CAPITOLO XI. GIOSUE CARDUCCI E IL SUO TEMPO.

Carattere dell’uomo. — Condizioni dello spirito pubblico in Toscana dopo il 1849. — Precoce spirito d’opposizione. — Il Carducci e i primi fatti del risorgimento italiano. — L’Aleardi e lo Zanella poeti della nuova Italia. — Il poeta dei Giambi ed Epodi, esaltato dai repubblicani, maltrattato dai monarchici. — Nuove Poesie. — La critica del Guerzoni nella Gazzetta ufficiale. — La gioventù italiana si volge al Carducci. — L’Aleardi riconosce d’avere sbagliato strada. — Classicismo del Prati e del Dall’Ongaro. — Le Università italiane nella prima metà del secolo. — Il metodo storico negli studi letterari. — Le Odi barbare e la critica dei giornali. — Scrittori messi in satira dal Carducci. — Il De Amicis e il Giacosa. — Poca simpatia per il poeta delle Odi barbare, ed impreparazione del pubblico a gustarle. — Reazione. — Edizioni elzeviriane dello Zanichelli. — La poesia verista e il Grido del Rizzi. — Novissima Polemica. — Idee del Carducci intorno alla poesia amorosa. — Il Manzoni e il Leopardi. — Vittorio Emanuele, Garibaldi e Cavour. — La cultura letteraria in Italia dopo la conquista di Roma. — L’Italia si accorge finalmente di possedere un poeta vero. — Gli scolari del Carducci. — Giovanni Pascoli e Giovanni Marradi. — Severino Ferrari e Guido Mazzoni. — Ugo Brilli. — Il Carducci non rappresenta, come scrittore, il suo tempo. — Passione del Carducci per la storia. — Il mondo ideale del poeta.

Ricordano i lettori le parole dette dal Carducci ai suoi scolari nel primo giubileo? «Io ho voluto ispirar me e innalzar voi sempre a questo concetto: di anteporre sempre nella vita, spogliando i vecchi abiti di una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla verità ed alla giustizia che alla gloria.»

E pure egli l’amava la gloria.

Ahi, da’ prim’anni, o gloria, nascosi del mio cuore

Ne’ superbi silenzi il tuo superbo amore.

Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor

Mi sfolgorâr da’ gelidi marmi nel petto un raggio,

Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio

E i lampi de’ bianchi omeri sotto le chiome d’òr.

E tutto ciò che facile allor prometton gli anni

Io ’l diedi per un impeto lacrimoso d’affanni,

Per un amplesso aereo in faccia a l’avvenir.

Ma quel concetto, che gli fu guida nell’opera sua d’insegnante, gli fu anche guida fin da’ primi anni nelle azioni e negli scritti, nella vita e nell’arte. E non glie lo aveva insegnato nessuno; gli era fiorito spontaneamente nell’animo per effetto delle facoltà largitegli da natura, e svoltesi liberamente nella vita libera della campagna, fra gente del popolo non guasta dalle ipocrisie della città. Quando egli a quattordici anni andò a Firenze ed entrò nelle Scuole Pie, il suo carattere era, si può dire, formato; cioè gli elementi costitutivi di esso aveano avuto modo di esplicarsi e di prendere consistenza: e questi elementi erano un forte sentimento di sè che lo faceva insofferente di ogni freno, una esuberanza di vitalità che gli faceva aborrire le mortificanti dottrine del cattolicesimo, una invincibile sincerità, un odio feroce di ogni oppressione, un bisogno istintivo di combattere, un desiderio sfrenato di sapere, l’orgoglio di discendere da un popolo che fu grande e glorioso, la vergogna d’essere un Italiano moderno.

La trista fine dei moti del 1848 gli aveva lasciato l’animo pieno d’ira e di amarezza, la quale trovò pascolo e si rafforzò nella lettura degli scritti del Leopardi, che contribuirono a fare di lui un pessimista; intendiamoci, non un pessimista rassegnato, che stima inutile combattere, un pessimista ribelle e rivoluzionario, che, non potendo altro, gitta la sua voce fra le genti a rampognarle e svergognarle. Ciò che lo innamorò sopratutto del Leopardi fu il sentirsi simile a lui nella ammirazione sconfinata per gli antichi greci e romani, per la sincerità e la forza della vita e dell’arte loro.

***

Tale essendo, il Carducci si trovò fin da scolare in opposizione col tempo suo; cioè, anche prima. Fin da ragazzo, pur ammirando I Promessi Sposi, che lesse cinque volte, fu classico ed antimanzoniano per opposizione al manzonianismo del padre suo; e sotto la disciplina del maestro Barsottini, religioso e romantico, si rafforzò nel classicismo e nella irreligiosità. Sappiamo che cosa pensasse de’ suoi maestri all’Università di Pisa e alla Scuola Normale. «La lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, diceva egli, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili.»

Que’ maestri riflettevano in generale le condizioni della cultura dell’arte e dello spirito pubblico in Toscana; delle quali erano indice tre periodici fiorentini, lo Spettatore, il Piovano Arlotto e l’Archivio storico. Lo Spettatore, diretto da Celestino Bianchi, rappresentava la letteratura manzoniana e romantica, con intendimenti liberali prudentemente dissimulati; il Piovano Arlotto era il corifeo della letteratura toscaneggiante, che ama lo scherzo e la burla, sotto il cui velo piacevasi trattare talora per allegoria qualche quistione politica, in modo da non compromettersi; l’Archivio storico, con idee più larghe e maggior serietà di cultura, intendeva a mantener vivo l’amore agli studi della storia nostra e il sentimento della italianità.

Quelli fra i letterati toscani, che nel 1848 avean fatto onestamente professione di liberalismo, dopo il ritorno del Granduca tenevano chiusi gelosamente in petto i loro sentimenti; e si occupavano di letteratura, di erudizione, di lingua, col proposito manifesto di giovare alla diffusione della cultura, e, alcuni specialmente, coll’occulto di propugnare e diffondere, con molta moderazione e circospezione, le idee liberali. A questo duplice scopo mirava anche la Biblioteca nazionale Le Monnier, sia col procurare nuove e più corrette edizioni dei classici nostri illustrati e annotati, sia col ristampare le opere di scrittori italiani moderni ispirate a sentimenti patriottici. I letterati toscani davano di preferenza l’opera loro all’Archivio storico, all’Accademia della Crusca e alla illustrazione dei classici. Bene inteso che non tutti lavoravano con gli stessi sentimenti e intendimenti. Ce n’era di quelli il cui pensiero non andava più in là del dizionario e della grammatica.

L’Accademia dei Georgofili era poi, come chi dicesse, la rocca entro la quale si tenevano chiusi i caporioni del liberalismo moderato toscano, che si trovarono poi così solennemente canzonati dell’aver fatta, in odio al Guerrazzi, la restaurazione. I più notevoli fra quelli uomini erano il Lambruschini, il Salvagnoli, il Ridolfi, Cesare Guasti, Gaetano Milanesi, l’avvocato Galeotti, Marco Tabarrini, Tommaso Corsi, Celestino Bianchi; tutti, quale con maggiore, quale con minore ingegno, quale con animo più o meno disposto a novità politiche, brava ed onesta gente, ma quasi tutti (eccettuati forse due o tre) della scuola cattolica-manzoniana, che faceva capo a Gino Capponi. Giovan Battista Niccolini, fieramente avverso alle loro idee, se ne stava in disparte solitario e sdegnoso. Qualcuno anche si era adattato oramai al governo del Granduca, e in fondo in fondo non desiderava novità, o che se novità in senso liberale avessero a farsi, si facessero col Granduca. Altri poi, di cui non importa fare i nomi, venuti su magari nel 1849 col ministero democratico del Guerrazzi, erano reazionari feroci o paurosi.

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Cresciuto in questo ambiente e sotto maestri, che coll’esempio e con la parola predicavano il rispetto alle autorità costituite, la religiosità, la prudenza, il Carducci, alla Scuola Normale di Pisa, della quale era direttore, come sappiamo, il canonico Sbragia, ex-liberale del 1848 e manzoniano, parodiava gl’inni sacri, scrivendo delle strofe come queste:

Viva pur Sandro Manzoni!

Quanto è mai che s’arrabatta

Co’ filosofi nebbioni

E gli storici a ciabatta!

Acqua santa a piena mano,

Tutto il secolo è cristiano.

. . . . . . . . . . . . . .

