PARTE QUARTA FINALE

I. Sulla china del monte

Erano trascorsi dieci mesi.

La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.

Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura, stanca, parea cercasse il riposo.

I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano, sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide l’isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva di rosso tutte le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.

La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poichè nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche, recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte; i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte, da rosse si erano fatte violacee — da violacee turchine. E la natura diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.

Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme, perdendosi in isfumature leggere, o cariche.

La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnìo monotono delle campanelle.

Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.

Camminava lento lento, con passo incerto — col passo stanco del proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e senza tema d’insidie.

La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre col proposito di fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno poteva aspettarlo.

La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’ave Maria, e quei rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si perdevano in un fievole lamento.

Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’Ave Maria — ma egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.

Bastiano — poichè era lui — levava di tanto in tanto gli occhi, quasi misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui pareva diretto.

Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.

Tratto tratto il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le punte di tramontana.

Una forza misteriosa pareva spingerlo verso la vetta del monte, sul quale saliva; ma un pio desiderio, un ricordo lontano, un sentimento doloroso gli faceva volgere la testa per salutare quelle due montagne da cui si allontanava la crocetta e Petra Màina. Tutta la sua vita si era svolta là, fra quelle due punte che gli parlavano d’Aggius e dell’Avru, della patria e dell’amore — della madre e dell’amante, le sole donne che lo avevano amato sulla terra.

Bastiano pareva chiedere ai monti d’Aggius la benedizione di sua madre — e ai monti dell’Avru il perdono della sua Gavina.

Sogni! sogni! — La madre in quell’ora riposava nel silenzio del sepolcro — e la Gavina forse posava il capo sul petto del suo Giuseppe!

Ormai lo sapeva: Gavina non poteva esser più sua. Egli stesso aveva spezzato l’ultimo filo di speranza. Fra lui e la cara fanciulla sorgeva minacciosa l’ombra d’un vecchio canuto che gli rinfacciava l’ospitalità tradita. E Gavina non poteva più stendere la mano ad un assassino — a colui che le aveva ucciso il padre!

Bastiano era già arrivato alla metà del monte. Saliva lentamente, svogliato, senza fretta, come se poco gli premesse arrivarci presto o tardi. Poteva andare incontro a un agguato — o poteva anche sfuggirlo: poco gli premeva. Non aveva premura, tutto il tempo era suo, e nessuno poteva chiedergliene conto.

Quell’essere umano come un punto nero, si era confuso nelle ombre vaporose del monte.

Saliva, saliva sempre, volgendosi ad ogni istante per salutare le punte di Petra Màina, che spiccavano ancora in tinte rosee su cielo nero. Quelle di Aggius non le vedeva più perchè si erano nascoste dietro il Monte Spina. Prima dell’amore, era sparita dai suoi occhi la patria!

Strano contrasto! A ponente un cielo limpido, sereno; a levante le nuvole si addensavano minacciando un uragano.

Il muto giunse finalmente al culmine di Cucurenza. Uscito appena dal seno tenebroso del monte, il suo cappuccio accuminato si disegnò sul fondo rosso del cielo. Dalle falde del cappotto usciva la canna del suo fucile, ch’egli portava sotto il braccio. — Veduta da lontano, quella figura pareva il mezzo busto di un nero cappuccio, disegnato nel fondo trasparente di un cielo luminoso.

Quando raggiunse il culmine, stette alcuni minuti immobile, colla testa rivolta verso le punte d’Aggius e dell’Avru, ch’egli salutava per l’ultima volta poi parve sprofondarsi a poco a poco finchè non si vide il solo cappuccio accuminato. Poco dopo anch’esso si abbassò... e scomparve.

La bruna vetta del monte tornò a distinguersi nettamente sul limpido sfondo del cielo.

Dov’era andato Bastiano? era forse disceso nell’altro versante del monte, oppure si era fermato sulla spianata dove sorge la chiesetta di San Giuseppe? — Era forse un’ambascia senza nome che lo spingeva lassù, a chiedere il perdono dei suoi peccati? Oppure aveva proseguito il suo cammino fino a Paduledda, o a quella Cala falsa, dove nel 1671 furono tratti in inganno il marchese di Cea e i suoi compagni, dal traditore Don Giacomo Alivesi?

Le nuvole salivano sempre, e l’azzurro del cielo spariva a grado a grado sotto le loro spire.

La notte aveva tutto cancellato — tutto avvolto nelle sue ombre: l’uomo ed il monte!

················

Il terribile, il feroce bandito che dovunque aveva seminato lo scompiglio e il terrore era finalmente scomparso al di là di Cucurenza.

Gli abitanti tutti della Gallura, con grido unanime, avevano sempre imprecato al mostro, al dannato, al maledetto.

Ma chi mai era penetrato nel buio sepolcrale di quella coscienza che non s’era rivelata che a Dio? Chi mai aveva saputo leggere in quell’anima tribolata, per incidere una condanna infamante sul libro della storia? Gli uomini non certo. Il loro Codice, forse? No: il muto era fuori della legge, com’era fuori dal mondo; perchè le leggi sono fatte per gli uomini e Bastiano non era un uomo!

