Il muto era una creatura imperfetta — e Gavina lo sapeva. Essa era legata a lui da una profonda pietà — dal melanconico affetto che sentono le anime gentili per gli sventurati. Lo amava per le sue imperfezioni fisiche, per la sciagura da cui era stato colpito, per la sua vita errante e tribolata, per la convinzione che, senza di lei, tutti lo avrebbero odiato. Gavina voleva compiere la sua opera di redenzione; si era quasi votata a quella santa missione; si era prefissa un’opera di misericordia; si era imposto un sacrificio che voleva compiere ad ogni costo, anche a prezzo della propria felicità. Non era essa padrona del suo cuore e delle sue azioni? Chi poteva proibirle di amare e di proteggere uno sventurato?

Le sorelle maggiori e la madre erano ben lontane dall’immaginare quanto Gavina volesse bene a quell’infelice. Se lo avessero immaginato, forse non avrebbero incoraggiato nel muto la speranza d’esser corrisposto — non avrebbero concessa tanta libertà alla giovinetta, con la convinzione che la bruttezza del muto e le sue imperfezioni fisiche, fossero una garanzia sufficiente per allontanare l’amore. Dinanzi a quel deforme, una fanciulla non poteva temer pericoli — il cuore non poteva aver palpiti — la carne non poteva aver desideri!

Dunque la madre credeva in buona fede di non mancare al suo dovere, permettendo alla figlia i lunghi colloqui da solo a sola col muto. Bastiano non era un uomo, non era una tentazione, non era un pericolo: — era un aborto della natura. Bisognava solo guardarsene come un cane ringhioso che all’occasione poteva mordere — null’altro. Tutta la prudenza non consisteva che nell’accarezzarlo — ecco tutto!

Abbiamo detto che Gavina si era imposta il sacrificio di amare e proteggere il muto; ma bisogna aggiungere, che, quando ciò prefiggeva, ella non aveva ancora veduto il cugino; o, meglio, non aveva da vicino apprezzato le belle doti di quell’uomo che le aveva parlato di amore con una parola calda, melodiosa, affascinante. Giurò a se stessa, in buona fede — ma fu imprudenza, perchè non considerò che il domani è nelle mani di Dio, e che è pericoloso per una fanciulla di sedici anni star vicino ad un uomo di trenta — anche quando è sordo e muto!

Fatto sta che, agitata da due opposti sentimenti, e spaventata dalla lotta che s’impegnava nella sua anima, Gavina da un mese viveva una vita d’inferno. Le sue veglie erano piene di angoscie e di paure — i suoi sonni turbati da cento fantasmi.

In mezzo alle lotte disperate, quella debole creatura trovò le forze di prendere una ferma risoluzione: — fuggire Giuseppe. Gavina voleva essere come Bastiano — sorda ad ogni parola, muta ad ogni preghiera.

Bastava ch’ella vedesse il cugino, perchè si desse alla fuga; bastava udisse la voce di Giuseppe perchè impallidisse, si turbasse, e sospendesse ogni faccenda domestica.

Ogni parola la faceva trasalire — ogni suono la faceva fremere. Tendeva paurosamente l’orecchio ad ogni rumore, e bastava il gemito del vento perchè il suo cuore accelerasse i palpiti. Era capace di piantare bruscamente la comitiva con un futile pretesto, se sentiva le pedate, o la voce di Giuseppe che arrivava allo stazzo. Che più? si era persino ridotta a fargli degli sgarbi.

Il contegno della Gavina non tardò a impressionare seriamente la famiglia. I suoi modi poco urbani non facevano che compromettere la pace domestica, minacciando anche di provocare spiacevoli conseguenze, tenuto conto del carattere irritabile dei galluresi.

La vecchia colse più volte occasione per rimproverare la figlia; e giunse persino a minacciarla. Il padre la sgridò severamente, e le sorelle non facevano che maltrattarla dal mattino alla sera.

— Perchè simili smorfie? — le dicevano. — Che ti ha fatto Giuseppe? La più bella e la più ricca fanciulla di Gallura si chiamerebbe ben fortunata delle gentilezze di tuo cugino: e tu lo tratti in tal modo? A lui sempre il broncio e al muto tutte le attenzioni: Giuseppe sempre disprezzato — e quel sordone, quel bandito, quel mostro, sempre oggetto delle tue carezze. Va! sei pure la sciocca e la gran capricciosa! Ma già! Dio dà sempre il pane a chi non ha denti!

E la Gavina, muta ai rimproveri delle sorelle, non faceva che sospirare e piangere.

