Qui, nel taccuino di Marcantonio Abate manca un foglietto visibilmente strappato, poi non si legge altro. Queste note, incominciate col fermo proposito di essere il commento dei casi poco ordinarii che il nostro eroe si aspettava, ebbero la sorte di tutte le memorie: furono lasciate in tronco.
Senza avvedersene, il filosofo Marcantonio Abate era vittima di quella identica illusione, che incomincia le memorie dei collegiali dei due sessi: affidava alla carta le impressioni non bene determinate e non ancora sue, o già scolorite dal tempo, e non più sue, quasi per guardarle da vicino o per appropriarsele; se egli non riusciva a fare qualche cosa col nulla, come le collegiali volonterose, è merito dei cinquant’anni che aveva vissuti; certo è che oggi — il domani della gran deliberazione — Marcantonio non scrive più una sillaba delle sue giornate, perchè cominciano per lui speranze, compiacenze, dolci incertezze, fantasticherie faticose, mille sentimenti inaspettati che egli sdegnerebbe di colorire colla penna e di vedere riprodotti malamente sulla carta. Anche per le signorine, quando sono uscite di collegio, viene un giorno che fanno così. Si offenderà Marcantonio Abate d’un paragone che lo ringiovanisce un poco? Forse no; appena egli ha fatto il suo tiro, appena ha buttato nel mondo la sua rete, subito si è guardato nello specchio, è corso dal parrucchiere per farsi radere, è passato dal calzolaio per comperare un paio di stivaletti verniciati, ha fatto chiamare il sarto a consulto — e il sarto verrà domani.
Che tiro ha fatto Marcantonio Abate? Che sorta di rete ha gettato nell’ampio mondo?
Egli ha scritto in un foglietto strappato dal suo taccuino, pesando ad una ad una le parole, precedentemente scelte e misurate con grande scrupolo, questo avvisetto:
«Invito al talamo. — Un signore di buona età, agiato, sano, di non spiacevole aspetto e di umore eguale, si unirebbe in matrimonio con una signorina o con una vedova che non avesse passato la trentina, fosse di buona famiglia e d’indole modesta. Non si richiede alcuna dote. Dirigere le proposte al signor I. O., fermo in posta, Milano.»
Ha scritto col suo più bel rondo, curando sopratutto la chiarezza, e dopo aver scritto, non contento ancora, ha rifatto amorosamente gli occhi a tutti gli e, che sotto la sua penna erano nati ciechi, ha allungato le code agli a, assicurato i tagli ai t, e rimessi sugli i i puntini che non avevano lasciato traccia o non erano caduti a piombo.
Quando ogni equivoco gli è sembrato impossibile, senza malizia dei tipografi, ha chiuso il foglietto in una busta e mandato il tutto all’agenzia d’annunzi del Secolo per mezzo di Anna Maria.
Anche la scelta di questo messaggiero gli è costata fatica; gli bisognava una persona di cui potesse fidarsi, un po’ ingenua, un poco ignorante, che stentasse a leggere e non fosse prontissima a indovinare; dunque, i bidelli degli istituti, no, perchè leggevano e indovinavano benissimo, e il portiere nemmeno, perchè non leggeva affatto — dunque Anna Maria.
Sulla busta è scritto, e Anna Maria dovrà ripetere all’occorrenza: «da inserirsi la domenica e il giovedì, per due settimane.»
Anna Maria dovrà anche pagare il prezzo anticipato delle inserzioni; se vedrà ridere, starà seria, e se mai da un figliuolo d’Eva le venga chiesto chi fa l’inserzione, risponderà tranquillamente: un figliuolo di Adamo.
Il donnone tutto d’un pezzo ha ricevuto questa gran prova di fiducia del suo padrone colla solita compostezza, cioè colle mani sotto il grembiale, poi ha cavato una mano per afferrare la busta, poi ha cavato l’altra per ricevere il denaro.
— È uno scherzo — ha ripetuto il professore — ma tu bada bene a star seria.
— Sissignore.
— E non dire chi ti manda.
— Sissignore.
— Paghi quanto vogliono, senza ribattere.
— Sissignore.
— Pigli la ricevuta, e torni a casa.
— Sissignore.
Dopo di che Anna Maria si è avviata; il suo padrone l’ha vista passare in cortile, ed ha notato il suo contegno straordinario, perchè il donnone, quest’oggi, non si è permesso di cavare la mano dalla tasca che custodisce il segreto del professore.
Questo tiro ha fatto Marcantonio Abate! E se ora passeggia per la sua casa un po’ agitato, e se tratto tratto si guarda nello specchio, è perchè egli ha avuto tempo d’andare dal parrucchiere e dal calzolaio, e Anna Maria non è tornata ancora.
Dunque, il signor I. O. passeggia e pensa.