Che volete? Il Cristianesimo

È un romanzo che fa chiasso.

Ci scordammo del battesimo,

Ma cantiamo col compasso

Come un’aria di Lucia

Paternostro e avemmaria.

I versi non son belli: tutt’altro; ma mostrano nel giovine lo spirito e il carattere dell’uomo, mostrano come poco questo carattere si piegasse agli insegnamenti che contrastavano con le sue tendenze. E a ventidue anni, un anno dopo ch’era uscito dalla Scuola Normale, pubblicava un volumetto di versi, tutti riboccanti di classicismo e di paganesimo, e rampognanti la viltà dell’Italia moderna.

Un sonetto al Metastasio si chiudeva col noto verso:

Il secoletto vil che cristianeggia

Un altro, Ai sepolcri dei grandi Italiani in Santa Croce, terminava così:

.... in questi avelli or vive,

Qui solo, e in van, la patria nostra antiqua:

Ai quali io siedo e fremo, a le mal vive

Genti imprecando, de l’etade iniqua

Dispregiator, ch’altro non posso, eterno.

In un’ode Agli Italiani il poeta gridava:

O di cuor peregrina e di favella

E di vesti e di vizi, o in odio ai Numi

E a gli avi ed a la patria, or che presumi,

Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra: o in fondo

Giaci da secolar morbo disfatta;

E i vanti posa o la superbia matta

Favola al mondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Che se il fato n’è avverso, e se a te giovi

L’oblio perenne e i gravi pesi e l’onte;

Rompan su d’oltre mare e d’oltre monte

Barbari novi,

Frughin de gli avi ne le tombe sante

Con le spade ne’ figli insanguinate,

E calpestin le sacre al vento date

Ossa di Dante.

La forza e l’audacia di questi e d’altri simili versi eccitavano l’ammirazione e l’entusiasmo dei pochi amici del poeta; ma rispondevano così poco al sentimento pubblico d’allora, che anche uomini, i quali si credevano e a modo loro erano liberali, furon tratti a biasimare altamente il volumetto carducciano, e non ebbero niente da opporre a chi dichiarò che l’autore si mostrava destituito d’ogni facoltà poetica.

***

Il 1859 mutò per poco la posizione del Carducci rispetto al pubblico.

Da qualunque parte fosse venuta l’iniziativa della liberazione d’Italia, chiunque se ne fosse fatto l’autore, avrebbe avuto l’incoraggiamento e le lodi del giovane poeta; il quale, non appena balenò la possibilità della guerra del Piemonte all’Austria, compose la canzone A Vittorio Emanuele; e così dopo la pacifica rivoluzione toscana del 27 aprile si trovò d’accordo con la maggioranza dei suoi concittadini, che volevano l’unione al Piemonte, e cantò la Croce di Savoia e l’Annessione. Queste poesie fecero dimenticare il libretto di due anni innanzi, e il Carducci parve divenuto il poeta dell’opinione pubblica liberale in Toscana.

Ma l’accordo durò poco. Dopo Villafranca venne la spedizione dei Mille, e il poeta, che aveva in cima dei pensieri il compimento della unità nazionale, si fece naturalmente garibaldino. Gli avvenimenti successivi, la paurosa politica dei liberali moderati e la loro soggezione a Napoleone III, che aveva rotta sul principio l’impresa della liberazione d’Italia, che ne avversava in mille maniere il compimento, che manteneva i soldati francesi a Roma, raffermarono ogni giorno più il distacco del Carducci dalla maggioranza monarchica. Da che la monarchia si chiariva incapace di compiere, almeno per allora, l’opera del risorgimento nazionale, le idee del poeta si trovarono naturalmente d’accordo con quelle dei partiti avanzati (in parte avversi alla monarchia) che non ammettevano indugio.

Egli era allora a Bologna, ed essendo in quella disposizione d’animo ed avendo quelle idee, s’era venuto a poco a poco avvicinando agli uomini che quelle idee medesime professavano, ai giornalisti che le sostenevano. È naturale che in quell’ambiente, come oggi si dice, egli si trovasse a suo agio; come è naturale che quell’ambiente esercitasse qualche influenza nell’animo di lui. Superfluo avvertire che una gran parte della gioventù romagnola, che per ragione di studi o d’altro affluiva a Bologna, e già cominciava ad ammirare il poeta, era repubblicana. Ad acuire l’opposizione del Carducci alla politica del governo si aggiunsero i dolorosi fatti della guerra del 1866, la politica spiegatamente reazionaria di esso governo, e le piccole persecuzioni alle quali il poeta fu fatto segno dal Ministero.

Nel 1868 fu pubblicato il volume dei Levia Gravia, una raccolta di poesie, dove, fra lo sdegno per le ingiustizie sociali, domina una nota di sconforto e di sfiducia, una nota quasi direi leopardiana. Ma in mezzo a quello sconforto, e in mezzo agli studi d’erudizione e di filologia di quello che può chiamarsi un periodo di raccoglimento del poeta, scoppiarono pure dall’animo di lui l’ode Dopo Aspromonte e l’Inno a Satana, e indi a poco i primi Epodi, di cui l’ode e l’inno furono come l’avanguardia.

L’Inno a Satana, composto nel 1863 e pubblicato nel 1865, non fu veramente conosciuto che dopo la ristampa fattane nel 1869 dal direttore del giornale democratico Il Popolo di Bologna, E. Bordoni, in occasione che si apriva a Roma il concilio ecumenico. Quella poesia e i primi Epodi ebbero, com’è naturale, l’approvazione e le lodi dei repubblicani, e in genere dei giornali e degli uomini d’opposizione, più, s’intende, per ragioni politiche e di partito, che come opera d’arte e come manifestazione di un alto ingegno poetico. Le persone così dette serie, i liberali moderati, gli uomini d’ordine, dissero: Questo non è un poeta, è un energumeno.

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Il suo poeta, anzi i suoi poeti, l’Italia liberale li aveva già: a parte il Prati, famoso da un pezzo, aveva l’Aleardi, sorto poco prima del 1860 a gareggiare con lui, e venuto subito in gran fama per la dolcezza e malinconia dei suoi Canti, ristampati dal Barbèra nel 1864; aveva lo Zanella, il cui nome quasi sconosciuto prima del 1867 fuori del Veneto, si diffuse ben presto per tutta Italia dopo l’edizione delle sue poesie fatta pur dal Barbèra nel 1868.

La capitale era allora a Firenze; e un po’ dello spirito cattolico guelfo movente dal palazzo Capponi avvolgeva il governo e la maggioranza da esso rappresentata. Le poesie dello Zanella, nelle quali la religione, la scienza e l’amor di patria si davano la mano, poesie semplici ed eleganti, se talora un po’ accademiche, rispecchiavano, anche meglio di quelle del Prati e dell’Aleardi, il sentimento della maggioranza legale del paese. La poesia del Carducci stonava orribilmente, e doveva parer degna del piombo che ferì Garibaldi ad Aspromonte, o almeno almeno delle manette che strinsero i polsi degli arrestati di villa Ruffi.

Il poeta da giovane aveva detto che la sua musa era cresciuta colle tenui miche d’Orazio; ora, alla distanza di pochi anni, i suoi concittadini lo chiamavano il poeta della barricata e delle Grazie petroliere. E pure egli non aveva fatto che crescere, crescere coi medesimi sentimenti, con le medesime aspirazioni che gli fervevano in cuore fin dalla prima giovinezza.

Ad alcuni dei pochi amici, che avevano ammirato le sue poesie giovanili, parve anche, dopo i due Epodi per Corazzini e per Monti e Tognetti, che il suo gusto letterario cominciasse a corrompersi. — Perchè? — Perchè nella meditazione e negli studi di quel periodo di raccoglimento l’orizzonte delle sue idee si era venuto allargando, il suo ingegno si era svolto e rafforzato; e lo scudiero dei classici aveva sentito il bisogno di liberarsi da ogni soggezione e di correre, come disse egli stesso, le avventure a tutto suo rischio e pericolo. Naturalmente ciò ch’egli in quel periodo aveva letto di poeti stranieri moderni conferiva alla liberazione e alla educazione delle sue facoltà poetiche; e i segni ne apparivano nelle ultime poesie.

Quando nel 1868 uscì il volume dei Levia Gravia, la pubblicazione di esso passò quasi inosservata. I buoni moderati erano tutti intenti a gustare il loro Zanella, uscito appunto in quel medesimo anno, e in quel medesimo anno proclamato dalla Nuova Antologia il nuovo poeta d’Italia.