Colui che giudica questi disgraziati alla stregua della propria educazione, forte dei sani principi appresi dall’esempio della famiglia e dell’insegnamento della scuola, non può farsi un giusto concetto del loro valore — e ben di rado sa trovar una parola di compatimento pietoso, in favore di una creatura che, per avversità di fortuna o di destino, ha sempre vissuto nelle tenebre di una feroce ignoranza.

La società ha creato il maestro ed il giudice; il primo perchè insegni le buone regole del vivere civile — il secondo perchè applichi gli articoli del codice ai trasgressori delle leggi sociali. Ma il muto, a cui il giudice applicava le pene, aveva egli fruito, o poteva fruire degli insegnamenti del maestro? — A qual coscienza doveva attingere Bastiano i sentimenti nobili — egli nato sordo e muto, cresciuto nella miseria e nell’ozio, gettato in mezzo ai boschi, e condannato a vivere ramingo con l’odio nel cuore e l’urlo della fiera sulle labbra? Qual concetto poteva egli formarsi dei diritti e dei doveri sociali?

I diritti ed i doveri li aveva ben esercitati con lui la giustizia umana, quando per punirlo lo aveva perseguitato di balza in balza, di monte in monte. Ma, non so se il miglior vanto della legge consista proprio, come si crede, nella superba scritta incisa sopra il banco dei giudici! Se è vero che la legge è uguale per tutti, è vero altresì che non tutti sono uguali davanti alla legge; e la ragione potrebbe esser questa; che il Codice è uno e gli uomini sono molti!

D’altra parte bisogna pur convenire, che il Codice penale è clemente coi sordo-muti, e infatti coll’art. 92 li assimila ai giovani maggiori di 14 e minori di 18 anni, e commuta generalmente la pena di morte in quella della reclusione per anni quindici! E vi ha di più: risparmia loro la proibizione dell’uso della parola, che forma il principale supplizio dei reclusi!

Bastiano era come il granito dei suoi monti. Al silenzio che lo circondava non aveva risposto che col silenzio. Nessuno più lo comprendeva, ed egli non se ne dolse. Dopochè si era dileguata la speranza dell’amore, non sentì più il bisogno d’essere compreso.

Nel suo cuore senza speranze, come quella notte senza stelle, era sceso un silenzio sepolcrale.

Bastiano ubbidiva ciecamente al destino.

Ed era scomparso nell’ombra al di là del monte nero.

*

Appena scomparso il muto tre uomini uscirono da uno dei crepaci di granito che sono alle falde di Cucurenza. Erano tutti armati di fucile, e col cappuccio tirato sugli occhi.

Ciascuno di essi — il giorno prima — era partito da un punto diverso: da Bortigiadas, da Aggius e dalla Trinità di Agultu. Si erano trovati insieme la mattina seguente: verso sera avevano attraversato le vallate di Conchedda e di Chiligheddu, tra Muntlju di li Culzi, e il rio Pirastro, e la vista di Bastiano li aveva colpiti in un modo singolare, tanto che, istintivamente sentirono il bisogno di celarsi, per non essere veduti. Si sarebbe detto che l’improvvisa comparsa del muto, rispondesse, a completare un piano da lungo tempo meditato.

Fra quei tre uomini furono scambiate a voce bassa le seguenti parole, che io riporto fedelmente, lasciando al lettore, la cura di decifrarne il misterioso significato, a me ignoto:

— Pare proprio il destino — disse l’uno.

— Oppure il diavolo — soggiunse l’altro.

— Dunque?... esclamò il terzo con l’impazienza di chi vuol troncare ogni chiacchera per venire ad una conclusione.

— Dunque è intesa.

— A quando?

— A domani, se non avrò intoppi.

— Dove?

— Non lo so. Forse alla Trinità — forse allo Stagnone — forse a Littu di Zòccaru!

— Come?

— Ciò mi riguarda.

— È giusto. Dove hai attinto le informazioni necessarie?

— A Tempio.

— Perchè non ad Aggius?

— Perchè in Aggius le nevi si sciolgono molto prima che a Tempio.

— E vuol dire?...

— Che ad Aggius fa più caldo di Tempio.

— Ho capito. Io per tanto ritornerò in paese.

— Ad Aggius?

— Sì. Ditemi però: nel caso... chi di voi mi avviserà?

— Io no, perchè sono incaricato di recarmi sotto Castel Doria per riferire sul mio operato.

— Allora sarò io — disse il secondo. — Domani dovrò trovarmi sul monte della Crocetta, dove ho un appuntamento con un aggese.

— Ti aspetterò in paese.

— Dimenticate ch’io sono un fuoruscito?

— Come farai dunque?

— Aggius è alle falde della Crocetta.

— Ebbene?

Quest’uomo allora abbassando la voce, come se temesse che i graniti di Cucurenza gli facessero la spia, spiegò il suo disegno.

— Ben trovata!

— Siamo dunque d’accordo.

— Una pietra nel pozzo.

E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la direzione d’Aggius.

II. Il Gran Tamburo

All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento furioso di tramontana.

Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino, ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.

Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso acquazzone.

Le aguzze creste dei monti d’Aggius — che prima parevano sfidare l’ira degli elementi — erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera. Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di lavorare nel mistero degli uragani.

Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo al denso velo che ricopriva la volta celeste — ma l’orizzonte, a ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.

Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per mettersi al sicuro dalla collera di Dio — e da quella degli uomini, più temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze; le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti invocando tutti i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure delle porte e delle finestre.

*

Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte parecchie persone, componenti una famiglia.

La padrona di casa, piuttosto giovine e alquanto malaticcia, era già a letto, insieme coi suoi due bambini; la vecchia nonna, settantenne, si riscaldava dinanzi al fuoco; ed il capo della famiglia — un uomo sui trent’anni, dalla barba nera e dai capelli lunghi — era in piedi vicino a un cassettone antico, intento a ripulire le canne del suo fucile; perchè la ruggine non le danneggiasse. — I buoni aggesi non potevano dimenticare il loro fucile: era l’arma favorita, e sapevano che bisognava accarezzarla ogni tanto, per rendersela amica. Erano tali gli odi d’allora, che quasi si diffidava del proprio fucile!

Il tuono brontolava lontano; e la vecchia, ch’era seduta in un canto, co’ piedi sopra la cenere e col corpo chino sulle brace, non faceva che recar la scarna mano alla fronte, per farvi replicatamante il segno della croce, invocando ad ogni istante santa Barbara.

In quella famiglia notavasi come un’inquietezza paurosa. Non si osava parlare per timore di provocare il temporale.

Il capo della famiglia cercava infondere coraggio agli altri; egli si provava a sgridare le donne ed i bambini: ma in fondo era più impressionato di tutti. I suoi movimenti nervosi tradivano l’interna inquietudine, da cui pareva dominato.

I tuoni si facevano sempre più forti, e brontolavano sempre, come impazienti, ringhiosi. Il temporale si avvicinava. I lampi fendevano di tanto in tanto le nubi che si addensavano sul villaggio, e mettevano in mostra le punte aguzze della Crocetta, del Fraìle e di Tumeusoza, le quali apparivano improvvisamente sul nero fondo del cielo, tinti dal colore del sangue.

E la vecchia fremeva, rosariando, accoccolata sulla cenere. Si faceva piccina piccina — quasi sperando di sottrarsi all’ira celeste, col raggomitolarsi.

L’uomo dalla barba nera e dai capelli lunghi continuava a sfregare le canne del suo fucile con uno straccio intinto d’olio, e chiudeva gli occhi quando i lampi listavano di fuoco le fessure della porta e delle due finestre. La moglie con voce tremante rassicurava i bambini, i quali avevano cacciato la testa sotto le coltri ed i guanciali.

Il vento che ululava al di fuori pareva il gemito di un sofferente che chiedesse ospitalità per la notte. La fiammella della lucerna ad olio serpeggiava, mossa dall’aria che penetrava dalle fessure delle imposte; e tutti la fissavano; temendo che si spegnesse.

All’urlo del vento si frammischiava quello del tuono, che muggiva con maggior insistenza.

— Santa Barbara! — ripeteva la vecchia, scuotendo le pallottoline del suo rosario.

— Volete finirla, nonna? — aveva esclamato l’uomo dalla barba nera, impazientito. — I vostri guaiti non fanno che maggiormente spaventare mia moglie e i bambini. Lasciate che gli elementi urlino. Avete forse paura del tuono?

— Del tuono? — ripetè la vecchia; e lasciò uscire dalle labbra un gemito lungo. Voleva ancora parlare, ma le tremavano le mascelle come a persona colta dai brividi della terzana. Ella piantò i suoi occhi negli occhi dell’uomo barbuto, continuò a fissarlo, senza aprir bocca.

— Ebbene?... e che volete dirmi, adesso? Avete forse sonno?

La vecchia, senza rispondere alla domanda del genero mormorò tutta tremante con un filo di voce:

— Non è il tuono!

— Sarà il vento.

— Non è il vento!

— Allora sarà il cane che ulula.

— Non è il cane, non è il vento, non è il tuono!

Alla strana esclamazione la moglie ed il marito fissarono la vecchia con curiosa sorpresa; e quest’ultimo, ristando dal lavoro esclamò impazientito.

— E che cosa è dunque?

— Tendete l’orecchio e ascoltate — ripetè la vecchia raggomitolandosi, e tirandosi i due lembi della gonnella sul petto, come per nascondervisi.

Tutti tesero l’orecchio e stettero attenti.

L’urlo prolungato, lamentoso, si fece udire più distinto.

— È il vento che soffia fra le punte di Tumeusoza e del Fraìle — disse l’uomo alzando le spalle e rimettendosi al lavoro.

— V’ingannate tutti! — esclamò allora la vecchia, con forza e a bassa voce — è il gran tamburo!!

— Il Gran tamburo?! ripetè l’uomo vivamente, non potendo celare un movimento di soddisfazione. — Ne siete proprio sicura?

— Sì: è l’avviso misterioso che parte dai graniti maledetti. Non è il vento che fischia sul monte Crocetta — è lo spirito delle tenebre che vorrebbe abbattere lassù la croce di ferro!

Tutti tacquero. Benchè sapessero che la vecchia era molto superstiziosa, pure le sue parole, in quell’ora, con quella tempesta, produssero su loro uno strano effetto.

— Pregate — proseguì la vecchia — pregate, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio; pregate per l’anima di un disgraziato colpito da morte violenta. Noi siamo piccoli, ma la misericordia di Dio è grande; i giusti sono pochi, ma i nostri peccati sono molti!

