III. LA LOTTA PER L’EQUILIBRIO

Questi cinque saggi furono, sotto altro titolo e nello stesso ordine, pubblicati il 28 febbraio, il 7, il 14, il 21, il 28 marzo 1915 nell’edizione domenicale del New York American, e di parecchi altri giornali dell’America del Nord. Il testo italiano fu pubblicato nei giorni medesimi dal Progresso italo-americano, che è il maggiore giornale italiano di Nuova York.

I. IL BELGIO, CHIAVE DEL MONDO

L’invasione del Belgio ha offeso il mondo, come una prepotenza e una perfidia che capovolgeva dalle fondamenta l’ordine morale dei tempi nostri. Ma poichè il popolo tedesco grida e il Governo lascia intendere di voler conservare per sempre con la forza quel che ha conquistato con la perfidia, è opportuno considerare quali effetti politici ed economici genererebbe in Europa la incorporazione del Belgio alla Germania. Non solo la Fede e l’Onore andrebbero in esilio per secoli dal vecchio mondo; ma l’equilibrio delle forze sarebbe talmente alterato, che la Germania diverrebbe arbitra oggi dell’Europa e forse domani del mondo. Il Belgio è in questo momento la chiave del mondo: onde si spiega come la Germania, nel primo tumulto che seguì lo scoppio della guerra europea, se ne sia prontamente impadronita, gridando che necessità non ha legge e che i trattati son pezzi di carta.

Sembrerà a molti singolare che una così piccola conquista possa aver tanto effetto. Il Belgio è uno staterello, che si estende sopra una superficie alquanto minore di 30.000 chilometri quadrati; e i dipartimenti della Francia invasi sono anche meno estesi del Belgio. Come mai tanta poca terra, aggiunta al vasto Impero germanico, basterebbe ad alterare così profondamente l’equilibrio delle forze in Europa? Ma gli uomini di Stato non possono misurare i paesi come i geografi, a braccia. Occorre in primo luogo considerare che il Belgio è il paese più popoloso dell’Europa. Il censimento contò, nel 1911, in cifre tonde, sette milioni e mezzo di abitanti, circa 250 per ogni chilometro quadrato. Chiudendo questi sette milioni e mezzo di uomini, e quelli che abitano i dipartimenti invasi della Francia nella nuova cerchia delle sue frontiere ampliate, l’Impero germanico potrebbe presto contare 80 milioni di abitanti: sarebbe dunque una nazione, doppia per numero della Francia e dell’Inghilterra, minore in Europa solo della Russia e di poco minore degli Stati Uniti d’America. Ma non basta. Il Belgio è così popoloso, perchè è ricco; ed è ricco, perchè è industrioso; ed è industrioso, perchè possiede molte miniere di carbone. Nel 1912 furono scavati dalle miniere del Belgio quasi 23 milioni di tonnellate di carbone.

Se si pensa che nella Lorena francese, e precisamente nel territorio di Briey, oggi occupato dai tedeschi, è posto il più vasto e ricco giacimento di ferro di tutta l’Europa; che il Lussemburgo pure è ricchissimo di ferro; che nei territori francesi contigui al Belgio e anch’essi occupati, la Francia possiede le sue più ricche miniere di carbone, alcune delle quali sono tra le più ricche del mondo, il conchiudere è facile. La Germania è oggi il paese dell’Europa continentale più ricco di carbon fossile, grazie agli immensi bacini carboniferi della Lorena e della Vestfalia. La Germania ha ricche miniere di ferro, sebbene non tante che bastino ad alimentare i suoi alti forni. Se dunque la Germania riuscisse ad impadronirsi del Belgio e del Lussemburgo, e ad arrotondare un poco i suoi confini a danno della Francia, si impadronirebbe di quasi tutte le miniere di carbon fossile e di ferro dell’Europa, eccezione fatta della Russia; e relegherebbe anche Vulcano, dopo aver tentato di catturare Minerva, nell’Olimpo germanico, in compagnia di Odino e degli altri Dei che guidarono i Cimbri e i Teutoni nelle loro invasioni. La siderurgia non sarebbe più in Europa che un’industria tedesca. Ma noi viviamo — chi non lo sa, sebbene quanti lo ricordano? — nel secolo del ferro e del fuoco. Il ferro è ormai, nell’affaccendato disordine di questo secolo che vuole ma non sa definire il progresso, il metallo principe della pace e della guerra; e l’arte del fabbro è il tirocinio di tutte le vaste ambizioni d’impero; perchè di ferro sono fatte quasi tutte le macchine, in cui e per le quali la nostra potenza si esercita e si allarga sul mondo. Quel piccolo territorio varrebbe dunque, per la Germania, se riuscisse a impadronirsene, quanto e più di un vasto impero in Africa e in Asia.

I tedeschi del resto l’avevano capito da un pezzo. Negli ultimi quaranta anni, tra gli spensierati ammiratori della Germania, delle sue vittorie, della sua scienza, della sua musica e della sua filosofia, che pullularono in Italia, pochi si sono accorti che quel popolo, devoto un tempo alle Muse, si era messo in capo di diventare il primo fabbro d’Europa, aspettando di essere il primo del mondo; e tra i pochi che se ne accorsero nessuno, forse, si è mai chiesto per qual ragione questo impero di Marte e di Apollo si fosse consacrato con tanto fervore a Vulcano e ambisse di primeggiare nel ferro. Ambizione che poteva essere giudicata ridicola cinquanta anni fa, quando si pensi che nel 1860 l’ordine delle nazioni, nell’industria del ferro, era il seguente:

Gran Bretagna 3.500.000 tonnellate
Francia 1.000.000 »
Stati Uniti d’America 800.000 »
Germania 700.000 »
Belgio 300.000 »
Austria-Ungheria 250.000 »
Russia 200.000 »

Senonchè nel 1870 l’ordine è già un po’ alterato. La Germania ha fatto un piccolo passo avanti e ha sorpassata la Francia, sebbene la metallurgia inglese sia ancora quattro volte più potente della tedesca.

Gran Bretagna 6.050.000 tonnellate
Stati Uniti d’America 1.700.000 »
Germania 1.400.000 »
Francia 1.200.000 »
Belgio 630.000 »
Austria-Ungheria 350.000 »
Russia 300.000 »

Dieci anni dopo, nel 1880, l’ordine non è mutato. La Germania è ancora al terzo posto, l’Inghilterra al primo, gli Stati Uniti al secondo. Ma la Germania ha raddoppiato il passo, mentre l’Inghilterra non l’ha allungato che di un terzo.

Gran Bretagna 7.800.000 tonnellate
Stati Uniti 4.000.000 »
Germania 2.800.000 »
Francia 1.700.000 »
Belgio 700.000 »
Austria-Ungheria 470.000 »
Russia 450.000 »

Tuttavia la distanza è ancora assai grande. Ma la Germania non si scoraggia. Nel 1890 gli Stati Uniti hanno conquistato il primato, fucinando più di 9 milioni di tonnellate di ferro; la Gran Bretagna si mantiene sugli 8 milioni; la Germania sale a 4 milioni e mezzo; la Francia a 2 milioni; il Belgio a 800.000. La Germania accelera il passo, e l’Inghilterra lo rallenta. Dieci anni dopo, nel 1900, al chiudersi del gran secolo che aveva visto il trionfo di Vulcano sugli antichi Dei dell’Olimpo, gli Stati Uniti fucinarono nientemeno che 14.000.000 di tonnellate; e la Germania 8.500.000. La Germania ha dunque quasi raggiunta la Gran Bretagna, che in quell’anno fabbricò 9.000.000 di tonnellate di ferro. Nell’anno stesso la Russia può vantare che 3 milioni di tonnellate sono uscite dai suoi forni; 300.000 più che dai forni della Francia, la quale ha un po’ sonnecchiato in quel decennio. Il Belgio infine ha fabbricato un milione di tonnellate.

Ma il primo decennio del secolo ventesimo vede finalmente l’ambizione della Germania appagata. Nel 1910 la Germania ha sorpassata l’Inghilterra; è la seconda potenza siderurgica del mondo, la prima d’Europa.

Stati Uniti 27.700.000 tonnellate
Germania 14.800.000 »
Gran Bretagna 10.200.000 »
Francia 4.000.000 »
Russia 3.000.000 »
Austria-Ungheria 2.100.000 »
Belgio 1.800.000 »

Nè dopo questo immane sforzo, Vulcano ha cessato di stancare la terra tedesca con i colpi del suo martello. La Germania ha fucinato nel 1913 quasi 17 milioni di tonnellate di ferro; il Belgio 2.760.000; e la Francia, che da qualche anno cerca di ricuperare il tempo perduto, più di 5 milioni. Ma se si pensa che le miniere di carbone e di ferro più ricche e le ferriere più vaste della Francia sono poste in quelle regioni che ora gli eserciti germanici occupano, è facile capire che, incorporata alla siderurgia tedesca la siderurgia belga e la parte più potente della siderurgia francese, resterebbero nel mondo tre popoli fabbricatori di ferro: gli americani di là dell’Atlantico; i tedeschi nel cuore d’Europa continentale; gli inglesi nella piccola isola che un breve braccio di mare separa dalla costa europea. L’industria americana primeggerebbe ancora; ma la tedesca la seguirebbe alle calcagna; e in mezzo a queste industrie così potenti la metallurgia inglese apparirebbe come una piccola casa serrata e quasi schiacciata tra due giganteschi edifici.

