NEI PAESI DEL SOLE. In mare.

18 agosto.

Abbiamo salpato da Brindisi iernotte. Ora è il mattino e si naviga sotto le coste dell’Epiro. Le nebbie velano a mezzo i monti, non si vede un paese intorno; solo il grigio e ripido corso di un torrente che pare squarci la montagna brulla.

Il mare ha il colore del latte. I marinai lavano il ponte. Verso la poppa cinque ragazzi albanesi sono saliti sopra due stie per superare la murata di bordo e guardare il paesaggio. Seguono silenziosamente l’uguale svolgersi delle montagne azzurre, gli occhi larghi e pieni di sogni. Nessuno dice parola. Superano appena col capo l’alta murata, e le cinque testoline si illuminano nel sole. Un gallo canta festosamente.

Nella terza classe due albanesi in fez, coperti da una lunga camicia bianca, a fiorami rossi, passeggiano conversando pacatamente; un terzo, accosciato su le assi del ponte, mangia un cocomero biancastro.

Lungo la costa appaiono isolotti scogliosi, fra i quali intravvedo qualche casa. Sale sopra coperta un prete greco diretto a Costantinopoli e mi domanda garbatamente quali siano le disposizioni dello spirito pubblico italiano circa la Grecia.

Lo spirito pubblico? Esiste da noi in realtà una cosa simile? Ne dubito molto. Comunque sia, sonnecchia finchè non è frustato.

Compagni di viaggio.

Appare Santi Quaranta con le sue antiche fortezze veneziane, sui monti. La costa è bianca e la montagna è color d’oro.

Scendo a terra col tenente Speranza del Bosnia per prender la pratica.

Le autorità turche ci attendono sul piccolo molo. C’è il dottore col suo fez a tronco di cono e un grande ombrello nero e ci sono altri due individui che non so che cosa rappresentino. Volti tranquilli e beati. Il tenente fa firmare il foglio di via poi si discende.

Seguiamo il dottore fino alla casa di lui. Si oltrepassa un piccolo pergolato, un cancelletto e si entra.

Ci vengono offerte sigarette passabili e una tazza di caffè infame.

L’autorità medica siede alla scrivania e scrive.

Non conosce nè il francese nè l’italiano, e vorrebbe rivolgerci molte domande.

Ogni tanto alza il capo, dice:

Grechi!... Grechi!... — e continua in turco.

Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo senza rispondere. Anche il dottore sorride e continua a parlare.

Nella pergola cantano i passeri.

Che bel sole!...

Si esce senza aver capito una sola parola, e il nostro gentiluomo ci accompagna fino alla soglia parlando sempre in turco.

— Addio.

— Addio.

Si esce dal pergolato, si scavalcano macerie, si entra in una via fiancheggiata da case diroccate. Ovunque ci si volga non si vedono che ruderi.

 
Il capitano Blum.
 
Candia.
 
Smirne. — Una via.
 
Smirne. — Una via.

Eccoci dall’Agente della Navigazione Italiana il quale agente tiene il suo ufficio in un han o albergo se così vuol dirsi, ma più stallatico che albergo.

Entriamo in un corridoio nel quale le rondini hanno nidificato sotto alle travi, poi in una stanza che può dirsi linda se si pensi al resto. In ogni luogo c’è l’odore caratteristico dello stallatico.

Anche il nostro agente, che è un greco, ci offre il caffè. Aspettiamo la posta di Janina. Frattanto il piccolo uomo rotondo che ci rappresenta se la piglia con le Potenze perchè non agiscono.

— Dovrebbero distruggere la Turchia. Si mandano due corazzate e buona notte!

Abbiamo sorbito il caffè, la posta è giunta; si riparte.

Passiamo dall’ufficio telegrafico che ha sua sede entro una tana sudicia.

L’agente che ci accompagna ci dice che se volessimo spedire un telegramma in Italia arriveremmo prima in piroscafo.

Sul molo vediamo fra la folla una magnifica figura d’uomo su la quarantina. È armato di fucile, di pistola e di pugnale ed ha sul ventre una enorme cartucciera. Veste alla foggia albanese. Pare dubbioso se imbarcarsi o no. Guarda il sole. Qualcuno gli si avvicina e gli parla; resta esitante qualche secondo poi ci volge le spalle e parte.

