È notabile che come ora è stato primo a parlare con lode delle Rime del Carducci un giornale torinese, fu pure un giornale torinese (la Rivista enciclopedica italiana) che primo, e solo, lodò il Carducci degli Studi di filologia e lingua latina da lui stampati nell’Appendice alle Letture di famiglia. I quali Studi perchè qua in Toscana passarono, come al solito ogni buona cosa, inosservati; ci piace ripetere qui le parole di quel giornale, molto onorevoli al Carducci, che sono nella dispensa dell’ottobre 1855:
«Non possiamo a meno che lodare di bel nuovo il pregiato lavoro del signor Carducci sulla lingua e letteratura latina, il quale non si restringe solamente ad una interpretazione del testo delle Georgiche, ma spazia altresì pei campi della storia e della linguistica, e procede per via di confronti letterari tra gli autori greci e latini a svelarci i tempi di Virgilio ed i più reconditi pensieri di lui. Onde noi non abbiamo difficoltà nell’affermare che il signor Carducci farà opera che potrà stare a paro di quella dell’Heine e di altre di dottissimi critici che hanno illustrato i nostri classici antichi. Continui pertanto il Carducci nel lodevole divisamento, che sarà per riportarne utile e vanto a sè medesimo e alla patria nostra.»
Due sonetti satirici contro il Carducci.
Riferiamo anche, come documenti delle guerre letterarie del Fanfani e del Passatempo contro il Carducci e gli Amici pedanti, i due sonetti citati a pag. 96 e 98. Il primo, del Fanfani, è inedito; l’altro, del Fantacci, fu, come dissi, pubblicato nel Passatempo.
O Giosuè poeta, chiaro lume
Di Fiorenza e d’Italia, il tuo Fanfani
Vorria baciarti quelle santi mani
Che dettarono il nobile volume.
Ma d’Apollo incremento, sulle piume
Di gloria t’ergi, e a noi miseri, insani,
Facendo bocchi, in Pindo ti rimani
Tutto cambiato dall’uman costume.
Proteggitore almen resta indigete
De’ tuoi pedanti alle tue voglie pronti,
E sazia lor la poetica sete.
Spira i fantasmi spesso, e se da’ monti
Sorge la luna, dille che in sua quiete
Imago renda entro laghetti e fonti,
E con loro si acconti;
Che se a te l’ali han messo fuor la punta,
Almeno lei non sia da lor disgiunta.
Se poi nella sua giunta
Desio per donna incende i tuoi clienti,
Fa’ che dal luogo ove tu ti contenti,
Tra soavi concenti
Scenda un’altiera giovinetta bella
Che di beltate sia propria angiolella.
E non bastando quella,
Venga insieme con lei la verginetta
Che pur lamenta in quella ballatetta.
Venga, venga, l’aspetta
Il gener tuo negli omeri addensato;
Gli è ciò nei voti; ma se gli è negato,
Irrompe nel vietato,
E l’aer livida, a man di quei suggetti,
Strider potria divisa da’ moschetti;
I domestici tetti
D’ampia clade incestarvi e in sè rubelli
Duellare ad uccidersi i fratelli.
Pietade in te favelli,
I tuoi fantasmi lucidi invia loro,
E ad essi fiorirà l’età dell’oro.
Di vil patria a disdoro
Ricorda che balzò con franco volo
Di Flora il tempio, al mondo unico e solo,
Sull’attonito suolo:
Rinfaccia a’ vili le rigide torri
Che di lusso vestironsi; soccorri
Deh per pietà soccorri
All’arte putta, straccia il culto osceno,
E al desio del raro in questo ameno
Italico terreno
Accendi i cuor disfatti, e sii tu guida
A lei cui premon già l’ultime strida.
Non odi come grida?
È la tua patria che da te conforto
Dopo Dio spera, e che l’adduca in porto,
Saggio nocchiero e accorto.
Candidi soli e riso di tramonti
Pur rivedrà, alte terrà le fronti,
Se in suo servigio pronti,
Tu suo duce, tu figlio suo diletto,
Tu ingegno divo altero integro eretto.
Nemmen ti sia in dispetto
Volger pietoso uno sguardo a colui
Che ripassa sì bene i versi tui
E fe’ stringerti in hui
Per duol la bocca, chè nol fe’ per male,
Ma per metterti in zucca un po’ di sale.