L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, ma sentivasi in preda ad un’inquietitudine che non riusciva a dominare. Camminava da un capo all’altro della stanza, e gettava frequenti occhiate alla porta come se aspettasse o temesse qualcuno.

I tuoni si facevano sempre più spessi — la vecchia pregava a voce alta.

— Pare che il temporale stia per iscoppiare.

La vecchia prese la parola, interrompendo un’Ave Maria:

— Il temporale è scoppiato. Non sentite le misteriose parole che volano per l’aria? Ascoltate o peccatori.

Si fece nuovamente silenzio.

Non si udiva nulla, al difuori di quel brontolìo cupo lontano, continuato.

— Ebbene? è il tuono! — disse la donna ch’era a letto.

Non è tuono — continuò solennemente la vecchia. — Sono le parole del diavolo: — Aggius meu, Aggius meu, e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu a pultà in buleu?

Nessuno rispose alla vecchia, la quale riprese la recita dell’Ave Maria, dal punto ove l’aveva interrotta.

Dopo un breve silenzio, la moglie dell’uomo barbuto esclamò, quasi parlando a sè stessa:

— Dove sarà Francesco? Voglia Iddio che il temporale non l’abbia colto in cammino!

— Via le paure! — rispose l’uomo dalla barba nera. — Francesco non è più un bambino: egli si sarà fermato allo stazzo. A tredici anni si ha abbastanza giudizio per non mettersi in viaggio con simile tempo!

Mezz’ora dopo, il temporale irrompeva. L’acqua cadeva a scrosci sul tetto della casa; e il forte scoppio d’un tuono atterrì le due donne e i bambini i quali mandarono acute grida.

Allo stesso tempo fu picchiato replicatamente alla porta.

L’uomo dalla barba nera, impallidì.

— Non aprire, non aprire! — gridò la moglie spaventata, ponendosi a sedere sul letto, e stendendo le braccia verso il marito.

— Misericordia di noi! — urlò la vecchia.

Si tornò a picchiare con più forza e con più insistenza.

— Aprite! aprite! — gridò una voce al di fuori.

— È Francesco! — esclamarono tutti in coro; e l’uomo andò a togliere la spranga, dall’uscio, e fece entrare Francesco, e rinchiuse prestamente la porta.

Un giovinetto sui tredici anni entrò nella stanza tutto smarrito, bagnato dalla pioggia e dal sudore. Egli ansava, poichè era venuto di corsa.

— Perchè metterti in viaggio con questo tempo?

Il fanciullo aveva il respiro affannoso, e non potè subito rispondere al fratello maggiore.

— Ebbene?

— Il temporale mi colse in cammino, a un ora e mezza da Aggius — rispose Francesco dopo alcuni minuti.

— E perchè non affrettare il passo per rifugiarti nello stazzo?

Il fanciullo non rispondeva.

— Tu mi sembri agitato. Che hai?

— Ho veduto... il diavolo!

— Il diavolo!? — esclamarono in coro le donne e l’uomo dalla barba nera; e la vecchia cacciò un urlo, celando la faccia tra le mani.

— Chi ti ha messo in testa simili corbellerie? — gli domandò il fratello.

— No, vi dico — era proprio lui — il diavolo in carne ed ossa!

— Raccontaci un po’....

— Taci, taci! — gridò la vecchia.

— Finitela, nonna! pare che questa sia la notte del diavolo!

E il fanciullo, tutto tremante, raccontò l’accaduto nel modo seguente:

« — Io m’incamminavo verso lo stazzo di Bonaita quando, oltrepassato appena il rio Turrali, sentii delle pedate dietro di me; mi volsi, e vidi un uomo lungo lungo, col cappuccio sul viso e col fucile sotto il braccio. Mi parve che egli venisse dalle falde del monte della Crocetta. Allora affrettai il passo per isfuggirlo, ma egli raddoppiò il suo, come se volesse raggiungermi. Spaventato della solitudine in cui mi trovavo, mi diedi a correre; ma quell’uomo mi gridò per due volte;

« — Fermati!

«Mi sentii tremare le ginocchia; la paura mi aveva inchiodato lì, nè potei muovermi. L’uomo non tardò a raggiungermi.

«Io abbassai gli occhi, nè osai guardarlo in faccia.

« — Dove vai? mi domandò.

« — Vado allo stazzo — risposi.

« — Sei aggese?

« — Sì.

« — Ebbene; torna in Aggius. Dirai al paese che il Diavolo ha portato via il corpo e l’anima di uno scellerato.

«Ciò detto quell’uomo scomparve.

— Non l’hai tu ravvisato? — domandò l’uomo dalla barba nera al fanciullo.

— Era chiuso nel suo cappotto; ma mentre parlava, un lampo rischiarò quel volto; e mi parve vedere sotto al cappuccio due occhi accesi, e due corna nere, piccole lucenti.

L’uomo dalla barba nera riflettè alquanto; poi disse al fanciullo, pacatamente.

— Sei tutto bagnato; spogliati subito, va a letto, e dormi. E bada di non raccontare ad alcuno simili fole! Potresti tirarti addosso il ridicolo.

La vecchia tremava anch’essa come una foglia e non cessava mai dal mormorare.