Non che qualcuno non avesse sentito e detto qual poeta vero e forte annunziavano i due Epodi pel Corazzini e per Monti e Tognetti: ma pochi porsero orecchio a quelle voci. Fra codesti pochi fu l’editore Gaspero Barbèra; il quale, diremo meglio, aveva forse già sentito da sè la potenza dell’ingegno del Carducci anche come poeta. E pur sapendo quali avversioni incontrassero nel pubblico, specialmente toscano, i suoi versi, gli chiese di farne una edizione. Egli sapeva anche che, nonostante quelle avversioni, l’ingegno dell’uomo cominciava ad essere riconosciuto, e capì che, data quella forza di mente e quella tempra di carattere, il poeta avrebbe finito coll’imporsi. Intanto il Carducci che, per le sue opinioni politiche, aveva, come sappiamo, avuto dal governo parecchi fastidi ed una sospensione, seguitò per la sua via senza scomporsi, seguitò a scrivere, quando l’occasione lo stimolava e l’animo dettava dentro, versi sempre più ardenti e più arditi: e il Barbèra ai primi del 1871 pubblicò, raccolte in un volume, tutte le poesie composte da lui fino allora, non escluso l’Inno a Satana e i versi nuovi. L’editore voleva comprendere nel volume anche la canzone A Vittorio Emanuele e le altre poesie politiche anteriori al 1860; ma l’autore non volle: «Quei versi, disse, li ristamperei, se fossimo in repubblica: ora nol fo, per più ragioni degne.» Fra queste c’era, credo io, bench’egli nol dicesse, il proposito di rimanere tutto intero nella opposizione, e come tale presentarsi nel suo libro. Del quale affermava, a rischio (son sue parole) di passare per bugiardo o per superbo; «Io ne’ miei versi come disperava di piacere ai più, così non me lo sono proposto per fine.»

***

E i più non si curarono dei suoi versi, che furono esaltati dai meno, dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna. Qualcuno dei più ne andava dicendo il maggior male possibile nei crocchi letterari di qualche grande città; diceva che il Carducci non aveva nè affetto nè fantasia nè forma, che era freddo, che scriveva poesia per forza, che a far poesia come quella tutti eran capaci.

— Ah sì? pensò il Carducci, a cui queste maldicenze erano riferite da alcune signore; ah sì? sentirete se son freddo, se i miei versi son fatti per forza, se tutti li sanno fare! — E nel 1873 pubblicò le Nuove Poesie, dove, in mezzo ad una grande varietà ed originalità di componimenti poetici, erano i nuovi e più terribili giambi ed epodi, che ad alcuni di quei critici e ad alcuni dei letterati e degli uomini politici più in vista dovettero sapere di forte agrume. Non fa meraviglia se il Bonghi, uomo che in letteratura teneva, nella opinione dei più, un posto eminente, dichiarava: «In realtà, chi legge il Carducci?... io me ne stanco e non mi vergogno di confessarlo.»

Che lui se ne stancasse è naturale, perchè, a parte la diversità profonda delle opinioni, nei giambi c’era qualche zampata anche per lui; ma che la gente non lo leggesse, era un’illusione o un pio desiderio del dotto uomo.

La prima edizione delle poesie del Barbèra (di sole mille copie) in due anni non si era esaurita, mentre delle poesie dell’Aleardi dal 1864 al 1873 ne erano state fatte quattro edizioni per un numero complessivo di 6500 copie, e di quelle dello Zanella dal 1868 al 1873 due edizioni di 1500 copie ciascuna. Ma pubblicate appena le Nuove Poesie, a quella prima edizione ne successe subito una seconda; e poi una terza e una quarta, intanto che delle Nuove Poesie si faceva una ristampa dallo Zanichelli.

Che cosa era avvenuto?

Errerebbe chi credesse che le Nuove Poesie avessero portata al Carducci la popolarità, cui egli non aspirò e che non ebbe mai.

Fra la gente timorata di Dio ed ossequente al Re s’era formata una specie di leggenda intorno al nome del poeta di Satana, che faceva di lui qualche cosa di pauroso e di terribile. I letterati, che avevan ricevuto da lui qualche cenciata, si contentavano di dire che era un maleducato e un villano; quelli che non lo conoscevano se lo figuravano una specie di belva feroce; le donne e i ragazzi avevan paura di lui come del peccato e del diavolo, salvo qualcuna che, avendo già qualche pratica col peccato e col diavolo, moriva di voglia di conoscere come il poeta di Satana era fatto.

È probabile che quella leggenda di terribilità facesse nascere in alcuni il desiderio di conoscere le Nuove Poesie, delle quali, appena pubblicate, ci fu subito chi si affrettò a dir male; ma, più che probabile, è certo (quali si fossero le ragioni) che le Nuove Poesie, senza neppur l’ombra d’un po’ di réclame editoriale o giornalistica, furono subito lette in Italia e fuori; e tutte le persone cólte e spregiudicate, ch’erano in grado d’intenderle e di gustarle, tutte senza distinzione di partito, ne rimasero colpite come d’un fatto nuovo e singolare nella letteratura e nell’arte, non italiana, ma europea, come della rivelazione intera e compiuta di quel vero poeta, che i due Epodi avevano solamente annunziato. Gli stranieri, in particolar modo tre tedeschi, furono i primi a riconoscere il fatto e segnalarlo all’attenzione generale.

C’era di che.

Pubblicando, soli due anni avanti, le poesie della edizione Barbèra, il Carducci aveva detto: «Mossi, e me ne onoro, dall’Alfieri, dal Parini, dal Monti, dal Foscolo, dal Leopardi; per essi e con essi risalii agli antichi, m’intrattenni con Dante e col Petrarca, ad essi, pur nelle scorse per le letterature straniere, ebbi l’occhio sempre.»

La derivazione dai classici si sentiva nei Juvenilia e nei Levia Gravia, come si scorgeva nei Decennali qualche segno delle scorse per le letterature straniere.

Ma nelle Nuove Poesie il poeta era lui, proprio lui, con una fisonomia spiccata e caratteristica, che non si poteva confondere nè rassomigliare con quella di nessun altri. E quanti aspetti varii e nuovi e tutti originali in quella fisonomia! Che mirabile contrasto di suoni, di colori, di atteggiamenti in quel volumetto di liriche!

Il fatto, riconosciuto solennemente, come ho detto, da tutte le persone cólte e spregiudicate, non si poteva oramai contestare. E non osò contestarlo nemmeno la critica dei giornali moderati, nemmeno quella della Gazzetta ufficiale del regno, ma vi girarono attorno con molte restrizioni, con molte sciocchezze, con molte malignità, tentando di scemarne l’importanza. — Il Carducci, sì, è un gran poeta, diceva il critico della Gazzetta ufficiale; e soggiungeva: peccato che sia un uomo bilioso, scervellato e selvatico! che si lasci dominare dal suo sciagurato temperamento, dall’orgoglio, dall’atrabile, e nel parossismo cronico del suo sdegno, nel tumulto anarchico de’ suoi errori, gitti all’aria urli di furore e gridi di rabbia felina! — Questa critica, che si chiamava da sè cortese ed onesta, che pretendeva scendere dall’alto forte di verità ed ispirata d’amore, e invitava il poeta ad accoglierla come un’amica, fu portata in trionfo dai giornalini, dai giornaletti e dai giornaloni moderati, con grande sodisfazione del grosso pubblico, che non capiva e non poteva capire il poeta.

Il Carducci pensò: dagli amici mi guardi Iddio; e questo pensiero diventò, con grande sodisfazione degli ammiratori delle Nuove Poesie, una delle sue prose polemiche più magistrali, Critica e Arte, che ridusse al silenzio gli avversari. Ma ridurre al silenzio non vuol dir persuadere. In generale la critica e la polemica più persuasive non persuadono se non coloro che non hanno bisogno di essere persuasi.