Se la scusa gli vale,
Si scusa a te: tu dunque gli perdona,
Ad esso il bacio d’amicizia dona,
Ed ei che non minchiona,
Ei della gloria in la magione eterna
Ti farà scorta con la sua Lanterna.
Il Trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli che abbacchiava i ceci con le pertiche. — Diceria in versi d’un poeta che non è poeta.
Faccian festa per oggi i Fiorentini
Ed escan per le piazze a processione;
Su per i tetti montin le persone,
S’aggrappino agli arpioni i birichini.
Di festoni, d’arazzi e di setini
S’adorni ogni finestra, ogni balcone;
E suonin pur senza discrezïone
Campane, campanacci e campanini.
Largo al re de’ pedanti; in sua fidanza
Ecco ch’ei se ne vien, gonfiando in via
Sì che pare in persona la burbanza.
Se nol vedete non è colpa mia
Chè più di quattro spanne non avanza
Sebben si creda somigliar Golia.
Ciascuno, in cortesia,
Gli faccia di berretta, quando passa,
E stiasi per rispetto a testa bassa,
Ch’egli è quel tal che abbassa
La gloria de’ poeti laureati
E sconfonde e flagella i letterati
Viventi e trapassati.
Il sol suo nome al povero Manzoni
Fa per paura venire i bordoni
E la fa ne’ calzoni.
Se volge un’occhiataccia al Tommaseo
Lo fa proprio restar come un babbeo
E diventa un pigmeo.
Nulla dirò del Grossi e del Cantù
Che omai di questi non si fiata più
Da che lor boia ei fu.
E sua mercè vedrem ch’anco il Guerrazzi
Presto sarà, come interviene ai pazzi,
Ludibrio de’ ragazzi.
Basta ch’ei levi la tremenda voce,
Si fa ciascuno il segno della croce
E via fugge veloce,
Sì forte te lo acchiappa la paura
D’aver da lui qualche bastonatura
Anzi pur la tortura!
Quando ha la penna in man, Gesummaria!
Gli par la lancia aver dell’Argalia;
Sì che ognun scappa via,
Perchè con quell’arnese onnipotente
Tutto rompe e sbaraglia come niente.
Di grazia, o buona gente,
Fatevi avanti e squadratelo bene
Da capo a’ piedi e poi da petto a rene;
Eccolo ch’ei ne viene,
Guardate se non par quel da Gubbiano
«Che estinse il Gallo e seppellì il Germano.»
Corpo di Tamerlano!
Egli è da suoi pedanti circondato
Torvo ha lo sguardo e il crine rabbuffato:
Ha un calzon rovesciato,
Un cappellaccio sulle ventitrè,
Ed un vestito che chiede mercè;
Ohïmè! Ohïmè!
S’egli ti mette addosso l’occhio torto
Tu puo’ far conto d’esser bell’e morto,
Ed ogni priego è corto.
Ve’ se non par ch’e’ dica: «Olà perdio!
Non abbiate paura, son qua io
»Per far pagare il fio....
Qualvolta alcuno osasse d’aprir bocca
Entro in valigia.... e allor bazza a chi tocca,
»La mia saetta scocca;
Se mi monta la bizza di far carne
A chi voglio prometterne, a chi darne,
»Tagliarne ed affettarne....»
(Metaforicamente, ci s’intende).
Or dite un po’, con lui chi ci contende?
Tante cose stupende
Gli stanno così fitte nel cervello
Come le acciughe dentro un caratello;
Ci ha tutto il buono e il bello,
Sì vasta e peregrina erudizione,
Che ne restan di sasso le persone;
Ci ha Omero, Cicerone,
Aristotele, Seneca e Longino,
Virgilio, Quintiliano e il Venosino;
Tutto il greco e il latino,
Il succo dei più celebri scrittori
Filosofi, poeti e prosatori.
Che odori! che sapori!
Ci ha insomma d’ogni cosa un precipizio;
Però, se debbo dirla, ho grave indizio
Che ci manchi il «Giudizio»;
Il qual dicono (oh caso singolare!)
Che per quanto si sia dato da fare
Non c’è potuto entrare.
Del resto poi tutto vi sta a dovere
E la bottega par d’un rigattiere,
Dove ognun può vedere
La roba vecchia insieme con la nuova.
Armi, cenci, orinal, granate e uova.
In quel cervel si trova
Anco la polla della presunzione,
Dell’arroganza e dell’indiscrezione.