— Zoticona — le diceva il babbo — chi ti ha insegnato simili villanie in casa mia? Non si può, dunque più scherzare? Guai a te se non cambi maniera con Giuseppe!

E Gavina piangeva come una bambina, e non sapeva rispondere. Si ritirava nella stanza da letto, e là dava sfogo alle sue lagrime.

Un giorno si trovava sola nell’orticello, intenta a cogliere i fagiolini, udì uno stropiccio di passi, e vide a sè dinanzi Giuseppe. Gavina tremava come foglia, e si fe’ bianca come un pannolino di bucato.

— E perchè tanta paura quando io ti parlo? Che mai ti ho fatto, o Gavina, perchè tu mi tratti in tal guisa? Ti sei forse offesa perchè ti ho detto di volerti bene? Le mie intenzioni sono oneste, ed è mio divisamento di chiederti in moglie al babbo. Ti dispiacerebbe dunque ch’io ti conducessi meco, per formare una famiglia? — Ebbene — dimmi francamente che ti sono antipatico, ed io partirò subito, giurandoti di mai più rivederti.

Vi era tanto affetto e tanto dolore nell’accento di Giuseppe che Gavina ne fu vivamente commossa.

— Giuseppe — gli rispose — no; non mi sei antipatico; non mi sono offesa delle tue dichiarazioni, nè avrò mai a male le parole di colui, col quale ho passato la parte più bella della mia fanciullezza. Ma....

— Ma?....

— Ma, per ora lasciami in pace — non interrogarmi....

Più tardi, forse, ti dirò tutto....

— Dimmi almeno che....

Un grido della fanciulla, interruppe la frase del giovine il quale vide la cugina arrossire fin nel bianco degli occhi, e prendere la corsa verso lo stazzo.

Meravigliato di un tal contegno, Giuseppe seguì con gli occhi la cugina che si allontanava; e nel voltarsi notò il muto dietro l’opposto muro di cinta.

Giuseppe andò incontro a Bastiano con un cordiale sorriso; e nella presenza dell’importuno credette aver trovata la causa, della scomparsa di Gavina. Fin’allora egli aveva ignorato le intenzioni del muto, perchè le donne si erano ben guardate di palesare a Giuseppe lo scherzo innocente fatto a quel disgraziato.

Giuseppe salutò col capo Bastiano; ma, distratto com’era non si avvide del feroce sorriso che errava sulle labbra della belva gelosa; la quale da qualche tempo si era accorta del sentimento che nutriva il suo rivale per la figlia di Anton Stefano.

Quella sera Giuseppe aveva preso la risoluzione di tradurre in atto il suo progetto. Si era proposto di prender moglie, nè voleva più oltre indugiare nel far la domanda ai genitori della cugina.

VIII. La domanda di matrimonio

Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava, al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un macigno, a breve distanza dallo stazzo.

Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco. Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare nell’argomento.

— Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra famiglia.

— Difatti — non lo nego — le tue visite frequenti mi hanno stupito alquanto. — Giuseppe — ho detto fra me stesso — lascia le sue terre troppo in abbandono, e trascura i suoi interessi!

— Che cosa avete pensato di me?

— Che volevate darvi alla vita dello scioperato.

— E vi siete ingannato! Io invece, qui venendo, non ebbi in animo che di metter testa, e di cominciare una vita più seria e più attiva!

— E come questo?

— Ve lo spiego in due parole, e senza preamboli. Voglio prender moglie!

— E venite a me per chiedere un consiglio?

— Oibò! vengo a voi per chiedere la moglie.

— A me?

— Sicuro. Perchè voi solo potete darmela: voglio la Gavina!

Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.

— Mia figlia....?

— Sì, vostra figlia! — non fatemi osservazioni di sorta, perchè ci ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità, il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, nè avete bisogno di attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza complimenti: me la date, sì o no?

Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a darsi, come il suo parente credeva.

Si avvide subito Giuseppe, dell’impressione prodotta nel vecchio, dalla sua domanda — e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli di dare una risposta affermativa, spontanea? Perchè quella nebbia e quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava troppo ad uscirgli dalla bocca.

Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano, rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne:

— Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior partito per la mia figliuola non potrei pretendere, nè essa troverebbe. Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio — trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e....

— Ostacolo grave?.... di delicatezza?.... Non capisco!

— Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore....

Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.

— Avete motivo a credere che Gavina non sia libera? — ripetè, dubitando di aver male inteso.

— Sì, vi è forse un altro pretendente, che potrebbe creare qualche disturbo a me.... ed a voi!

— Un altro pretendente....?