***

Intanto la gioventù, non solamente di Bologna e delle Romagne, dove il Carducci era, più che altrove, conosciuto ed amato, ma anche delle altre parti d’Italia, aveva cominciato a leggere le sue poesie ed entusiasmarsene. Le vicende della patria, ch’era in sul comporsi a nazione, avevano ancora, trent’anni fa, virtù di commuovere gli animi dei giovani. E come i giovani, quando non sono guasti dalla educazione, o per natura scettici ed egoisti, si sentono naturalmente attratti verso tutto ciò che agli occhi loro è nuovo, grande e generoso, si volsero con ammirazione al poeta dei Giambi ed Epodi. Non ho bisogno di nominare quelli che a Bologna erano scolari suoi, i quali sono una legione, che oggi onora gli studi e le scuole, primo fra tutti per ingegno e dottrina Giovanni Pascoli; del quale mi fu raccontato che una sera al Caffè dei cacciatori fosse fatto leggere al Carducci, che allora lo conosceva appena, un sonetto; e che egli dicesse: — Sarei contento d’averlo composto io. —

Fuori di Bologna uno dei primi a sentirsi preso dalla poesia del Carducci fu Giovanni Marradi, che negli anni intorno al 1870 era studente al Liceo di Livorno, e faceva fin d’allora dei versi, anzi ne aveva già stampati. Io ne mandai alcuni manoscritti, nel gennaio del 1871, al Carducci, il quale mi rispose: «Ho letto le poesie dell’alunno del tuo Liceo. Intanto c’è del colorito temperato animosamente, e c’è dell’onda di verso; e ci è attitudine e pieghevolezza; e mostra di amare nei moderni quel che han meglio. Vorrei più sobrietà e più nerbo. Ma ci è stoffa. Studiare, studiare, studiare: meditare, meditare, meditare: amare e odiare fortemente: e poi riuscirà. Ma non si perda in quel limbo d’arte e d’idee che è la società odierna, specialmente in Toscana. Sono eternamente sospesi fra il bene e il male, fra la verità e la convenzione: è un eterno compromesso in istile e in concetti. E ne vengon fuori i Dall’Ongaro e gli Zanella (2ª edizione).» Con quella seconda edizione il Carducci intendeva dello Zanella poeta politico negli ultimi due anni, e del Dall’Ongaro che si era messo a fare il classicheggiante.

***

Qualche anno più tardi, il Carducci cantava, per le nozze di sua figlia:

L’umide

pupille fise al vel fuggente,

la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola

coglievi fiori sotto le acacie,

ed ella reggendoti a mano

fantasmi e forme spïava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida

tua chioma intorno rogge strisciavano

le strofe contro a gli oligarchi

librate e al vulgo vile d’Italia.

E tu crescevi pensosa vergine,

quand’ella prese d’assalto intrepida

i clivi dell’arte e piantovvi

la sua bandiera garibaldina.

Non c’è nessun vanto in queste strofe: esse contengono la storia esatta della poesia del Carducci. La quale volle e seppe compiere una rivoluzione; rivoluzione contro i sentimenti, le idee e le forme che dominavano la vita e l’arte nel tempo suo, la vita e l’arte di una società languida e molle, senza forti convinzioni, eternamente sospesa, come egli diceva, fra il bene e il male, fra la verità e la convenzione. E la rivoluzione tanto fu compiuta, che quando la musa del Carducci stava piantando sui clivi dell’arte la sua bandiera garibaldina, il buon Aleardi, una sera, rispondendo a certuni che gli lodavano alcuni versi suoi, uscì a dire: «Non lodate, non lodate. Di tutta questa roba non resterà nulla di qui a vent’anni. Ho sbagliato. La strada è un’altra; e c’è già chi l’ha vista, e se non pretende di percorrerla troppo in furia, arriverà sicuro alla meta e otterrà fama vera e durevole. È un gran dolore, cari miei, quello d’aver lavorato tanti anni e dover poi confessare a sè stesso di non aver fatto nulla che valga.»[74]

Se la fama dell’Aleardi cominciò a declinare a mano a mano che si facevano strada le poesie del Carducci, giustizia vuol che si dica che le previsioni del poeta circa la completa oscurazione del suo nome furono più pessimiste del vero; poichè dei suoi Canti dal 1873 in poi furono fatte altre quattro edizioni, l’ultima delle quali è del 1899. E l’editore, ch’è uomo pratico di queste cose, ritiene che altre se ne faranno. C’è dunque ancora in Italia chi legge ed ammira l’Aleardi: ciò che non può dirsi, almeno allo stesso grado, dello Zanella, le cui poesie, dopo le due prime edizioni del Barbèra ed una dei Successori Le Monnier, non sono state più ristampate.

Fa singolare riscontro alla rivoluzione compiuta dalla poesia del Carducci il fatto che due corifei del romanticismo, il Prati e il Dall’Ongaro, al quale già accennai, vicini a chiudere la loro carriera poetica si volsero al classicismo. Il Prati quando, al tempo della capitale a Firenze, il ministro Broglio faceva predicare il verbo della lingua popolare e manzoniana, si mise a comporre versi latini, tradusse un libro dell’Eneide, e pubblicò l’Armando, nella seconda parte del quale è il Canto d’Igea; un canto che, a giudizio del Carducci stesso, è «ciò che di più sanamente classico ha prodotto la poesia del tempo nostro in Italia.»[75]

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Insieme con la rivoluzione della poesia, il Carducci ne fece un’altra; quella degli studi di critica e storia letteraria, nella quale ebbe compagno l’amico suo Alessandro D’Ancona.

Nella prima metà del secolo passato le così dette cattedre di eloquenza delle nostre Università erano state palestra di esercitazioni retoriche ed accademiche, di maggiore o minor valore, secondo il maggiore o minore ingegno degli oratori; ma gli uomini come Ugo Foscolo vi capitavano di rado e non vi duravano a lungo; e Francesco De Sanctis, che in tempo a noi più vicino, senza troppo approfondire i particolari, ebbe una felice intuizione generale dei fatti storici della letteratura, e sopra quella fondò la sua critica nuova e geniale, è una gloriosa eccezione.

Il Carducci, anche prima di salire la cattedra dell’Ateneo bolognese, aveva indovinato da sè il metodo vero degli studi di storia e critica letteraria, cioè il metodo delle ricerche diligenti e pazienti dei fatti, sui quali fondare poi il ragionamento critico ed estetico. Cotesto metodo egli aveva cominciato già ad applicarlo nei Saggi da lui premessi ai volumetti della Collezione Diamante del Barbèra. E naturalmente, quando si trattò di insegnare la storia della letteratura all’Università, sentì il bisogno di cominciare dalle origini, appunto perchè meno conosciute e più oscure, e perchè senza di esse è impossibile rendersi ragione degli svolgimenti successivi.

Lo stesso fece il D’Ancona, nominato, quasi contemporaneamente al Carducci, professore di lettere all’Università di Pisa. La cosa era così nuova, che produsse un po’ di scandalo fra i letterati della dotta Alfea. — Ma questa non è letteratura italiana, questa è archeologia — dicevano i buoni Pisani, che ricordavano le chiacchiere sconclusionate del Rosini, e la lettura degli Ammaestramenti del Ranalli, fatta da Michele Ferrucci dalla cattedra d’eloquenza dell’Ateneo pisano. Certamente il Carducci non aveva imparato da loro.

È noto come il metodo storico abbia interamente rinnovato fra noi gli studi letterari; come è noto che nella scuola del Carducci non ci fu mai pericolo ch’esso ingenerasse freddezza e aridità. Oltre i suoi scolari, fanno di ciò testimonianza i suoi libri di prosa; i quali possono dividersi in due grandi categorie, libri di storia e critica letteraria, libri di critica d’arte e polemica. I primi sono un riflesso del suo insegnamento, e mostrano com’egli, armato d’una erudizione larga, minuta e precisa, sapesse coll’ingegno vivo, acuto, luminoso, penetrare più addentro negli argomenti che prendeva a trattare e scoprirne aspetti nuovi rimasti fino allora ignorati. I secondi sono un compimento dei primi, e un commento e una illustrazione continua dell’arte sua.

Il merito del Carducci erudito e scrittore di prosa fu riconosciuto più presto e più generalmente che quello di lui poeta, perchè a quel riconoscimento non contrastavano, o contrastavano meno, le opinioni politiche, la mancanza di gusto e le vecchie abitudini e i pregiudizi di scuola. E, diciamo anche, l’incoltura e la presunzione della critica spicciola dei giornali. I letterati serii, che si scandalizzarono alle audacie di pensiero dell’Inno a Satana, ammiravano l’erudizione e la critica di cui il poeta aveva dato saggio con la edizione delle poesie italiane del Poliziano; gli uomini e i giornali politici, che non potevano mandar giù le satire acerbe dei Giambi ed Epodi e si provavano a gittare qualche frizzo contro qualche stranezza o durezza delle Nuove Poesie, pur ammettendo il valore poetico non comune del libro, si sentivano in dovere di lodare senza restrizione gli Studi letterari pubblicati dal Vigo.