Son pur d’opinïone
Che ci abbia il seme dell’impertinenza,
Della spavalderia, dell’insolenza.
Cattedra d’eloquenza
Avrà, cred’io, e allievi ne verranno
Che come i can mastini abbaieranno,
Ringhieran, morderanno.
Che il ciel ne scampi i poveri cristiani
Da sì fatta rettorica da cani!
Perder vorrei le mani
Se a dargli, come dicon, dello spago
Non doventa col tempo antropofàgo,
O, dirò meglio, un drago,
Che sarà poi (se pur non piglio errore)
Del regno delle lettere il terrore.
Facciasi dunque onore
Al nostro Farfanicchio arcipoeta
Più chiaro ancora del maggior pianeta;
E come a propria meta
Trionfalmente ne venga portato
Nel bel mezzo di piazza del mercato
E quivi, coronato,
Facciangli intorno i beceri gran festa,
E d’urli e fischi in mezzo a una tempesta
Cantino le sue gesta
Col ritornel, che assai gli piacerà,
Del Nani, Nani, Nani, qua qua qua,
Che tanto ben ci sta;
E a così lieti, becereschi canti
Rispondan Nani Nani anco i pedanti.
Io poi mi farò avanti
E dirò a Farfanicchio in sul mostaccio:
«Bada! ci ho in corpo un altro sonettaccio;
»E s’io non te lo faccio
Con una coda più lunga di questa
Mozzo mi sia.... volevo dir la testa.»
Articolo del Carducci sul Trionfo della Croce.
Riportiamo finalmente dal n. 23 del Momo (anno I, 10 giugno 1858) l’articolo del Carducci sul Trionfo della Croce del Del Lungo, che diede occasione all’ultima polemica del Carducci stesso col Passatempo.
Il «Trionfo della Croce» dì Isidoro Del Lungo.
È una canzone di metro toscano; fatta da un giovinetto di diciassette anni. Delle idee svolte liricamente questo è il nesso. — St. I e II. Dopo la redenzione, a Dio che preparava una civiltà nuova agli uomini rigenerati dalla nuova fede, piacque di porre il principio e la sede di questa fede e civiltà nella terra d’Italia; non sì però (st. III) che la religione di Cristo non diffondesse la sua luce pur sul resto del mondo e non si facesse ispiratrice di pensieri forti e atti magnanimi a tutte le genti. Da questo cominciamento convenientissimo a poeta italiano e ben legato col resto dalla opportuna transizione della st. III, passa il giovinetto scrittore a mostrare (nelle st. IV e V) la diversità filosofica delle due credenze, etnica e cristiana; accennando il prevalere di quest’ultima per la speranza che divinamente infonde nelle anime combattute dalla trista verità della vita (st. V) e per la forte volontà che mette nei suoi credenti (st. VI, primi 7 versi). — Ma la religione di Cristo è anche oppugnatrice della prepotenza e confortatrice a forti fatti: in prova di che si ricordano le crociate (st. VI, ultimi 4 versi, e st. VII). — Quindi, come ispirati dal pensiero medesimo, che armò le crociate alla diffusione della fede, si rammentano l’italiano cantore di esse (st. VIII), l’italiano navigatore che primo piantò la croce su le terre scoperte dall’ardir suo (st. IX): e si chiude la canzone colla diffusione trionfale della religione cristiana nel nuovo mondo (st. X). E il Tasso e il Colombo, confortato e rianimato il primo nei dolori ineffabili dai sentimenti religiosi, armato il secondo di meravigliosa fortezza cristiana contro le avversità, a me paiono convenientemente introdotti, ad esempio del doppio effetto che il poeta nella st. VI e VII ha detto esercitare la religione cristiana su le anime credenti.