E Giuseppe cercava col pensiero chi poteva essere quest’uomo a lui sconosciuto. Da due mesi circa che egli frequentava lo stazzo, non aveva mai veduto alcuno che potesse ispirargli timore. Per quanto si torturasse la mente, non potè rintracciare il suo misterioso rivale.

— E quest’uomo frequenta il vostro stazzo?

— Sì.

— Ed io lo conosco?

— Sì.

— Ditemi il suo nome.

— Bastiano.

Giuseppe si rizzò in piedi come spinto da una molla, e facendosi presso al vecchio, ripetè:

— Bastianu Tansu?

— Egli stesso.

— Il sordo-muto?!....

— Il sordo-muto!

La calma tornò di nuovo nel cuore di Giuseppe; e componendo il labbro ad un amaro sorriso, esclamò, quasi offeso:

— Anton Stefano, voi scherzate e volete farvi giuoco di me. Ciò non sta bene, quando si tratta di cose serie!

Il vecchio soggiunse con pari serietà;

— Io non uso scherzare, quando trattasi dell’avvenire di mia figlia, e della lealtà del giovane onesto che me la chiede. Ho detto il vero!

Giuseppe si passò una mano sulla fronte, credendo sempre di sognare.

— Ma.... — soggiunse dopo una breve pausa, — Gavina si contenta?

— Non lo so. Potrebbe anche contentarsi!

— Potrebbe? Siete dunque voi che volete questo matrimonio?

— Nè io nè mia moglie possiamo volere per genero un sordo-muto.

— Nè un volgare assassino....

— Giuseppe....!

— Sì un assassino; sarei anche capace di dirglielo in faccia! — gridò indignato il giovine, non credendo ancora a quanto il vecchio andava narrandogli. — Spiegatemi almeno come stanno le cose.

— Ma... non saprei forse spiegarle. Il muto da qualche tempo frequenta il mio stazzo... ci aiuta, fa qualche lavoro, ed ha un carattere dolcissimo. Si mise però in testa che la Gavina potesse far per lui; si lusingò.... non so di che; prese sul serio certi scherzi delle donne... e pare che nutra delle serie speranze.

— Ed è tutto questo?

— Sì.

— E vi fece intendere la sua intenzione...?

— Oh, mai.... ha fatto, così qualche regaluccio....

— E allora...?

— Voi conoscete il muto... sapete quanto è feroce quando si mette in testa una cosa....

— Ma vi è mezzo di fargliela togliere — esclamò vivamente Giuseppe, con gli occhi che mandavano lampi. — Gli si dice con le buone... e se con le buone non intende, si ricorre alle cattive... e si mette addirittura alla porta. Insomma, io vi domando la mano di vostra figlia Gavina — esclamò risolutamente il giovine. — Me la date sì o no?

— Per parte mia ve la concedo, e con piacere; però pretendo seriamente che il muto non sia molestato e che io non abbia a soffrire alcun disturbo, o dispiacere: egli è parente dei Vasa, e ben so quanto bisogna andar cauti in fatto di inimicizie. Tutte le grandi cose, in Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole — e so quel che mi dico. Abbiate dunque pazienza, o Giuseppe, se è vero che amate la mia figliuola; e se vi riuscirete con la prudenza e con l’astuzia a far ricredere il muto delle sue stolte pretensioni, il contratto e bell’e stabilito, nè se ne parli più.

Stasera ne terrò parola a mia moglie, e vedremo il partito da prendere. — Vi prevengo però: desidero, anzi voglio, che si prendano tutte le cautele; senza ricorrere, cioè a mezzi violenti e a scene spiacevoli, amo la tranquillità della mia casa e della mia famiglia, nè voglio immischiarmi in contestazioni, che ho saputo evitare per ben cinquant’anni. Non vorrei aver disturbi nella vecchiaia. Non vi dico altro!

— E sta bene. Io penserò a soddisfarvi.

E così dicendo Giuseppe si era allontanato dal vecchio, il quale, per tutta quella sera, non fece che ripensare alla domanda del nipote, studiando tutti i mezzi per togliersi d’impaccio nell’intricata situazione. — E aggiungete che Anton Stefano, che era una buona pasta d’uomo, aveva taciuto a Giuseppe, ciò che sempre aveva taciuto in famiglia. In fondo in fondo il muto non gli dispiaceva, nè aveva mai creduto un peccato mortale concedergli la figliuola. Bastiano non poteva dirsi brutto; era un instancabile lavoratore, aveva dell’abilità, e non mancava di cuore.