Ma quando qualche anno dopo uscirono le Odi barbare, apriti cielo. Non c’è esempio nella nostra letteratura di un diluvio di spropositi come quello che piovve allora sul capo del poeta. La critica dei giornali non aveva dato mai prima, e credo non desse mai dopo, uno spettacolo così stupefacente di ignoranza e di miseria intellettuale. Un critico che andava per la maggiore, e che ammanniva periodicamente ai lettori e alle lettrici della Illustrazione italiana sue lezioni di buon gusto e di estetica, disse che le Odi barbare erano una stonatura, una musica barbarica, una decalcomania; un altro, brava e cólta persona, disse che non erano state scritte sul serio, che il poeta aveva voluto prendersi burla del pubblico; un terzo, scienziato e giornalista, scrittore di drammi e di cose militari, pubblicò, come dissi in principio del cap. VII, un articolo pieno d’errori, per dare una lezione di metrica al Carducci. Questa critica, indipendentemente dalla parte che poteva avere in essa qualche dispetto personale, rappresentava la opinione vera e il grado di cultura della maggioranza del paese di fronte alla poesia delle Odi barbare.

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Ho parlato di dispetti personali. Era naturale, era umano che molti avessero dei risentimenti contro il poeta, perchè molti erano stati fatti segno ai suoi strali, alle sue punture, ai suoi scherzi. Il Carducci, fino da giovane, fu uomo di passione, d’impeti, di scatti; ebbe letterariamente antipatie molto pronunziate, nè sempre giustificate. Di alcune lo riconobbe egli stesso e con nobile franchezza lo confessò; perchè nelle sue antipatie non c’era niente di personale. Quando nello scrivere un di quei nomi gli capitava sotto la penna, bisognava ch’ei lo bollasse.

Paulo Fambri, che i lettori già sanno essere lo scienziato e giornalista che volle dare al Carducci una lezione di metrica, fu chiamato da lui il grosso Voltaire de le lagune; e perchè era in fondo un brav’uomo, le punture ricevute dal poeta non gl’impedirono di riconoscerne il valore. Lo stesso di altri. Il Bonghi fu, come ho detto, tartassato dal Carducci, e più d’una volta; e più d’una volta criticò egli il Carducci, nè molto felicemente; ma poi finì col riconoscere, non senza molte restrizioni, com’era suo costume, i meriti di lui. Il Bonghi, anche quando lodava, aveva sempre l’aria di dire: Voi avete fatto una bella cosa, ma io l’avrei fatta diversamente, cioè meglio.

Uno dei più maltrattati dal Carducci in verso ed in prosa fu lo Zendrini, che non si ristette dal criticare il Carducci fin che potè, ch’era un di quelli che dicevano male delle sue poesie nei crocchi delle signore (ciò ch’era naturale, dato il modo suo d’intendere e concepire la poesia e l’arte, affatto opposto a quello del Carducci); ma quando egli fu morto, il Carducci, dovendo parlare di lui, e volendolo fare «con quella coscenziosa e meditata libertà e schiettezza, della quale, diceva, gl’italiani han troppo bisogno,»[76] rese, senza niente disdirsi, piena giustizia al suo ingegno e alla sua dottrina, si dolse ch’ei fosse mancato all’arte, quando forse stava per rinnovellarsi, e concluse, a proposito di lui e di altri morti di fresco: «Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora.

»L’uom s’affronti con l’uom: pugna è la vita.»

Due che, pure punzecchiati dal Carducci, non dissero mai una parola contro di lui, sono il De Amicis e il Giacosa; ma non si può pretendere che tutti abbiano la loro virtù; la quale è forse il miglior modo di rispondere agli assalti della critica e della satira, quando si crede di non meritarli o si sente che sono eccessivi. Ebbero essi medesimi la prova di ciò quando più tardi videro il Carducci rendere giustizia ai meriti loro.

Domenico Gnoli narrò nella Nuova Antologia del 15 marzo 1880 questo aneddoto, la cui verità gli era stata confermata dal Carducci stesso: «In una linea di strada ferrata presso Modena viaggiavano insieme alcuni uffiziali, e, discorrendo degli scritti del De Amicis, ne dicevano male a torto e a ragione. Un signore, che stava in un angolo leggendo, a poco a poco fu tratto anche lui nella conversazione, e prese a difendere il De Amicis. — È inutile, rispondeva un uffiziale, io sto col Carducci: Edmondo da i languori, il capitan cortese. Ma il Carducci, ripigliava il signore, ha detto così in una satira, che non va presa alla lettera; e poi se lo ha chiamato da i languori, non ha detto già che gli manchino altre buone qualità. E ricordò le pagine della caccia del toro nella Spagna e altre belle descrizioni. — Ma avendo detto nella discussione che il Carducci non era infallibile, parve agli altri ch’egli parlasse del poeta con poco rispetto, e la questione si faceva più viva. Intanto giunsero alla stazione: gli uffiziali nello scendere dettero al signore le loro carte da visita, e il signore rese la sua. Chi era? Il Carducci mi perdoni l’indiscrezione: era proprio lui.»[77]

Qualche cosa, se non di simile, di analogo, avvenne tra il Carducci e il Giacosa. Questa volta chi narra è il Carducci stesso. Egli aveva pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non voleva, non sapeva e non poteva fare scritti, sia di prosa, sia di verso, nè conferenze o altro, a richiesta altrui: pure cedè ad un invito del Giacosa, che lo pregava di una conferenza a Torino per l’Esposizione, con offerta di compenso. «Prima di tutto, scrisse il Carducci, il Giacosa è il Giacosa, cioè un uomo di cuore e d’ingegno, del quale come scrittore, quand’era nella prima sua maniera, io aveva detto troppo male, e non mi parea vero di manifestarmegli grato del non aver egli badato a cotesto per mostrarmi la sua affezione.»[78] Poi aggiunse altre ragioni che qui non importano.

Ma non si può pretendere, come ho detto, che tutti abbiano la longanimità del De Amicis e del Giacosa; benchè certo sarebbe bene.

Lunga è la lista degli uomini pubblici, dei letterati, dei giornalisti, più o meno violentemente attaccati dal Carducci, o fatti segno alle sue punture satiriche, per effetto delle sue convinzioni politiche, artistiche, letterarie. Oltre quelli che ho già nominati, a chi conosce le opere del poeta vengon subito in mente i nomi del Lanza, del Sella, del Gualterio, del Cialdini, del Persano, del Mancini, del Villari, di Nicomede Bianchi, del Fanfani, del Rapisardi, del De Zerbi, d’Yorick, dell’Alberti, del Rizzi: e chi sa quanti altri ora mi sfuggono!

È naturale che la maggior parte delle persone attaccate dal poeta, fra le quali non poche di valore indiscusso e indiscutibile, non avessero per lui gran simpatia, sia pure che ne riconoscessero l’ingegno. Questo dovette esser pure un grande coefficiente della cattiva accoglienza ch’ebbero al loro primo apparire le Odi barbare.

Il favore col quale appunto in quel tempo erano accolti i libri del De Amicis era dovuto, è vero, in gran parte, anzi in massima parte, alla materia e alla forma, che rendevano quei libri accessibili e adatti alla intelligenza, al gusto e alla cultura della maggioranza dei lettori e delle lettrici italiane; ma è fuori di dubbio che una parte di quel favore deve attribuirsi anche alla simpatia del pubblico che lo scrittore aveva saputo guadagnarsi co’ suoi Bozzetti militari.

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Con tutto ciò, fatta la debita parte alla poca simpatia che godeva il poeta, rimane fermo che la ragione principale della non buona accoglienza incontrata dalle Odi barbare sta, come dissi, nella impreparazione del pubblico anche cólto a gustarle ed intenderle. Aveva perfettamente ragione il Carducci quando, a proposito dell’ode alla Regina, mi scriveva che un mezzo per capire le odi barbare era conoscere la poesia tedesca.

Solo che i lettori italiani avessero potuto leggere nell’originale, non dirò le odi del Klopstock e del Platen, ma le Elegie romane e l’Arminio e Dorotea del Goethe, i metri delle Odi barbare non avrebbero fatta loro quella strana e sgradevole impressione, che fu la cagion prima che impedì a molti di capire. E non si creda che cotesti molti fossero tutti gente incólta: c’era perfino qualche professore di lettere meritamente stimato, e veramente dotto.

