I. IL MIO TEMPO PRESENTE
(Dal taccuino di Marcantonio).

Egli era così alto, che, per entrare dal grande arco nella galleria Vittorio Emanuele, fu costretto a piegarsi ed a camminare colle manaccie puntate sui femori poderosi, e solo nell’ottagono potè lasciare l’incomoda positura; ma nel rizzarsi, avendo preso male le misure, diè del testone nella cupola, e ruppe parecchie lastre di vetro, che gli caddero ai piedi con fracasso. Poco dopo si mosse ed uscì, come era entrato, da un arco laterale. Per le vie camminava spedito, ed in pochi passi fu ai vecchi portoni di Porta Nuova che scavalcò senza arrestarsi; quando giunse in piazza Cavour, seguito da una moltitudine a cui egli non badava, spinse uno sguardo enorme sopra i tetti della città di Milano, poi si chinò verso il gruppo di giovani acacie piantate dal Municipio per dar ombra alle generazioni future, ne prese una delicatamente, e se la infilò con garbo nell’occhiello del farsetto....

Chi era costui?

Il personaggio del mio sogno.

Ma il mio sogno non era inutile, e me ne compiaccio, perchè non ci è dato spesso occupare utilmente i nostri sogni — il mio sogno era una allegoria.

Riconoscete quel sentimento, che cammina solitario nella sua sterminata grandezza, che non guarda in faccia a nessuno, che si mette all’occhiello gli alberi piantati per dar ombra alle generazioni future — si chiama l’egoismo.

Io non sono egoista; avrò forse molti difetti che non conosco, ma siccome non posso soffrire una gran parte dei miei simili, sento che odierei me stesso se fossi egoista come loro, e vi sarebbe contraddizione nei termini. Mi sono studiato e mi voglio bene, lo confesso candidamente; dicasi pure che sono un po’ vanesio, ma egoista, no.

Alla vigilia di prendere una determinazione, che muterà il corso della mia esistenza, metto me in faccia a me medesimo, e getto ancora una volta lo scandaglio nel mio cuore, dove spero di non trovare un rimorso.

E prima di tutto, chi sono io?

Io sono Marco Antonio Abate, professore di filosofia in due licei privati, ho dieci lustri compiti, sono vedovo da quindici anni, ed ho, non so dove, una figlia ingrata.

Ma lasciamo stare mia figlia; io non mi rifiuto di parlare della mia disgrazia; vi pensai già molto, ed ancora non sono riuscito a non pensarvi affatto, ma non ho nulla da rimproverarmi; ve lo farò toccare con mano più tardi.

Vedrete a suo tempo come fu malamente pagato un padre, che aveva fatto a sua figlia una sorte invidiabile e che, dopo averle dato una casa in cui, fanciulla ancora, essa era già regina, lavorava nel segreto del suo cuore amoroso a prepararle nuove dolcezze... ma non è ancora il momento.

Serafina — io le aveva dato anche un bel nome, ma fu inutile — Serafina tradì tutte le speranze che avevo riposte in lei. Oggi Serafina è assente, ed io sono solo.

Ma nessuno s’impietosisca sul mio destino: non ho professato filosofia per ventisette anni senza attingervi qualche consolazione. La scienza non è di natura umana, e non mi rifiuta mai il conforto che le domando.

 

Quando dico solo, non comprendo la grossa Anna Maria, che mi rifà il letto e dà sesto alle stanze. Sono vent’anni che Anna Maria mi rifà il letto e dà sesto alle mie stanze; essa fa queste cose alla lesta, dacchè sono solo, forse perchè, vedendomi taciturno, mi crede afflitto, ed il suo egoismo le consiglia di fuggire la compagnia dell’umor melanconico. Una volta essa faceva anche la spesa, si tratteneva in cucina a cianciare con mia figlia, e, probabilmente, a raccogliere gli avanzi del desinare: io faccio questa riflessione amara ogni giorno, quando mi vedo venire incontro la mia vecchia, un po’ impacciata, cogli occhi vaganti e colle mani in tasca, che mi dice: «Io ho finito e me ne posso andare... comanda nulla?»

