MITOLOGIA LAPPONE

Dei noaide dei lapponi ossia dei loro sacerdoti e medici

I noaide avevano una parte importante nel culto pagano dei lapponi; erano uomini intendenti di magia, di arti soprannaturali e facevano la parte di sacerdoti, di indovini, di consiglieri, non che di medici. Erano gli intermediarii fra gli Dei o il mondo degli spiriti e gli uomini: potevano fare il bene ed il male. Essi erano numerosi, ma pochi avevano grande fama; alcuni furono tanto celebri, che anche al giorno d’oggi i loro nomi e le loro gesta sono consacrati nelle leggende lappone.

I noaide cadevano in una specie di sonno magnetico, durante il quale la loro anima veniva condotta da un sairro-gnolle o un sairro-jodde (un pesce o un uccello del regno dei morti) là dove ricevevano i responsi desiderati. Il Friis, quantunque ammetta che spesso quel sonno potesse essere simulato, dice che i lapponi in generale sono soggetti ad una grande nervosità osservata non solo dagli antichi, ma anche dai recenti viaggiatori, per la quale sono facilmente presi da accessi di furore improvviso, estasi, svenimento ecc., determinati da cause piccolissime, come un rumore improvviso. Questo stato è così frequente tra loro, che hanno una parola speciale per designarlo. Alcuni lapponi dicono, che quella disposizione è loro venuta dall’essere stati spaventati da giovani. Quella nervosità non è speciale dei lapponi, ma si trova in altri popoli polari nomadi e che vivono in circostanze simili. Friis racconta poi il modo col quale venivano iniziati i nuovi sacerdoti coll’aiuto dei noaide-gazze, spiriti che erano al servizio dei noaidi. I noaidi conoscevano forse alcuni rimedii per le malattie, ma ricorrevano per lo più a parole cabalistiche, oppure facevano un viaggio nel regno dei morti per dissuadere questi dal far del male al malato, essendo loro credenza, che i parenti morti mandassero ai vivi le malattie o per punizione o per desiderio di avere la loro compagnia. Alcuni noaidi potevano distinguersi per qualità speciali, e per questo aver nomi speciali. Così visse nel XVII secolo un noaide chiamato Guttavuorok (che può prendere sei forme). Questa proprietà di prender forme di animali si ritrova negli angakut dei groenlandesi, nei tadibe dei samojedi e nei schamani dei finlandesi.

Degli angakut dei groenlandesi

Gli angakut dei groenlandesi corrispondono ai noaidi dei lapponi, ed hanno con questi una grande rassomiglianza. L’autore descrive i loro ufficii, il modo col quale vengono iniziati, i loro viaggi nel mondo di sotto, attraversando prima la terra o il mare, quindi il regno dei morti, trovando poi nel suo palazzo (a guardia del quale stanno delle foche e un grosso cane) la regina dell’inferno colla quale devono lottare nel cielo (il regno delle anime) ove apprendono lo stato e la sorte dei malati, e dove possono anche prendere per questi una nuova anima, o guarirli col cucire alla loro anima l’anima di un animale (poichè i groenlandesi s’immaginano l’anima come una cosa dalla quale si possono levare e ricucire dei pezzi). Potevano anche aprire un ammalato, levarne gli intestini, lavarli e rimetterli al posto. Facevano questo in pieno giorno davanti a molta gente, e tutti, compreso l’ammalato, erano persuasi che lo facessero davvero, prova che erano abili giocolieri. Avevano come i noaidi una lingua convenzionale conosciuta da loro soli.

Dei gobdas o kobdas dei lapponi (runebom in norvegiano)

Pare che tutti i schamani dei popoli turanici abbiano adoprato nell’esercizio delle loro arti uno strumento più o meno somigliante a un tamburo. Questi tamburi avevano però forme diverse. Quelli lapponi erano composti di una cassa di legno scavato, ovale o rotondo, con incisioni per ornamento, con una pelle di renna tesa sopra. Su questa erano disegnate tutte le divinità lappone, ognuna nella parte dell’universo ove si credeva che avesse il suo regno.

Vi erano disegnati pure il sole, la luna, le stelle, gli animali selvaggi, i pesci, gli stessi lapponi e le loro abitazioni, come pure i norvegiani o cristiani e le cose che parevano loro più strane, tutto insomma quello che poteva interessare il lappone, per cui il runebom era la sua bibbia, il suo oracolo, la carta geografica del mondo che conosceva o s’immaginava. Esistono ancora pochi runebom; 70 sono stati distrutti da un incendio a Copenaga. Portavano appesi degli anelli ed altri oggetti, specie di ex-voto regalati al runebom per i responsi ricevuti.

Il runebom dei lapponi mi richiama alla mente la pipa sacra dei Payaguas, che ho illustrato nei miei viaggi e che ha lo stesso valore psichico sotto una forma molto diversa. Anche in quella pipa il povero selvaggio americano ha chiuso in piccolo spazio la natura e la fantasia, il mondo dei sensi e quello della poesia, le cose umane e le divine, quasi volesse concentrare tutte le forze naturali e soprannaturali in quello strumento con cui voleva scongiurare la malattia, quasi si studiasse di conoscere tutti gli elementi del creato per combattere le battaglie contro la morte; fantastico accozzo di puerili immagini e di sublimi aspirazioni, abbozzo grottesco d’arte, di scienza e di fantasia[35].