Quell’insolito modo di cercar la moglie nella quarta pagina d’un giornale è veramente degno d’un filosofo. A guardarci bene, gli uomini, in questa delicata congiuntura del matrimonio, si comportano assai male; alcuni s’innamorano, e sono i giocatori d’azzardo delle giuste nozze; altri scherzando, si compromettono, e si trovano legati senza saperlo — sono i distratti; altri si informano delle ricchezze e del parentado, non del cuore — e sono i monocoli; il signor I. O. invece con quanto giudizio fa la cosa! Egli si propone apertamente a tutte le ragazze disponibili; non s’impegna a nulla, vede, interroga, scruta; non s’innamora, non si accalora, non s’impazienta — giuoca e lascia giocare sul sicuro — guadagneranno entrambi pigliandosi, guadagneranno, e forse più, lasciandosi. Le trattative di nozze incominciate nella quarta pagina d’una gazzetta mettono il negozio nella vera luce; i falsi scrupoli non vi possono entrare, non vi entrerà l’amor proprio. Una donna che accetta un marito da un giornale, è una donna sicura, senza grilli per la testa, senza sentimentalismi vani; porterà in dote un sodo criterio.
Il Signor Io si promette un altro vantaggio dalla sua trovata. Egli manderà la gazzetta a parecchie ragazze di sua conoscenza, a cui non oserebbe fare la domanda espressa per timore d’un rifiuto — e quante altre ragazze gli verrà fatto di conoscere in seguito, tutte riceveranno per posta la medesima gazzetta, finchè egli sia disponibile.
Perciò, del giornale che conterrà l’avviso, il Signor Io farà una provvista abbondante. Forse taluna delle fanciulle, a cui egli non osa neppur pensare, si disporrà a pigliar marito anche in quel bizzarro modo. Contenta d’un simile matrimonio in genere, chi sa? la giudiziosa fanciulla potrà contentarsi facilmente della specie. Il Signor Io, raso di fresco, coi capelli tirati con garbo a dissimulare la calvizie, fa la sua figura — un uomo ne vale un altro, e un professore di filosofia così rimesso a nuovo, cogli stivaletti di vernice...
Il Signor Io si guarda nello specchio, si ammira senza concedere troppo alla vanità, e continua a passeggiare. Anna Maria non viene, e il Signor Io si frega le mani promettendosi un altro vantaggio dalla sua trovata.
Non potrà egli conoscere la fanciulla che è disposta ad entrare in un talamo anonimo, avvicinarla e studiarla senza svelarsi mai? Non potrà egli lasciar credere alla ragazza che il suo tentativo di trovar marito nella quarta pagina si è perduto nel mondo, ma che la provvidenza le ha, per altre vie, mandato un altro sposo verisimilmente migliore? Al Signor Io non spiace lasciare questa illusione alla sua seconda metà, non è egoista il Signor Io; quanto a lui, rinunzia alle illusioni; non l’offenderà il sapere che la sua compagna era andata in cerca di marito nella gazzetta, tutt’altro; pigliando moglie un’altra volta, egli vuol pigliarla per bene, e gli pare che, conoscendo egli il segreto di lei, e non sapendo essa nulla di nulla, la sposa gli starà meglio in pugno.
Ecco il passo d’Anna Maria, ecco Anna Maria. Il donnone è serio, ed ha le due mani sotto il grembiale.
— Hai fatto? — domanda Marcantonio con un po’ di tremito nella voce.
Anna Maria ha fatto; essa cava una mano di tasca e porge la ricevuta: ha pagato L. 22 e centesimi 40 per quattro inserzioni di 14 linee da farsi il giovedì e la domenica. Il professore piglia la ricevuta con disinvoltura, ma gli batte il cuore come se ricevesse la fanciulla dei suoi pensieri futuri.
Qual’è la fanciulla dei futuri pensieri del Signor Io?
Dolce incertezza! Dov’è la fanciulla dei pensieri futuri del Signor Io?
Oggi è mercoledì; domani il Secolo porterà l’invito al talamo di Marcantonio nella città, nei paesi e nelle ville; e un numero del giornale cadrà sotto gli occhi di una bella pensosa che aspetta. Marcantonio si accorge che, sebbene egli abbia invitato alla gara anche le vedove sulla trentina, la sua fantasia finora non gli presenta che fanciulle di vent’anni e di diciotto. Marcantonio si guarda ancora nello specchio, e non è atterrito della propria audacia. Egli pensa che se una fanciulla di diciott’anni si contenterà di pigliar lui, darà prova d’avere un criterio sodo.
— E che cosa hanno detto nell’uffizio del giornale? — domanda il professore, rivolgendosi ancora alla fantesca.
— Hanno riso sotto i baffi.
Anche Anna Maria pare che riderebbe volentieri sotto qualche cosa — ma sta seria fin troppo.