Io non comando nulla, ed Anna Maria se ne va, cavando di tasca, prima una mano, poi l’altra, e nell’attraversare il cortile sgambetta allegramente, qualche volta corre.

Le mie abitudini d’oggi sono rimaste quelle di trent’anni fa; lascio il letto all’alba, perchè credo che, se si facesse una buona statistica, si troverebbe che gli uomini mattinieri, purchè non siano sopraffatti dal bisogno, dal digiuno e dall’ignoranza, sono sempre quelli che un giorno o l’altro, nel corso dei secoli, si fanno rifare il letto dai dormiglioni che si levano tardi. Appena sveglio, apro la finestra alla luce ed all’aria; e siccome, per mia disgrazia, a quell’irrompere del primo mattino nella stanza, la mia povera moglie non si sveglia più, assonnata e lamentosa, ma certamente felice in fondo, così do fuoco io stesso alla macchinetta del caffè, che è sempre rimasta sul tavolino da notte, fra i due letti gemelli. Mi vesto, e intanto non perdo una nota della misteriosa canzone della caffettiera; all’ultima strofa io sono sempre pronto a spegnere con un soffio solo la fiamma azzurrina.

Bevo il mio caffè andando su e giù per la camera, dal tavolino da notte all’armadio a specchio e viceversa, chiudo il fornelletto nel canterano, ed abbandono la posatura ad Anna Maria, la quale dice di buttarla via, ma non lo fa, ve lo assicuro. So ben io quanto valga la posatura, so che, ribollita con un po’ d’acqua, essa fornisce un caffè leggiero ed igienico che mia figlia preferiva al mio — ma mi lascio ingannare da questa povera Anna Maria, perchè non ignoro quanto grave fardello è la gratitudine al cuore dell’uomo incivilito.

Mentre Anna Maria rifà i letti e le stanze, io me ne vado a girellare nel vicino boschetto dei giardini pubblici; sulla cantonata della villa reale incontro il mio vecchio amico, mendicante di professione, filosofo per istinto.

Egli mi vede, e subito si avvicina sorridendo, per salutarmi.

— Buon giorno — mi dice; ed io gli ripeto: — Buon giorno! — e tiro dritto, oppure mi fermo a discorrere con lui. Non gli ho mai dato un soldo, e non gli darò mai un quattrino, non per avarizia, ma per principio. Egli lo sa e non mi dà torto. Talvolta mi seggo sopra una panca, egli si addossa ad un ippocastano, ed io lo interrogo:

 

— Avete guadagnato molto ieri?

Egli ribatte la domanda di sbieco, dicendo che i tempi sono tristi e che gli uomini non hanno più paura dell’inferno.

— Ma le donne? — insisto.

— Le donne — risponde con un risolino — le donne fanno qualche cosa per salvarsi l’anima.

Bisogna sentire che ironia profonda quando dice «per salvarsi l’anima!»

— Ma la carità — dico io — il cuore?

— La carità — dice lui — il cuore... — e mi spiega la sua teorica, frutto maturo di trent’anni di pratica. La carità, egli me lo assicura, non è se non segreto terrore della miseria. Togliete l’istinto superstizioso — egli mi dice — e tutti faranno come voi, non mi daranno un soldo.

— È un mestiere faticoso il vostro? — gli domandai un giorno.

— Mi era faticoso — mi rispose — nei primi tempi; ora no.

Quando, giovane ed inesperto, correva di qua e di là come un ossesso, zoppicando forse più del necessario, oppure si addossava al muro e si sfiatava a gridare a quanti passavano la sua miseria, allora sì, era faticoso; ma un po’ alla volta aveva imparato a zoppicare con metodo, a giudicare la sua clientela dalla faccia e dal passo, ed ora non isbagliava quasi mai.