Tutto ciò è versificato in X stanze di bella poesia, dove i concetti e le imagini sono non diffusi (come si suole da giovani e in questi tempi) ma acconciamente raccolti e quasi condensati con arte severa che mostra nel giovinetto assai potenza di stile: e il verso è armoniosamente variato negli accenti e nelle pose, e con regolarità non servile intrecciato e interrotto: e lo stile è temperato ne’ classici latini con accorta mistura di alcuna soavità toscana, come specialmente insegnarono fare Foscolo e Leopardi. Non sì però che alcun che d’eterogeneo non ci si senta talvolta, e che tu non urti in qualche forma antilogica: il che è da perdonare all’età acerbissima. Accenno quel che a me pare difetto. St. I.... redenta dal peccato antico Tornò libera e sciolta Agli amplessi di Dio l’umana polve: l’umana polve no, pare a me; l’anima umana: nè della polve potrai dire che sia redenta cioè ricomperata dal peccato, e nè meno che ella divenga libera e sciolta; che anzi ella importa sempre servitù e cattività alle anime degli uomini. — St. II.... Esulta De’ tuoi martiri il frale entro la tomba. Frale si dirà del corpo finchè retto dalla vita può esser franto; quando è nella tomba è già franto; dunque non può esser più frale, sibbene spoglia. Nè frale (da frango) sta bene con esulta (da ex-sultare): anche le parole prese di per sè hanno una cotal logica; che gli scrittori primitivi (per così dire) intuiscono, i secondarii devono studiare nelle etimologie, nelle analogie, nelle derivazioni e nelle mutazioni stesse del significato elementare. — St. II. E all’orgoglio mortal di nuovo insulta L’aquila del Tarpeo fatta colomba. Le metamorfosi lasciamole a Ovidio: a me questa imagine non va, perchè non sorge dal vero. Di più, tanto è che si parla d’aquile romane o di colombe cristiane che ormai le son frasi d’Arcadia anche queste. — Nella st. IV si dice: Per te del mortal velo il greve incarco Con pronta ala s’inalzi Spregiando il fango vile a miglior parte. Pare a me che dare ali e volo a un greve incarco, non sia bello: più questo greve incarco del mortal velo, che è il corpo, deve, spregiando il fango vile, cioè la materia e ciò che a la materia aderisce, inalzarsi a parte migliore. Ora cotesto inalzarsi pur con il corpo non avvenne mai, ch’io creda, se non a que’ buoni servi di Dio che poterono godere le estasi beate: nè il giovinetto autore certo vorrà che tutti i cristiani debbano riuscire cotanto estatici. — Nella st. VII havvi certa ira di Numi un po’ troppo pagana, dove si parla di crociate: come pure nella IX, dopo aver domandato se la prova del mortale viaggio è più dura a’ generosi per decreto celeste, segue a dire il poeta: o con superba Voglia saetta il fato Più altamente le più alte teste: il qual fato qui è proprio il fato pagano di Omero e di Eschilo, e contrasta troppo manifestamente col decreto celeste che è tutto cristiano. — Nella st. VIII dicesi: Poi ch’a’ flutti del tuo mare si sposi L’armonia di Torquato. Che vuol dire un’armonia la quale promette sè (sposare da spondeo sponsum) ai flutti? La maniera latina, maritare l’armonia ai versi, ai numeri, alle corde, sebbene arditissima la intendo (armonia vale congiungimento e connessione di più in uno): lo sposarsi dell’armonia ai flutti, no: ed è, o a me pare, maniera non vera, che mal si accorda con altri modi belli e potenti di questa poesia; senza però ch’io creda col Passatempo «pazzamente romantiche» le altre imagini a cui questa frase si collega. Al qual Passatempo non saprei compatire la maraviglia, che significata da tre punti ammirativi egli mostra a questi versi.... Oh non al pio Cantor doveano OSTELLO Esser le sale dei potenti e gli auri...; se non ripensando a quella sentenza del Metastasio: la meraviglia dell’ignoranza è figlia. S’io avessi a trattar con persone che niente niente sapessero di grammatica, potrei dir loro che la locuzione le sale de’ potenti e gli auri viene a dir le aurate sale de’ potenti: e ciò per una certa figura che si chiama endiadis, per la quale Virgilio disse Pateris libamus et auro e Lucano con modo similissimo a quello del signor Del Lungo Non auro tectisve modus. Ma perchè di grammatica non sa niente certo chi scrive cæteribusque, e chi scrive cæteribusque è il Passatempo, comecchè e’ faccia il rigattiere di critica e se l’allacci e vada per la maggiore tra’ giornali di Firenze, io voglio ch’egli mi perdoni questa digressioncella sull’endiadis che lui non tocca. Tornando al signor Del Lungo, direi che nella canzone di lui sarebbero da notare lo scadere degli ultimi quattro versi in certe stanze, e la soverchia predilezione ch’egli mostra d’avere per gli infiniti aggruppati al modo latino; se non fosse ormai il tempo di riportare certi luoghi della canzone che a noi paiono di bellezza franca e sicura, perchè i leggitori ne giudichino di per sè.