Sappiamo che l’uomo singolare è un famigerato brigante, il quale non più di un mese fa ha svaligiato l’Ufficio della Navigazione Generale. Avrebbe voluto imbarcarsi, ma qualcuno lo ha sconsigliato facendogli intravvedere la possibilità di essere messo ai ceppi. L’Italia non avrebbe fatto nulla, questo è vero, ma il ribelle ha ripreso le vie dei monti.

Il Pascià di Janina.

È salito a bordo il pascià di Janina accompagnato da suo figlio. Un bell’uomo grasso dalla faccia turca, ambigua cioè, senza espressione marcata.

Non appena lo han veduto i suoi sudditi che erano a bordo si sono precipitati a baciargli la mano e il lembo della veste.

Umili, fedeli, devoti, ridicoli. Se debbo dire il vero, ridicolo era anche il pascià col suo fare sacerdotale; e si lasciava baciare, tutto compreso nel suo còmpito da reliquia.

Dopo tale funzione il buon uomo dalla faccia ambigua, che ricorda sì dolcemente il profilo del montone, ha preso possesso del ponte di prima classe.

Ci sono molti greci. Poco fa discutevano di politica ad alta voce e bestemmiavano la Turchia, ora per la presenza del pascià tacciono come fringuelli se odano lo strido del falco. E non sono sudditi turchi, e non hanno a temere che S. E. abbia a tirar loro le orecchie. Forse sarà un abito secolare, che so: il fatto si è che coloro che per lo innanzi gridavano ora sussurrano e chi parlava tace.

Quale potenza ha costui?... — mi chiedo — e lo guardo e lo scruto, ma non vedo che la sua bella faccia da montone ambigua e bonaria.

Corfù.

Un’isola bella e malinconica. Comprendo ora come la dolorosa imperatrice l’avesse scelta a sua dimora.

Non appena i marinai hanno calato la scaletta di bordo, una vera orda di facchini indemoniati, urlanti invade il piroscafo.

Ma siamo a Corfù o a Venezia? Non si sente parlare che il dialetto veneto, e la stessa lingua greca ha qui la dolce cadenza del nostro dialetto.

Qualcuno mi dice che nelle ricche famiglie di Corfù è consuetudine aristocratica parlare la lingua italiana. Fino a quando durerà tale nostra supremazia della quale andiamo debitori alla Repubblica Veneta? Fino a quando se la nostra cieca indifferenza si lascia sfuggire di mano ogni governo morale, al di là dei confini?

Corfù è una città veneta, serba il carattere che le impressero i suoi dominatori.

Vie strette; case alte e aduggiantisi; finestre e balconi veneziani. Comunque sia, vi si fa sentire la prima influenza dell’Oriente. Il quartiere dei sellai quello dei calzolai e dei sarti hanno un carattere orientale; sono pittoreschi.

Altro lato caratteristico di Corfù è costituito dai venditori di frutta; frutta magnifiche le quali denotano la bontà della terra e la mitezza del clima.

La vegetazione è simile a quella della Sicilia; le stesse agavi, gli stessi agrumeti e i fichi d’india e i palmizi.

Quando salgo in vettura per andare al Cannone, che è un luogo dal quale si gode un magnifico panorama, e all’Achilleion, la villa della muta imperatrice del dolore, attraverso ai campi e lungo il mare colgo il vero aspetto di quest’isola dolce e malinconica. Tutto vi è esuberante ma non gaio; l’anima non vi riposa tranquilla, ma è presa come da una nostalgia di sogni lontani.

La stessa nostalgia trasse a questo riposo una vittima della vita: Elisabetta imperatrice che rivisse, sola, il fosco destino degli Atridi.

Verso la Grecia.

Riprendiamo la rotta verso il golfo di Corinto. Sono saliti a bordo altri greci e un prete armeno.

Il vecchio pascià e il figliuol suo sono alla mia stessa tavola. Benchè non siano in Turchia mangiano col fez ben calzato su le orecchie. Non bevono vino; impugnano la forchetta fieramente.

Il pascià, che ancora non si è deciso ad aprir bocca, ad un certo punto mi guarda sorridendo e mi chiede dove sono diretto.

— Ad Atene.

— Il signore viaggia per qualche casa di commercio?