Il mio ottimo amico prof. Pigorini ha scoperto ultimamente un tamburo magico lappone, e lo ha acquistato per il Museo etnologico di Roma e grazie alla sua squisita cortesia, ne posso dare qui il disegno. Anche in questo vi è distinta la parte celeste dalla terrestre, e tu vedi disegnati gli Dei, il sole, la casa dei cristiani, il renne e l’orso. Nella tavola è disegnata anche la bacchetta magica, che però non è di corno di renna, ma di legno.

 
Un Tamburo Magico Lappone — Scala 10⁄100

Del coarve-vaecer e del vuorbe o vaeiko

Il primo era la bacchetta di corno di renne scolpito in forma di T, talvolta rivestita di pelle, colla quale battevano il tamburo. Il vuorbe era un anello di ottone con altri anelli minori in giro o un triangolo di osso: esso rappresentava il sole, e quando si voleva consultare il runebom si poneva quell’anello o triangolo sull’immagine del sole, che era disegnata sul mezzo del tamburo magico.

Dell’uso del runebom

Ogni volta che un lappone doveva intraprendere una cosa della menoma importanza, un viaggio, una caccia, una pesca o chiedere consiglio in caso di malattia, consultava il runebom. Pare che vi fosse uno di questi tamburi magici in ogni famiglia, come v’è una bibbia da ogni protestante. Solo nei casi più gravi si aveva ricorso all’intermediario del noaide per consultare il tamburo; altrimenti era il padre di famiglia che lo faceva. Dopo molti preparativi e gesticolazioni si poneva il vuorbe (l’anello) sul tamburo e si cominciava a battere sulla pelle colla bacchetta, finchè l’anello dopo varii salti e movimenti si fermava sopra un segno del runebom e non voleva più andar via di là. Dal luogo in cui si era fermato l’anello si deduceva la volontà degli Dei: se si trattava di viaggio e che l’anello si fermasse sul segno del mattino o della sera, ciò indicava l’ora nella quale bisognava intraprenderlo. Se si consultava per una pesca, il fermarsi dell’anello in mezzo allo scompartimento ove era segnato un lago con pesci, prediceva successo; se si fermava al margine di quello scompartimento, il dio dei pesci voleva avere una offerta per essere propizio; se non voleva andare in nessun modo da quella parte la pesca non poteva riescire. Il runebom aveva il suo posto in una divisione speciale e sacra della tenda; nessuna donna lo doveva toccare, e neppure passare per la strada sulla quale era stato portato, se non voleva esporsi a morte o a qualche grande disgrazia.

Eccovi un racconto che si trova nel manoscritto di Naerö e che vi do tradotto letteralmente:

«Il lappone Andrea Livortsen aveva un figlio unico Giovanni di anni 20, tanto malato che nessuno credeva che la potesse scampare. Il padre che era disperato adoprò tutte le runerie o arti magiche che conosceva, ma invano. Finalmente si decise di ricorrere al runebom. Egli stesso era un gran noaide, ma trattandosi di cosa che lo riguardava tanto da vicino, non gli era permesso secondo i suoi articoli di fede di consultare da sè il runebom. Perciò mandò a chiamare il fratello della sua moglie morta, che era abile quanto lui nelle arti dei noaidi. Dopo le cerimonie preliminari, il cognato pose l’anello sul runebom al suo posto, e cominciò a battere col martello. Ma vedi! L’anello va tosto sul jabmicuci-balges, la via dei morti, proprio vicino al regno dei morti. Il padre rimase costernato, tanto più quando vide che non ostante i più forti colpi della bacchetta, accompagnati da ogni sorta di scongiurazioni, non si voleva muovere da quel posto; finchè, secondo il consiglio del cognato, promise di offrire ai morti un renne femmina. Allora finalmente, tornato a battere sul runebom, l’anello si mosse, ma non andò più in là del ristbalges, la via dei cristiani, per cui il cognato battè di nuovo. Ma l’anello tornò di bel nuovo sulla via dei morti. Questa volta il padre promise un renne maschio a Mubben-aibmo (Satana), perchè suo figlio potesse rimanere in vita. L’anello si mosse, ma ritornò alla via dei cristiani, nè vi fu verso di farlo andare su quella parte del runebom ove sono le capanne dei lapponi (che sarebbe stato segno sicuro di guarigione). Il cognato battè per la terza volta con molti esorcismi, ma l’anello tornò al suo posto di prima, cioè alla via dei morti e vi rimase fisso, finchè il padre oltre alle due renni fece voto di sacrificare un cavallo al noaide del regno dei morti, affinchè egli runasse in modo tale da determinare i morti a fare andare l’anello alla capanna dei lapponi, e così il padre avesse l’assicurazione che il figlio vivrebbe. Ma questa volta venne esaudito ancora meno delle altre: l’anello rimase fisso nella via dei morti non ostante tutti i colpi, sicchè veniva predetta con certezza la morte del giovine. Il cognato rimase sbalordito, nè poteva capire come mai l’anello desse un prognostico peggiore, e gli Dei rimanessero più inesorabili, dopo aver ricevuto tante offerte. Finalmente si appigliò a questo consiglio: calò alla spiaggia e prese un sasso allungato. Dopo aver consacrato quel sasso con molti esorcismi e canti, lo appese davanti alla capanna; quindi si gettò davanti ad esso colla faccia contro terra, e gli diresse una preghiera, chiedendo poi a Mubben-aibmo (Satana) da cosa derivasse, che l’anello non voleva abbandonare la via dei morti, quantunque si fossero promessi doni tanto splendidi a lui, ai morti ed ai noaidi del regno dei morti. Egli allora udì la pietra dargli questa risposta: che le cose promesse dovevano essere offerte a lui e agli altri Dei nello stesso momento, se no il ragazzo doveva morire, a meno che vi fosse un’altra vita umana da offrire in vece della sua. Queste erano dure condizioni; perchè era impossibile al padre di essere così sollecito nel suo pagamento come lo chiedeva Satana, non avendo sotto mano nè le renne nè il cavallo promessi; e dove avrebbe trovato un uomo disposto a offrirgli la sua vita per salvare il suo figlio? Se dunque il padre voleva conservare il figlio in vita, non aveva altro mezzo che di morire egli stesso; e si risolvette volentieri a ciò. E tosto che ebbe preso questa risoluzione, colla quale dimostrava un amore più grande pel figlio che per la propria anima, il cognato battè di nuovo sul runebom dove l’anello stava ancora al suo primo posto; ma ora si rimosse e andò sulla capanna lappone, il che profetizzava vita e salute per l’ammalato. Il più strano di tutto è che il giovane cominciò tosto a star meglio, mentre il padre nel tempo stesso divenne mortalmente ammalato e che il dopo pranzo dell’indomani il figlio era completamente guarito, nello stesso momento in cui il padre con una misera morte rendeva la sua misera anima al diavolo.