Parla della Fede stabilita in Italia come in sua propria sede:
E te, candida dea, giova il sorriso
De l’italico sole,
E dal tirreno mar sorger la luna
E cader d’Appennino
Le grandi ombre notturne; onde le stole,
I labari di Cristo, la fortuna
De le chiavi celesti al tiberino
Lito commetti. . . . . . . . .
Confronta le due credenze:
Tempo fu già che di graditi errori
A l’intelletto un velo
Fecero i sensi; onde i bugiardi Dei,
Cura amabil de’ vati,
Tenner l’Olimpo, e la quadriga in cielo
Febo guidò: ne’ graziosi e bei
Fantasmi il viver nostro e ne’ dorati
Sogni fuggia; nè il vuoto
Delle cose mortai, nè ’l desir folle,
E le vane speranze e il fine ignoto,
Timido del dolor, ricercar volle.
Tu che del vero inesorato ai danni
In arcana alleanza
Le gioie unisci onde beltà s’india,
Ch’al dolore e a la morte
Insegni la preghiera e la speranza,
O Santa Fe’, la stolta codardia
Vinci. . . . . . . . . . .
Parla delle Crociate:
Vedrai raccolte per lo immenso piano
Sotto i vessilli tuoi
Cento ondeggiare e cento aste di guerra,
E converso in acciaro
Il pastoral degl’infulati eroi,
E riversarse una nell’altra terra
A far parere il gran possesso amaro.
Ahi quanta ira di Numi
A l’Orïente! e gemer per la muta
Notte di moribondi! e quale a’ fiumi
Di barbarico sangue onda cresciuta.
Parla del Colombo e dell’America convertita al Cristianesimo:
Forse è la prova del mortal viaggio
Per decreto celeste
Più dura ai generosi? o con superba
Voglia saetta il fato
Più altamente le più alte teste?
O Ligure nocchier, non da l’acerba
Fortuna a te fu schermo il disfidato
Furor de l’oceano,
E superar degli uomini la guerra
E de le cose, e con ardita mano
Fra ’l cielo e’ flutti ricercar la terra.
Ma su la prora fortunosa i santi
Vessilli ergea la Fede,
Ed era stella per cotanto mare.
Oh del culto verace
Lume novello! ecco da l’erma sede
Inusitate preci, e sorger are
E stringer patti ed annunziar la pace.
Queste cose erano state pensate e in parte scritte prima che il Passatempo tanto rabbiosamente latrasse contro lo scrittor giovinetto. Il quale latrato però non mi spaventa così ch’io non voglia dire il parer mio al signor Del Lungo: Giovini che a diciassette anni ritrovino e dispongano così bellamente la materia poetica, e le imagini contemperino ai sentimenti, e alle une e agli altri lo stile, e questo con tanta accorta parsimonia condensino, pare a me che per lo più sieno rari: massime oggi. Ho veduto altra vostra canzone; nella quale più sparpagliate le imagini, più rumoroso il sentimento, più misto e incerto lo stile: da quella a questa è un progresso. Non sì però che nella fusione meccanica del vostro stile non si scorgano come a righe ed a strati i metalli diversi (nè tutti buoni) dei quali lo componete. Or su: via alcuno di cotesti metalli: del resto fate sì che la fusione vi riesca compatta ed unita: chè, volendo, potrete. Come io credo non vi facessero esaltar su voi stesso gli encomi dell’Arte, così spero che il maledire del Passatempo a voi giovinetto non vi farà nel giudizio vostro rimpicciolir di soverchio. E come io m’indovino che voi pur imberbe potreste insegnare a molti in materia di stile (a me primo); così vi prego quello che ho creduto dire sul fatto vostro a non tenerlo in conto di ammaestramento. No, no, di grazia, che io non voglio fare il maestro a persona. Sì piuttosto accettatelo, se vi piace, come parere di tale che non vi conosce pur di vista, e che veduta la vostra canzone volle dirvi quello che in essa gli aggrada e quello che no: e forse vede male. Al Passatempo parecchie cose direi, se non me ne distornasse il ripensare la dura cervice di cotesto quid simile d’animale anfibio. Mi starò contento a dimandargli questo: Parrebbevi giusto, signor Passatempo, che un villanzone tarchiato, il quale altro non sa che sarchiare le orticacce e le malve, pigliasse a pugni e pedate un ragazzino perla sola ragione che quel ragazzino coltiva perbenino un suo giardinetto? certo direte che no. Anche: con che faccia osate voi sotto la sicurtà dell’anonimo svillaneggiare N. F. Pelosini, il quale vilmente provocato risponde a un anonimo insultatore, ed è pur tanto gentile che non istrappa la maschera dal viso a costui; quando voi nè pur nominato in bene nè in male buttate una manata d’impertinenze a un D. A. B.; il quale, poniamo che nelle lodi eccedesse, poniamo che certi pensieri caricasse un po’ troppo, pur non disse tutto affatto affatto malissimo? O chi siete voi che ad una persona, la quale prende sopra di sè la responsabilità di quello che dice e si firma, togliete il diritto della difesa; e per voi fate un diritto dell’aggressione anonima?