Le poesie del Carducci in generale, e le Odi barbare in particolare, vogliono essere lette con molta attenzione nel silenzio tranquillo del proprio studio; vogliono, dirò di più, essere meditate e studiate, come tutta la poesia densa di pensiero e nutrita di dottrina: senza di ciò è impresa disperata il comprenderle. E allora accade che, dopo una prima lettura superficiale, si butta via disgustati il libro, dicendo: Ma che cosa annaspa costui? Chi lo capisce è bravo.

La reazione contro il primo giudizio della ignoranza e della fretta non tardò però molto. Quelli che non avevan capito alla prima, sentendo che c’era chi aveva capito, rilessero, studiarono e cominciarono a capire anche loro; e non andò molto che le Odi barbare furono proclamate la più alta poesia del Carducci. Alle prime seguirono poi le seconde e le terze, che confermarono, amplificandolo, il giudizio definitivo. Cosa poi singolare: le prime odi barbare, se si deve giudicare dal numero di edizioni che hanno avuto, sono state lette anche più delle seconde e delle terze, essendo di quelle stato messo in circolazione un numero maggiore di copie; ben sedicimila, prima delle ottomila copie delle Poesie complete.

Se si considera che l’Italia è un paese che legge poco e non compra libri; e che le poesie del Carducci non furono, come oggi si usa, declamate nelle sale e nei teatri, per accattar loro favore, nè la loro nascita fu mai annunziata telegraficamente come un grande avvenimento; che insomma mancò ad esse quella sapiente réclame che oggi i poeti sanno fare alla merce loro, bisogna pure riconoscere ch’esse dovettero avere in sè una gran virtù per vincere tutte le resistenze, per farsi leggere ed ammirare.

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Intorno a quel tempo, negli anni cioè poco prima e poco dopo il 1880, ci fu in Italia una specie di risveglio poetico. Erano gli anni della prima fioritura delle edizioni elzeviriane dello Zanichelli in Bologna, e del primo fortunato periodo del Fanfulla della Domenica in Roma. Il primo volumetto elzeviriano pubblicato dallo Zanichelli fu il Canzoniere di Lorenzo Stecchetti, Postuma; al quale, con pochi giorni di distanza, tennero dietro le prime Odi barbare del Carducci. Accennai nel capitolo VI le ragioni del successo veramente sbalorditoio dei Postuma: basti dire che in meno di tre anni ne furono fatte sette edizioni, ed oggi siamo alla ventiduesima. Dopo i Postuma e le Odi barbare vennero le poesie del Panzacchi, il Polychordon di Vittorio Salmini, le Nuove Liriche di Naborre Campanini, i Nuovi Versi di Vittorio Betteloni, le Canzoni moderne di Giovanni Marradi (Labronio), i Miei Canti di Corrado Ricci, le Poesie di Enrico Nencioni, le Nuove Poesie del Fontana, i Versi del Tarchetti, e un’altra quantità di poesie d’altra gente più o meno nota. Naturalmente questa efflorescenza non era tutta di fiori aulenti d’un modo; e non tutta la produzione poetica italiana si limitava ad essa; ma il più e il meglio certamente era lì. Un po’ per ragione dell’editore, un po’ perchè cotesto movimento letterario si era creato intorno al Carducci, si parlò molto impropriamente di Scuola bolognese. Inutile dire che il Canzoniere dello Stecchetti diede la stura a una quantità di poesie più o meno pornografiche, che i loro autori chiamarono veriste, tanto che verismo parve per un momento diventato sinonimo di pornografia.

Ci fu della buona gente che si scandalizzò e gridò contro questo verismo. E, facendo un po’ di confusione, misero in un mazzo col Guerrini il Carducci, considerandoli tutti due come i capi della Scuola bolognese, cioè verista, o pornografica.

Il grido venne da Milano; in forma di pochi sonetti satirici molto mediocri, preceduti da una breve prosa arguta e frizzante; opera gli uni e l’altra di Giovanni Rizzi, un buono e brav’uomo, molto manzoniano e molto attaccato alle sue idee morali e religiose. Al Grido milanese fece eco da Firenze un misero libretto del commediografo Luigi Alberti, buon uomo anche lui, ma quanto commediografo poco felice, altrettanto scrittore infelicissimo di prosa e di versi.[79] Rispose il Guerrini con un primo opuscolo di versi, Polemica; poi con un libretto di versi e prosa, Nova Polemica; finalmente il Carducci con lo scritto Novissima Polemica pubblicato nel giornale Il Preludio di Bologna (10 novembre 1879). Prese ultimo la parola il Rizzi con una nuova edizione del suo Grido,[80] accresciuto di una Appendice, mista pure di prosa e di versi; ma la vittoria restò letterariamente agli accusati; e il povero Alberti, investito da una scrosciante pioggia di ridicolo, rovesciatagli addosso dalla penna del Carducci, rimase, credo, intontito.

Il Carducci durò poca fatica a rispondere vittoriosamente quanto a sè, perchè l’accusa fattagli era ingiusta; il suo sano e forte paganesimo non avendo niente di comune col verismo pornografico dello Stecchetti. Quanto a questo, non seppe difenderlo meglio che allegando la sua discendenza legittima da Alfredo Di Musset, e mostrando che anche della brava gente, come il Tasso, il Corneille, il Parini e il Giusti, avevano a tempo loro composto dei versi licenziosi ed equivoci. Ma ciò non era una giustificazione. Nella sostanza i difensori della morale rimasero, per ciò che riguardava lo Stecchetti, dalla parte della ragione. Lo riconobbe in certo modo il Carducci stesso quando scriveva: «Anche a me, se ci bado, questa mostra in versi, che dura da qualche mese, di tante alcove in disordine non piace punto, perchè in somma è poco pulita, e riesce, come tutte le mostre, cordialmente noiosa. Desidero poi che il Guerrini s’allarghi fuor del genere voluttuario, come ha già mostrato di volere e saper fare.»

Dieci anni più tardi il Carducci esprimeva così le sue idee intorno alla poesia amorosa, idee alle quali rimase sempre fedele nei versi che scrisse. «Quanto all’amore, io credo, che la poesia recente sia tornata ad abusarne, e sono ben lungi dal concedere importanza e valore di arte a quegli sfoghi di erotismo e a quelle civetterie dell’io mughetto che i rimatori odierni si concedono. Lasciamo stare, per amor di Dio, Saffo; e non gridiam miracolo a tutte le inezie e porcherie di Catullo, e confessiamo che nei Lieder di Heine abbondano i madrigaletti: dei parnassiani francesi non mette conto discorrere. Insomma della poesia d’amore ammetto soltanto quella che la impressione singolare, fenomenale, individuale trasmuta nella rappresentazione universale, storica, umana: quasi quasi sto per dire che nella poesia d’amore io amo l’allegoria. Che un verseggiatore pensi di una Teresa o d’una Carolina così e così, ch’egli desideri di farle o le faccia questo e questo, e ch’ella faccia a lui questo e quest’altro; è cosa che può importar molto per quel momento a lui, che probabilmente importerà poco a lei e che non importa nulla a me. Ne faccia pur memoria il caro verseggiatore nel suo carnet e ne componga versi per albi o per ventagli o per ventarole o per musica; ma le confessioni da nessuno richieste e solo a’ collegiali curiose d’un vanesio o peggio non sono poesia: ci mancherebbe altro!»[81]

La questione della pornografia in versi fu ripresa nei giornali domenicali del 1883 dal Panzacchi, dal Nencioni e da me, in contradizione con Luigi Lodi, a proposito di alcune poesie del D’Annunzio. Noi in fondo sostenevamo allora, contro il Lodi, le medesime idee ch’ebbe ad esporre più tardi il Carducci col pezzo di prosa che ho riferito.[82]

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Chi scriverà la storia della letteratura italiana nella seconda metà del secolo passato, giunto al tempo di cui parliamo dovrà rilevare alcuni fatti abbastanza consolanti; a parte quel risveglio poetico, che, se ne togli il Carducci, ha poca o nessuna importanza, e che col Carducci era cominciato assai prima. Tutta la poesia vera della seconda metà del secolo è nelle opere di lui, le quali, come altri osservò, sono talora poesia se anche scritte in prosa.