«Il figlio mostrò la sua riconoscenza al padre, secondo il desiderio espresso da questi nei suoi ultimi momenti, offrendo alla sua anima un renne maschio; affinchè nel regno dei morti potesse più comodamente andare in giro là dove voleva.

«Il lappone Giovanni, al quale questo è successo cinque anni fa, e che ora serve nella mia parrocchia in Helgeland, ha raccontato questa storia, insieme ad altri lapponi e le loro mogli in mia presenza nella mia casa nel gennaio del presente anno 1723[36]

I runebom non sono tutti compagni fra loro, sebbene abbiano molta analogia. Ve ne sono di quelli ove le figure sono quasi tutte prese dalle credenze cristiane ed appartenevano probabilmente a lapponi ufficialmente cristiani, ma che di nascosto seguitavano le loro pratiche pagane. Ora è completamente sparito tra i lapponi la conoscenza del gobda (runebom) del quale non conoscono neppur più il nome. I lapponi erano rinomati presso ai loro vicini i finlandesi per le loro arti magiche.

Il gobda e il sampo

Friis dimostra come il sampo, l’arnese miracoloso celebrato in diversi canti del kalevala finlandese, che venne costruito dal finlandese Ilmarino per potere ottenere in matrimonio la figlia di Locchis, la più bella ragazza di Pohjola (Lapponia), del quale sono state date molte spiegazioni, ma nessuna sodisfacente, non era che un gobda o runebom.

DEGLI DEI LAPPONI IN GENERE E DELLA LORO DIVISIONE IN CLASSI

È completamente falsa l’opinione, che la religione dei popoli turanici fosse uno schamanismo, che cioè non credessero a potenze superiori a quelle dei loro schamani (sacerdoti). Si può assicurare invece, che non si trova nessun popolo nè nei deserti dell’Asia nè nella Tundra della Siberia, nè nelle regioni polari d’America, che non creda alla esistenza di esseri o forze superiori agli uomini. I lapponi specialmente adoravano moltissime divinità: tutto l’universo era per loro pieno di Dei e Dee e oltre agli Dei elementari, ogni bosco, monte, lago, sorgente ecc., aveva il suo halde o spirito protettore. Secondo Jessen si può ammettere, che i noaidi lapponi dividevano le loro divinità in quattro classi, che corrispondono alla distribuzione dei disegni sui runebom, cioè in

DEGLI DEI SOPRACELESTI

Pare che i lapponi non abbiano avuto alcuna idea della creazione. Gli Dei sopracelesti avrebbero abitato nella regione delle stelle e sarebbero stati un padre, che avrebbe avuto un potere superiore a tutte le altre divinità, un figlio, potere esecutivo del padre, una moglie del padre e una figlia; ma è probabile che questo concetto di divinità superiori derivasse dalle credenze cristiane.

DEI DEL CIELO E DELL’ARIA

Ibmel, che significava cielo, era anche Dio del cielo, e venne poi a significare divinità in generale. È lo stesso nome che danno adesso al Dio, che i cristiani hanno insegnato loro a conoscere.

Diermes o Tiermes o Horagales (che ha poi molti altri nomi nei diversi dialetti lapponi) era uno degli Dei più antichi e più venerati, e per questo si trova sopra tutti i runebom. Era il Dio del tuono e del baleno, e comandava ai venti, alla pioggia, alla neve, al mare, ai laghi: poteva fare il bene o il male degli uomini; farli vivere o morire. Era armato di un martello e di un arcobaleno col quale lanciava freccie. Egli proteggeva il Noaide, mentre questi era svenuto e la sua anima andava nel regno dei morti, e quando il diavolo o gli spiriti cattivi volevano impedire l’anima dal tornare nel corpo, li scacciava col suo martello. Non gli si doveva sacrificare nessun’animale femmina, nè alcuna donna doveva assaggiare la carne degli animali che gli venivano sacrificati.

Varalde olmai (uomo della terra). Lo pregavano per tutto quel che era abbondanza di pesca, di licheni per le renne, di nascite nelle mandre, di burro e di formaggio ecc., e lo pregavano anche perchè mandasse un buon raccolto di grano ai cristiani, affinchè da questi potessero far buona compra di farina, di birra, di acquavite e di tutto quello che deriva dal grano.