— Precisamente.

— Quale genere tratta?

— Filati di cotone.

La risposta lo convince; mi guarda ancora, anzi mi squadra poi soggiunge:

— Che ne dicono in Italia della questione cretese?

E la conversazione si avvia su l’eterna questione dell’isola minoica.

Per conto suo il pascià è convinto che la Turchia dovrebbe rinunciare definitivamente al possesso dell’isola; tanto le Potenze non le permetteranno mai di ritornarvi.

— C’è bisogno di pace per tutti, — soggiunge. — Così per la Grecia come per la Turchia. Dobbiamo superare difficoltà enormi; c’è tutto un mondo da rifare.

Non ha torto ma io dubito molto circa la sua sincerità.

C’è tutto un mondo da rifare, questo è verissimo; ma da quale parte cominceranno a demolire e a ricostruire? da quale parte e con quale profitto, se tutto ciò che è tradizione e che costituisce appunto la causa genetica della barbarie turca, deve essere rispettato? Si tratta evidentemente di un fior di rettorica. L’età moderna ne è piena e la Turchia ne ha compresa la necessità.

Cantare non significa agire. Quando ai nostri rivoluzionari fu concesso di sgolarsi nei loro inni pandistruzionisti se ne tornarono a letto contenti senza aver fatto male a una mosca.

 
Tipi di beduine.

Ora, benchè la musica sia differente e differente lo scopo, i turchi cantano e chi è lontano si illude.

Le vere riforme essenziali, quelle che potrebbero porre il popolo turco sulla via della civiltà, non saranno nemmeno tentate. Pochi volonterosi non possono vincere una compagine cieca od ostile. L’insegnamento, come si imparte tuttavia nell’Impero Ottomano, non può aprire le menti nè preparare coscienze diverse: poi il Corano, per quanto lo si voglia rendere agile, segna un limite fatale, è nello stesso tempo una forza e una diminuzione. Conserva una razza ma la isola.

Per questo il proposito fiero di un giovine turco il quale mi disse che anche in Turchia vi sarebbe stata un giorno una libera Chiesa in libero Stato, mi fece sorridere. Non s’è mai detto che un girasole possa fiorir gelsomini, e finchè il sole della Turchia sarà il Corano ella dovrà volgersi dal levante all’occaso ogni giorno, fatalmente. Il suo cammino è segnato.

Poi la maggior parte dei giovani turchi è conservatrice.

E non dimentichiamo che Maometto soleva dire molto spesso che Iddio aveva create due cose per la suprema felicità degli uomini: “le donne e i profumi„.

Il figlio del Pascià.

Oggi il figlio del pascià mi si è confessato giovane turco. Non ne avrebbe l’aria, veramente, ma già che lo dice!...

È un giovanotto alto, tarchiato, dal portamento molle degli orientali. Non ha mai fretta, non è mai turbato: pare uscito da un’arca di profumi e di pomate.

È nato sopra a Janina, nelle campagne, in un mezzo selvaggio, fra gente che adora i suoi padroni. È cresciuto come un piccolo Iddio fra baci, carezze e genuflessioni. È cosmocentrico; vede tutto il mondo dal suo piccolo trono e sorride.

Ama la voluttà come Maometto; ride beatamente quando parla e quando tace; è gaio perchè è ben nutrito.

Gaio?... Ecco, la gaiezza dell’anatra e del pinguino: batte le ali, si sente piacevolmente bestia.

Buon figliuolo, in fondo! Mi parla con passione degli ottimi formaggi fabbricati da’ suoi montanari, nell’Albania, e la sua sincerità mi commuove.

Anch’egli è un pochino come la pasta del formaggio: insipiduccia, grassoccia e molle, ma riesce simpatico. Ha il viso tondo; due occhi nè neri nè chiari, color dell’aria annebbiata esprimenti un’anima piccoletta che si raccoglie nel poco e se ne accontenta; la bocca del voluttuoso sempre dischiusa, dalle grosse labbra vive di sangue. È un po’ bavoso, forse per la consuetudine dell’alimentazione sovrabbondante e del piacere.

Parla un francese di sua invenzione, intramezzando al discorso brevi e continue risate le quali denotano la sua arguzie e la compiuta soddisfazione di sè stesso.