Le conseguenze, chi non le vede già fin d’ora? Chi non vede che la potenza tedesca traboccherebbe irrefrenata sull’Europa e sul mondo? Questo impero consacrato a Marte e a Vulcano, popolato da ottanta milioni di uomini, e posto nel cuore dell’Europa, dominerebbe il vecchio mondo con l’oro e con il ferro. Dipenderebbero da quello in tutta l’Europa continentale tutte le industrie che adoperano il ferro come materia greggia precipua: e cioè tutte le industrie meccaniche, dalle quali dipendono più o meno tutte le altre industrie, fuorchè certe industrie chimiche. La marina mercantile francese e l’italiana scomparirebbero quasi dai mari, e giganteggerebbe in loro vece, di fronte all’inglese, sola la marina tedesca. Sola tra le nazioni dell’Europa continentale la Germania potrebbe ancora costruire ferrovie nei paesi nuovi. Infine l’Impero tedesco minaccerebbe, dal mezzo, come un gran campo trincerato, l’Europa tutta, presente e pronto all’offesa verso ogni angolo dell’orizzonte. Accresciuta di uomini e di ricchezza, signora delle più ricche miniere di carbone e di ferro, arbitra della siderurgia e delle industrie meccaniche nel continente, quanti corpi d’esercito potrebbe armare la Germania? E non avrebbe allora tutti i mezzi — gli uomini, i denari, i porti — per apparecchiarsi a strappare all’Inghilterra il tridente dei mari? L’Inghilterra sarà ricca e forte, quanto si vuole: ma conta poco più di 40 milioni di abitanti, e dovrebbe affrontare un Impero di 80 milioni!

Al punto a cui siamo giunti della storia, in questo secolo del ferro e del fuoco, il Belgio è oggi la chiave dell’Europa e quindi anche del mondo. Se il Belgio cadesse in potere della Germania, la Germania sarebbe domani arbitra dell’Europa e dopodomani, forse, del mondo. Non poteva quindi esser dubbio che l’invasione del Belgio sarebbe il principio della più terribile guerra che il mondo avesse vista; perchè in quella guerra o la Francia e l’Inghilterra insieme o la Germania dovranno procombere in una immane rovina. La Germania non potrà tenere il Belgio, che se giungerà con le sue armi non a Parigi ma addirittura a Lione, e a Londra: la Francia e l’Inghilterra non potranno per il Belgio venire a patti o a trattati e dovranno scacciare la Germania dal piccolo Regno conquistato a tradimento, a qualunque costo, anche se fiumi di sangue dovessero scorrere. La battaglia decisiva della guerra europea si combatterà nel Belgio ed in Francia; anzi già si combatte, e fin dai primi giorni di settembre; poichè gli innumerevoli combattimenti parziali presso le trincee che hanno seguìto la grande battaglia campale della Marna non sono che una sola battaglia, la più lunga, la più ostinata, la più micidiale che la storia ricordi; la nuova Waterloo, che dopo un secolo si ritorna a combattere, negli stessi luoghi, ma sopra un campo di battaglia più vasto, e che deve decidere se nel cuore dell’Europa si formerà o no un immenso Impero germanico, soverchiante tutti gli altri Stati del continente e così forte ormai da poter ambire una specie di egemonia mondiale.

Sembra dunque che non senza ragione anche quelle nazioni, le quali sino allo scoppiar della guerra europea erano state amiche della Germania e inclini ad ammirarla, come l’Italia, si siano poi a poco a poco discostate da lei. Ma la annessione del piccolo Belgio soltanto e l’arrotondamento della frontiera tedesca a spese della Francia non sarebbero i soli effetti di una vittoria tedesca. Se la Germania, alleata dell’Austria e della Turchia, vincesse a segno da poter imporre agli avversari la volontà sua, non sarebbe paga del Belgio e di qualche brano di territorio francese; vorrebbe allargarsi anche a spese della Russia; e con essa si allargherebbe anche l’Austria, a danno sia della Russia sia della Serbia. Ma un così grande trionfo accrescerebbe l’autorità della Germania nel mondo. La Germania sarebbe ammirata come il modello in ogni cosa, anche più che non fosse prima della guerra europea. Chi oserebbe ancora pensare che tutto non sia perfetto, in una nazione che, sia pure alleata con l’Austria e la Turchia, avesse vinta la Francia, l’Inghilterra, la Russia, il Belgio, la Serbia e il Giappone? Vedremo perciò nel saggio seguente quali altri effetti sarebbero da aspettarsi da una vittoria della Germania.

II. L’EQUILIBRIO MORALE DELL’EUROPA

Il rapporto segreto dello Stato Maggiore all’Imperatore di Germania, del 19 marzo 1913, che il Governo francese potè procurarsi e di cui ha pubblicato la traduzione nel Libro Giallo, finisce con queste parole:

«Tels sont les devoirs qui incombent à notre armée, et qui exigent un effectif élevé. Si l’ennemi nous attaque, ou si nous voulons le dompter, nous ferons comme nos frères d’il y a cents ans; l’aigle provoquée prendra son vol, saisira l’ennemi dans ses serres acérées, et le rendra inoffensif. Nous nous souviendrons alors que les provinces de l’ancien Empire allemand: Comté de Bourgogne et une belle part de la Lorraine sont encore aux mains des Francs; que des milliers de frères allemands des provinces baltiques gémissent sous le joug slave. C’est une question nationale de rendre à l’Allemagne ce qu’elle a autrefois possédé».

Se dunque la Germania vincesse la Russia, annetterebbe all’Impero germanico le provincie baltiche che oggi appartengono all’Impero moscovita. Ma se la Germania vincesse, vincerebbe anche l’Austria-Ungheria, che farebbe sua certamente la Serbia. E chi potrebbe poi dubitare che l’Austria-Ungheria e la Germania serrerebbero ancor più, dopo la vittoria, i nodi della alleanza, per godersi in pace le sanguinose conquiste? Ma chi guardi una carta geografica, scorge alla prima occhiata che l’Europa sarebbe allora come tagliata per mezzo da due immensi imperi germanici, i quali, contigui e alleati, farebbero come un gran ponte tedesco dal Baltico all’Adriatico, aspettando di prolungarsi fino all’Egeo. Posti nel cuore dell’Europa e quindi in una posizione centrale, contigui, popolati, tutti e due insieme, forse da 140 milioni di uomini, accresciuti di prestigio, formidabili per armi sulla terra e sul mare, padroni del carbone e del ferro, dominanti le vie del nord e del sud, di oriente e di ponente, i due Imperi alleati potrebbero non solo imporsi agli slavi e ai latini, che popolano il resto del vecchio mondo, ma anche alzare il capo e parlare minacciosi agli altri continenti.

Posti nel cuore dell’Europa, in sito centrale e contigui: ho detto. Giova considerare questo fatto con particolare attenzione, poichè è fatto di grande rilievo. Due Stati alleati e contigui che sono assaliti a cerchio, come avviene in questa guerra, si trovano in una posizione o buonissima o pessima. Buonissima, se sono più forti, perchè da quella posizione centrale possono sconfiggere ad uno ad uno i nemici e sfruttare a fondo la vittoria sugli avversari distaccati. Pessima, se sono più deboli, perchè possono al momento decisivo essere assaliti ad un tempo da più parti, così da non poter parare a destra e a sinistra, sul capo e a tergo, i colpi che fioccano. Perciò se gli Imperi germanici vincono, devono per ragione geografica stravincere.

Quali effetti morali, politici, intellettuali ne nascerebbero? Molti, e tutti gravi. Già la guerra del 1870 bastò a ridar voga al principio autoritario e monarchico che dalla Rivoluzione francese in poi declinava. Pochi sono gli uomini di Stato in Europa che dopo il 1870 non abbiano sognato, nel segreto pensiero, di copiare Bismarck. Quante caricature del primo cancelliere tedesco hanno afflitto l’Europa, in quarant’anni! Il supporre che i popoli d’Europa potessero, se non amarsi, rispettarsi e vivere in pace, fu considerata semplicità indegna di un grave uomo di Stato. Credere la guerra eterna e fatale in Europa fu il primo dovere di ogni uomo che ambisse di governare i suoi simili. L’Europa dovette indossare tante armi, da non poter quasi più reggere al peso; e non ci fu modo, per quanto tutti lo desiderassero, di assicurare al vecchio mondo una pace meno dispendiosa e meno precaria. Ma non è possibile dubitare che il male, già insopportabile, peggiorerebbe ancora, se la Germania rivincesse. Guglielmo II diventerebbe il modello dei sovrani; e la conquista del Belgio passerebbe per una prodezza. Sarebbe forza o rassegnarsi a vivere tutti in una immensa caserma; o prepararsi a nuove e sanguinosissime guerre; o sperare la salvezza da una rivoluzione. A mali estremi, estremi rimedi — dice il proverbio.