— Il gran tamburo ha parlato! Pregate o peccatori, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio. Noi siamo piccoli, la misericordia di Dio è grande!

L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, e andò a posare in un angolo della stanza il fucile ch’egli aveva pulito.

················

Due ore dopo in quella casa regnava un silenzio profondo. La famiglia era a letto, e riposava tranquillamente.

Gli elementi si erano finalmente placati — forse perchè giustizia era fatta!

III. Pietro Vasa

Fin dalle prime ore del mattino del 19 febbraio 1859 si notava un insolito movimento nella città di Tempio. Era un farsi alla soglia delle porte, un affacciarsi alle finestre, un formar capannelli per le vie, un interrogarsi a vicenda, e domandar particolari.

Una notizia, con la rapidità del lampo, si era sparsa da un capo all’altra della città: e tutta la popolazione, impressionata e curiosa, si era riversata, per la via Runzatu, verso la strada che da Tempio conduce ad Aggius.

— Hanno ferito ed arrestato Pietro Vasa — si ripeteva da tutti con accento che rivelava ad un tempo compassione, dispiacere, e curiosità.

— E sarà poi vero?

— Alcuni aggesi, venuti stamane a spron battuto, ne hanno sparsa la notizia.

— E dove fu preso?

— In Nuragheddu, verso il mare.

— E non fece resistenza?

— Dicesi sia stato sorpreso nel suo stazzo, in mezzo ai figli ed alla moglie.

— Ciò si capisce. Gli aquilotti si colgono più facilmente nei loro nidi! Fu arrestato colà?

— No. Il Vasa era riuscito a fuggire dallo stazzo, ch’era circondato dai carabinieri; ma, rifugiatosi in un chiuso, verso Nuragheddu, ivi, — dicesi — fosse appiattato colui che l’ha colpito.

— Pietro Vasa lasciarsi cogliere così! È impossibile! Sotto c’è del torbido.

— Qualcuno, certo, avrà guidato i carabinieri.

Questione di vendetta.

— E i carabinieri, al solito si saranno vantati del bel colpo!...

— Il qual colpo — si capisce — non verrà loro contrastato dal vero feritore...

— Cosa vecchia!

Questi apprezzamenti si pronunciavano quà e là nei crocchi che si erano formati per le vie. Da tutti, però, non si udiva mormorare che una sola parola:

Lu colciu![26]

E, per vero, l’arresto di Pietro Vasa aveva prodotto una dolorosa impressione nell’animo dei tempiesi. Egli non era ritenuto come un assassino volgare, ma bensì come un traviato dalla fatalità degli eventi. Tanto l’Antonio Mamia quanto il Pietro Vasa, erano due uomini rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi, e di un criterio ammirabile; essi però si erano lasciati trascinare da un eccesso di malintesa suscettibilità, alla quale non vollero, o non seppero opporre resistenza. I loro errori, più che a individuale debolezza, debbonsi ascrivere alla natura di quell’alpestre regione; dove il sole scalda, più che altrove, il sangue gagliardo che scorre nelle vene dei galluresi.

— Eccolo, eccolo! — fu gridato da tutti; e la folla compatta irruppe come un’onda scrosciante intorno al gruppo di armati che circondava l’arrestato.

In mezzo ai sei carabinieri veniva condotto il bandito. Era stato trascinato, a piedi, da Nuragheddu ad Aggius, e da Aggius a Tempio. Lo seguiva una folla chiassosa, irrequieta, pazza.

Era proprio lui — Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto: l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda, suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!

Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e infangato, ben rivela la disperata resistenza ch’egli aveva opposto, quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.

Quà e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato, che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.

Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.

Tutte le finestre e le porte della via Runzatu erano gremite di teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere quell’uomo — non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che aveva immolato più di settanta vittime.

Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione in quella memoranda giornata! Senonchè Pietro Vasa non aveva l’aria accasciata di chi sente paura perchè vede appressarsi il momento dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.

Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:

— Tremila contro uno? vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!

Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche, peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di sprezzo, di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno mai» — e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue umiliazioni. Anzichè vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla folla, che non era caduto per la bravura dell’arma reale ma bensì per il tradimento d’un nemico.

La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza però intaccargli la trachea — caso unico, più che raro. E fu constatato che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere.

Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzatu — per quella via che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno affacciato alla mente del celebre bandito.

Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso.[27]

Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti, volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione... ma non ci vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro di lui.

Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio. In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della Gallura.

Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte, egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzatu seguito dal carnefice — e quella che nessuno lo avrebbe veduto penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale.[28]

Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo il suo avversario Antonio Mamia. I due capi, — il giovine ed il vecchio, il padre e il fidanzato — si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.

Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.

Mariangiola — la innocente e prima causa degli odi dei Vasa e Mamia — sopravvisse alla catastrofe — e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella adora, e dal quale è adorata.

*

La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia tese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava con fervore; di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta la persona si notarono ancora la vestigia d’una bellezza non del tutto distrutta dal tempo.

La fisonomia e l’atteggiamento di quella donna mi colpirono talmente, ch’io chiesi di lei; e allora mi venne narrata la storia che ho presentato ai lettori in questo libro.

La vecchia fissava con occhio spento l’altare maggiore — e recitava il rosario.