Mentre discorriamo, passa accanto a noi una gente varia, a cui egli non bada neppure; a un tratto invece, tronca il discorso e mi pianta per attraversare un viale e presentarsi a riscuotere il suo denaro. Io lo interrogo alla muta, egli mi indovina e dice col suo risolino:

— Mi ha dato due soldi; quel giovinetto aveva l’aria felice. Deve essere un innamorato; gli innamorati sono buoni clienti, io non so spiegare perchè...

Lo so ben io. L’amore è un momento egoistico. Gli innamorati sono la gente più egoista che sia al mondo, ma fanno l’elemosina per spensieratezza, o anche perchè sentono in sè stessi una falsa grandezza, uno stordimento, che li spinge alle imprese generose ed al fasto; il meno che possano fare per pigliarsi sul serio, è far l’elemosina ad un mendicante.

Compiangiamo questa povera umanità, bambina e decrepita.

Torno a me stesso.

Dopo la passeggiata, me ne vado, senza fretta, alla scuola, dove giungo aspettato, ma non desiderato, da una ventina d’alunni punto affamati della mia scienza.

È cosa intesa fra noi che l’ente crea l’esistente. Combattuta da questa bugia enorme, la nostra amicizia non è molto cordiale, e non durerà un pezzo. Appena entrato in iscuola, io leggo in faccia ai miei scolari, non uno eccettuato, una gran speranza tradita: la speranza d’una infreddatura, o d’un febbrone, o d’un altro qualsiasi accidente, che mi avesse inchiodato in letto per una lezione almeno.

La lezione comincia e finisce; qualche volta interrogo i più attenti, per accertarmi che non hanno capito nulla, poi ci separiamo con piacere. Io me ne vado portando meco il mio segreto contrario al programma d’insegnamento, essi mi guardano a bocca aperta, stupiti della conformazione del mio cranio, che ha potuto accogliere una filosofia così tenebrosa. Io penso: se un giorno solo annunziassi dalla cattedra che l’esistente ha creato l’ente perchè gli faceva comodo, quale scompiglio! e che luce! Io credo che la freddezza dei miei scolari svanirebbe come per incantesimo, e che la mia dottrina si farebbe strada attraverso i crani più duri. Ma il programma non vuole.

Dopo la scuola del mattino, e prima della scuola pomeridiana, io faccio colazione alla birreria Trenk; ho esperimentato che la birra tedesca bisogna mandarla giù come la filosofia tedesca, a onde, meglio che a sorsi, e cogli occhi chiusi. Il prosciutto cotto merita più attenzione; io mi raccomando al cameriere perchè il destino, che regola le cose umane, non mi faccia le fette di prosciutto troppo sottili, e non mi riempia mezzo il bicchiere di spuma.

A desinare, mi trovo in compagnia numerosa; i miei compagni di mensa sono giovani uffiziali allegri, che non fanno molta fatica a sopportare con una certa rassegnazione il commensale taciturno. Alla loro età si è tanto felici e spensierati, che quasi si dimentica d’essere egoisti. E poi, io sono l’ombra del raggio di sole che cade sulla loro mensa comune; mi pigliano come un contrasto; quando vogliono dire qualche corbelleria, mi guardano sott’occhi, e mi sorridono per placarmi anticipatamente, ed appena la corbelleria è detta, ne ridono con gran chiasso. In compenso, vogliono che io sia il primo a servirmi di minestra e di lesso, e mi fanno altre garbatezze con modi un po’ soldateschi, ma piacevoli.

«Ecco gli uomini! — dico dentro di me — questi ufficialetti, che si reputerebbero violati nell’onore se, per istrada, uno si fermasse a squadrarli da capo a piedi, senza intenzione di offenderli, subiscono il segreto fascino d’un disprezzo, che si estende a tutto il genere umano!»