Ma ci sarebbe forse da temere anche un pericolo maggiore. Dopo una nuova vittoria, la Germania e tutte le cose tedesche godrebbero di maggior prestigio nel mondo; e cioè di un prestigio troppo grande. I tedeschi sono certamente dotati di diverse virtù; hanno fatto molte cose degne di ammirazione; e possono rivendicare un posto cospicuo nella gerarchia delle nazioni. Ma neppur essi sono perfetti, e perciò sono un cattivo modello, se gli uomini se ne innamorano troppo e se vogliono troppo e troppo servilmente imitarlo. Il che, del resto, non accade solo dei tedeschi; ma dei tedeschi forse più presto e in misura maggiore che degli altri popoli, perchè essi peccano precipuamente di esagerazione. Erasmo di Rotterdam chiamava Lutero «il dottore iperbolico». Noi potremmo chiamare la Germania «la nazione iperbolica». Trascinata da una specie di sregolato vigore, troppo spesso essa eccede al di là di quella che agli altri popoli pare la giusta misura; scambia quel che è colossale e gigantesco per grande; tenta impossibili imprese; si diletta di andar contro la modesta e consueta ragione delle cose; e massime da un secolo a questa parte si vanta di esagerare tutti i principî di civiltà che i nostri tempi vanno via via creando, anche a rischio di mutarli, come più di una volta è successo, in tormenti e in pericoli.

Quanti esempi si potrebbero citare! Quale è, per esempio, il principio che muove l’industria moderna; quella nuova industria che alle mani dell’uomo, abilissime ma lente, ha sostituite le macchine, mosse dal vapore e dall’elettricità, rapidissime ma rozze? Accrescere la quantità delle cose fabbricate, a scapito della qualità. I nostri tempi non sanno più fabbricare nè le meravigliose stoffe, nè i magnifici e solidissimi mobili, nè i ninnoli e i gingilli incantevoli del secolo XVII e XVIII; ma viceversa di tutte le cose fabbricano quantità ben maggiori in tempo più breve, empiendo tutte le case. Senonchè l’Inghilterra e la Francia avevano applicato questo principio con una certa moderazione e misura; deteriorata, sì, la qualità delle cose, per accrescerne la quantità e rinvilirne il prezzo, ma non oltre un certo limite.... I tedeschi invece hanno oltrepassato senza riguardi questo limite; iniziando nell’industria moderna l’êra di quella che i francesi chiamano la camelote; spacciando in ogni parte del mondo imitazioni frettolose e scadenti ma di poco prezzo; cercando di vincere i rivali con l’apparenza e il buon mercato; sacrificando cioè la qualità alla quantità, molto più che i francesi e gli inglesi non avessero osato. Del che francesi e inglesi hanno mosso ai tedeschi vivo rimprovero: in parte a torto, in parte a ragione. A torto, perchè i tedeschi hanno fatto alle industrie inglesi e francesi quel che gli inglesi e i francesi, a loro volta avevano fatto alle antiche industrie a mano: hanno volgarizzati ancora di più, deteriorandoli maggiormente, quegli oggetti che gli inglesi e i francesi avevano incominciato a deteriorare, per accrescerne l’uso. A ragione, perchè nella smania di arricchire in fretta, i tedeschi sembrano non scorgere più il limite, oltre il quale continuando ad accrescere la quantità a detrimento della qualità, la vita deve perdere colore e sapore: poichè la qualità — la bellezza o la bontà delle cose — è il sale e il condimento della vita, ciò che screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre nuovi desiderî, fuga dal vivere il tedio e la sazietà. Che cosa è la civiltà, se non un miglioramento del mondo? Potremmo noi definire un’abbondanza crescente di cose ogni dì più scadenti, altrimenti che una barbarie grassa e ricca?

Gli ordini militari oggi vigenti in Europa sono un altro esempio luminoso della esagerazione germanica. Nel secolo XVIII gli eserciti di Europa erano composti per la maggior parte di soldati di mestiere. Le armi erano allora una professione. Fu la Rivoluzione francese che rinnovò dall’antichità il principio, oggi riconosciuto e accolto da tutta l’Europa fuorchè dall’Inghilterra: che la milizia sia un dovere civico di tutti i cittadini. Di qui la coscrizione. Ma tutte le altre nazioni di Europa — la Francia prima di tutte — non hanno, sino al 1870, applicato questo principio che con molta moderazione, restringendosi a raccogliere degli eserciti non troppo numerosi, imponendo l’obbligo del servizio solo ad una parte della popolazione, e tenendo questa sotto le armi un tempo abbastanza lungo. La Germania invece si studiò, sino dai tempi delle guerre napoleoniche, di applicare il principio opposto: di ridurre il tempo del servizio, chiamando sotto le armi il maggior numero di cittadini che potesse. Nel 1870 già i soldati tedeschi servivano tre anni, e cinque i francesi. Ma la Germania potè mettere in campo circa un milione di uomini, nel tempo in cui la Francia ne chiamava alla guerra circa 750.000; e avendo vinto, sembrò agli occhi del mondo avere avuto ragione; cosicchè da allora in poi, grazie all’autorità conferita a lei dalla vittoria, ha potuto applicare sino alle ultime conseguenze quel principio non suo ed obbligare le altre nazioni — la Francia compresa — a seguirla. Ha ridotto il servizio militare a due anni; ha accresciuto senza tregua l’esercito di prima linea; ha addestrate e inquadrate le riserve dalle più giovani alle più vecchie; ha armata davvero la nazione in modo da poter condurre alla guerra non la parte più giovane del popolo, come nel 1870, ma tutti gli uomini già validi e ancora validi, dai giovinetti di 17 anni agli uomini di 48.

E così, dando i tedeschi l’esempio e gli altri popoli imitandolo, gli eserciti sono cresciuti negli ultimi trent’anni siffattamente di numero e di mole, che quasi non si possono più muovere: e facendo della propria grandezza ingombro a se medesimi, combattono nel secolo del vapore e della elettricità con una lentezza di mosse che ricorda le guerre di posizioni dei secoli passati. Questi eserciti non possono muoversi rapidi e finir presto la guerra, perchè sono dei colossi. Esagerati oltre una certa misura, anche i principî militari della Rivoluzione francese si steriliscono; anzi si ritorcono in danno dei tempi, i quali facendo in ogni altra cosa gran tesoro del tempo, avrebbero bisogno d’eserciti capaci sopra tutto di condurre la guerra rapidamente a termine. Solo a questa condizione le immense somme di denaro spese negli armamenti sarebbero state bene spese. Ordini militari che, sia pure per risolvere le più gravi tra le questioni della politica mondiale, obblighino l’Europa a rimanere in armi per un anno, e forse per due o tre, facendo un tal soqquadro di tutte le cose, vanno a ritroso e fanno violenza alle necessità più vitali dei tempi.

Ho citato questi due soli esempi per non dilungarmi troppo. Ma questi due soli bastano forse ad avvalorare una conclusione. Lo spirito tedesco è stato nell’ultimo secolo molto attivo, invadente, ambizioso: è riuscito ad acquistare, con sforzi perseveranti, molta autorità in ogni parte della terra; e come è accaduto a tutti i popoli nel tempo della loro potenza maggiore, ha fatto di questa autorità un uso, parte buono e parte cattivo; ma siamo ora giunti a un punto in cui sembra essere interesse di tutti — e della stessa Germania — che quell’autorità non cresca più, almeno per qualche tempo. Importa assai a tutti i popoli dell’Europa e dell’America, che la Germania, esaltata da nuove vittorie, non rinfocoli ancora nel mondo la smania delle cose colossali, l’ammirazione della forza, la frenesia della quantità, l’orgoglio della ricchezza, la vertigine della velocità, la superstizione del nuovo. Il mondo moderno ha bisogno non soltanto di ricchezze, di godimenti, di ferro, di macchine, di potenza, di scienza; ma anche di equilibrio, di misura, di un senso più profondo, più sicuro e più lucido del bene e del male. Chè il bene e il male da un pezzo vanno stranamente confondendosi nella mente degli uomini. Noi credevamo di esser tutti cristiani e civili; e in pochi mesi di guerra abbiamo visto non soltanto orrori, che credevamo cancellati per sempre dalla storia dell’Europa, ma ne abbiamo intese tali strane giustificazioni che ci è forza chiederci spaventati se gli uomini sieno oggi più feroci o incoscienti. Come si spiegherebbe questa sorpresa se, troppo intento ad accrescere le ricchezze e ad allargare il suo dominio sulla natura, l’uomo non avesse trascurato se medesimo e cessato di vigilare su quegli istinti feroci e perversi che, insiti nella natura umana, si addormentano talora, ma non si spengono mai?

Sopratutto è necessario decada e si obliteri nelle menti quel culto della forza, cui la Germania aveva data, con la guerra del 1870, tanta voga; poichè gli sfrenati armamenti dell’ultimo quarantennio e la conflagrazione europea non sono stati che due riti di questo culto sanguinario. Se dopo questa guerra i popoli d’Europa non torneranno ad innalzare di nuovo gli altari della Pace e della Giustizia, intorno ai quali si era per qualche tempo raccolta, seria e grave, condotta dai suoi poeti e dai suoi migliori statisti, la generazione del 1848; se non riconosceranno tutti — anche i più forti — che gli altri — anche i più deboli — hanno diritto di vivere e di progredire indipendenti, secondo le tradizioni e il genio della loro razza, l’Europa non potrà mai godere di una pace lunga e sicura, e quindi rimbarbarirà. Non si può assicurare la pace al mondo solamente con un equilibrio di forze avverse; perchè l’equilibrio delle forze è una ipotesi che ogni tanto occorre verificare con la guerra, come ora si sta facendo: si deve assicurarla riconoscendo lealmente, sotto certe condizioni precise, il diritto dei popoli — grandi e piccoli — alla indipendenza e alla libertà. Ma come potrebbe la religione della forza che nega questo diritto decadere in Europa, se la Germania fosse di nuovo vittoriosa — e di mezza Europa — questa volta?