— Gran che l’esser sordo-muto! diceva nell’intimo della sua coscienza. — Conosco tanti giovanotti che parlano e che ascoltano, eppure son più muti e più sordi di Bastiano! Ma andate a dire queste cose alle mogli e alle figlie! Vi mangiano vivi.

*

Giuseppe meditò a lungo sul dialogo avuto col pastore, nè arrivava a persuadersi dell’accaduto. Alla sua mente ritornavano certe circostanze non prima avvertite — e fra tutte la improvvisa comparsa del muto nell’orticello, e il grido e la fuga della fanciulla.

Quel grido era amore, od era paura?

Ecco quanto voleva sapere Giuseppe. Qual sentimento aveva turbato la cugina? Poteva essa nutrire una passione per quello storpio? Ciò non era probabile. — La mente di Giuseppe rifuggiva da simili ipotesi. Come mai Gavina poteva lasciarsi allucinare da un essere di quella fatta?

Dunque?.... Bisognava cercare il segreto di quell’intrigo. Che cosa accadeva nello stazzo?

Un pensiero balenò alla mente del giovine: — il muto si era imposto col terrore — con quel terrore che lo aveva reso celebre nella sanguinosa lotta che s’era impegnata fra le fazioni dei Vasa e dei Mamia. Col terrore voleva imporsi al cuore della timida fanciulla — col terrore, voleva carpire il consenso dei genitori — col terrore, infine, sapeva allontanare da Gavina tutti quelli che gli davano ombra.

E ciò Giuseppe non poteva tollerare, nè come amante, nè come amico, nè come parente della famiglia di Anton Stefano. E che? non vi sarebbe dunque stato un uomo in Gallura, capace di far stare a dovere il muto? era poi tanto potente e terribile costui? Non era egli un uomo di carne ed ossa come gli altri?

— Dicono che sia figlio del diavolo — concludeva Giuseppe. — Ebbene, anche per il diavolo quando ogni mezzo mancasse, c’è l’acqua santa!

Giuseppe, nel segreto del cuore, passava in esame tutti i mezzi validi per far ricredere quel forsennato; ne trovava molti, ma c’era un guaio; bisognava far le cose in modo da non dispiacere al futuro suocero, che rifuggiva dai forti attriti, — e da non spaventare la cugina, che egli già amava alla follìa. Il pensiero che un altro aspirasse a quella graziosa creatura, lo inquietava molto e allo stesso tempo non faceva che accrescere la sua passione. Provava come un dispetto geloso — si sentiva umiliato d’essere costretto a lottare con un essere che egli credeva molto inferiore a lui, sotto tutti i rapporti.

Anton Stefano — la stessa sera — tenne parola alla moglie della domanda formale di Giuseppe, e dei timori che gli incuteva il muto. Non si può immaginare la gioia con la quale la vecchia accolse la fausta nuova, che d’altronde era per lei assai vecchia; perocchè la madre di Gavina aveva avuto più volte occasione di esplorare le intenzioni di Giuseppe per la sua figliuola.

Da quel momento la vecchia prese impegno di guidare lei stessa le cose.

— Lasciami fare — aveva detto al marito — se vorrai secondarmi prendendo consiglio da me, condurrò le cose, in modo, che rimarrete tutti contenti.

— Temo però che noi le abbiamo troppo imbrogliate! Aveva esclamato il vecchio, non sapendo vincere un presentimento che da lungo tempo lo tormentava.

— Fida in me!

— Che Dio e San Gavino di Petra Màina ci aiutino!

— E così sia!

IX. Tra madre a figlia

Una sera, mentre le due figlie maggiori e le serve erano tutte riunite nell’orticello, occupate nella raccolta dei legumi, la vecchia madre prese di fronte Gavina, la quale era rimasta sola nello stazzo, e le disse:

— Il tuo contegno misterioso ha già di troppo tenuto in pensiero la famiglia. È tempo ormai di togliere di mezzo qualunque equivoco. Rispondimi subito e senza reticenze! Dammi ragione della strana condotta che tieni con tuo cugino.

La fanciulla, colta alla sprovvista arrossì, abbassò gli occhi e tacque.

— Rispondi: nutri dunque dell’odio per Giuseppe? Perchè lo fuggi?

Gavina, tremante come foglia, celò il volto nella palma della mano.

La vecchia, allora, le afferrò con violenza il braccio le alzò con forza la testa, e costrinse la fanciulla a guardarla in viso.

— Lascia le moine ridicole, e rispondimi: — perchè fuggi Giuseppe?