Alle frutta, fa regolarmente la sua apparizione il professor Gerolamo, mio buon amico e collega, maldicente instancabile, il quale viene a prendere il suo uditorio a tavola per menarselo a spasso attraverso i campi.

— Hai un sigaro? — mi dice appena siamo all’aperto.

— Ne ho uno solo — rispondo.

— Bisognerà che io ne compri — conclude.

Sì, è necessario; ma pure, ogni giorno, egli si dimentica di fornirsi di sigari, e ne chiede a me, che mi sono fatto la regola di comprarne uno solo prima di desinare.

Quando il professor Gerolamo ha il sigaro fra i denti, incomincia a mordere — prima il sigaro, poi il prossimo. La letteratura è per lui un buon pretesto per isfogare il malumore; è in collera più che tutto, col suo collega di storia e geografia, il quale ha pubblicato un libro sulle origini..... su quali origini?.... ed ha osato scrivere gli per le, proprio nella prima pagina, e altrove ci per vi, e non è un errore di stampa, e tavolo per tavola, e sentire per udire, e non so quanti altri errori ed orrori, poichè io gli bado appena. Dopo il collega della storia e della geografia, l’amico Gerolamo se ne va di qua e di là a pigliare pel bavero il signor Ipsilon, il signor Zeta ed altri signori lodati dalla stampa (la stampa? si chiede lui tra parentesi... quattro ragazzi bocciati agli esami di licenza liceale) e letti avidamente dal pubblico (il pubblico? quale? in Italia non c’è pubblico!). Il prof. Gerolamo protesta che quelli non sono scrittori, che la letteratura non è quella cosa scempia che i giornali lodano e che il pubblico paga, ma è ben altro; del resto, egli lascia intendere che del disgraziato Ipsilon e dell’infelice Zeta ha letto una dozzina di pagine, a dir molto, e non ne ha pagate nemmeno una.

Se non ho altro per il capo, la ciancia mordace di Gerolamo mi diverte tanto tanto, ma non al modo che egli immagina.

— Pare anche a te? — mi domanda.

— Se mi pare! — dico alzando gli occhi al cielo; ed egli s’infervora, ed io mi diverto a contemplare da tutti i lati quella sua curiosissima mania di credersi offeso dalla notorietà degli scrittori moderni più celebrati, solo perchè egli ha intenzione di scrivere un libro e di farsi celebrare.

Mi sembra ingegnoso il suo metodo di pigliare un letterato oscuro e di metterlo con enfasi accanto ai più noti, per sentenziare che vale più di tutti quanti presi insieme, sebbene non valga gran che. Certo è ingegnosissimo quell’altro espediente di disseppellire un morto per accoppare un vivo; ma, più di tutto, mi riempie di meraviglia la sicurezza con cui, dopo avermi circondato di rovine, egli, per riposare il mio spirito sbigottito, tenta di condurlo con dolce violenza alla contemplazione estatica dell’idea del libro che scriverà un giorno.

Tenta, ma non sempre riesce, anzi non riesce quasi mai, perchè il più delle volte, mentre il suo egoismo s’infervora a distruggere biblioteche per preparare uno scaffale al gran libro nascituro, io lo pianto alla chetichella, e me ne vado con altri pensieri altrove.

Non avviene più che io parli di me stesso e delle cose mie; ci cascai una volta e subito mi avvidi che egli era distratto — perciò taccio, mi godo il suo cicaleccio finchè mi accomoda, e quando ne sono infastidito, lascio che il rumore uscente dalle sue labbra si confonda per l’aperta campagna col chiasso che fanno i grilli sul limitare delle loro tane e le raganelle sui gelsi. Io non pretendo già che il professor Gerolamo stia zitto; sparli finchè vuole, ma si accontenti d’un cenno del capo per risposta, e mi accompagni, nel fervore delle sue notturne dimostrazioni, fino all’uscio di casa.

— Buona notte, dolcissimo amico. — Buona notte! — Egli se ne va a casa, ed io me ne vado a letto.

La mia giornata è finita.