Bieggagales (Dio del vento). Lo pregano di calmare il vento quando questo a primavera fa morire i vitellini delle renne al momento della nascita, o quando sono in pericolo sul mare. Col mezzo del loro runebom lo legano con tre nodi: sciogliendo il primo ottengono vento discreto; sciogliendo il secondo, vento assai forte; ma se si scioglie il terzo, è inevitabile il naufragio.

Questi tre Dei, Horagales, Varalde olmai e Bieggagales erano i tre grandi Dei dei lapponi.

La nozione dei tre uomini santi, che quasi servivano d’intermediario fra i lapponi e i tre grandi Dei, pare derivata dall’adorazione cattolica dei santi.

Erano l’uomo della domenica, l’uomo del sabato e l’uomo del venerdì. Ma parrebbe che avanti di venire in contatto coi cristiani i lapponi dividessero il tempo in settimane e mesi (i nomi dei giorni sono difatti tutti derivati dal norvegese), dunque questa credenza in tre uomini santi devesi ritenere come di origine mista.

Baeivve, Manno e Nastek (Il sole, la luna e le stelle)

Pare che i lapponi siano stati grandi adoratori del sole. Era la sola divinità alla quale offrissero olocausti sopra alcune pietre sacre speciali. Friis crede, che la forma rotonda che i lapponi danno ad ogni cosa derivi pure dall’adorazione del sole. Le tende, le capanne, gli steccati per le renne, i cucchiai, i recipienti pel latte sono rotondi; perfino le scarpe anticamente erano rotonde, e non è improbabile che le madri, per l’adorazione che avevano di questa forma rotonda, che a loro pareva la più bella, cercassero di rendere rotonda per mezzo di fasciature anche la testa dei loro bambini. Un resto dell’adorazione del sole si trova ancora nell’uso di spalmare di burro le pareti della capanna, affinchè il sole lo possa struggere quando torna a farsi vedere dopo la lunga notte d’inverno. Pare che adorassero anche la luna.

La luna e le stelle. Al sole, come alla maggior parte degli Dei, davano famiglia, moglie e figli, i quali però non venivano adorati in modo speciale.

Mader-acce è un Dio che si trova solo in un runebom e del quale si hanno poche notizie; abitava in cielo, ed aveva per moglie Mader-akka e tre figlie, le quali però abitano in terra (il che va d’accordo colla idea che i lapponi hanno, che le donne sono molto inferiori agli uomini).

DEGLI DEI DELLA TERRA Le tre figlie di Mader-akka

Ecco come i noaidi spiegavano il modo nel quale nascevano gli uomini. Il figlio del Dio supremo (sopraceleste) riceveva dal padre il potere di creare l’anima e gli spiriti. Quando aveva creato un’anima, la mandava a Mader-acce. Questi prendeva l’anima nel suo stomaco (che per questo stava sempre aperto) e con essa faceva il giro del sole, attraversando tutti i suoi raggi e scendendo per l’ultimo raggio sulla terra, ove consegnava l’anima a Mader-akka sua moglie. Questa la riceveva in sè e formava intorno all’anima il primo embrione. Se doveva diventare un maschio lo mandava alla sua figlia Juksakka, dea dei maschi, se doveva esser femmina la mandava all’altra figlia Sarakka. Quella di queste due figlie che l’aveva ricevuto, lo prendeva nel suo corpo, ne determinava il sesso, e lo portava quindi alla donna che doveva metterlo al mondo. Lo stesso era degli animali. Tutto ciò si faceva tanto bene, che l’anima non poteva venire intercettata da nessuno degli spiriti maligni. Questa idea doveva venire al lappone dal suo modo di vivere, dovendo egli, popolo debole e circondato da altri più guerrieri, ricorrere sempre all’astuzia per difendersi, cercar di nascondersi, e nelle sue migrazioni far lunghi circuiti e tentare di far perder la sua traccia al nemico[37]. Gli spiriti maligni insidiavano all’anima nel suo viaggio per arrivare alla terra come gli tschudi, i kareli o altri popoli perseguitavano i lapponi sulla terra, e per questo Mader-acce la doveva nascondere nel suo stomaco, fare dei rigiri fra tutti i raggi del sole, prima di azzardarsi a scendere sulla terra e farla arrivare attraverso ad altre tre divinità alla sua madre terrestre. Sarakka era una dea molto venerata da tutti, ma specialmente dalle donne incinte. Nei primi tempi dell’introduzione del cristianesimo i lapponi introdussero il battesimo e la comunione nelle loro cerimonie pagane, trasformandoli a modo loro. Dopo che un loro bambino era stato battezzato in chiesa ed aveva ricevuto un nome cristiano, essi lo ribattezzavano nella loro casa in onore di Sarakka, dandogli un nome lappone, col quale dopo lo chiamavano sempre tra loro. Così prima di andare alla comunione in chiesa, mangiavano e bevevano in onore di quella e di altre divinità.

L’altra figlia di Mader-akka, Juks-akka, aveva essa pure influenza sui bambini, e sacrificando ad essa si poteva ottenere, che il feto destinato da Sarakka ad essere femmina potesse cambiar sesso. La terza figlia di Mader-akka, Uksakka, soggiornava presso la porta della tenda o della capanna, e sotto la sua protezione stavano i bambini dopo la nascita.

A queste tre dee era rivolta una grandissima parte nell’adorazione dei lapponi, e sono le sole delle quali rimanga ancora qualche ricordo.