Oh!... Z’etais a Paris!... sì sì!... Trois fois!... Ah ah ah!... Le Moulin rouze!...

— E che ricorda di Parigi?...

Oh!... Paris, monziè!... — mi batte le ginocchia confidenzialmente con una mano. — Les femmes!... Ah ah ah!... Quelles femmes!

E strizza un occhio:

Z’en avais de la chanze moi!...

Lo guardo. Eh, sì, perchè è un bel ninnolone da destar passioni!

E continua:

Lenore!... Ah ah ah!... Elle me dizait touzours: — Je t’embrazze!... — Oh oh!... Et elle fouillait dans ma poze!

Che cara semplicità e quale limpidezza.

E riprende:

Z’ai envie, d’y retourner. Z’en suis fou de Paris!... Ah ah!... Z’est rigolot n’ez pas? Il faut y étudier auzi la vie.... Oh!... mais mois ze suis zage, vous savez?... Oh!... Ze suis zage!... Z’étudie touzours! — Pffff!... Lenore eclatait en riant et me dizait: Tais-toi, vieux zameau! — quand ze lui démandais: Dis donc, m’zélle, qu’elle differenze trouve tu entre la Franze et la Tourchie?... Ah ah ah!... Ça ze passe touzours dans la même fazon!... Oh bien surement!... Sì! sì!... Bien surement!... Ah ah ah!...

Gli occhi gli lacrimano, il volto gli si accende, la bocca gli si dischiude un po’ più.

Tutto ciò mi ricorda un opuscolo pubblicato a Venezia sul principio del XVI secolo e intitolato: “Opera a chi si dilettasse de saper domandar ciascheduna cosa in turchesco.„ Nella quale opera si trovano frasi di simile genere:

Cuore mio!

Chi te feci tanto bella!...

Vorria che venisse una sera a dormire meco! ecc., ecc.

Il giovine turco ha viaggiato la Francia con gli stessi intendimenti.


È trascorsa Patrasso la bella città moderna che sorge in un arco di monti. È disceso un vecchio greco che dormiva nella mia stessa cabina, un insopportabile uomo, scontento anche dell’aria che respirava. Nulla gli tornava a genio, mai. Il ventilatore era aperto e lo chiudeva, era chiuso e l’apriva; s’infuriava contro l’hublot, contro il caldo, contro le mosche; non era mai in pace neppure nel sonno, chè aveva a quando a quando di gran sussulti e parlava e smaniava quasi albergasse l’inferno in corpo.

Prima di partire questa mattina mi ha chiesto:

— Signore, taliano?...

— Per servirla.

Bona Talìa!... Bona!...

Qualcosa almeno gli andava a genio; ma è stato un riposo brevissimo, perchè si è infuriato poi con le sue valige e le ha lanciate ad una ad una fuori della cabina imprecando.

Non regge vento.

Alcune vele quadrangolari, stanno immobili in varï punti della rada. Un’ultima vela, in fondo, scompare nella caligine grigiastra che il sole non ha superato tuttavia.

Le alte montagne sembrano scolpite in oro antico, pallido e schietto.

Una fortezza impera sotto il cielo. Si ode un lieve ondare di campane remote.

Il golfo di Corinto.

Siamo nel Golfo di Corinto. Quanti castelli veneziani su le nude rive!... Costeggiamo la Morea, che non è arida come le altre terre. Una strada solitaria segue la riva. Le case sono rarissime e miserrime.

Il mare è ricco di meduse. Paiono sugheri galleggianti.

A bordo si legge, si riposa. Si intravvede in fondo in fondo l’angustissima gola del Canale di Corinto.

Ci avviciniamo a poco a poco. Un vento caldissimo ci investe discendendo dagli infocati ed aridi piani della Tessaglia.

Giunge il vaporetto che deve rimorchiarci attraverso il canale.

Alcuni contadini in fustanella sogguardano dalle rive.

Il vapore procede lentissimo. Ci troviamo chiusi fra due alte pareti a picco. Si respira a disagio; la luce acceca.

Un lento volo di corvi ci precede.

Amare verità.

Il prete armeno, proveniente da Roma e diretto ad Angora, mi si è avvicinato e, rassicurato dalla mia nazionalità, ha dato la stura alle sue confidenze.