Ho detto essere necessario che l’autorità della Germania non cresca ancora nel mondo, anche nell’interesse della stessa Germania. L’affermazione non è paradossale e strana che in apparenza. Quale infatti è stato il difetto che negli ultimi quarant’anni ha guastato il carattere tedesco, che pure è ricco di molte virtù? Il difetto che ha spinta la Germania a scatenare sull’Europa, desiderosa di pace, questa guerra terribile; e che ancora le impedisce di capire la gravità del soqquadro, in cui ha travolto il mondo? L’orgoglio. Le vittorie del 1866 e del 1870, il rapido incremento della popolazione e della ricchezza, lo sviluppo prodigioso davvero di alcune industrie, e massime della metallurgia, l’ammirazione che tutti gli altri popoli professavano per la sua scienza, per i suoi ordini sociali, per le sue industrie, per il suo esercito e per la sua marina, hanno messa a dura prova la sua saggezza. A tante fortune non ha resistito. Ha creduto di essere il maestro di tutti i popoli d’Europa; il più colto, il più morale, il più attivo, il più valoroso, il più laborioso e il più forte; e persuasosi di essere il primo, ha veduto in ogni parte persecutori e nemici. Gli altri popoli non gli rendevano la dovuta giustizia per invidia, per ignoranza, per gelosia; doveva dunque vigilare da ogni parte, difendere il proprio primato, che popoli da meno di lui insidiavano. E un giorno ha dichiarata guerra all’Europa.

La Germania ha dunque anch’essa bisogno di raccogliersi e di convincersi che nel mondo ci sono popoli che, meno valenti di lei in certe cose, le vanno invece innanzi in altre; e popoli che, pur essendo da meno di lei in tutto o in quasi tutto, hanno anche essi diritto di vivere, di lavorare, di farsi migliori. Che cosa succederebbe invece, se questo orgoglio, già troppo grande, fosse esaltato da nuove vittorie? No: i tempi e la civiltà in cui viviamo sono tali, che non potrebbero tollerare un grande Impero universale, soverchiante tutti gli altri Stati di un continente. I tempi antichi poterono obbedire, ammirare e venerare l’Impero universale di Roma, perchè l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia e tutte le passioni umane che più facilmente si esaltano, erano allora limitate dalle tradizioni, dalla religione, dalla cultura artistica e filosofica, dalla stessa povertà e ignoranza in cui gli uomini vivevano. Un imperatore romano era una creatura modesta, a paragone del più umile di noi, perchè da ogni parte le cose e gli uomini lo ammonivano senza tregua a non presumere troppo di sè, del proprio ingegno, della propria fortuna, della propria potenza.

Oggi non più. Oggi il mondo è ricco, sapiente e potente. Osa criticare le tradizioni, fare e disfare gli Stati, chiedere conto a Dio dei suoi comandi, alla Natura delle sue leggi. La letteratura, la filosofia e il costume, quel che si chiama lo spirito dei tempi, esaltano, invece di limitare, l’audacia, l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia degli uomini. Perciò è necessario che sussista nel mondo una specie di equilibrio morale; che ogni popolo senta la sua potenza limitata dalla potenza di altri popoli egualmente forti, intelligenti e sapienti. Se un popolo diventasse così potente da soverchiare tutti gli altri, l’equilibrio morale del mondo sarebbe rotto per sempre; e quel popolo, in tempi già così proclivi in ogni cosa all’eccesso, diventerebbe il Nabuccodonosor delle nazioni.

La nostra generazione, pur non essendoci ancora tra noi il Nabuccodonosor dei popoli, ha già fatta la guerra universale. Parrebbe che basti.

III. L’EQUILIBRIO POLITICO DELL’EUROPA

Disparatissime voci corrono intorno alla pace che l’Inghilterra, la Francia e la Russia, vincendo, imporrebbero alla Germania. Che la Francia reclamerà la Alsazia e la Lorena, è sicuro; poichè il Governo francese l’ha già dichiarato ripetute volte. Molti dubitano invece che la Russia manterrà la promessa di scoperchiare il sepolcro, in cui la Polonia giace sepolta e viva da più di un secolo. Ma dell’Inghilterra non si sa nulla di preciso; e perciò più si discorre, si discute, si farnetica. Chi dice che intenda costituire un regno di Ungheria e un regno di Boemia indipendenti; chi pretende che voglia unire in un solo Stato, separandole dall’Impero, le provincie tedesche dell’Austria e gli Stati meridionali della Confederazione germanica; chi afferma che non toccherà l’Impero tedesco, ma imporrà invece una specie di disarmo e certi patti — trattati di commercio e di navigazione, convenzioni sui brevetti e via dicendo — che impedirebbero alla Germania di produrre e vendere troppo, come fa da trent’anni, esagerando a quel modo il principio moderno di accrescere la quantità a scapito della qualità.

Che vale discutere queste dicerie, che non hanno alcun solido fondamento? La pace è purtroppo ancora molto lontana; e non fu mai cosa savia vendere la pelle prima di aver ammazzato l’orso. D’altra parte ci sono più qualità di vittorie; poichè si può vincere in molti modi: pienamente, a mezzo, appena appena. Io penso che la Francia, la Russia e l’Inghilterra saranno alla fine vittoriose; ma nessuno, credo, potrebbe predire con sicurezza in quale misura saranno vittoriose e perciò quali condizioni saranno in grado di imporre. Sarebbe quindi proprio un vanissimo perditempo ragionare intorno alla pace futura e ai suoi effetti. Meglio sarà cercar di argomentare, in modo più generale, quali effetti seguiranno una vittoria della coalizione, astrazione fatta dalla sua grandezza e importanza: gli effetti che si può presumere debbano in ogni caso seguire la vittoria, sia questa grandissima o grande o modesta....

Il primo effetto e il più sicuro sarà un profondo rivolgimento psicologico, politico e morale della Germania. Soltanto una sconfitta potrà persuadere il popolo tedesco che neppure la sua spada è incantata, invulnerabile e invincibile. Non ci fu mai — tutti lo sanno — e non ci sarà mai, un popolo invincibile; la guerra fu e sarà sempre un’alterna e misteriosa vicenda di sorti. Ma dopo le guerre del 1866 e del 1870 i tedeschi erano invece venuti nell’opinione che la Germania fosse invincibile; e in questa opinione erano tutti d’accordo. Socialisti e conservatori, operai e generali, professori e banchieri, prussiani e bavaresi ripetevano, sicuri come enunciassero una verità matematica, che non c’era esercito al mondo il quale potesse misurarsi con l’esercito tedesco. Quale argomento o ragionamento avrebbe potuto vincere questa illusione, questo orgoglio, questa beata sicurezza di sè, in milioni e milioni di menti, rozze e istruite, ma tutte egualmente accese ed illuse? Una guerra ci voleva, che argomentasse, non con i sillogismi, ma con i disastri e le sciagure: sola logica che la moltitudine intende.

Ma il giorno in cui il popolo tedesco si ricrederà sulla virtù della sua spada, una immensa rivoluzione avverrà in Germania; perchè l’opinione che l’esercito tedesco fosse invincibile era una delle colonne su cui posava tutta la macchinosa struttura del nuovo Impero germanico. Intanto il prestigio di cui godono la dinastia degli Hohenzollern, le minori dinastie tedesche e l’aristocrazia prussiana declinerà rapidamente. Si suole ripetere spesso che in Germania vige un governo feudale, adoperando una parola che ha un senso troppo limitato e preciso, perchè non generi confusione. Meglio sarebbe dire che in Germania l’ancien régime — l’ordine di cose anteriore alla Rivoluzione francese — è stato meno alterato dagli eventi del XIX secolo, che in Inghilterra e che in Francia. L’Impero tedesco è posto sotto l’egemonia della Prussia, la quale a sua volta è governata da una aristocrazia che, per forza di tradizioni e di privilegi riconosciuti dalla legge, prevale ancora ed ha il passo su tutti gli altri ordini sociali nel Parlamento, nell’amministrazione civile, nell’esercito, alla Corte, vantandosi di essere in ogni parte della società il sostegno del trono. La borghesia colta che in Francia e in Inghilterra si è fatta largo nello Stato e predomina — gli avvocati, i banchieri, i professori, i medici, i giornalisti, i commercianti, gli industriali — è in Germania molto meno influente e molto più umile. Ma il prestigio di questa nobiltà di funzionari e di guerrieri resisterebbe ad una sciagura, di cui essa fosse responsabile assai più che gli altri ordini sociali?