Dominata dal rigore materno, e in un accesso di passione, Gavina ruppe in singhiozzi; ed esclamò vivamente con accento concitato:

— Ma non vi siete dunque accorte che io fuggo Giuseppe perchè l’amo troppo, perchè la sua voce mi fa troppo male, perchè i suoi occhi mi bruciano il corpo e l’anima!?

E la fanciulla, vergognosa, nascose il volto nel seno della madre, e arrossì fin nel bianco degli occhi. La fisonomia della vecchia si rischiarò d’una gioia improvvisa; ella sorrise a sè stessa; e chinandosi all’orecchio della figliuola, mormorò con voce dolce e affettuosa:

— E... se Giuseppe ti avesse chiesta in isposa?....

— Lo rifiuterei con tutte le mie forze!! — esclamò risoluta la fanciulla, levando la faccia.

— E se noi si volesse che tu lo sposassi?

— Mi lascerei percuotere, uccidere da voi, ma non diverrei mai la sposa di Giuseppe, finchè....

E la fanciulla esitava.

— Finchè....

— Finchè il muto mi vorrà bene!

— Sei matta!?

— Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto, dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi... sì voi!... gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice, soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finchè il muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio proposito. Non sposerò nè l’uno nè l’altro — ecco il sacrificio che posso fare; ma non domandate altro da me!

La madre credeva di sognare; e stava già per rispondere alla figlia, quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì nell’altra camera.

La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra. Non aveva veduto Gavina.

Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro al muto, gli fece capire che la seguisse perchè aveva comunicazioni da fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano, seduto sotto un elce.

Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire co’ segni che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.

Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.

La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.

Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.

La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.

Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.

Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli occhi, con la bocca e con tutta la persona.

La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sè quegli oggetti.

— Per qual motivo?

— Perchè la comprometterebbero.

— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.

— Per sola amicizia, per non offenderti.

— E perchè non può tenerli come dono di amicizia?

— Perchè un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso — e tu non fosti mai tale.

— Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli avrebbero concesso la fanciulla?

— Fu uno scherzo!

— Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?

— Fu uno scherzo!

— Perchè lusingarlo, accettandolo nello stazzo?

— Scherzo!

— E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria, i suoi orecchini?

— Potrebbe spiacere all’uomo che la chiedesse in isposa.

— Ma quest’uomo non c’è!

— C’è!

— Chi mai?

— Giuseppe!

Questo dialogo era stato fatto a furia di segni e di urli — ma il muto aveva capito. Mandò un grido, gettò uno sguardo fulminante sulla coppia che gli stava dinanzi, e ripose in tasca con moto febbrile la scatoletta di cartone, che la vecchia gli aveva restituito. Era una fiera, un pazzo — e ne ebbero paura.

Il muto riflettè alquanto; poi, digrignando i denti, mostrò il pugno chiuso ad entrambi; afferrò con mano confulsa la canna del suo fucile; tolse di tasca il suo fazzoletto, lo lacerò coi denti, e lo gettò ai loro piedi; quindi strinse sul petto le due braccia in forma di croce, indicò il cielo, segnò col dito lo stazzo; e piegò leggermente la testa sulla palma della mano destra. Con tali segni egli aveva detto:

— Giuro di uccidervi tutti, se non manterrete la promessa, concedendomi in isposa la vostra figliuola!

E senza aspettar risposta, Bastiano si diede a correre verso la campagna, come se fosse inseguito. Non si volse, non sostò mai; andò sempre innanzi, saltando su per le rocce, senza sapere ove andasse.

Era nuovamente diventato una belva.

Anton Stefano e sua moglie lo seguirono macchinalmente con gli occhi per un buon tratto, poi si guardarono in faccia.

— Ebbene — disse la moglie.

— Ebbene... temo che la cosa vada a finir male!

— Lo credi proprio?

— Sì!

— Allora puoi toglierti i calzoni e metterti le gonnelle perchè non sei che una femminuccia!

X. Un giuramento

Il muto era fuor di senno; e Anton Stefano ben sapeva di quanto sarebbe stato capace quel mostro per mettere in opera la sua minaccia.

Non frappose tempo in mezzo. Anton Stefano all’indomani, si recò negli stazzi della Trinità per conferire coi Vasa e con gli altri parenti di Bastiano. Espose lo stato delle cose: le minaccie e le pretensioni del muto, i timori e le inquietudini della famiglia.

I parenti, essi stessi, riconobbero le sciocche pretese del muto, e promisero d’intromettersi nella questione per scongiurare qualunque imprudenza. Essi assicurarono Anton Stefano, che avrebbero calmato Bastiano, strappandogli il giuramento che non avrebbe recato danno ai parenti della Gavina. E se riuscivano ad ottenere la promessa, si poteva star tranquilli, poichè Bastiano era scrupoloso nel mantenere un giuramento: avrebbe cento volte perduto la vita, anzichè mancare alla sua parola. In mezzo ai suoi vizi, il muto possedeva la virtù di qualunque sacrificio. Strano miscuglio di fierezza, di generosità e di ferocia!