Povera Mariangiola! Quanti pensieri dolorosi dovevano affollarsi nella sua mente! Forse sulle spire d’incenso che uscivano dal turibolo per salire al Cielo, ella vedeva ad una ad una sfilare le ombre dei settanta morti che avevano attinto gli odi feroci ad un suo sorriso! — E l’ultima vittima trascinata nel vortice della vendetta era stato lui... Pietro — l’uomo che aveva mancato alla promessa d’amore, e che aveva tradito l’abbraccio. E lo vedeva sempre là, con la gola squarciata, tutto pallido e insanguinato! — e forse per lui solo erano le preghiere ch’ella mandava all’Eterno, perocchè la donna non niega mai il suo perdono all’uomo che ha amato — anche quando ella sa che ha ricambiato il suo amore con perfidia ed ingratitudine!

Ed anche la Gavina — la figliuola di Anton Stefano — sopravvisse agli odi delle due fazioni e vive tuttora a Bortigiadas, felice accanto al suo adorato Giuseppe e ai cari figli. Ma, in seno alla sua felicità, avrà ella dimenticato il muto, il maledetto dagli uomini, colui che come un feroce fantasma si era rizzato minaccioso in mezzo alle fazioni, strumento degli uomini e del destino?

Potenza della bellezza e dell’amore, supremi cardini della creazione! La natura si è rivelata in tutta la sua vigorìa nella campagna gallurese; ha estrinsecato la sua forza nei massi incrollabili di granito, nelle quercie secolari e nella robustezza degli uomini. Ha voluto però dare alle donne un’avvenenza, una grazia e un fascino tali da poter col lampo ardente delle pupille, fulminare i più forti figli della Gallura! E furono appunto due deboli e belle creature quelle che suscitarono l’acerba guerra che per sette anni sparse il terrore ed il lutto di quelle pittoresche regioni che sono la parte più eletta dell’isola nostra.

Ma l’ira che tutto distrusse e seminò la morte, rispettò la bellezza; quella bellezza che fu creata per apportare la vita.

Mariangiola e Gavina sopravvissero all’eccidio che fulminò la Gallura ed entrambe andarono spose ad un uomo che non era il primo amato. Pietro pagò il fio delle sue colpe terminando i suoi giorni nell’orrore di un carcere. Bastiano invece...

Che ne fu del povero muto?

IV. Mistero

Il muto era scomparso nell’ombra — al di là del monte nero.

Nessuno di lui seppe più nulla; nè vi ha alcuno in Gallura che sappia darvi ragguagli sulla fine di quel disgraziato. Eppure il suo nome si ripete sempre con orrore, come quello di un vampiro assetato di sangue umano. I maggiori delitti a lui si ascrivono — ma nessuno saprebbe dirvi a punto fisso il nome delle vittime da lui colpite.

Bastiano Tansu veniva chiamato il Terribile, ed era sordo-muto.

Sordo, non doveva udire la calunnia — muto, non poteva rispondere alle accuse — terribile, non lasciava alcun dubbio sulla sua efferatezza!

Chi aveva colpito il muto? Dove, quando, come, perchè lo si era fatto sparire? Mistero.

Quando la notizia della sua sparizione cominciò a circolare per gli stazzi, non vi fu alcuno che si prendesse la briga d’indagare la verità dell’asserto: non un parente che sorgesse a vendicarlo; non un amico che corresse a domandarne il cadavere alle foreste di Cucurenza od alle spelonche di Petra Màina!

E chi doveva occuparsi di lui? Sua madre era morta: Gavina si era con altri fidanzata; gli amici lo avevano abbandonato — e i congiunti ringraziavano il cielo per la sua sparizione.

Era stato forse tradito, venduto, assassinato?

Fin dal giorno ch’egli si annunciò al mondo col primo vagito, gli venne negata la voce. Gli avvelenarono l’anima col fargli provare tutte le torture dell’inferno — gli avvilirono il corpo negandogli la sepoltura ed una croce — gli straziarono persino il nome, recandolo di bocca in bocca, come quello d’un condannato all’infamia.

Sparì — nè di lui rimane più traccia.

Alla quarta pagina del registro dei NATI del 1827, esistenti negli archivi della parrocchia di Tempio, è scritto: che il 29 del mese di ottobre dell’anno suddetto, fu battezzato in quella chiesa Sebastiano Addis Tansu, figlio legittimo e naturale di Andrea e di Agostina Razzu, pastori d’Aggius.

Ma non vi ha libro in Gallura in cui sia registrata la sua morte! Solamente alla pagina 76 del volume III del libro di morti d’Aggius leggesi una memoria, dalla quale risulta; che nel giorno 28 di giugno del 1858, i parenti di Bastiano il muto hanno fatto celebrare le sue esequie, pregando pace all’anima sua. — E null’altro.

Cinque o sei mesi dopo la sparizione, si rinvenne vicino al rigagnolo che solca il Campu di lu tricu, una fiaschetta di polvere legata ad una catenella, che fu riconosciuta appartenente a Bastiano Tansu. È l’unico oggetto che si ha di lui. Si fecero minute ricerche per rinvenire il fucile — ma inutilmente. Esso forse — come il più fedele degli amici — era sceso con lui nel sepolcro.

Molte e curiose versioni corrono sulla bocca dei galluresi a proposito della separazione di Bastiano il muto.