È lecito dubitarne. Si ripete spesso e volentieri che i tedeschi sono un popolo sottomesso, obbediente, docile all’autorità per natura. Sarà: ma non al punto da dover essere, per forza innata e sempre, i devotissimi e fedelissimi servitori di una aristocrazia semidivina. Anche in Germania le idee e le ambizioni democratiche fermentano; anche in Germania piacerebbe alle classi medie e alle classi colte di potere aspirare alle grandi cariche dello Stato e comandare, come in Francia. Tanto è vero che da un pezzo la Prussia vuole che sia riformato il sistema elettorale, il quale è ordinato in modo da fare della maggioranza un privilegio eterno e intangibile della nobiltà. Ma sinora domandò invano la riforma; perchè l’aristocrazia prussiana, appoggiata dalla monarchia, è riuscita a frustrare tutti i conati e le agitazioni del partito socialista e dei partiti borghesi. Ma se la Germania sarà vinta, la monarchia si affretterà a concedere al popolo, a compenso della sconfitta, la tanto contrastata riforma; e una parte almeno della nobiltà, sentendosi meno appoggiata dalla monarchia e indebolita dalla guerra, si rassegnerà al destino. Come l’Austria, vinta nel 1866, abolì l’assolutismo e introdusse le istituzioni parlamentari; come la Francia, vinta nel 1870, fondò la repubblica e concesse il suffragio universale; come la Russia, vinta dal Giappone nel 1905, convocò la Duma, così la Prussia, se la Germania sarà vinta nella grande guerra europea, sarà forzata a riformare la costituzione prussiana. E allora che rivolgimento, nella Prussia prima e nella Germania poi! Nel Parlamento prussiano compariranno socialisti e partiti di sinistra, tutti animosi, pugnaci, risoluti — perchè sentiranno di aver a fronte un Governo e un regime indeboliti dalla sconfitta, esitanti e discordi. Anche in Prussia il regime parlamentare prenderà il posto del regime costituzionale; sull’albero del diritto divino molti poteri della Corona seccheranno, come rami morti; le Camere impareranno a fare e a rovesciare i Ministeri; liberali e socialisti diventeranno ministri. E dalla Prussia il movimento dilagherà nell’Impero e nel Governo imperiale; nel quale i poteri del Reichstag cresceranno a scapito dei poteri imperiali.

Una sconfitta infine offuscherà il prestigio degli Hohenzollern. Molti chiedono oggi se la Germania, sconfitta, non farà una rivoluzione, rovesciando la dinastia prussiana, come la Francia rovesciò dopo Sédan i Napoleonidi. Di questa paura non sono esenti neppure alti funzionari tedeschi. So di un gran personaggio tedesco che, quando seppe che l’Inghilterra aveva dichiarata la guerra alla Germania, esclamò ad uno straniero con cui parlava in francese: «Les Hohenzollern sont par terre!». Ma può anche argomentarsi che i tempi non siano maturi per tanta rovina. Gli Hohenzollern sono oggi molto più tenacemente radicati in Prussia, che i Napoleonidi non fossero radicati nel 1870 in Francia. Nè la Germania è terra così vulcanica come la Francia. Tuttavia, se pare prematuro predire, tra gli effetti della sconfitta, la caduta degli Hohenzollern, sarebbe errore il pensare che la sconfitta non li toccherà. La guerra europea potrebbe essere per la Casa degli Hohenzollern quel che per la monarchia francese fu la guerra dei sette anni: il principio della irrevocabile decadenza. Guglielmo II potrà ancora regnare dopo una sconfitta, e trasmettere al figlio la corona: ma la sua corona non sarà più venerata dopo, come prima della guerra; non rifulgerà più agli occhi del popolo per il sacro prestigio delle grandi vittorie e dell’Impero ricostituito. Crescerà invece il numero dei tedeschi, i quali chiederanno per qual ragione una famiglia debba possedere per diritto ereditario il potere supremo; e se non sarebbe meglio affidar questo potere ad una persona liberamente scelta, che sembri possedere le qualità necessarie, come si fa nelle Repubbliche.

Tale è il rivolgimento di idee e di sentimenti, che par si possa aspettare in Germania da una sconfitta. Ma avrebbe questo mutamento della Germania a sua volta effetto sull’Europa e sul mondo? Immenso effetto — si può presumere. Solo se la Germania muterà a questo modo, la coalizione vittoriosa potrà assicurare all’Europa quel gran bene da tutti sospirato: la pace lunga, sicura, definitiva.

Molti credono — massime in America — che l’Europa non possa vivere in pace, perchè non ha ancora sradicato dal suo suolo un certo numero di vecchie idee e di vecchi pregiudizi. Ma anche gli Europei, i più istruiti come i più ignoranti, si sono da un pezzo convinti che le dolcezze della pace valgono meglio che gli orrori della guerra: tanto è vero che la Francia e l’Inghilterra avevano mostrato dal 1900 in poi un così vivo desiderio di pace, da indurre molti ad accusarle un po’ alla leggera di ignavia. La Francia aveva tacitamente rinunciato all’Alsazia e alla Lorena, chiedendo solo che la Germania non le maltrattasse come ostaggi nemici. La Francia e l’Inghilterra avevano acconsentito a far largo alla Germania e alle sue ambizioni coloniali in Africa; e la Francia aveva persino ceduto un pezzo del Congo, che era terra sua, in cambio della rinuncia della Germania a diritti, molto vaghi e ipotetici, sopra un impero quale il Marocco, che non apparteneva a nessuno, e al quale — come i fatti hanno provato — non era facile imporre la propria protezione. La Francia aveva nel decennio dal 1900 al 1910 a più riprese lasciata la Germania sorpassarla negli armamenti, mentre fino al 1900 aveva voluto che la rivale non la precedesse neppur di un passo; e aveva favorito tutti i tentativi fatti dal pacifismo per limitare gli armamenti e impedire le guerre. E l’Inghilterra aveva più volte cercato di intendersi con la Germania, per porre un freno alla reciproca gara degli armamenti.

Ora la Francia e l’Inghilterra sono, con la Germania, le due Potenze maggiori dell’Europa. È manifesto che il giorno in cui Francia, Inghilterra e Germania fossero veramente d’accordo, potrebbe regnare in Europa una pace se non inerme, neppur sovracarica d’armi, armata secondo ragione e con misura. Anche la Russia sarebbe impotente contro la concorde volontà di questi tre Stati. Ma per qual ragione l’Inghilterra e la Francia hanno potuto così facilmente intendersi fra di loro, e invece non son riuscite mai a mettersi d’accordo con la Germania? Non perchè la Francia volesse riconquistare l’Alsazia e la Lorena; non perchè l’Inghilterra fosse invidiosa della Germania; non perchè i tedeschi siano una razza che ha bisogno di combattere una grande guerra ogni mezzo secolo; ma perchè tra la Francia e l’Inghilterra da una parte, e la Germania dall’altra, c’era, per dir così, uno squilibrio politico. Le forze e lo spirito che governano l’Inghilterra e la Francia sono diversi dalle forze e dallo spirito che governano la Germania. Mentre la Francia e l’Inghilterra sono governate da borghesie pacifiche per lunga esperienza, per inclinazione professionale, per interesse, in Germania un popolo che si credeva invincibile era fino a pochi mesi fa retto da una aristocrazia di guerrieri, nemica della pace per dovere di casta.

Molti si meravigliano che lo spirito di pace non sia mai entrato in Germania, nemmeno tra i socialisti, i quali sono pacifisti dappertutto; cosicchè nemmeno i socialisti si sono sentiti commuovere dallo strazio fatto del Belgio. Ma potrà un popolo che si crede invincibile essere mai pacifista; prendere sul serio i principî del diritto internazionale, la Corte dell’Aja, le generose fondazioni del Carnegie, i Congressi della pace? Nè è umano aspettare che una aristocrazia e parecchie dinastie investite di preziosi privilegi perchè vittoriose, vorranno adoperarsi per dare al mondo quella sicurezza della pace che renderebbe inutili quelle loro virtù — vere o supposte — per le quali il popolo le venera ed obbedisce ai loro comandi.

La guerra europea è quindi, almeno in parte, nata da un disquilibrio politico. La Francia e l’Inghilterra non potevano nè persuadere con le ragioni, nè costringere con la forza la Germania a disarmare; onde un giorno alla fine la Germania ha adoperate le armi che non voleva deporre, contro i vicini che reputava più deboli perchè più pacifici. Se la guerra europea spianerà queste differenze, se rallenterà il moto democratico in Francia ed in Inghilterra e lo inciterà in Germania, sarà più facile ai tre maggiori Stati europei di intendersi. E allora l’Europa potrà sperare di aver pace.

IV. DA SCILLA A CARIDDI? IL PERICOLO RUSSO

Ma un dubbio potrebbe nascere a questo punto: se non sia piuttosto da temere che la sconfitta esasperi la Germania e quindi lasci infiniti semi di nuove guerre; o che la vittoria rinfocoli in Francia, in Inghilterra, in Russia lo spirito bellicoso e le ambizioni d’impero, cosicchè l’Europa guadagnerebbe per un verso quel che perderebbe per un altro. Molti temono che, per schivare il pericolo tedesco, l’Europa non incorra nel pericolo russo.