 
Cimitero entro Smirne.
 
Smirne. — La fonte di Diana.
 
Dintorni di Smirne.

È un uomo piccolo, striminzito, dalla lunga barba nera. Ha gli occhi vivacissimi e parla l’italiano correttamente.

Mi racconta delle continue persecuzioni alle quali sono esposti gli armeni in Turchia e della lotta sorda e ininterrotta che muovon loro, senza pietà. Essi non sono benvisti neppure dai greci; in massima non possono stringere la muta alleanza del dolore che dovrebbe affratellare i due popoli percossi e flagellati da ogni sciagura.

Sono soli, sono come un’oasi maledetta nell’umanità, ed ogni anno vedono diminuire il loro numero. Ogni mezzo è buono per perseguitarli; ogni arme è ottima per ucciderli.

— Si dice, — continua parlando rapidamente e con voce quasi singhiozzante, — si dice che gli armeni stavano tramando una grande rivolta, che si costituivano in associazioni segrete, che volevano organizzare una specie di Partito Rivoluzionario Russo, per vendicarsi della Turchia, per muovere guerra alla Turchia. Tutto ciò è falso, compiutamente falso! È la menzogna più sfrontata, ordita contro di noi. Si dice che siamo usurai, che affamiamo il popolo e che seguiamo la nostra sorte per la brutale ingordigia che ci distingue. E questa pure è menzogna! Se il signore verrà ad Angora, potrò farle vedere le cose da vicino, potrò farle osservare le nostre condizioni e studiare la nostra vita. Siamo un popolo che si difende, che non vuol morire, che non vuol essere assorbito, che è geloso delle proprie tradizioni e della propria lingua e dell’anima propria. Ecco la nostra grande colpa! Chè se l’usura è esercitata fra noi, non lo è mai quanto fra i greci o gli ebrei. Ci difendiamo, non vogliamo morire! Non si può condannare l’uomo che, stando per annegare, si afferra a qualsiasi cosa gli venga d’attorno. I turchi ci odiano per il loro fanatismo religioso e perchè siamo deboli e indifesi. Anche noi siamo fanatici, ma è l’unica nostra forza. Se la fede nostra morisse, saremmo perduti senza speranza.

“Sono stato ad Adana, sa; ho veduto con questi miei occhi ciò che hanno fatto quelle bestie! E il massacro fu ordinato da Abdul Hamid; tutti lo sanno, tutti lo dicono. Con tale massacro egli, che ben vedeva il torbido intorno a sè voleva provocare un intervento delle Potenze e salvare il suo trono. Ora il kaimakan di Adana, colui che eseguì gli ordini ricevuti, è in esilio a Bengasi. Un esilio strano; una vera villeggiatura. Forse sarà richiamato in servizio.

“Lei non può immaginare la fosca barbarie, la crudeltà di quella gente.

“Una povera madre (e quello che le racconto è verità nè il sentimento mi fa esagerare), una povera madre quasi soffocata dal fumo della sua casa incendiata, colta dalla disperazione si recò in braccio i suoi due piccini, una bimba di cinque anni ed un bimbo di tre e si precipitò giù per le scale, fra le fiamme. Non era appena giunta su la soglia della fornace che un soldato le spianò il fucile contro e la ferì mortalmente. Ella barcollò, ma prima di cadere fra le fiamme ebbe la presenza di spirito di lanciare lontana da sè la piccina; così non potè fare per il bimbo che morì con lei bruciato. La povera piccola ebbe l’istinto di nascondersi e si salvò. Due giorni dopo fu raccolta mezza morta di fame da un buon uomo che la portò a Smirne; ed ora è a Smirne, ricoverata in un convento.

“Potrei raccontarle mille atrocità simili. Chi non ha veduto non può supporre a quale grado di ferocia giungano quelle genti.

“Un ingegnere francese che era ad Adana per l’esportazione del tabacco si salvò perchè, per tre giorni, stette nascosto fra i sacchi della sua mercanzia.

“Il giorno che seguì la carneficina si vedevano nel quartiere turco, nelle botteghe dei macellai, attaccate ad uncini, membra di fanciulli e di donne; cuori e viscere. È la verità, signore.