In una nota al volume delle Poesie (Bologna, Zanichelli, 1902), pag. 259, il Carducci dice che il sonetto Sur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, fu stampato la prima volta nel giornale Il Momo di Firenze con innanzi una letterina, ch’egli riporta nella nota stessa. La memoria ingannò il poeta. Letterina e sonetto dovevano essere veramente pubblicati nel Momo, ma (non ricordo per quale ragione) non furono: furono invece stampati soltanto il 18 agosto 1872 nel giornale Il Mare di Livorno (n. 13). Il discorso di pedagogia che diede occasione al sonetto, fu letto dal canonico Enrico Bindi in una radunanza dell’Ateneo tenuta al Palazzo Riccardi a Firenze.
Pubblicai nelle Note al Cap. III la canzone inedita del Donati per il busto del Parini scolpito da Enrico Pazzi. Era mio intendimento di dare qui una notizia compiuta degli scritti di lui editi e inediti, in verso e in prosa: ma essendomi stato impossibile raccogliere altri documenti oltre i pochi che conservo fra le mie carte, debbo limitare a questi la notizia, che, non saprei dire di quanto, ma sarà certo incompiuta.
Il Saggio di un Glossario etimologico della Versilia fu pubblicato nei fascicoli 3º e 4º del Poliziano (Firenze, Cellini, 1859); il Discorso Della poesia popolare scritta nei numeri 13 e 14, anno I, delle Veglie letterarie (Firenze, Tipografia Spiombi, 1862); il libretto Della maniera d’interpetrare le pitture nei vasi fittili antichi fu pubblicato in Firenze dalla Tipografia Calasanziana nel 1861, e ne fece una recensione il Carducci nel giornale La Nazione di Firenze, la quale è ristampata nel vol. V delle Opere a pag. 29 e seg.
Oltre questi lavori, io posseggo copia dei seguenti scritti a stampa del Donati:
Alla Vergine del Soccorso, Versi; Firenze, coi tipi Calasanziani, 1855 (sono una Canzone e una Ballata, L’Orfanella);
Notizie storiche della Madonna del Soccorso e della sua cappella; Massa, pei Frediani tipografi ducali, 1858;
Alla Madonna del Soccorso, Canzone e Stanze (dieci ottave), in un libretto di poesie pubblicato a Massa per la incoronazione di essa Madonna a Serravezza nel 1858;
Sonetto per la commemorazione di Gesù morto, dedicato ai venerabili confratelli della Misericordia in Serravezza; Firenze, Tipografia Calasanziana, 1861;
In lode di Cosimo Mariani, parole del suo confratello Francesco Donati D. S. P.; Siena, Tipografia dei Sordo-muti, 1864.
Nel 1865 il Donati collaborò alla Rivista italiana, e nel 1866 all’Ateneo, diretti da me, mandando all’una e all’altro articoli, note e recensioni di filologia italiana.
Io conservo di lui manoscritte una diecina di poesie, quasi tutte inedite, la maggior parte ballate. Credo che il Carducci alludesse anche al Donati, quando a proposito di una ballata di Guido Mazzoni, scrisse: «La vecchia ballata endecasillaba di Franco Sacchetti e d’Angelo Poliziano la rinnovò con garbo un po’ arcaico Terenzio Mamiani; la mantrugiò con diversa gaglioffaggine certa buona gente (c’ero anch’io) fra il ’50 e il ’60 o giù di lì.» Allora tanto il Carducci quanto il Donati, nella loro ammirazione per la ingenua semplicità e grazia degli antichi rimatori toscani, credevano possibile rinnovare, imitando, quelle forme, senza pensare che l’imitazione è artifizio, e che l’artifizio è precisamente l’opposto della semplicità e della grazia.