Una guerra disgraziata lascerà certamente un lungo strascico di rancori e di rammarici in Germania. Un popolo che per mezzo secolo si è illuso di essere invincibile, non apre volentieri gli occhi alla verità; non si rassegna allegramente a riconoscere di essere soggetto in guerra alla legge comune, che Napoleone enunciò così bene sul campo di battaglia di Marengo: battu battant, c’est le sort des batailles. Tuttavia, almeno se la pace toglierà alla Germania soltanto quel che essa tolse agli altri con la forza e tenne con ingiustizia, lasciandole quel che è suo per diritto storico e nazionale, queste collere dovrebbero placarsi a poco a poco. Intanto per molti anni la Germania, come le altre nazioni, dovrà attendere a curare le sue ferite. Chi potrebbe pensare che una tal guerra possa essere ricominciata di qui a qualche anno? E col tempo il naturale risentimento della delusione dovrebbe cedere, nei vecchi e nei giovani, se non alla ragione almeno alla necessità, che nella vita è poi sempre il supremo argomento. La pace non è una aspirazione di filantropi e di idealisti, ma un bisogno vitale dei nostri tempi: anche i tedeschi dovranno pure accorgersene un giorno, come se ne sono accorti a un certo punto della loro storia i francesi. Quale popolo ha combattuto negli ultimi due secoli tante e così grandi guerre quante i francesi? Non sono essi stati maestri dell’arte della guerra a tutta Europa ed anche ai tedeschi, i quali in fatto d’armi hanno imparato dai loro odierni nemici molto più di quanto non sembrano aver loro insegnato? Anche dei francesi l’Europa non aveva per lungo tempo temuto che quel demonio della guerra da cui parevano invasi, non potesse calmarsi; che la Francia e il suo spirito guerresco non avrebbero lasciato mai riposare l’Europa? Invece anche la Francia, dopo aver tanto combattuto, aveva ringuainato la spada; e non l’ha tratta nell’agosto del 1914, se non perchè fu costretta dall’altrui aggressione.

Perchè lo stesso mutamento non dovrebbe avvenir nei tedeschi, in condizioni e sotto l’azione di circostanze analoghe? La guerra e la pace non dipendono oggi in Europa dal temperamento dei popoli, ma dalle situazioni storiche e politiche. La Francia fu, dopo la Rivoluzione, bellicosa, finchè i Governi per reggersi furono costretti a esaltare e perciò ogni tanto a soddisfare la passione popolare della gloria militare, generata dalle grandi guerre del secolo XVII, del secolo XVIII, della Rivoluzione e dell’Impero. La Germania ha minacciata per tanti anni e infine ha intimata la guerra a mezza l’Europa, perchè l’aristocrazia e le dinastie non potevano governarla a loro modo, se non inebriandola con i ricordi delle vittorie passate e con le promesse di una straordinaria grandezza futura. La Francia ha imparato ad amare la pace, quando fu retta da un Governo — la Repubblica — cui non fu più necessario minacciare i vicini e inquietare l’Europa, per durare. È legittimo dunque supporre che anche la Germania perturberà meno facilmente la pace del mondo, quando sarà governata da classi e partiti, che non avendo più tanti privilegi da difendere, avranno minor bisogno di prestigio militare.

E con ragioni di questo stesso ordine noi possiamo rispondere alla seconda questione e rassicurarci che la Francia e l’Inghilterra non muteranno con la vittoria l’umore pacifico in aggressivo. Queste due nazioni volevano pace: non pensavano di aggredire nessuno Stato nè di far conquiste in Europa, già prima di questa guerra, perchè i loro Governi non avevano bisogno, per reggersi, di fare sfoggio ad ogni momento della propria forza. Si rafforzerebbero, dopo una vittoria, come sempre avviene, di nuovo prestigio dentro e fuori dei confini; e se già prima della guerra non avevano bisogno per reggersi di inquietare e molestare il mondo, lo lasceranno più sicuramente tranquillo, quando la vittoria li avrà fatti anche più autorevoli. Le popolazioni, se amavano la pace prima, più l’ameranno dopo, quando potranno godere più sicuramente, senza le ansietà che la hanno avvelenata negli ultimi anni.

Non bisogna inoltre dimenticare che la Francia e l’Inghilterra sono nazioni di spirito più misurato che la Germania; ambedue esenti da quella esagerazione tumultuosa e da quell’orgoglio, che così spesso trascina i tedeschi, per la smania di far sempre cose più grandi, a tentar l’impossibile. Vogliono rafforzarsi e durare nell’alta situazione storica, a cui sono giunte con secoli di lavoro e di lotta, e che è tale da accontentarsene, almeno per due popoli saggi. Perciò non vinceranno solo per sè, ma anche per gli altri e per tutti i popoli.

Non ripeteremo insomma mai quanto basti — perchè è punto di sommo rilievo — che la pace e la guerra dipendono oggi in Europa dalle istituzioni politiche. La Germania ha dichiarata la guerra all’Europa, perchè è governata da una aristocrazia e da una monarchia militare. La Francia invece, governata dalle classi a cui la guerra è più funesta, sarebbe contenta della sua condizione presente, il giorno in cui avesse recuperata l’Alsazia e la Lorena; e perciò il giorno dopo la vittoria non desidererà che di dichiarare la pace all’Europa, come aveva previsto Michelet. Chi suppone che essa ricomincerà ad ambire conquiste in Europa, si inganna come si ingannavano quanti pensavano che avrebbe buttate le armi, all’avvicinarsi dei tedeschi. In Inghilterra l’aristocrazia e l’alta borghesia possono assai più nello Stato che in Francia, e il popolo invece può meno: ma in compenso il popolo è più pacifico che in Francia. Da secoli il popolo inglese, si può dire, non combatte, poichè adopera per le sue guerre eserciti di mercenari: non può quindi avere la tradizione, l’esperienza e neppure la passione della guerra, come il popolo francese che ha versato il suo sangue, in cento guerre.

Senonchè proprio per questa ragione, perchè la guerra e la pace dipendono dalla natura e dallo spirito dei regimi politici, molti sono inquieti per la Russia. E dicono: sta bene, la Francia è, e l’Inghilterra è quasi, una democrazia; perciò si può confidare che, anche fatte più grandi e potenti, non molesteranno l’Europa; ma e la Russia? Non è la Russia un impero militare, come la Germania, e per giunta poco meno che autocratico ed assoluto? Non è da credere che in questa autocrazia guerresca, mal controllata da un Parlamento fanciullo, inesperto, timido, senza autorità, la vittoria risvegli quell’orgoglio, quell’audacia, quello spirito aggressivo che ora minaccia l’Europa dalla Germania? E se il pericolo passasse da Berlino a Pietroburgo?

I giornali austriaci e tedeschi, i partiti e i giornali fautori della causa tedesca nei paesi neutri non si stancano infatti, dal principio della guerra, di annunciare all’Europa l’imminente pericolo slavo. Sul principio anzi lo stesso Governo di Berlino aveva annunciato al popolo che la guerra sarebbe proprio una guerra nazionale di difesa contro la «barbarie russa»; e i socialisti di Germania e d’Austria hanno creduto di difendere il loro atteggiamento bellicoso, protestando che non potevano aprire le porte della Germania e dell’Austria ai Cosacchi. La futura potenza e prepotenza della Russia è uno degli argomenti preferiti in Italia dai superstiti fautori della Triplice alleanza; i quali ogni mattina vedono già la Russia arbitra dell’Europa continentale, Santa Sofia riconsacrata dallo Czar al culto cristiano, le navi da guerra russe scorrazzanti per il Mediterraneo e i Cosacchi in via per l’Adriatico....

L’avvenire siede sulle ginocchia di Giove, dicevano gli antichi. Sta nelle mani di Dio, dicono ora i Cristiani. Io non mi sento il coraggio di profetare l’avvenire dell’Impero moscovita. Ma se ci contentiamo di argomentare quel che può accadere di qui a poco da quel che ora succede, sembra lecito affermare che la egemonia russa in Europa è un vano fantasma, e per parecchie ragioni. Prima, una ragione di ordine geografico. A dominare con le armi e il prestigio un vasto continente, è necessario che un popolo tenga una posizione centrale, così da poter minacciare e al caso colpire su punti diversi, a nord, a sud, ad est, ad ovest. Per questa ragione l’Italia antica potè, per secoli, dominare in tutto il bacino mediterraneo dalla Gallia e dalla Spagna all’Egitto e alla Siria, dall’Africa del Nord alla Penisola balcanica. Per questa ragione la Francia e la Germania hanno potuto ambire, a più riprese, l’egemonia dell’Europa; ma non hanno potuto mai ambirla nè l’Inghilterra nè l’Italia, collocate sul fianco o all’estremità del continente. E per questa stessa ragione non potrà neppure ambirla la Russia.

La stessa presente guerra, del resto, lo prova. La Russia è un colosso. Ha il più numeroso esercito del mondo; e soldati che non la cedono ai soldati di nessun altro paese di Europa per valore. Eppure chi non vede che, sola, non potrebbe vincere l’Austria e la Germania, le quali pure anche unite hanno popolazione ed eserciti minori? E per quale ragione? Perchè essa deve oggi combattere ad un capo del suo vastissimo Impero, verso l’Europa, come dieci anni fa dovè combattere all’altro capo, contro il Giappone. La grandezza sua le è d’impaccio a guerreggiare. Potenze più piccole ma più agili; e perciò dovrebbe essere ragione non di inquietudine ma di tranquillità a quanti temono l’egemonia della Russia vittoriosa. L’autorità di una Potenza in pace si misura all’ingrosso dalla forza che essa eserciterebbe — o si presume potrebbe esercitare — in tempo di guerra.