Vi ha chi crede che gli stessi parenti, d’accordo coi nemici, abbiano voluto disfarsi di lui per mettere tregua ai continui dissensi che egli suscitava e di cui erano stanchi. — Altri asseriscono che la morte di Bastiano ha troppo stretti rapporti col terribile dramma svoltosi sulle alture di Petra Màina. Vi ha chi dice che Bastiano era figlio del diavolo, e che il diavolo se l’abbia portato vivo all’inferno. — Altri invece, vorrebbe, che Bastiano non sia morto, ma che siasi rifugiato in qualche segreta spelonca della Gallura o della Corsica, dove vive misteriosamente, facendo penitenza dei suoi peccati. Qualcuno, infine è di parere che Bastiano non sia caduto vittima dell’odio altrui ma che, stanco della vita, abbia cercato la morte in qualche inaccessibile scogliera del litorale, o sul monte della Crocetta. Calatosi in uno del profondi crepacci che circondano il gran tamburo, e inconsolabile perchè nessuna donna lo aveva baciato, forse Bastiano chiese l’ultimo bacio d’amore alla bocca infuocata del suo fucile.

Ad ogni modo — o assassinato, o suicida — non è improbabile che il muto abbia cercato la morte perchè stanco della vita.

Chi lo sa? Quest’ultima versione — che in generale è la meno accettata — potrebbe avere ancor essa un fondo storico. Certo è che ad una sola donna in Gallura non è forse ignoto il giorno della sparizione del muto — e questa donna è Gavina. E perchè il lettore porti il suo giudizio sul curioso fatto riepilogherò brevemente l’accaduto nello stazzo dell’Avru, dopo la morte di Anton Stefano.

*

Fin dal giorno in cui Anton Stefano cadeva vittima della ferocia del muto, il buon umore e la tranquillità erano spariti dallo stazzo dell’Avru. La morte del buon vecchio doveva per fermo apportare un notevole cambiamento negli affari e nelle abitudini della famigliuola. Dalla mattina alla sera le cose presero un diverso indirizzo. Alla gioia ed al cicaleccio espansivo che regnavano nello stazzo, erano sottentrati il dolore ed il silenzio — al riso schietto ed agli scherzi innocenti erano succeduti i pianti e la malinconia.

Morto Anton Stefano, la vedova capì subito che doveva far calcolo sull’attività e sull’affetto di Giuseppe destinato a far parte della famiglia; ed in questa lusinga raddoppiò di cure e di attenzioni verso il volenteroso giovine, il quale si addossò l’incarico di sistemare gli interessi della piccola azienda, cui le donne, per recente sciagura, non erano in grado di pensare.

Non è a dire quale impressione avesse prodotto in Gavina la morte del padre. Oltre il dolore per la perdita dell’autore de’ suoi giorni, ella provava una viva inquietudine, ritenendo se stessa come unica causa della catastrofe avvenuta nell’Avru. Non poteva soffocare la voce misteriosa che l’accusava quasi di parricidio. Chi mai le avrebbe detto che l’affetto nutrito per il muto doveva costarle la morte del genitore?

Seduta sul limitare della porta, col capo chino, lavorando in silenzio, Gavina bagnava di lagrime la stoffa che trapuntava. Ed era tanto bella nel suo dolore! Le lunghe veglie ed il continuo pianto avevano resa la sua carnagione più bianca e più trasparente; ma quel volto pallido appariva assai più bello e gentile sotto il nero fazzoletto a frangie che lo contornava. Con gli occhi bassi, e con le nerissime ciglia che spiccavano sulle guancie color cera, Gavina pareva la madonnina dipinta nella chiesetta di Petra Màina.

Giuseppe l’andava sempre divorando con gli occhi ed affrettava col desiderio il giorno in cui doveva torla in moglie, per condursela a Bortigiadas dov’erano tutti i beni e i suoi parenti. Più volte egli aveva esternato il desiderio di celebrar le nozze dopo i sei mesi; ma Gavina lo pregò di desistere da quell’idea, poichè le sarebbe sembrato insultare la memoria del padre deponendo le vesti di lutto prima del tempo stabilito dalla consuetudine. La vedova di Anton Stefano unì le sue alle preghiere della figlia. Ella voleva ritardare il matrimonio per due ragioni: la prima, perchè separarsi così presto dalla figliuola le avrebbe fatto troppa impressione: la seconda, perchè Giuseppe, dovendo stabilirsi con la sposa a Bortigiadas, non avrebbe potuto aiutarla a sistemare gli affari dell’Avru.

Insistendo però Giuseppe nel suo proposito, si venne ad un accordo; e le nozze furono stabilite per i primi di maggio, dopo dieci mesi di lutto — con la condizione ben inteso, che gli sponsali, da celebrarsi a Bortigiadas, si sarebbero fatti senza alcuna pompa.

Vi sono nella vita umana sentimenti che non si spiegano; essi hanno misteriosi rapporti con cause intime, sulle quali ogni indagine torna vana. Gavina si torturava l’anima per un fatto che trovava inesplicabile. Ella sentiva che non provava per l’assassino di suo padre tutto quell’odio, tutta quell’avversione che avrebbe ardentemente desiderato — e se ne doleva come di un fatto dipendente dal suo volere. Giunse a tanto la sua fissazione, che ella stabilì di rivolgersi a Dio, perchè le destasse nel cuore il sentimento d’un odio implacabile per l’assassino di suo padre. Ma Dio non esaudì la sua preghiera o, per meglio dire, Gavina non ebbe mai il coraggio di unire quella grazia alle altre che domandava a Dio nelle preghiere della sera!