La prima metà del secolo ebbe due ingegni di prim’ordine, pensatori, prosatori, poeti, il Manzoni e il Leopardi; i quali, rappresentando fortunatamente due scuole diverse, anzi opposte (che cioè si credevano e volevano essere opposte, mentre miravano allo stesso fine), la scuola romantica e la classica, furono cagione che in processo di tempo queste si giovassero reciprocamente, correggendo ciascuna le deficienze e gli eccessi dell’altra. Intorno a quei due grandi, il grande agitatore genovese, sognante l’unità d’Italia, quando essa non poteva essere più che un sogno, e una larga schiera di scrittori (filosofi, romanzieri, poeti) che le opere loro dirizzarono al fine glorioso della liberazione della patria, mantenendo vivo nei petti degl’Italiani l’odio ai principi e agli stranieri che la tenevano divisa ed oppressa.

Nei primi venti anni della seconda metà del secolo la politica fece, com’era giusto, tacere la letteratura; e l’Italia ebbe, invece di grandi scrittori, tre uomini d’azione, un re, un guerriero, un diplomatico, che, aiutando gli eventi, seppero compiere quella gloriosa opera della liberazione della patria, e trasformare in realtà il sogno di Giuseppe Mazzini. Dinanzi alle ombre di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, le ombre dei grandi scrittori della prima metà del secolo piegano riverenti la fronte.

Ma dopo che nel 1870 l’Italia ebbe conquistata la sua capitale, si vide che quei venti anni di silenzio non erano stati infruttuosi per la letteratura. Un nuovo soffio di vita intellettuale era passato sopra la giovane nazione; i migliori ingegni si erano venuti aprendo e maturando al sole della libertà; il movimento degli studi presso gli altri popoli aveva stimolato alla emulazione gl’Italiani; l’amore alle discipline storiche, già in onore fra noi, si era ravvivato, allargato, e rafforzato nella ricerca paziente dei documenti e dei fatti; nelle discipline filologiche era penetrato il rigore scientifico, nelle letterarie il metodo storico, saviamente contemperato all’estetico, già signoreggiante in alcune regioni d’Italia per opera di Francesco De Sanctis; le correnti delle due scuole, romantica e classica, si erano frattanto venute lentamente fondendo, e gl’ingegni meglio aperti alla verità avevano riconosciuto e preso quello che c’era di buono nell’una dottrina e nell’altra.

Le Facoltà filologiche dei nostri Atenei, cresciute dopo il 1860 di numero e andate via via rinsanguandosi di nuove forze, contavano insegnanti che con le opere loro e col nome tenevano alta nel mondo la riputazione degli studi italiani. Anche fuori delle Università le lettere avevano quasi in ogni ramo rappresentanti e cultori, più o meno famosi, ma tutti notevoli e degni, che nei giornali domenicali, nelle riviste e nei libri, illustravano la storia letteraria e civile, disputavano d’arte, di critica, scrivevano novelle e racconti; notevole sopra tutti per la sua operosità e versatilità, veramente meravigliose, e pel suo sapere enciclopedico, non sempre sicuro, Ruggero Bonghi, che traduceva e illustrava Platone, scriveva la storia di Roma, fondava e dirigeva la Cultura, dava articoli a tutti i giornali, e dissertava di politica, di archeologia, di storia, di filosofia, di estetica, di filologia, di linguistica, e di non so quante altre cose nella Nuova Antologia.

Aggiungasi che dalle Scuole universitarie di Bologna, di Pisa, di Firenze, di Napoli, usciva una schiera di giovani, nutriti di studi seri, pieni d’ingegno e d’ardore, che promettevano di proseguire onorevolmente nell’insegnamento e nei libri l’opera dei loro maestri.

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Tali erano le condizioni della cultura letteraria in Italia poco dopo il 1880, intorno cioè al tempo in cui il valore del Carducci cominciò ad essere generalmente riconosciuto. L’Italia si era finalmente accorta di possedere un poeta vero; i più illustri contemporanei, anche quelli che fino a poco tempo addietro lo avevano guardato un po’ di traverso, non sdegnavano di avvicinarsegli e di rendergli onore; e la gioventù italiana, che già da alcuni anni lo ammirava, sentiva crescere ogni giorno il suo entusiasmo per lui.

Accennai già a questo fatto ed agli scolari del Carducci in Bologna dopo il 1870. Dissi pure che intorno al 1880 ci fu una specie di risveglio poetico, a proposito del quale si parlò molto impropriamente di Scuola bolognese.

Tutto ciò ha bisogno di qualche spiegazione.

Se in un certo senso può dirsi che il Carducci ebbe una scuola, ciò deve intendersi unicamente della influenza che gli scritti suoi, così di poesia come di prosa, esercitarono sopra la gioventù del suo tempo; ma come questa gioventù non fu soltanto quella della Università di Bologna, sì della Italia intera, così la scuola, se mai, deve chiamarsi italiana, non bolognese. Parlare di scuola poetica bolognese, perchè lo Zanichelli pubblicò quasi contemporaneamente nella sua collezione elzeviriana le Odi barbare del Carducci, le poesie del Panzacchi, del Guerrini e di qualche altro, e perchè il Carducci prese parte insieme col Guerrini alla polemica contro il Rizzi e l’Alberti, è un non senso. Le poesie del Panzacchi non avevano nessun punto di contatto con quelle del Carducci, e non ne risentirono alcuna influenza; quelle del Guerrini anche meno. Che nel volume Nova Polemica ci fossero alcuni componimenti in metri barbari, non vuol dir niente: la sostanza e gli spiriti delle nuove poesie del Guerrini erano rimasti gli stessi, o di poco modificati, e perciò molto diversi dalle poesie del Carducci. Anche non vuol dir niente che il Panzacchi e il Guerrini, come tutti gli altri scrittori di versi di quel tempo, chiamassero il Carducci maestro. Si può dare ad uno il nome di maestro, e non essergli scolari.

Gli scolari veri del Carducci erano la nuova generazione che allora veniva su, nel pieno fiore della giovinezza, e non solamente in Bologna. Per quei giovani la pubblicazione di ogni nuova poesia di lui era un avvenimento. Bisogna essere stati in mezzo a loro, e rammentarsi l’impazienza con la quale attendevano ogni numero del Fanfulla della Domenica che doveva recare una nuova ode barbara; bisogna rammentarsi l’interesse e l’entusiasmo con cui la leggevano e le discussioni calorose, animate, interminabili che vi facevano sopra.

Io nominai due degli scolari dei Carducci, uno, scolare vero a Bologna, il Pascoli, l’altro, scolare da lontano, il Marradi; autori ambedue di poesie che sono lette e piacciono. Le Myricæ del Pascoli hanno avuto in pochi anni sei edizioni; le Poesie che il Marradi scelse dalle varie raccolte da lui pubblicate dal 1879 in poi e riunì l’anno passato in un volume edito dal Barbèra, sono già alla terza edizione.

Il Marradi è (come il Carducci lo chiama) «poeta mero: impossibile a lui mortificare l’ingegno nella vil prosa, sì della critica e della filologia, sì del bozzetto e della novella.»[83] Le poesie del Pascoli invece (non poche, e tutte attestanti, attraverso l’ispirazione forte e sincera, un lavorio d’arte, che a volte può parere eccessivo) non sono che una piccola parte dell’opera sua letteraria. Il Pascoli, oltre che poeta, è prosatore, critico, erudito, filologo, commentatore, interprete, traduttore. Anzi, a considerare l’insieme del suo lavoro, si direbbe ch’egli è poeta a tempo perso, nelle ore d’ozio (ben poche) che gli concede la sua instancabile operosità. Scrive poesie latine; traduce metricamente da Omero ed Esiodo, da poemi e romanze in francese antico; passa da questi allo Shelley, al Tennyson, a Victor Hugo; torna dal francese e inglese moderno al greco di Platone e al latino di Livio; dai commenti a Vergilio ed Orazio passa all’Inferno di Dante; e scrive intorno alla Commedia opere di lunga lena, per le quali si potrebbe credere ch’egli in tutta la sua vita non avesse fatto altro che studiare il poema divino.

