NOTE AL CAPITOLO III.

(Pag. 65, 67, 82.)

Riferisco, in nota a questo capitolo, la Canzone inedita del Padre Francesco Donati, e gli articoli del giornale Il Passatempo su la Diceria del Gargani e la Giunta alla derrata degli Amici pedanti.

A Enrico Pazzi

quando scolpiva il busto di G. Parini.

Perchè di speme il core

Rifiorisca e s’accenda al bel desio

Di gloria, e l’ozio, che le menti ha dome,

Cessar non dolga, forse alto valore

T’infonde amico fato, o Pazzi mio?

Dei grandi, onde vivrà l’italo nome

Invidïato sempre, irriso mai,

Le divine sembianze

Ecco a morte ritoglie

Tua gentil opra. Arrida il ciel pietoso

Al laudabil pensier, che in te s’accoglie:

E surga schiva di corrotte usanze

E codardo riposo

E oblique voglie omai la gioventude

Sè temprando degli avi alla virtude.

Emula brama spinse

Da basso loco a glorïosa meta

L’Ateniese garzon che a Salamina

Di barbarico sangue il mar dipinse;

E sovente, cred’io, per la segreta

Ombra notturna la Maestà latina

Circa alle sante immagini dei padri

Biancovestita ai figli

Di Quirino discese

Ad infiammar le giovinette menti;

Onde poi sì robusta ala distese,

Fatto maggiore da i maggior perigli,

Fra i marziali cimenti,

La vittoria seguendo in ogni lido

L’augel che pose in Campidoglio il nido.

E mentre a voi non pesa

Nel dedaleo lavor vita novella,

Alme sdegnose, disperar non lice

Di nostra patria anco giacente e offesa

Da molto sonno ed avvilita ancella:

Poichè spenta non è la fiamma altrice

Del valor primo, e la potente Vesta

Dall’ausonie contrade

Esular non sostenne

Quando l’instabil dea sul Palatino

Rendeva al tergo le fugaci penne.

Ma voi, d’ira succenso e di pietade

Il sembiante divino,

I cor pungete e le menti cadute,

E da vergogna ne verrà salute.

Così dal ciel reddia

Fatta secura la virtù pudica

Agli stuprati lari ove al tuo verso,

Al sì lodato verso alta ironia

Affidasti, o Parini. A te nimica

Volgea l’improba sorte, ed il perverso

Secol crudele a laute mense accolto

A te, pietoso figlio,

Scarso pane niegava

Di che sfamar la tua madre dolente!

Empio! ma te non vide in fra la prava

Turba l’altero capo e ’l franco ciglio

Piegar servilemente;

E privo di rimorsi all’atre porte

Libero e nudo t’accogliea la morte.

Ma non senza la doglia,

Che induce al core la tradita speme;

Ahi più d’ogni altra fieramente insana:

Quando alla patria tua presso alla soglia

Di libertà gli scherni e le catene

Una gente doppiò superba e vana:

Qual buon nocchiero in fortunoso mare

Non s’abbandoni lasso

A paura e sconforto

E della sua virtù non si ricreda.

Campa la rea procella e giugne a porto;

Così venisti confidente al passo,

Onde non è chi rieda,

Certo che ancor, se miseri e prostrati,

Splendidi foran della patria i fati.

Ma Italia anco si duole

E si dorrà, chè non è lieve il danno,

O santo Petto, della tua partita;

E a noi di tanta madre oscura prole

E di povero cor nel grave affanno

Pur te, pur te, che sì l’onori, addita:

Lacrimosa si va cercando intorno

Col guardo inconsolato

E le marine e il seno;

Ma la costanza tua, ma la tua fede

E la bella innocenza e il desir pieno

Di libertà, di gloria, indegno fato!

La misera non vede:

Non vede quell’amor che d’ira imprenta,

Nè cor che all’ira ed all’amor consenta.

Omai la sacra pianta

Di virtù più non cresce, e fatta inerte

Nel terren più ferace e sotto il cielo,

Che di superbo sole i giorni ammanta,

E fra le mani a tanto culto esperte

Fiori e frutti non mena; orrido gelo

L’umor vitale ne imprigiona e lega.

