo a vedere l’arancio; l’altra parte spetta ad Alì perchè lo raccolse; il frutto lo tengo per me come prezzo per la sentenza!

— E mangiò l’arancio.

Questa è la giustizia.

Selìma.

Vorrei narrarvi la novella di Selìma che ho udita l’altra notte in una di queste enormi pianure circondate dai colli. Eravamo intorno al fuoco; un vecchio beduino cominciò a parlare e raccontò la novella salace della quale vorrei farvi compartecipi se sapessi ammantarla di ben sette veli. È riccamente poetica ma tanto scabrosa che temo possa allettar troppo i difensori della morale. È immaginata da un popolo immaginoso e voluttuoso il quale se si corregge un poco nella sua letteratura, è, nella comune parlata, terribilmente osceno.

Il Boccaccio o il Lasca che novellavano ad uomini sani i quali da tali storie non traevano che il senso ridevole l’avrebbero narrata bellamente senza timori; noi siamo troppo viziati per ascoltare con tranquillità. Ma ecco la novella.

In una tribù dell’interno, verso il deserto viveva un tempo Selìma, bellissima giovinetta, desiderata con ardore furibondo.

Un giorno vennero a mancarle il padre e la madre ed ella rimase unica padrona delle immense mandre che andavano pascolando all’intorno e padrona del suo destino.

Dormiva sola sotto la ricca tenda, sul giaciglio coperto da pelli di leone e una vecchia schiava ed un eunuco vegliavano il sonno di lei.

Il tempo trascorreva senza ch’ella si concedesse ad alcuno.

Era superba, ardita, dominatrice e bella e lontana quanto la stella polare. Disprezzava gli uomini schiavi, gli uomini che la guardavano col desiderio della bestia e non sapevano dominare l’istinto.

Un giorno la vecchia schiava che la teneva cara quanto una figlia, ricorrendo il quindicesimo anno della fiera giovinetta le disse:

— Selìma tu sei sola; che ne sarà della tua fortuna se invecchi senza figli? Pensa a sceglierti un uomo fra quelli della nostra tribù. Ve ne son cento che morirebbero contenti solo per averti baciata.

Selìma scrollò le spalle sdegnosamente e non voleva; ma disse poi:

— Ascoltami, Fatma: io non sceglierò un uomo che ad un patto!

— Quale?

— Ascolta. Io sarò di colui che pur essendo giovine e forte e nel pieno possesso della sua vita, saprà resistere al fascino della mia bellezza.

— E come?...

— Egli dovrà farmi vento per un’intera notte essendo io distesa sul mio giaciglio compiutamente ignuda e non dovrà dir parola nè guardarmi con desiderio.

Fatma scrollò il capo e tacque ma la nuova del patto singolare si sparse rapidamente fra i giovani della tribù.

Nel giorno che seguì si presentò il primo concorrente. Era un giovine gagliardo, alto, dalla barba rossa, bello come un nazareno.

Sul far della notte Selìma gettò ne’ suoi bracieri i profumi più inebbrianti dell’oriente, ne saturò la tenda damascata, rossa e turchina, cosparse il giaciglio di gelsomini e di rose rosse, poi, scesa alla fonte, si deterse e si unse di olî odoriferi.

Fatma l’attendeva.

— Vieni che è l’ora.

Selìma non aveva fretta. Si tolse le armille d’argento e d’oro, disciolse il nero gorgo de’ suoi capelli e vi intrecciò fiori di gelsomino, del gelsomino orientale dal molle profumo insidioso, poi, disciolta l’hamla serica, allargò le braccia e la fece discendere lentamente lungo il seno e le anche finchè apparve ignuda. Allora tolse da una piccola arca incrostata d’avorio, una spera d’argento e si guardò.

Si vide bella nella perfezione della sua forma intatta. La pelle di lei aveva il caldo tono dell’oro, ardeva come il sole. Sorrise, cedette la spera a Fatma e disse distendendosi sul molle giaciglio:

— Venga Selem; lo aspetto.