Il muto — sollecitamente consultato — fu irremovibile nel suo proposito, e rispose ai parenti che l’insulto ricevuto era stato sanguinoso, e che il rinunziare alla vendetta era tal vigliaccheria che non entrava nel suo carattere e nelle sue abitudini.

Passarono alquanti giorni. L’ira del muto si era a poco a poco calmata, per dar luogo a riflessioni più ragionevoli.

Nelle sue lunghe solitudini, errante per la campagna, egli ripensò ai suoi casi: al suo primo incontro con Gavina — alle gentilezze della famiglia di Anton Stefano che lo aveva accolto nel suo seno come un figlio, senza badare ch’era un fuggiasco, un perseguitato, un assassino; pensò che nell’Avru aveva trovato asilo, pane, compassione; pensò alla bella fanciulla tanto cortese con lui, riflettè con mente serena all’accaduto, e si persuase che non era giusto prendere da quella famiglia il sacrificio di Gavina; non trovava giusto che quella ingenua e cara figliuola si vincolasse ad una creatura imperfetta, ad un sordo-muto condannato ad una vita errante, ad un colpevole inseguito dalla giustizia. Finì per persuadersi che non era stato un galantuomo; che doveva riconoscenza a Gavina — alla sola fanciulla che dopo sua madre, lo aveva amato; si persuase che non doveva rispondere con ingratitudine ai benefici ricevuti, recando la guerra dov’egli aveva trovato la pace — recando la sventura dove aveva trovato il conforto.

Stanco di aver camminato tutta la giornata in preda a tante emozioni, Bastiano sedette, chiuse la testa fra le due mani, e si diede a piangere forte a singhiozzi, come un bambino.

Si sentiva troppo solo, troppo abbandonato, non aveva più casa dove recarsi per riposare, per ricevere una parola di conforto. Cacciato dallo stazzo di Anton Stefano, non gli restava da invocare che la morte. Da un anno era stato un onest’uomo — ed ora era sul punto di diventare un assassino.

E fu appunto in uno di questi momenti di ambascia e di sconforto, in cui la creatura umana sentesi capace di slanci generosi, che il Vasa ed i parenti trovarono il muto, e lo esortarono alla pace, alla clemenza, ed all’oblio; fu in un di quei momenti che lo colsero e gli strapparono il giuramento di non mai recare offesa alla famiglia di Anton Stefano.

Bastiano giurò solennemente: ma non fu per riguardo a Giuseppe, suo rivale, che in grazia di Anton Stefano e della moglie, i quali lo avevano troppo offeso e quasi scacciato! — egli giurò per il solo affetto di Gavina che amava tanto, e che avrebbe per sempre perduta, abbandonando lo stazzo.

E quando Bastiano Tansu giurava, sapeva mantenere con la vita il giuramento; e i parenti lo sapevano — e lo sapeva tutta la Gallura!

XI. Cuor di madre

Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento strappato al muto visse più tranquilla.

La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri — ma non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato — o almeno aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru, dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.

La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poichè poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre; «finchè il muto mi vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poichè non voglio che soffra!»

E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perchè, poi? l’ignorava! Sapeva solo d’essere schiava di quell’uomo — e gli ubbidiva ciecamente come se lo riconoscesse per suo Signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene, la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva lontano.

Gavina, ormai, non comprendeva sè stessa. Giunse persino a credersi dominata dallo spirito infernale — e invocò il perdono di Dio, nel dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo — ma nessun santo le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.

A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi presi co’ parenti. Nè Anton Stefano, nè sua moglie, avevano creduto conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi: il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della situazione.

Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano: credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo di Gavina.

*

Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poichè la fanciulla aveva saputo trovar modo di sfuggirlo — come sfuggiva Giuseppe, di cui era seriamente innamorata.

Dacchè Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più nè rideva come prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non preoccupandosi di nulla — neppure delle insidie che potevano venirgli tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa sorvegliante: Gavina — la quale, quantunque in apparenza distratta, non dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia al suo protetto.

Una sera, mentre le donne erano raccolte nello stazzo, la moglie di Anton Stefano aveva trovato modo di appiccar discorso con Giuseppe, e lo aveva tratto seco, per la piccola viottola che conduceva all’ovile, poco distante.