Chiarissimo Signore,
Torino, li 4 di marzo 1860.
La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra d’eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito; poichè in Torino è occupata, in Milano leggerà l’insigne letterato Aleardo Aleardi, in Genova non si pensa per ora di riaprirla, e debbe cessare a Pavia. Di Bologna non so, e quando facciasi l’annessione e quivi sia vacante quella cattedra, volentieri ci vedrei salire il mio signor Carducci, posto che la gradisse. Intanto io non voglio tacere che nel prossimo ordinamento de’ nostri licei, se Ella accettasse d’insegnare rettorica qui in Torino o in Milano, io me le crederei obbligato e ciò le sarebbe ottimo avviamento a salire più alto fra poco tempo. Consideri con agio la mia proposta e sappia che i nuovi licei debbono essere condotti a molto maggior dignità di prima e secondo la nuova legge anche gli emolumenti sono aumentati non poco. — Ad ogni modo, s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango Consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e l’amore in che la tengo.
La prego di non intermettere i suoi studj e nudra la giovine mente di forte e profondo sapere con la storia, la filosofia, la meditazione e qualche scienza positiva.
Scusi ad un vecchio la mezza temerità di farmi consigliere non domandato e forse non opportuno. Mi voglia bene.
Suo devotissimo
Terenzio Mamiani.
Illustre e venerato Signore,
Pistoia, 21 marzo 1860.
Mal potrei significarle a parole gli affetti che in me suscitò l’ultima lettera di che Ella volle onorarmi: tengo miglior partito il tacere, sicuro che lo spirito gentile di Terenzio Mamiani, che di tanta generosità è capace, intenda meglio che qualunque profusione di parole, il mio silenzio.
Maturata la generosa proposizione dell’E. V., credo che a me, il quale devo provvedere al sostentamento d’una famiglia, non sarebbe per gl’interessi domestici utilissimo il trasferirmi in Piemonte o in Lombardia, dov’è più caro il vivere che non nella nostra Toscana: tanto più che l’officio affidatomi dal Governo provinciale è, secondo l’ultima legge, remunerato di tale stipendio che può bastare a chi si contenti del poco. Ma quando l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenza o letteratura italiana in alcuna Università del Regno, e le si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna, tanto di me proprio quanto della mia famiglia, verso l’uomo illustre che oramai riguardo come mio benefattore.
Accetti, illustre signor conte, i miei vivissimi ringraziamenti a’ suoi saggi consigli, de’ quali faccio tesoro, e l’espressione della mia venerazione e, se me lo permette, dell’amor mio: e dove, così piccolo come sono, potessi servirla, mi tenga per cosa tutta sua.
Ossequiosissimo e obbligatissimo
Giosue Carducci.
Illustre e venerato Signore,
Pistoia, 11 agosto 1860.
Le condizioni della mia famiglia non mi permisero, quel che io pur desideravo, accettare l’onorevole offerta che la S. V. si compiacque farmi nel marzo decorso. Ora mi si presenta occasione, in che il valido patrocinio di Lei può volgere in meglio le mie sorti: ed io, tutto fidente nella benevolenza da Lei tanto benignamente dimostratami, non mi risto dall’invocarlo.
Vaca nel Liceo di Firenze, per morte del prof. titolare di corto avvenuta, l’insegnamento della lingua e letteratura greca: a me, e per gli studi e per gli interessi miei, sarebbe utile tornarmene in quella città, dove anche ho congiunti ed amici, e dallo attendere a curare alcune edizioni ricevo aiuti a sostener la famiglia; dove in fine ho tutto che fa cara la vita e in che può meno inutilmente spendere la gioventù chi non potè darla fra le armi alla patria. Per che ho fatto dimanda al Direttore della Istruzione pubblica, che voglia trasferirmi a quell’insegnamento: nè sarebbe gran promozione, fra lo stipendio che ricevo ora e quello che è annesso alla cattedra vacante correndo divario di sole 200 lire italiane. Quando Ella volesse scrivere in mio favore al Governatore generale della Toscana o al Direttore dell’Istruzione pubblica, o tenere altro modo che più le paresse opportuno, son certo che quei signori inchinerebbero facilmente all’autorità di Lei e seconderebbero i suoi consigli, e in me ne crescerebbe, se fosse possibile, gratitudine ed amore al conte Mamiani.