Nè basta. La Russia è un immenso impero, metà europeo, metà asiatico; che confina con la Svezia, con la Germania, con l’Austria, con la Rumenia, con la Turchia, con la Persia, con la China, con il Giappone. Ciascuna di queste frontiere l’impegna in una politica particolare, che deve curare certi interessi, proporsi certi fini e adoperare certi mezzi. Il Governo russo, se deve tener d’occhio le faccende europee, non può trascurare le cose balcaniche, le cose turche, gli affari dell’Estremo Oriente. Ma appunto perchè ha tante frontiere, tanti interessi e tanti impegni diversi a cui badare, la Russia non potrà mai puntare con tutte le forze nella sola politica europea. Gli altri interessi suoi la distrarranno ogni tanto dalle faccende europee, come è successo tante volte in passato.

Non aveva la Russia, dopo il 1895, trascurati gli affari balcanici, che sono uno dei suoi maggiori impegni ed interessi in Europa, perchè era stata troppo attirata dall’Estremo Oriente? I Serbi, i Montenegrini, i Bulgari se ne lagnavano assai vivamente; e non a torto, perchè mentre la Russia, già così vasta, si allargava anche di più in Asia, gli Slavi dei Balcani restavano in balìa dell’Austria e quindi della Germania, alleata dell’Austria. A sua volta la Germania ha cercato sempre di spingere la Russia verso l’Estremo Oriente, per allontanarla dall’Europa, adoperando a questo scopo perfino l’amicizia intima che fino allo scoppio della guerra intercedeva tra l’imperatore di Germania e l’imperatore di Russia, e l’ascendente che Guglielmo II, uomo ardito, invadente, un po’ fantastico, aveva acquistato sullo spirito più timido e chiuso di Nicola II. Io so, perchè me l’ha detto uno dei funzionari della Corte di Pietroburgo che stanno più vicino allo Czar, che l’imperatore di Germania non tralasciava mai, quando si trovava con l’imperatore di Russia, di incoraggiarlo ad ampliare il suo Impero asiatico. L’imperatore di Germania spronava Nicola II ad impegnarsi in vaste conquiste in Cina e contro il Giappone, sapendo che non c’era per la Germania mezzo più efficace e sicuro di indebolire l’alleanza della Francia e della Russia in Europa.

Si potrebbe, anzi, dire addirittura che la politica russa sia una specie di pendolo, oscillante tra l’Asia e l’Europa. Tra il 1895 e il 1905 la Russia fu, per dir così, presente in Asia e assente dall’Europa. Disinteressandosi quanto poteva dagli affari d’Europa, si tenne facilmente in buoni rapporti con l’Austria e con la Germania. Ma la guerra contro il Giappone risospinge di nuovo la Russia verso l’Europa. Dopo il 1905 la Russia ripiglia in mano, amplia, rinforza l’alleanza con la Francia; conchiude l’entente con l’Inghilterra; riprende a vigilare le faccende balcaniche e i piccoli popoli slavi, tanto trascurati nel decennio precedente; conchiude una intesa anche con il Giappone, acconsentendo a mantenere in Estremo Oriente le cose nel loro stato presente. Ma ben presto si guasta con l’Austria e con la Germania, dopochè i Giovani Turchi fanno la rivoluzione in Turchia. L’Austria annette la Bosnia-Erzegovina; la Russia è obbligata a cedere alla minaccia tedesca; si inasprisce tra Russia e Germania la discussione intorno al trattato di commercio, che la Germania vuol rinnovato tale quale e la Russia invece vuol ritoccare in ogni parte; si esaspera a Costantinopoli la rivalità tra la Russia e la Germania; scoppia la guerra Balcanica, e infine la guerra tra l’Austria e la Serbia, principio della guerra europea.

La guerra europea è la crisi decisiva della nuova politica europea, incominciata dalla Russia dopo il 1905. Terminata la guerra europea il pendolo dovrebbe dunque discendere di nuovo verso l’opposta parte; e la Russia per un certo tempo dileguare di nuovo dall’Europa, sprofondandosi nella sacra immensità dell’Asia. Appunto perchè la Russia non è nè Potenza tutta europea nè Potenza tutta asiatica, non potrà mai dominare nè l’Europa nè l’Asia; ma incomberà invece sui due continenti, come una forza immane e lenta, più regolatrice che egemone.

C’è infine un’ultima ragione per la quale non si deve temere che una vittoria della coalizione anglo-franco-russa alteri l’equilibrio politico dell’Europa, come l’altererebbe certamente la vittoria dell’alleanza austro-germanica. Abbiamo già veduto che questa alleanza è così possente, perchè l’Impero tedesco e l’Impero austriaco sono contigui. Si aggiunga che hanno la medesima lingua ufficiale e istituzioni politiche affini. Nella coalizione franco-anglo-russa invece, se la Francia e l’Inghilterra si possono considerare contigue, non ostante gli impedimenti non piccoli, che un braccio di mare, anche corto, interpone, tra la Russia, invece e i suoi alleati di Occidente sta la mole dei due Imperi nemici. Inoltre la lingua e le istituzioni politiche di queste tre Potenze sono molto diverse. Ne segue che la vittoria potrebbe fare dell’alleanza austro-germanica, ma non della coalizione anglo-franco-russa, un tutto unico. La posizione geografica, la diversità delle lingue delle istituzioni e degli ordini sociali, la molteplicità degli interessi, terranno sempre tutte e tre le Potenze alleate ad una certa distanza e come in un certo isolamento. Lo dimostra la debolezza di cui per molti anni la Triplice Intesa ha fatto prova; e la parziale impreparazione in cui fu sorpresa dall’attacco germanico.

Per tutte queste ragioni la vittoria della Triplice Intesa sembra legittimare maggiori e migliori speranze per il mondo, il quale a giusta ragione vuole che a questa guerra possa tener dietro una lunga e sicura pace. La moltitudine l’ha intuito in tutti i paesi; e perciò apertamente parteggia per la Francia, per l’Inghilterra e la Russia. Nelle classi alte, nel mondo intellettuale, tra gli uomini politici ci sono dei dispareri; nelle masse no. Anzi, le masse in Europa sperano addirittura che con questa guerra, se la coalizione anglo-franco-russa trionferà, tutte le guerre finiranno, il militarismo cadrà per sempre e incomincerà la pace universale ed eterna. Gli uomini l’hanno sempre sognata, questa pace inalterabile del mondo e dei secoli; tutti gli imperi e tutte le religioni l’hanno annunciata, sfidando l’ostinata esperienza di tante generazioni: non è dunque meraviglia se tale speranza rinasce, come un conforto, in mezzo agli orrori della più terribile delle guerre. Potrebbe il mondo sostenere oggi la prova, se non sperasse che le stragi e le rovine presenti serviranno almeno a risparmiare ai nostri figli e ai nostri nipoti una simigliante sciagura?

Senonchè la speranza spiana sovente troppo facilmente le difficoltà. Che la vittoria della Francia, della Russia e dell’Inghilterra, possa assicurare all’Europa la pace per qualche tempo, sembra cosa certa. Incerto è invece che possa, non dirò toglier di mezzo il militarismo, ma moderare quel mostruoso accrescimento degli eserciti che negli ultimi trent’anni ha così profondamente perturbata l’Europa, e alla fine generato il gran soqquadro di questi tempi. La vittoria dei tre Imperi alleati potrebbe generare anche questo effetto: ma solo se fosse seguita da un profondo rivolgimento dello spirito pubblico, che sarebbe poco meno che un nuovo indirizzo della civiltà.

Quale è questo rivolgimento dello spirito pubblico? Questo nuovo indirizzo della civiltà? Lo vedremo conchiudendo questi studî.

V. TRAGEDIA DI ORGOGLIO

Pace vera e disarmo, sono una cosa. L’Europa è oggi in guerra, perchè ha creduto di poter mantenere la pace equilibrando gli armamenti, e cioè accrescendoli egualmente da tutte le parti. Come ogni organo vuol compiere il suo ufficio; come il polmone vuol respirare, il braccio muoversi e lo stomaco digerire, così gli eserciti vogliono combattere. La guerra europea è scoppiata, perchè i tedeschi non volevano aver speso tanto denaro per acquistare armi, senza almeno poter vantarsi che la potenza tedesca era rispettata e temuta in tutto il mondo. Ma a loro volta in Francia, in Russia, in Inghilterra i popoli che spendevano somme così ingenti per armare l’esercito e la flotta, volevano poter con quelli resistere alle esigenze eccessive della politica tedesca. E naturalmente quel che al Governo tedesco pareva richiesta giustissima sembrava sempre alla Francia, alla Russia, all’Inghilterra esigenza quanto mai indiscreta e insopportabile: perciò quelle Potenze hanno per anni ed anni litigato, finchè alla fine, ogni popolo volendo che le armi acquistate a così caro prezzo non fossero acquistate invano, i Governi si sono tutti impuntati in una questione; e la guerra dei popoli è incominciata.