Il Dio della caccia dei lapponi era Laeibolmai. Sotto la sua protezione stavano tutti gli animali selvaggi e specialmente l’orso, che fra loro come fra la maggior parte dei popoli affini, è un animale sacro.

Pare che vi fosse una Dea, forse sua moglie Barbmo-akka, che comandava a tutti gli uccelli di passo.

I lapponi credevano che nel mare, nei laghi, nei fiumi esistessero esseri soprannaturali, che proteggevano i pesci, e sacrificavano loro (per esempio gettando un po’ del loro cibo nell’acqua avanti i porti) perchè permettessero che si pescasse nel loro dominio.

Oltre agli Dei della terra soprannominati vi erano degli spiriti protettori degli oggetti, che i lapponi chiamavano Haldek, che essi dovevano pure cercare di propiziarsi. Ogni bosco, pezzo di terreno, rupe, cascata, fonte, ruscello, lago, insenatura del mare aveva il suo Haldde. Quando un lappone, per es., voleva costruire la sua capanna, doveva con una offerta rendersi propizio l’Haldde del luogo. Quando il lappone abitava solo in mezzo al deserto, era pure circondato da una schiera di spiriti, coi quali i suoi pensieri e la sua fantasia erano continuamente occupati. Questa credenza negli spiriti protettori esiste ancora tra essi, e gli Haldek prendono ancora una grandissima parte nei loro racconti.

È generale la credenza tra i lapponi, che i bambini che, nelle nascite clandestine vengono uccisi dalla madre, errano per i boschi e le terre per molto tempo in cerca della loro madre, piangendo e lamentandosi. Se alcuno li sente deve dare loro un nome, se no quelle anime non battezzate non possono trovar pace. Questa superstizione forse ha spesso impedito l’infanticidio in mezzo a quelle lande deserte dove sarebbe tanto facile celarlo. Laestadius racconta, che si è trovato qualche bambino ucciso colla lingua tagliata, affinchè non seguitasse a perseguitar la madre coi suoi lamenti dopo morto.

DEI DEGLI INFERNI

La sola divinità dell’inferno che pare realmente lappone era Jabmi-akko, la vecchia dei morti, che regnava sui morti. La nozione del Rota, che abitava giù basso nella terra, ma veniva su per fare il male degli uomini e degli animali, pare venuta dopo che ebbero conoscenza del diavolo dei cristiani. I noaidi avevano il potere di legarlo o scioglierlo. Ad esso si sacrificava un cavallo, che si seppelliva intero in terra, affinchè Rota potesse, quando faceva del male sulla terra, ritornare su di esso a Rota-aibmo, la sua dimora sotterranea.

I lapponi credevano anche a diversi altri spiriti cattivi, segnatamente Fudno, che giù abitavano nella terra.

Il nome, che in oggi adoprano per designare il diavolo, è Bergalak di origine incerta.

Un altro essere molto cattivo, che i noaidi adopravano per far male agli uomini e agli animali, era un insetto chiamato dagli autori norvegesi Ganflue (mosca magica), che si trova disegnata sopra quasi ogni runebom. Solamente i noaidi più potenti avevano a loro disposizione di queste ganflue, che essi facevano escir fuori dal becco di un uccello magico. Erano tanto velenose, che gli stessi noaidi non le potevano toccare altrochè con dei guanti; le conservavano in scatole, dalle quali le lasciavano volar via una alla volta, quando volevano far danno a qualcuno; compiuta la sua missione, la mosca tornava al suo padrone. Queste ganflue si ereditavano e si prestavano da un noaide ad un altro. Specialmente le eruzioni cutanee, i gonfi e tumori, lo sputare sangue, erano prodotti da queste mosche[38].

Alcuni noaidi avevano anche una bacchetta magica (gandstar), colla quale potevano fare il male; altri sapevano costruire dei tyre, palla leggera che lanciata sopra un uomo o un animale, che si voleva offendere, produceva lo stesso effetto della mosca ganica. Il finskud (tiro finno) era un altro modo, col quale il noaide sapeva nuocere al prossimo. Esso faceva un’immagine della persona colla quale era in collera, e quindi tirava una freccia contro questa immagine nella parte del corpo che voleva render malata. L’arco col quale tirava era piccolo e di corno di renna; le freccie di due specie, appuntate o no secondo il genere di male che voleva infliggere[39].

Pare certo che i lapponi, anche prima di avere avuto sentore delle credenze cristiane, credessero all’immortalità dell’anima e al rinnovamento del corpo per gli uomini, non solo, ma anche alla continuazione dell’esistenza degli animali. Essi credevano pure ad una ricompensa ed una punizione dopo morte, ma forse questo è dovuto a infiltrazione d’idee cristiane. Saivvo era la dimora delle anime beate. Era sotto la terra a piccola profondità, i lapponi vi vivevano come sulla terra, ma più ricchi, più felici, insieme a tutti gli animali che vi sono sulla terra.

Vi erano molti Saivvo, in ognuno dei quali abitavano pochi lapponi, e andavano dall’uno all’altro come sulla terra con renne e cavalli.

Gli abitanti del Saivvo potevano mostrarsi agli uomini sulla terra, come i noaidi potevano fare una visita al Saivvo. I parenti morti, che erano nel Saivvo, erano in qualche modo gli spiriti tutelari di quelli vivi. Ogni lappone aveva diversi di questi spiriti del Saivvo a sua disposizione e più ne aveva, più era rispettato. Questi Saivvo si ereditavano, non solo, ma anche si vendevano e compravano. Un padre morendo, lasciava i migliori e più potenti Saivvo al figlio prediletto. Un matrimonio si considerava come felice, quando gli sposi tra loro portavano in corredo molti Saivvo o potevano sperarne molti in eredità. I Saivvo non prestavano i loro servigi gratuitamente, ma dovevano ricevere in ricompensa dei doni.