*

Spuntò finalmente il giorno desiderato — il giorno in cui Giuseppe doveva togliere Gavina dallo stazzo per condurla al nido di Bortigiadas, dove avrebbero formato una famiglia.

Da due settimane Gavina aveva deposto il lutto; e la notizia dell’imminente matrimonio si era sparsa per tutti gli stazzi circonvicini.

Fin dalla vigilia del fausto giorno, una profonda mestizia si era impossessata di Gavina. La cara fanciulla era inquieta, preoccupata. Per quanto grande fosse in lei la gioia di unirsi al suo caro Giuseppe, non poteva uguagliare il dolore che provava nel lasciare la casa paterna.

Era quella l’ultima notte che passava nella sua stanzetta di fanciulla, piena di care memorie. All’indomani ella doveva staccarsi dalla madre, dalle sorelle, dai vecchi servi di casa; doveva lasciar l’Avru — quello stazzo dov’era nata, dove bambina l’avevano accarezzata, dov’era trascorsa la parte migliore della sua giovinezza.

Gavina non aveva potuto dormire, aveva bagnato di lagrime il guanciale, e volgeva lo sguardo all’intorno, come per dare un ultimo addio a quel nido verginale dove aveva tanto sognato.

L’alba, col suo fioco raggio venne a battere allo spiraglio della bassa finestra che dava sul cortiletto. Gavina sentiva i passeri che cinguettavano sul tetto, e le pecorelle che belavano nell’ovile.

La punse il desiderio di balzare dal letto prima dell’ora, perchè voleva sorridere al giorno, voleva affacciarsi alla finestra per salutare la campagna, lo stazzo, i cari monti, il mare lontano; voleva bevere l’aria profumata di quei luoghi ch’erano stati la sua culla, il suo mondo, il suo paradiso.

Balzò dal letto, si vestì in fretta, e quasi discinta corse alla finestra.

Coll’animo trepidante e col cuore che parea volesse balzarle dal seno spinse al di fuori i due battenti per lasciare passare un buffo d’aria fresca ed un raggio di sole....

Ad un tratto impallidì; fece un passo indietro, e mandò un grido.

Stette alcuni minuti immobile, con gli occhi fissi col seno ansante, senza poter articolar sillaba.

Sul davanzale della finestra, che sporgeva al di fuori, c’era una piccola medaglia di rame attaccata ad un cordoncino di seta nera.

— Bastiano è morto!! — esclamò Gavina raccapricciando e afferrò con mano convulsa quella medaglia, che era bagnata di rugiada.

La fanciulla stette alquanto pensosa, e quasi istintivamente, la recò alle labbra mormorando:

— La mia medaglia! Non poteva qui metterla che lui solo!

E la fanciulla terse con una mano le lagrime, che scorrendo per le guancie le cadevano sul seno.

— Povero Bastiano! — ella mormorò scuotendo melanconicamente la testa. — Ha trovato modo di farmi sapere che non ha più bisogno di vivere! Un giorno me l’ha pur detto: «quando sarò stanco della vita mi strapperò la tua medaglia dal petto, e sarò sicuro di morire!»

Ad un tratto Gavina si scosse atterrita; e, quasi avesse commesso un delitto, corse al suo lettino, s’inginocchiò dinanzi all’ulivo benedetto e levando gli occhi al cielo esclamò:

— Perdonami, o padre mio, se in questo momento io prego per l’infelice che ti ha colpito! — Dio ce l’ha pur detto di perdonare i nostri nemici!

*

La sera di quello stesso giorno Gavina abbandonava il nido verginale dell’Avru per seguire lo sposo a Bortigiadas — e forse entrava nella stanza nuziale nell’ora stessa che il sordo-muto scompariva al di là di Cucurenza!

Resta solo a sapersi, se l’avviso del Gran tamburo lo abbia dato il diavolo, o uno dei tre misteriosi incogniti che abbiamo veduto alle falde del monte nero; oppure se Bastiano si sia tolto la vita precipitandosi nei crepacci del monte Crocetta, o nelle scogliere dell’Isola Rossa.

Chi lo sa? Mistero.

Il vecchio rettore d’Aggius — che assistette allo svolgimento dei drammi d’Aggius e di Bortigiadas, e dal quale ho attinto molti particolari della mia storia — chiuse l’orecchio ad ogni mia domanda quando gli chiesi la fine del muto.

Il buon vecchio chinò sul petto la rugosa fronte, e mi disse solennemente:

— La morte del muto sarà per tutti un mistero! Trattasi di un segreto conosciuto da Dio in cielo, e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà agli uomini, perchè non fida nella loro giustizia: ed io lo porterò nella tomba, perchè tale è il mio dovere!

Non disse altro.

E giacchè il segreto della confessione è inviolabile, domandate del muto ai rulli misteriosi del Gran tamburo, quando sui graniti maledetti piomba l’ira delle tempeste!