Chè a guadagno servile

E core, e mente, ed opre

Volge la gente, sì che in altra parte

Intendimento alcun non si discopre.

Cieco desio fa legge, e tiensi a vile

Il sacro ingegno e l’arte:

Perchè Italia ne geme, e piange, e grida,

Veggendo in ogni figlio un parricida.

O patria mia, se volta

Non venga a sera tua fatal giornata

Pria che ricinga il venerabil crine,

Che di mille corone ancor s’affolta,

Quella perchè temuta e invidïata

Andar ti fero le virtù latine,

A questo vivo marmo or ti conforta.

Qui qui verranno a schiera

I tuoi figlioli, o madre,

E quinci spira peregrino affetto

E altissimo pensier d’opre leggiadre:

Nè fia chi pur sogguati alla severa

Fronte e nel conscio petto

Romper non senta la profonda calma,

Nè surga al fiero tempestar dell’alma.

Spera: vanir non puote

La tua speranza mai se pria disciolto

L’universo non torni al nulla antico:

E lento pur dalle superne ruote

Nei luminosi campi il sol fia volto,

Come aggrada alla sorte, un raggio amico,

Che ti vesta di luce, Italia, aspetta

Dalla ragion dei tempi.

Poichè l’ordine eterno,

Che agli esseri dà vita e moto e posa,

Fòra distrutto, se qui ver discerno,

Ov’eterne ruine, eterni scempi

E ogni diversa cosa

Più che morte non è premesse al fondo

Chi niuno ebbe maggior, pari o secondo.

E tu dall’alte sedi,

Laddove gli immortali han fida stanza,

Se il futuro le soglie a voi non niega,

Spirto gentil, fruttificar già vedi

Questa da lungo dì culta speranza,

Ed oh! pel forte amor che a noi ti lega

Qual fia nostra grandezza? un’altra fiata

L’italo Marte doma

Vedrà la terra? o fòra

Del selvoso Appennino il mar coperto

Ove il giorno s’accende, ove scolora?

Di sapïenza fia l’eterna Roma

Novello tempio aperto?

O seguirem nell’arti eccelse ed alme

Cogliendo sempre orgoglïose palme?

O più nobil arena,

Se l’orme ricalcar non è fatale,

Il ciel n’appresta? A te forse all’amplesso

Accolto già della sottil Camena,

Allor che t’inspirò canto immortale,

Tanta mole di gloria era concesso

Nell’abisso veder della sua luce.

Oh! quel divin sorriso

Di natura t’aperse

Liberi doni e affetti, e le beate

Gioje schiuse d’amor, poichè t’offerse

Spettacol grato col giocondo viso

La celeste beltate:

E al fiammeggiar di due luci amorose

Rider vedesti le create cose.

Ove d’amor non fiede

L’alta virtù, quinci la vita fugge

E morte incombe e, se d’amor digiuna,

Come putrido stagno immota siede

L’alma nel petto e suo vigor distrugge

Miseramente in infima lacuna.

Amasti, o saggio, e l’amor tuo derise

Sciocco vulgo maligno,

Chè i primi casi in loco

T’ebber condotto ov’egli colpa estima

In sen nutrire l’amoroso foco:

Ma tu le candid’ale, italo cigno,

Spiegasti all’ardua cima,

Ove l’occhio non giugne nonchè ’l vano

E procace clamor di vulgo insano.

Amor, speme e disdegno,

O ben creato spirto, anco ti piaccia

Versarne in cor dagli effigiati marmi,

Sicchè rivolte sien l’opre e l’ingegno

Ove segnasti luminosa traccia

Col dolce suon d’armonïosi carmi

E la vita operosa e intemerata.

E tu, Pazzi, che sai

Coi divini portenti

Dell’arte tua gentil sovra il sentiero

Di gloria richiamar l’itale genti,

Segui l’opre mirande, e sì vedrai

Sul gemino emisfero

Ove bella virtù si onora ed ama

Carca del nome tuo volar la fama.

Modigliana, 15 febbraio 1856.

Franco Donati.