Fra gli animali del Saivvo tre specialmente erano al servizio degli uomini e dei noaidi ed erano i Saivvo-loddek (uccello), Saivvo-gnolle (pesce o verme), Saivvo-sarvvak (renne maschio).

Saivvo-lodde

Questi uccelli potevano essere di specie, grandezze e colori diversi. Invocati con canti magici mostravano al lappone la via nelle marcie, gli portavano notizie de’ luoghi lontani, lo aiutavano a stare a guardia delle sue mandre ed altre proprietà, a ritrovare oggetti perduti ecc.

Il sentire cantare certi uccelli, mentre erano ancora a digiuno, era segno di disgrazia per i lapponi: per questo si dice che alcuni usino la precauzione di tenersi sotto la testa sul loro giacile un pezzetto di pane per mangiarlo appena svegliati e non essere colti in fallo dall’uccello di cattivo augurio.

Saivvo-gnolle

I Saivvo-gnolle erano diversi per grandezza, nome e colore, e si trovano disegnati con forme diverse sui runebom. Solamente i noaidi ne avevano al loro servizio e li avevano tanto più lunghi, quanto più erano esperti nelle arti magiche. Se ne servivano per nuocere ai loro nemici, o per scendere sul loro dorso nel Jabmi-aibmo (regno dei morti).

Si trovano ancora delle superstizioni, che sembrano resti della credenza nel Saivvo-gnolle. Alcune parti dei serpenti sono ancora adoprate come medicina dai lapponi. Un pezzetto infuso nell’acquavite agisce come elisir d’amore.

Quando andavano alla pesca in certi laghi dalle acque chiare (dei quali dicevano che avevano un doppio fondo) osservavano una quantità di prescrizioni superstiziose, come di escire dalla porta di dietro della capanna, di non aver con sè alcuna donna ecc.

Saivvo-sarvvak

Le renne maschie del Saivvo erano al servizio di pochi noaidi; essi le facevano combattere fra loro e il proprietario della renna che rimaneva ferita ammalava o moriva.

Jabmi-aibmo

Era la dimora dell’oscurità, della peste, del pianto. Qui andavano i cattivi, i ladri, i bestemmiatori, i violenti; questi erano i soli difetti che per essi costituivano un peccato. Nel Jabmi-aibmo regnavano Rota, la sua moglie Jabmi-akko (la madre dei morti che porta le malattie con sè) e Fudno. Ogni malattia veniva dalla dimora di Rota (Rota-aibmo) e proveniva da parenti morti, che vi abitavano; per guarire bisognava sacrificar loro, o mandare un noaide a cercar di placarli. Per guarire un bambino lo si ribattezzava, sicchè dal numero dei nomi di un lappone si poteva dire quante volte era stato ammalato da bambino. Il viaggio dei noaidi al Jabmi-aibmo non era sempre e unicamente per guarire un ammalato; qualche volta lo intraprendevano per ottenere, che qualche antenato o parente morto tornasse sulla terra per stare a guardia delle renne.

Quando un noaide doveva intraprendere un viaggio nel Jabmi-aibmo, radunava il maggior numero di uomini e di donne che poteva. Fra questi, due donne dovevano essere in abiti di festa con cuffie di tela sulla testa, ma senza cintura intorno alla vita. Queste donne, durante questo ufficio, si chiamavano Sarak. Uno degli uomini presenti doveva pure sciogliere la cintura e levarsi il berretto, ed a questo si dava il nome di Maerro-oaivve. Quando tutto era pronto, il noaide impugnava il runebom e cominciava a batter sopra e a cantare dei canti magici a squarciagola. Tutti i presenti si univano ad esso con un forte e continuo jouigen (canto magico). Quindi il noaide cominciava ad evocare i suoi Saivvo-gazzek, le anime del Saivvo che lo dovevano aiutare. Prima evocava il Saivvo-lodde (l’uccello) gridando: Haette dal gocco du matkai! (Ora ti devi mettere in via!). Quando questi era arrivato, visibile naturalmente per lui solo, gli ordinava di condurgli altri Saivvo-gazzek e primo di tutti Saivvo-gnolle, il pesce o il serpente. Quando erano arrivati tutti, il noaide levava il suo berretto, scioglieva la sua cintura e i legacci delle scarpe, si metteva le mani davanti al viso, cadeva in ginocchio e dondolandosi col corpo avanti e indietro, col runebom in mano, cominciava e correre in giro sui ginocchi con straordinaria rapidità e gesticolazioni strane. Di quando in quando gridava: Valmasteket haerge, saccaleket vodnos! Si attacchi la renna, si metta il battello nell’acqua! Prendeva colle mani e gettava in aria dei tizzoni di fuoco, mostrando che il fuoco non lo bruciava, beveva acquavite, si picchiava sul ginocchio con un’ascia, minacciando colla stessa dietro di sè, e portandola tre volte in giro alle Sarak. Finalmente tutto quell’eccitamento combinato col digiuno che aveva osservato per tutto il giorno avanti, agiva in tal modo sul suo corpo che cadeva come morto, in modo tale che «non si poteva udire nè vita nè anima in lui.» In quello stato rimaneva un’ora. In quel tempo nessuno lo doveva toccare; non dovevasi neanche lasciarsi accostare una mosca. Durante questo svenimento, la sua anima viaggiava sul Saivvo-gnolle verso il Saivvo e il Jaibmi-aibmo sotto la protezione di Noragales e del suo cane. Mentre la sua anima era assente, le Sarak discorrevano tra loro a voce bassa, cercando d’indovinare verso qual Saivvo potesse essere andata. Quando nel nominare i diversi Saivvo (dei quali, come abbiamo visto, ve n’eran molti con un nome speciale per ognuno) arrivavano a nominare quello nel quale era andato lo spirito del noaide, questi cominciava a muovere un poco la mano o il piede. Allora le Sarak seguitavano a discorrer tra loro, giuocando ad indovinare cosa faceva e come gli andava, ed il noaide cominciava a ripetere quello che sentiva dire dai morti e quello che contrattava con essi nel mondo invisibile, o a rendere oracoli, che si riferivano al da farsi nel caso presente.