Giuseppe quella sera era molto preoccupato; e la futura suocera ben sapeva il motivo della sua inquietudine.

— Cos’hai, Giuseppe? — le disse, fingendo un’aria distratta.

— Sono annoiato.

— Un po’ di pazienza, figliuolo mio! Le cose si appianeranno.

— Temo che la Gavina non mi voglia bene!

— Timori sciocchi! la Gavina non pensa che a te — e te ne darei le prove più convincenti, se delicatezza di madre non mi consigliasse di tacere.

— Quel muto che non vuol abbandonare lo stazzo m’indispone... m’irrita!

— Che vuoi? è un povero bandito che tutti siamo in dovere di proteggere.

— Mancano forse altri stazzi in Gallura? Perchè lo abbiamo sempre fra i piedi?

— Pazienza, figliuolo! Bastiano finirà per andarsene.

— Pare però che ne dimostri poca voglia.

— Si stancherà di venirvi.

— E... se non si stancasse?

— Allora si troverà il modo di farlo stancare.

La suocera pronunciò queste parole con un tono così secco, che Giuseppe si fermò di botto, e la fissò in volto.

— E qual modo?

La suocera lanciò un’occhiata al nipote, e si strinse nelle spalle.

Giuseppe capì — o credette capire. Capiva che non bisognava render la suocera responsabile di certi avvenimenti.

Camminarono insieme per un buon tratto di strada ma senza discorrere. Quel silenzio non faceva che far maturare nel cervello di Giuseppe l’idea che vi era stata gettata, come a caso, dalla futura suocera. L’eco delle ultime parole della vecchia non si era perduto nello spazio: si ripercuoteva ancora nelle orecchie dell’amante.

Giuseppe era sopra pensiero. Grosse goccie di sudore grondavano dalla sua fronte: ed egli le asciugava col fazzoletto. La vecchia finse di far cadere ad arte il discorso sopra ad altri argomenti — ma Giuseppe non sentiva; esso andava ruminando quella idea, quasi rivoltandola da tutte le parti, come per trovarvi il lato più comodo per realizzarla.

Dopo un lungo silenzio, la vecchia domandò a Giuseppe se nelle sue terre di Bortigiadas aveva seminato molto grano, e Giuseppe, che non sentiva nulla, le rispose cupo, con altra domanda.

— Ditemi... il muto ha proprio giurato di non offendere la vostra famiglia?

— Sì — rispose la vecchia; e siccome capì che il pensiero di Giuseppe non era uno scrupolo di coscienza, riprese: — però i parenti del muto non richiesero da noi un ugual giuramento.

— E come mai hanno potuto omettere una formalità così importante?

— Ma!... chi lo sa?

Continuarono a passeggiare, fecero ritorno a casa ma non pronunciarono nessun’altra parola sul muto.

Avevano detto abbastanza — e forse Giuseppe credette capire più di quanto la vecchia aveva voluto dirgli. Il geloso cugino pensava per proprio conto, ma voleva creare un pretesto per mettere in pace gli scrupoli della coscienza.

XII. Si rompe ogni indugio

Era l’ora di stanchezza e di melanconia, in cui si ristà dal lavoro; quell’ora che non è giorno, nè notte troppo tardi per lavorare — troppo presto per andare a letto; l’ora in cui i grilli cantano con più sentimento e in cui le civette e i gufi della Gallura cominciano la monotona serenata degli sbuffi e dei fischi cadenzati; l’ora che invita le madri a preparar la cena, e le figlie a ricambiare una stretta di mano con l’innamorato.

Una quiete serena regnava per le campagne dell’Avru.

Anton Stefano e Giuseppe si erano allontanati per visitare alcuni terreni, verso l’Adu di Sarzughe. La mamma, con le serve, era in cucina, intenta a impastar la farina; le due figlie maggiori si pettinavano sul limitare dell’uscio e Gavina si era recata nel cortiletto, per spiccare dalle corde i pannellini che il sole con tutto comodo aveva rasciugato nelle sue dodici ore di viaggio.

Bastiano, seduto all’estremità del piazzale, era quasi solo. Col fucile fra le ginocchia e col volto fra le mani, pareva riflessivo, annoiato. La vecchia per un po’ di tempo lo aveva tenuto a bada; poi lo aveva piantato lì senza tanti riguardi, per accudire alle faccende domestiche. Voleva fargli capire che la sua presenza cominciava ad essere incresciosa, e che se veniva tollerato lo era solo per cristiana misericordia.