Anche, veda e perdoni la confidenza originata in me dalla sua cortesia, anche oso raccomandarle un amico mio, giovine di ottimi studi, Giulio Cavaciocchi. Questi, impiegato nel Ministero della Guerra, domanderebbe esser trasferito al Ministero della Istruzione pubblica, in officio consimile a quel che tiene ora: e credo in verità che i suoi studii e la educazione e l’indole lo facciano più acconcio ad essere impiegato nel Ministero della Istruzione che non in quello della Guerra. Egli avrà fatto o farà pratiche a ciò, o in Torino dove dee in breve trasferirsi, o in Firenze. Quando la S. V. Ill. ma volesse adoperarsi a pro di lui, e consolerebbe me del sapere adempiti i voti dell’amico, e l’amico mio si reputerebbe a ventura il poter esser grato a un uomo il quale da lungo tempo egli venera.
Dalla cortesia della S. V. spero perdono alla mia soverchia confidenza, e godo nel confermarmi novamente con affettuosa riverenza
suo obbl.mo e dev.mo
Giosue Carducci.
Mio caro Signore,
Torino, li 18 agosto 1860.
Il Prati, per ragioni al tutto speciali, rinunzia la cattedra di eloquenza italiana nella Università di Bologna. Io mi terrei fortunato ed anche un poco superbo se Ella, caro signore, mi concedesse di nominarla a quel posto. Bologna, certo, non è Firenze, ma è grande città che portò molto meritamente il titolo di dotta; e il popolo suo, affabile e cordialissimo, a Lei, ne sia sicuro, farebbe festa più assai che al Prati. Oltre l’emolumento di 3000 franchi, avrebbe in corto tempo altri 1000 come dottore di collegio; e ivi promulgata la legge sarda, Ella parteciperebbe alle iscrizioni e alle propine. Da ultimo, Le prometto che cessata la mezza autonomia toscana e cambiata in un largo sistema di libertà per tutti comune, se la Università di Firenze verrà dichiarata governativa, mi darò cura di restituirla alla sua diletta città. Mi dica dunque un bel sì, e mi scusi del ricusare che fo di scrivere al Ricasoli per la cattedra di un liceo fiorentino.
Mi creda
suo devotissimo
Terenzio Mamiani.
Illustre Signore ed Amico,
14 novembre 1882.
Tardi vi giungono i miei ringraziamenti caldi e sinceri del cortesissimo dono delle vostre Odi. Ma volli leggerle prima e altamente ammirarle. Sono dette barbare per vera ed aperta antifrasi, perchè nessuna cosa più classica venne prodotta nel nostro tempo. E quale arte, uso e maniera latina può in Italia avere del barbaro? Felicissimo voi che sapete arricchire la lingua volgare di mille bellissime forme dell’idioma del Lazio, tanto che la figliuola sembra tramutata affatto nella sua madre; nè so quale altra favella neo-latina avrebbe potuto vincere la prova.
Il Tolomei nel cinquecento e la sua dotta Accademia entrati nella medesima impresa vostra, caddero sotto la soma sproporzionata alle loro spalle. Oggi, invece, l’Italia intera vi applaude e gode e si compiace del notevole incremento che avete recato alle nostre lettere. La qual differenza fra i due tentativi mi torna facile a spiegare, visto che allora vi si arrischiarono grammatici e retori dove occorreva un poeta vero ed ardito quale voi siete. Ed uno dei mirabili effetti che ne sono provenuti sembrami quello di avere ringiovanito innumerevoli forme ed immagini che diventavano stracche e tediose ne’ nostri verseggiatori.
Una sola cura vorrei che pigliaste in qualche nuova edizione delle Odi, e cioè che accennaste con quali norme e con che sentimento avete condotto la nuovissima prosodia, e sotto quale legge piacevi di ordinare i nostri dattili e i nostri spondei contemperati agli accenti ed al numero delle sillabe. Certo l’analogia col latino non basta e convien supplire con qualche ragion fonetica accettabile a tutti e la quale divenga patrimonio comune e fermo della nazione.
Da capo vi ringrazio del prezioso dono e mi sento superbo d’essere stato fra i primi a indovinare il genio profondo ed originale sortitovi da natura.
Vostro
Terenzio Mamiani.