Qualche volta il noaide doveva sostenere dura lotta nel regno dei morti col Jabmek, che non voleva lasciar partire il morto che voleva avere per guardiano delle mandre, o che voleva assolutamente che il parente ammalato lo venisse tosto a raggiungere; in quei casi il Saivvo-gnolle aiutava fedelmente il noaide nella lotta.

Basek dei lapponi, luoghi sacri, luoghi di adorazione e di sacrifizi

La fantasia dei lapponi colpita da qualche pietra o rupe di forma strana lo attribuiva all’azione dei suoi Dei e i luoghi dove si trovavano questi monumenti naturali, che chiamavano Basse, erano i loro luoghi sacri, dove adoravano e sacrificavano, in piena aria, quello che è la chiesa o il tempio per altri popoli più civili, che hanno accomodato le cose più comodamente per sè e per i loro Dei. Consideravano pure come Basse alcuni luoghi ove cascata o un ghiacciaio rendeva loro difficile il transitare colle renne, o luoghi ove era successa qualche disgrazia o dove avevano avuta grande sfortuna alla pesca o alla caccia. Colà sacrificavano a quel Dio, che pareva loro esserne stato causa. Potevano esser luoghi sacri anche quelli ove il lappone era stato fortunato; si chiamavano allora Basse-varre e lì si sacrificava parte della preda; ancora oggi molti luoghi hanno conservato il nome di Basse. Questi Basek potevano essere più o meno conosciuti: potevano essere il luogo sacro di una sola famiglia o di un distretto intero. (Ancora 20 anni fa si sa di un lappone che aveva il suo idolo e vi faceva sacrifizi). Il rispetto dei lapponi per i loro Basek era molto grande; non costruivano le loro capanne troppo vicine per non disturbare il Dio col pianto dei bambini, non vi passavano davanti senza fermarsi e si avvicinavano sempre con tutti i segni della riverenza, genuflessioni ecc.

I Sieide, idoli

In questi Basek stavano gli idoli dei lapponi, che potevano essere di pietra o di legno. Questi idoli rappresentavano la divinità; forse anche qualche lappone credeva che vi risiedesse dentro, ma tutto fa credere che non fossero veri idolatri. Questi Sieide o idoli non erano fatti ad arte: erano o le roccie di forma speciale che si trovavano nei Basek o pietre di forma strana trovate sopra una spiaggia e portate nel luogo sacro ove simboleggiavano le loro divinità. Ve ne erano per il solito diverse in uno stesso luogo. Intorno ad ognuna si costruiva un muro di pietre e sopra uno steccato di legno per proteggere gli oggetti sacrificati. In vicinanza dell’idolo costruivano una specie di trespolo per deporvi le offerte. Si trovano ancora resti di questi muri di cinta in molti punti in Finmarkia, ma gli idoli sono spariti, distrutti o gettati via dai missionarii e dai lapponi stessi. Solamente alcuni dei più grandi di questi idoli foggiati dalla natura e troppo grandi per essere rovesciati o portati via esistono ancora. Gli idoli di pietra fatti dagli stessi Dei erano tenuti in molto maggior conto di quelli di legno fatti dall’uomo.

Tutte le corna delle renne ammazzate venivano portate in dono agli Dei. Si disponevano in cerchio come uno steccato intorno all’idolo; ancora pochi anni fa si trovavano ancora di questi ammassi di corna (spariti in oggi che le corna sono diventate articolo di commercio).

Gli idoli di legno erano fatti colla base del tronco o più spesso colla radice della betula; la radice formava la testa, e colla base del tronco foggiavano il corpo e le membra; erano alti circa un braccio e mezzo o due, larghi uno; avevano la forma che alla stessa divinità davano sul runebom. Questi idoli si tenevano per il solito nei boschi ove erano costruiti dei grandi trespoli. L’idolo si metteva sopra questo o accanto ad esso, le offerte sempre sopra. La massa di legno in questi altari era qualche volta ingente.

Il missionario Kildal bruciò in Ofoten in 14 giorni 40 di questi altari con tutti gli idoli e le ossa degli animali sacrificati. Questi sopra qualche altare si trovavano in così gran quantità, che non si sarebbero potuti portar via (non compreso l’altare) con cinque o sei cavalli.