“La testa di un bimbo quattrenne fu ruzzolata sui selciati come una palla, poi i cani ne fecero scempio. Fu la gioia della bestialità, un orrore indescrivibile! —

Ho visto gli occhi di lui vîvi ed ardenti inumidirsi d’improvviso. Un pianto muto gli è sceso per le gote.

— Del resto guardi, — ha ripreso, — queste sono tre fotografie di Adana che potemmo fare dieci giorni dopo i massacri. Vede come è ridotto il quartiere armeno?... Tutto una maceria fumante; non una casa è in piedi. Volevamo mettere in commercio queste fotografie a beneficio dei superstiti, ma non ci fidammo per timore di nuove persecuzioni e di nuove rappresaglie.

— Ma.... col nuovo regime?... — chiedo timidamente.

Mi guarda fisso poi scrolla il capo:

— Il nuovo regime?... Ah, signore!... Lei non conosce la Turchia!...

Segue un silenzio penoso, poi il mio compagno di viaggio mi offre le tre fotografie:

— Le tenga ma non le faccia pubblicare, per ora. Sono tuttavia inedite. Le tenga per sè, per ricordo.

Soggiunge poi che sarà ad Angora fra quattro giorni.

Il viaggio è lungo perchè le ferrovie turche dell’Asia Minore non compiono viaggi durante la notte per timore dei briganti che infestano quelle contrade.


Usciamo dal Golfo di Egina.

Ecco la profonda baia di Salamina; il nido della vittoria che respinse l’Oriente e che dette alla Grecia la possibilità di compire tutta la sua via luminosa. Alla vittoria di Salamina seguì un periodo di concentrazione e di ascesa. Il genio della razza prodigiosa ebbe tutto il suo fulgore.

Ecco la magica scena animata dall’Imetto, dalle bianche cave del Pentelico, dal Partenone.

È tutto un oro diffuso.

Pireo.

A Pireo come a Corfù ci accoglie un nugolo di gente urlante, che prende d’assalto il piroscafo.

Saluto Helena, una mia piccola compagna di viaggio, il sorriso della giovine Grecia, e scendo in una barca nella quale mi trovo stipato fra uomini e bauli.

Si discende alla dogana e ci si imbroglia nel cambio della moneta con queste drakme e mezze drakme di carta luridissima.

Pireo non ha alcuna caratteristica. È una città in via di formazione, sudicia, dalle grandi vie disselciate piene di fango.

Mi faccio condurre a Falèro, che è un luogo di bagni, sul mare.

Falèro.

Lo stridere delle cicale acuto e lacerante, un suono di campane, la tosse insistente di un tisico che dormiva nella stanza vicina alla mia mi hanno ridestato di buon’ora e sono sorto dalle pigre coltri.

Falèro era deserta, deserta la spiaggia e le piattaforme sul mare. Ho ripreso la via di Pireo per imbarcarmi alla volta di Creta.

Lungo la strada ho incontrato un breve corteo. Due preti andavano innanzi cantando, seguiva un becchino col coperchio della bara, poi quattro uomini portavano a spalla un feretro nel quale era distesa, scoperta, alla piena luce del sole una vecchia morta.

 
Hierapolis (Asia Minore). — Un fiume disseccato.
 
Bengasi.
 
Bengasi. — Nel villaggio dei neri.
 
Bengasi. — Nel villaggio dei neri.

Non mi attendevo una visione simile e ne ho avuto un invincibile brivido di orrore, proveniente non già dalla visione di un morto, che troppe volte nella mia vita randagia mi sono trovato di fronte alla morte, ma dal rito macabro, ma da quella esposizione indifferente e inesplicabile!

Vedendo l’assoluta noncuranza dei passanti, che neppure si toccavano il cappello di fronte alla maschera tragica della morte, mi sono accusato di soverchia impressionabilità. Un giorno o l’altro tutti dobbiamo essere così, — mi sono detto —; conviene abituarsi a ciò.

So che la costumanza fu imposta ai greci dai turchi quando i primi fingevano un funerale e riempivano il feretro di armi e di munizioni; ora però, nella libera Grecia, nel paese solare per eccellenza, non dovrebbe sussistere tale uso, che non ha più ragione.

Qualunque cosa si possa opporre, resta sempre il fatto che è un inutile e ripugnante spettacolo di cinismo.