E così avverrà sinchè ogni popolo di Europa ambisca di avere il più forte esercito e la più forte armata che può. Ma potrà l’Europa disarmare dopo la guerra? Non è dubbio che nei primi anni della pace gli Stati non potranno accrescere e forse dovranno tutti diminuire gli armamenti. La guerra distrugge ricchezze e impedisce di produrne: anche se cessasse domani — e potrebbe invece durare ancora mesi, forse anni — già tutti gli Stati belligeranti si troverebbero nell’alternativa o di fallire o di ridurre le spese militari a proporzioni più ragionevoli. Ma il fallire aggraverebbe il male, perchè fatta la pace gli Stati saranno in grandissimo bisogno di denaro; e nessuno vorrà prestarne loro, se mancheranno agli impegni più antichi. Non resterà dunque che l’altro scampo.

Ma questo disarmo, imposto dalla necessità, quanto tempo durerà? Ecco il gran punto. La presente guerra, certo, distrugge infinite ricchezze; ma dieci anni d’intenso lavoro possono riparare molte rovine. E l’uomo dimentica così presto! Se dopo un decennio o due di raccoglimento o di saggezza, le idee e i sentimenti che hanno dominate le menti negli ultimi anni ripigliassero voga nelle generazioni di coloro che non furono nè testimoni nè parte della guerra europea, l’Europa ricomincerà ad armare; e dopo aver fucinate le armi, vorrà di nuovo un giorno o l’altro provarle. Cosicchè noi dobbiamo chiederci che cosa occorra, affinchè il disarmo parziale a cui possibilmente le Potenze ricorreranno dopo la fine della guerra, non sia uno spediente transitorio, ma il primo passo risoluto sulla via della pace definitiva.

Occorre che il frenetico orgoglio dei popoli moderni si umilii un poco. Questa guerra è una delle tante tragedie dell’orgoglio umano. Le rivalità politiche ed economiche non avrebbero, sole, avuta la forza di generare un tal soqquadro, perchè le rivalità politiche toccano soltanto piccoli gruppi, e gli interessi economici sono troppo numerosi e diversi. Sono i popoli interi, che oggi combattono sui campi di battaglia e si affrontano con le armi alla mano; nè le plebi non si sarebbero lasciate così facilmente condurre a versare il loro sangue per l’onore di una corona, per i programmi politici di un partito o per gli interessi di qualche industria o di qualche commercio. Ma le rivalità politiche e gli interessi economici hanno invece potuto trascinare i popoli a questo cimento, eccitandone l’orgoglio. Ogni popolo d’Europa vuole essere primo o almeno pari agli altri in ogni cosa; vuole possedere un esercito, un’armata, delle navi mercantili, delle industrie, dei commerci, una letteratura, un’arte, una scienza, una finanza, una politica coloniale che non sfigurino a petto delle altrui. Nazioni che si sono appena dirozzate da una barbarie secolare vogliono essere stimate colte come popoli che scrivono, scolpiscono, dipingono, indagano il vero e filosofeggiano da secoli; e perciò inventano ogni giorno dei genii, se non riescono a generarli. Popoli che cercano a prestito capitali, ne prestano a lor volta ad altri popoli per credersi anch’essi una potenza finanziaria del mondo. Nazioni che non hanno carbone o che non hanno ferro, vogliono a tutti i costi fondere il ferro e l’acciaio. Popoli scarsi di capitali o ancora poco numerosi conquistano immense colonie. Di qui una lotta incessante, accanita, talora puerile, che a poco a poco ha inferociti gli animi da frontiera a frontiera. Per somma sventura, viveva nel cuore dell’Europa un popolo che, a torto o a ragione, si era persuaso di esser più grande, più sapiente, più virtuoso, più coraggioso, più forte dei suoi vicini; che voleva perciò esser considerato e trattato come un popolo eletto. Ma i suoi vicini, pur riconoscendogli molte qualità, non volevano considerarsi da meno di lui e umiliarsi in sua presenza. Da dieci anni tutti questi popoli lottavano tra di loro con la penna, con la parola, con il denaro, con il commercio, con gli intrighi diplomatici, ciascuno cercando di dimostrare la sua eccellenza in confronto degli altri. E alla fine, siccome le discussioni non giungevano ad alcuna conclusione, si è venuto al giudizio di Dio!

Guardiamo nella nostra coscienza e siamo una volta almeno sinceri con noi medesimi.... Quell’ardente patriottismo che sostiene oggi i popoli d’Europa nell’immane contesa, che fa loro sopportare stoicamente tanti lutti, tante rovine e tante privazioni, è un tragico puntiglio di amor proprio. I tedeschi vogliono mostrare all’Europa di che cosa sono capaci, anche contro tanti nemici; e si ostinano, e muoiono, e impegnano le loro sostanze, e si rassegnano alla carestia, e si stanno rovinando, dopo aver raggiunta, lavorando trent’anni senza riposo, una bella agiatezza. Gli altri popoli d’Europa vogliono mostrare ai tedeschi che nè il loro numero nè la loro audacia, nè la loro preparazione, nè la loro ostinazione non li spaventano; e a loro volta sacrificano senza risparmio vite e tesori. L’orgoglio e la ostinazione delle due parti si esasperano a vicenda; e la lotta si inferocisce. Cosicchè terribili guerre devasteranno l’Europa sinchè i popoli saranno ebbri di tanto orgoglio; sinchè vorranno tutti primeggiare in tutte le cose; sinchè ognuno facilmente verrà nella persuasione di essere da più degli altri e di aver diritto ad esser trattato come un popolo eletto: sinchè l’Ungherese e il Serbo, il Francese e il Tedesco, l’Inglese e l’Irlandese, il Russo e il Polacco non saranno capaci di sedere alla stessa mensa, sia pur senza amore, ma senza odio e dispetto, sentendo di essere tutti eguali, riconoscendo che le opere civili sono numerosissime e diverse, onde ogni popolo può compierne con onore alcune, lasciando senza vergogna altri eccellere in altre.

Ardua impresa, dunque, pacificare la vecchia Europa; perchè l’orgoglio è da un secolo lo stimolo più forte dell’attività di tutti i popoli. La civiltà moderna ha procurati all’uomo molti vantaggi: infinita comodità di rapide comunicazioni; una abbondanza di tutte le cose necessarie e superflue, quale il mondo non aveva mai neppure sognata; valida difesa contro molti flagelli che avevano tormentate tante generazioni, come le malattie, la pestilenza, le carestie; una libertà di pensare, di dire e di fare, di cui i secoli passati avrebbero avuto sgomento. Ma in compenso i tempi moderni impongono agli uomini parecchi obblighi che i tempi antichi non conobbero: il servizio militare, balzelli da pagare in quantità e tutti gravissimi, una attività incessante, assidua, mai libera, sempre preoccupata della propria responsabilità, e perciò sempre grave e accigliata. Gli uomini vivevano più semplicemente due secoli fa; ma lavoravano anche meno, più pacatamente e più allegri. Cosicchè tutti i vantaggi che questa civiltà offre a compenso di tanti obblighi e del più grave e più serio lavoro, non basterebbero a vincere in molti l’innata pigrizia e a scuotere quell’egoismo del maggior numero, che vuol piuttosto il poco tranquillo che il molto agitato, se non si aggiungesse quest’altro stimolo dell’orgoglio. Tutti i popoli lavorano più di quanto sarebbe necessario a soddisfare i loro bisogni, perchè sono animati dalla emulazione di far più e di far meglio che gli altri popoli.

Perciò l’orgoglio è oggi, per tutti gli Stati dell’Europa, uno strumento necessario di governo. Sferzando l’orgoglio nazionale e lo spirito di emulazione dei popoli, che non vogliono esser da meno gli uni degli altri, i Governi ottengono che i Parlamenti accrescano le pubbliche spese per costruire nuove scuole e nuove caserme, nuove strade e nuove ferrovie; che i popoli ansanti si curvino volentieri a ricevere sulle spalle i crescenti carichi militari e i gravami del protezionismo; che tollerino rassegnati gli sperperi delle pubbliche amministrazioni, dappertutto ormai incurabili; che resistano al turbamento di cui è dappertutto cagione, sul principio, la grande industria; che facciano volentieri le spese e gli sforzi di quella politica coloniale, che nell’ultimo mezzo secolo ha aperta l’Africa all’Europa.

Nè meno dei Governi si son prevalsi e si prevalgono dell’orgoglio dei popoli e del loro amor proprio gli interessi privati: le industrie, il commercio, la scienza, le arti, e persino i divertimenti e le religioni. Industrie e commerci che vogliono accreditare nuovi oggetti o nuove abitudini; scienze in cerca di protettori ed arti a caccia di clienti; patroni di nuovi sollazzi, propagatori di nuove idee politiche o di nuove sètte morali e religiose, tutti si valgono sempre di questo argomento: che un popolo deve misurarsi con tutti gli altri in tutte le cose.... Onde è facile argomentare il perturbamento che arrecherebbe nella vita dell’Europa l’umiliazione di questi orgogli frenetici; e quanto l’asse del mondo moderno sarebbe spostato, se i popoli consentissero finalmente a spartirsi il lavoro considerando che la civiltà è una officina troppo vasta, perchè anche le più grandi tra le nazioni possano presumere di riuscire le prime in tutto: nella guerra, nell’industria, nell’arte, nella scienza, nella finanza; se ogni popolo si sforzasse di eccellere in alcuni rami dell’umano lavoro, lasciando gli altri popoli eccellere in altri, riconoscendo senza invidia la loro superiorità senza nè minacciarla apertamente, nè insidiarla di soppiatto.