Dei sacrifizi

Quantunque i lapponi sacrificassero in qualunque epoca, vi erano certe stagioni in cui facevano dei grandi sacrifizi. Questo era verso l’autunno, alla fine di settembre, quando essi sogliono macellare il maggior numero di animali per mangiarli subito e per conservare la carne seccata per la primavera quando non è buona la carne. Probabilmente nel dicembre vi era un gran sacrifizio, perchè quel mese si chiama in lappone Bassemanno, mese dell’arrosto. Per sacrificare, il lappone chiamava un noaide, che conosceva tutte le cerimonie che si dovevano fare. Questi si purificava con digiuno e abluzioni dell’intiero corpo. Nei casi gravi, come di malattia mortale, poteva darsi che si dovesse sacrificare tutto l’animale intiero e intatto; allora non vi era banchetto. Ma in ogni altro caso si invitavano tanti ospiti quanti ce ne voleva per mangiare tutta la carne dell’animale sacrificato. Con abiti speciali in dosso e una corona di foglie e fiori in testa, il noaide si apprestava al sacrifizio, chiedendo per mezzo del runebom a quale Dio doveva sacrificare. Se era un renne l’animale destinato si sceglieva senza difetti: messogli un filo di colore diverso, secondo la divinità cui si dedicava, in un orecchio, una corona in capo, tutta la compagnia andava al Basse, dove erano le immagini degli Dei, avendo cura, prima di lasciar la capanna, che fossero legati tutti i cani. A nessuna donna era concesso di aver che fare coi sacrifizi fatti dagli uomini. Le donne non dovevano neppure avvicinarsi al luogo sacro, nè attraversare il sentiero seguìto dagli uomini e neppur guardare in quella direzione. (Le donne però potevano fare sacrifizi minori in casa alle Dee).

Giunti al Basse, il noaide immergeva il coltello nel cuore della vittima, che cadeva morta dopo pochi minuti. Tutti insieme levavano la pelle. Levati gli intestini, veniva raccolto un po’ di sangue in un recipiente particolare ed il noaide divideva l’animale alle giunture senza rompere nessun osso: quindi levava il naso, gli occhi, gli orecchi, il cuore, il polmone ed un po’ della carne di ogni membro e quel che più di tutto importava, gli organi genitali, se era un maschio e metteva tuttociò da parte come olocausto. Il resto si metteva in una pentola. Pregato in ginocchio il Dio di accettare il sacrifizio e di esser propizio, tutti mangiavano la carne, dopo di che pregavano di nuovo. Radunate le ossa e rimesse in posizione si gettava sopra il sangue, ed il noaide a capo scoperto, strisciando sui ginocchi, andava ad offrirle all’immagine del Dio. L’idolo stesso si spalmava col sangue e gli occhi col grasso della vittima.

Varianti nel modo di sacrificare ai diversi Dei e sulla scelta e sesso degli animali

Le donne sacrificavano quotidianamente alle Dee segnatamente a Sarakka, che riceveva un pochino di tutti i pasti. Quando abbandonavano un luogo, versavano un po’ della zuppa di latte in terra per ringraziare di esser stati bene in quel luogo.

I lapponi facevano offerte anche ai morti. Spesso immolavano la renna, colla quale il cadavere era stato portato alla tomba, e ne seppellivano le ossa. Quando passavano dinanzi alla tomba d’un parente od amico suolevano gettarvi sopra un pezzetto di tabacco o di qualche altra cosa che potesse piacere al morto: nella bara mettevano diversi oggetti, come arco, freccie, ascie, gli oggetti per accendere il fuoco, un po’ di cibo; forbici, aghi ecc. se era donna. Nella Lapponia russa, Friis ha visto mettere sulla tomba, anche al giorno d’oggi, diversi arnesi come ascia, coltello ecc.

Al Dio Rota offrivasi qualche volta anche un cavallo.

Quando era stato promesso a un Dio un animale, bisognava che tutte le ossa fossero conservate con cura e portate all’idolo o seppellite: se un cane rubava uno di questi ossi, lo si uccideva e si sostituiva uno dei suoi ossi a quello involato.

Cerimonie per la caccia dell’orso

L’orso era per i lapponi un animale sacro, che stava sotto la protezione di Laeibolmai (Dio della caccia).

Quando si accingevano a questa caccia, i lapponi non parlavano mai dell’orso col suo nome (guofca) ma gli davano diversi epiteti come: animale santo, nonno del monte, rospo del monte ecc. Le diverse parti del suo corpo e tutto quello che si riferiva a tale caccia si esprimeva con un linguaggio mistico speciale, inintelligibile per altri.

Le cerimonie, che cominciavano prima della partenza, seguitavano poi per tutto il tempo della caccia, nella quale si portava anche un runebom. Le donne non dovevano guardare l’orso ucciso che attraverso un anello di ottone. Nelle tre notti, che tenevano dietro alla caccia fortunata, gli uomini non dovevano dormire colle mogli. Mangiavano la carne cotta in modo speciale, senza sale; alle donne si dava solo la parte inferiore e dovevano mangiare il primo boccone attraverso un anello d’ottone. Tutti i cacciatori dovevano poi purificarsi. Le ossa si serbavano tutte e si mettevano in ordine in una fossa nel luogo ove era stato cotto, insieme agli organi genitali. La pelle era distesa sopra alcuni rami e le donne erano condotte davanti cogli occhi bendati; allora si dava loro in mano un arco o un bastone e dovevano cercare di colpire la pelle; e solo quando una di esse era riescita a colpire (sarà il suo marito che ucciderà il prossimo orso) nel segno, erano tutte sbendate e potevano per la prima volta guardare la pelle. Così si compievano le cerimonie della caccia dell’orso.