Gli scolari del Carducci sono un numero infinito (quando dico scolari intendo tutti quelli che nella loro educazione letteraria sentirono l’influsso di lui): ebbene, fra cotesti moltissimi sono ben pochi quelli che si volsero alla poesia: non passano, credo, in tutti, la mezza dozzina; o la passano di poco. Perch’egli davvero non incitò nessuno a comporre versi; e a quei ragazzi, che, dopo la fortuna dello Stecchetti, si misero a scrivere poesie veriste, quando ebbero la infelice ispirazione di rivolgersi a lui, diede tali lezioni, che dovettero rammentarle per un pezzo e perdere per un pezzo la voglia di disturbare le Muse. Ad una di quelle lezioni, pubblicata nel Preludio di Bologna del 9 novembre 1881, lasciandola ristampare l’anno dopo, annotava: «I ragazzi che fanno gli omettini e i cattivelli e saputelli, che bestemmiano, che fumano, che seccano la gente grande mettendosi fra’ piedi, io gli ho a noia, e, fedele all’educazione antica, li piglio a scapaccioni.»

Ma per le poesie di due scolari suoi veri, Severino Ferrari e Guido Mazzoni, ebbe parole di lode e consigli amorevoli. Il Ferrari fece un anno solo di studi a Bologna e gli altri all’Istituto superiore di Firenze, dove lo attiravano le biblioteche; il Mazzoni, presa la laurea in lettere a Pisa, andò a fare un anno di perfezionamento a Bologna, e l’impressione che riportò della Scuola del Carducci ebbe un’influenza grande nella sua vita di scrittore e d’insegnante. Anche per lui e pel Ferrari la poesia è quasi un di più; gli studi che più strettamente si attengono al loro insegnamento assorbendo la maggior parte della loro operosità; e il Mazzoni spendendo tutto sè stesso per la scuola, anzi per le due scuole alle quali attende. E l’uno e l’altro san poi trovare il tempo di accrescere il patrimonio letterario della nazione con pubblicazioni importanti.

Come il Ferrari si unì al maestro per compiere il commento alle Rime del Petrarca, di cui il Carducci aveva dato fuori un saggio fino dal 1876, così un altro dei suoi scolari, Ugo Brilli, collaborò con lui alla compilazione delle Letture italiane per le scuole ginnasiali; perchè in tutta l’opera sua di scrittore e di insegnante il Carducci si inspirò sempre a quel concetto che riferii con le sue stesse parole in principio di questo capitolo; e niente gli parve conferir meglio all’attuazione di esso quanto il rafforzare e migliorare nelle scuole secondarie lo studio dei classici e tener desto e operante nei giovani il culto della patria. Perciò non gli parve ingloriosa fatica apparecchiare libri di lettura per i ginnasi; perciò accettò di dirigere una biblioteca scolastica di scrittori italiani, alla quale collaborarono amici e scolari suoi; perciò attese con amore negli ultimi anni ad una scelta di Letture del risorgimento italiano, alla quale attribuiva maggiore importanza, e della quale si compiaceva molto più che delle altre sue opere. Nè senza grande amarezza constatò che al nobile pensiero suo male rispondeva il pensiero del pubblico italiano.

Egli aveva pubblicato la prima serie delle Letture del risorgimento nel 1896: l’anno appresso, pubblicando la seconda, vi premetteva, fra le altre, queste parole: «Alcuno, forse benevolo, si compianse, come d’un segno dello scadimento dei tempi e dell’oscuramento degl’ingegni, di questo attendere d’un poeta a scelte di storia. Grazie. Troppi versi ho io fatto, e troppo poco ne sono contento: vorrei avere adoperato meglio il mio tempo, e tutta la gloriola, se pur gloriola v’ha, del mettere insieme sillabe e rime abbandono volentieri per le ore di sollevamento morale e di umano perfezionamento che procura ai bennati la rivelazione d’un’anima grande, la narrazione d’un fatto sublime, l’esposizione di pensieri superiori al senso e all’immediatezza utile e pratica. Niente è sì esteticamente bello come la devozione e il sacrifizio d’un uomo alla libertà, alla patria, a un’idea; niun dramma parve a me sì commovente come il delirio di Camillo Cavour moribondo, niuna epopea sì vera e splendente come le battaglie di Calatafimi e Palermo, niuna lirica sì alta come il supplizio di Giuseppe Andreoli, di Tito Speri, di Pier Fortunato Calvi.»

***

Il decennio fra il 1880 e il 1890 fu, come sappiamo, uno dei periodi più fecondi e felici della opera letteraria del Carducci; nel 1882 pubblicò le Nuove Odi Barbare, nel 1883 i sonetti Ça ira, nel 1883 e ’84 le tre serie di Confessioni e Battaglie e le Conversazioni critiche (edizione Sommaruga), nel 1884 lo scritto Dell’Inno La Risurrezione di Alessandro Manzoni e di San Paolino d’Aquileia e il discorso Per un monumento a Virgilio in Pietole, nel 1887 le Rime nuove, nel 1888 i tre discorsi su L’opera di Dante, su Jaufré Rudel, su Lo Studio bolognese, nel 1889 il discorso La poesia e l’Italia nella quarta Crociata e le Terze Odi barbare, nel 1890 l’ode Piemonte. E come d’allora in poi il vigore del suo ingegno e l’operosità sua non accennarono mai a declinare, nè passò anno fin verso la fine del secolo ch’egli non pubblicasse nuovi scritti in poesia ed in prosa attestanti quella operosità e quel vigore, così l’ammirazione per lui andò sempre crescendo.

Pure chi volesse dal favore col quale, specie nell’ultimo ventennio, furono accolte le opere sue argomentare ch’egli come scrittore rappresentasse il tempo suo, s’ingannerebbe, secondo me, grandemente.

Dall’inno Al beato Giovanni della pace alle Rime di San Miniato, dalle poesie per Aspromonte e Mentana alle odi Per la commissione araldica, per Giovanni Cairoli, al Canto dell’Italia che va in Campidoglio, all’ode A proposito del processo Fadda, egli non fa che rampognare e vituperare i suoi cari compatrioti. E se con la poesia li rampogna e li vitupera, non li tratta meglio con la prosa. A parte gli scritti polemici (i quali pur mostrano che le idee dei suoi critici erano agli antipodi con le sue, e che perciò anche fuori della poesia egli non era l’uomo del suo tempo), basta rammentarsi ciò ch’egli scrisse contro i numeri unici, contro le arcadie della carità, contro le conferenze, contro la monumentomania, contro le processioni, le commemorazioni, i banchetti patriottici, letterari, scientifici, tutte cose che rimarranno caratteristiche della età nostra, per persuadersi che sarebbe un controsenso chiamarlo rappresentante di quella età. Io lo direi piuttosto un giudice e censore di essa severo e spietato.

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Egli fu studioso della storia come pochi. Lo studio della storia fu in lui una passione, che dai primi anni lo accompagnò per tutta la vita. La conoscenza piena, minuta, sicura, che, per effetto di tale studio appassionato e non mai interrotto, venne acquistando degli avvenimenti umani presso tutti i popoli in tutti i tempi, formò il substrato della sua vasta cultura, e si era, direi quasi, immedesimata coi suoi sentimenti e co’ suoi pensieri.

Con la storia e per la storia egli viveva nel passato, viveva in un mondo ideale, popolato di uomini forti, giusti, virtuosi, sinceri; e quando da cotesto mondo gli accadeva di scendere nel mondo reale e trovarsi a contatto con gli uomini del tempo suo, con gli uomini veri, si adirava di trovarli tanto diversi, e sfrenava contro di essi, sotto forma di periodi o di strofe, le freccie avvelenate dell’ira sua.

Si capisce da ciò come la prima accoglienza ai suoi scritti fosse naturalmente di avversione e di repulsione. Ma dopo che la luce di quell’ingegno, sfolgorando in tutta la sua pienezza, apparve splendida e pura alle menti da prima incerte e restie, tutti cominciarono a poco a poco a comprendere che le ire, le bizze e le invettive dello scrittore movevano da un’idea superiore di giustizia e di moralità, e quell’avversione e quella repulsione cominciarono a poco a poco a cedere il luogo all’ammirazione e alla lode.

Se dopo la così detta evoluzione del poeta si levò qualche voce discorde intorno all’opera letteraria di lui, se qualcuno si provò a deprimere, in confronto delle poesie anteriori, le grandi odi storiche composte dal 1890 in poi, e qualcuno ad esaltarle eccessivamente proclamandole superiori alle prime, furono voci procedenti dalla passione e dalla politica, e perciò di nessun valore nel campo dell’arte, voci che il vento di un giorno bastò a disperdere e che oggi più nessuno ricorda.

Oggi che l’opera dello scrittore è compiuta, il consenso unanime della nazione ne riconosce l’alto valore e la consegna alla storia.