E Selem entrò; ma ancora non era a mezzo la notte che i servi lo avevano scacciato dalla tenda di Selìma.

L’identica sorte toccò a molti altri i quali giunsero di lontano e se ne andarono vinti.

Ultimo fu Mohamed, il bel lupo.

Egli trascorse l’intera notte al fianco della giovinetta; ma, sul far del giorno, dichiarandosi vincitore e negando ella di essere stata vinta, decisero di andarsene dal Kadi per aver giustizia.

— Se io ho torto non mi rivedrai più, — disse Mohamed; e partirono.

Ecco il racconto che il giovine fece al Kadi.

— Ora ascolta, — disse Mohamed, — e giudica secondo la tua sapienza.

Io giungevo da un lungo viaggio e avevo bisogno di riposo e di ristoro; andando così e cercando con gli occhi intorno, mi ritrovai su l’entrata di un magnifico giardino, un giardino promesso, Kadi, bello quanto il paradiso. V’erano giglieti e rosai e aiuole di gelsomini; vi cantavano fontane fra i molti prati. Ero stanco, affaticato. Discesi, legai il cavallo ben forte, a più doppi su la soglia vietata e entrai a riposare.

Avevo preso sonno allorchè all’improvviso mi destano le grida di quella che vedi qui, mia avversaria. Il cavallo era entrato nel giardino e aveva calpesto il fior dei gigli e delle rose e aveva fatta sua l’erba dei prati. Kadi.... di chi la colpa se la stessa mano di Selìma aveva disciolto le doppie ritorte alle quali il cavallo si trovava avvinto?

Il Kadi disse:

— Abbia torto chi disciolse i legami!

E i giovani partirono chè non poteron aggiunger parola; ma Selìma non si dette per vinta e disse a Mohamed:

— Io non sarò la tua donna se non supererai una seconda prova.

— E sia, — rispose Mohamed.

Si accordarono, ritentarono; ma alla seconda mattina le stesse contestazioni sorsero fra di loro e ritornarono dal Kadi.

E Mohamed disse:

— Ascolta e giudica anche questa volta.

Selìma ed io passeggiavamo per i sentieri di un orto; ad un tratto ci trovammo di fronte un magnifico mandorlo pieno di frutta e Selìma disse:

— Se tu con la tua fionda saprai abbattere dodici mandorle senza fallir colpo, io sarò tua. — Accettai. Raccolgo i sassi opportuni, armo la fionda e lentamente ma sicuramente abbatto le dodici mandorle; non un colpo è perduto.

Ora di chi la colpa, Kadi, se l’ultima mandorla non aveva il seme?

Rispose il Kadi rivolto al giovine:

— Abbia torto chi ti vuol troppo saggio!

Anche la seconda prova era perduta per Selìma ma ella ricorse a una terza, alla più disperata e disse:

— Se perdo questa sarò la tua agnella!

— E sia, — rispose Mohamed.

Andarono, ritentarono e alla terza mattina rieccoli dal Kadi.

— Ascoltaci per l’ultima volta, — disse Mohamed, — e giudica.

L’altra sera, Selìma ed io, eravamo pei campi; una moschea era in fondo, molto lontana da noi.

Quando il sole tramontava il muezzin salì sul minareto a invitare i fedeli alla preghiera. Selìma si ferma e mi dice:

— Se tu entrerai nella moschea prima che il muezzin discenda dal minareto io sarò tua.

La prova era ardua ma accettai. Partii correndo come un veltro e giunsi che il muezzin cantava ancora; ora di chi la colpa, Kadi, se trovando io chiusa la gran porta di bronzo entrai per la porta delle abluzioni?...

Il Kadi sorrise e disse:

— Andate e state in pace che siete nati per amarvi.

I giovani chinarono gli occhi, contenti.

Così la fiera cerbiatta fu tutta del bel lupo.

 
Una via a Candia.
 
Un villaggio distrutto dai turchi nell’isola di Creta.
 
Creta.Kalives (le fontane).