Il muto non era così gonzo da non avvedersi della diversità di trattamento che riceveva in quella casa. Capiva benissimo che nello stazzo era di troppo, ma si era rassegnato a subire qualunque umiliazione, pur di non rinunziare alla visita di Gavina. — Giacchè ogni altro conforto gli era negato.

La fanciulla dal suo canto, non faceva che contraccambiargli il saluto — senza trattenersi con lui, come per lo passato. Ella aveva disposto le cose in modo, che non le rimanesse un minuto di libertà. Era sempre affaccendata in occupazioni, create lì per lì per darle il pretesto di star lontana dal muto.

Bastiano fingeva non accorgersi di nulla; sorrideva mestamente al sorriso di Gavina, ma provava una stretta al cuore.

Stanco finalmente di rimaner solo nel piazzale, egli si alzò lentamente si accostò all’uscio dello stazzo vi cacciò dentro la testa, e mandò dalla gola un urlo. Quell’urlo era la buona sera ch’ei soleva dare alla famiglia, quando lasciava lo stazzo.

La vecchia con le maniche della camicia rimboccate era venuta in sulla soglia per restituire il saluto a Bastiano; ma era subito rientrata in casa, perchè vi si faceva il pane, e non poteva abbandonare la pasta.

Il bandito prese a destra, verso Aggius; fece il giro dello stazzo, e passò dinanzi al cortiletto, dove Gavina ritirava i panni dalle corde.

La vide, e si fermò a contemplarla.

Gavina non aveva sentito le pedate del muto nè poteva immaginare che in quella sera l’ospite lasciasse lo stazzo prima dell’ora.

Dopo aver alquanto riflettuto, Bastiano si diresse pian piano verso di lei, e le si fermò dinanzi.

L’inaspettata apparizione fece trasalire Gavina; ma non ebbe il tempo nè credette conveniente allontanarsi da lui. Chinò gli occhi a terra, si lasciò cadere le braccia lungo il corpo, e stette immobile — come se aspettasse una condanna dall’uomo ch’ella aveva involontariamente lusingato co’ sorrisi e le attenzioni. Gavina teneva sempre la testa bassa; non guardava il muto, ma sentiva il fascino di quegli occhi lampeggianti che le metteva un brivido in tutta la persona. Il bandito non fece altro che allungare la mano verso di lei, e col pollice e l’indice le pizzicò dolcemente il lobo dell’orecchio, come per chiederle conto degli orecchini che vi mancavano.

La fanciulla comprese quanto il muto voleva dirle, levò gli occhi su lui, quasi per implorare pietà; e con le mani giunte, fissando il muto con uno di quegli sguardi che di consueto lo disarmavano, gli fece intendere che la perdonasse; che lei non ci aveva colpa che lo avrebbe amato sempre... ma come un fratello.

Ma Bastiano non faceva che guardarla negli occhi, dimenticando le promesse fatte e gli avvertimenti di Anton Stefano e della moglie.

La belva era domata. Bastiano si avvide ben tosto che aveva bisogno di allontanarsi da quella donna per gustare tutte le voluttà dell’odio. Dinanzi a lei non provava che amore — soltanto amore.

Fra le stranezze del suo sentimento, ve n’era una che non sapeva spiegare: egli non aveva mai nudrito odio nè rancore per Gavina — cercava sempre in altri le cause della sua infelicità, non mai nella figlia di Anton Stefano.

Finalmente — temendo di venir sorpreso da qualcuno, o di commettere qualche imprudenza — il muto stese la mano a Gavina, come per darle e ricevere un saluto — un addio. La fanciulla dopo aver esitato, si decise a mettere la sua bianca manina in quella ruvida di Bastiano — e allo stesso tempo portò il grembiale agli occhi, per asciugarsi le lacrime che cadevano copiose.

Allora il muto, con dolce violenza si recò alle labbra quella mano prigioniera, e v’impresse un bacio infuocato.

Ad un tratto però, Gavina levò la testa. La sua fisonomia si era d’improvviso trasfigurata: i suoi occhi scintillavano di gioia: le sue labbra tremanti si erano composte ad un ineffabile sorriso, mentre le sue orecchie tese parevano carezzate da una musica celeste.

Che cosa era avvenuto?

Bastiano ebbe un lampo di speranza!

Ma l’infelice si era ingannato! L’emozione di Gavina, che lo rendeva pazzo di gioia, avrebbe dovuto invece gettarlo nella disperazione.

La timida fanciulla aveva udito la voce di Giuseppe, il quale tornava dall’Adu di Sarzughe in compagnia del padre — e quella voce aveva la virtù di accenderle il sangue. Il suo Giuseppe cantarellava una strofetta che suonava per lei rimprovero.