Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope,
Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe,
Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois,
Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois
Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres,
Crois-tu qu’ils ont servi, combattu pour des maîtres?
L’amour de la patrie fut leur seule passion,
Et de l’humanité libre la mission.
Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumône;
Nous servions l’Italie, nous ne servions personne.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si de l’Europe alors la phalange d’élite
Avait de son appui encouragé de suite
Les nouveaux Argonautes en leurs braves élans,
Le Lucifer de Rome avait fini son temps;
Le monde était guéri de la lèpre infernale,
Et l’horrible mensogne, à son heure fatale,
Aurait du despotisme accéléré le sort!
Mais les nations toujours ont le terrible tort
De laisser une sœur seule dans la bataille,
Seule des potentats affronter la mitraille!
Eux, ils sont bien unis, à l’heure du danger;
Et les peuples, jamais ne sauront partager
Le péril en commun pour la cause commune?
De l’humaine famille à la sainte tribune
On entendit la voix de la noble Albion
Imposant fièrement: «Pas d’intervention!»
Seule! et l’on vit alors le superbe despote
Reculant sans réplique au devant du grand vote,
Aller chercher ailleurs des peuples à duper,
Des tyrans à produire, et le monde à tromper.
Mais la liberté sainte, au sein de l’Amérique,
Oh! n’est pas un vain mot, et le sol du Mexique
Sera longtemps fécond par le sang des Français.
L’Américain, de maîtres, il n’en voudra jamais!
Bons pour nous, surannés, remplis, pétris de vices,
Serviteurs de nos rois, agents de leurs polices!
Ils ont trouvé la voie de nous tromper toujours,
Par leurs statuts masqués, par leurs prêtres, leurs cours,
Des marches de l’autel, où le clergé-mensogne
Nous montre le salut. C’est hideux, quand j’y songe!
Nous courons aux tribunes, où nos sages parleurs,
À force de grands mots, nous dorent nos malheurs.
Le mouchard, l’alguazil, sont décorés, sont maîtres;
Il faut, pour prospérer, être serviles ou traîtres;
Le sang de nos enfants sert à river nos fers;
La superstition, ce monstre des enfers,
Plane encore sur le monde, et, comme l’hydre antique,
Ressuscite toujours dans l’affreuse boutique
Du prêtre, et le tyran, dont elle est le soutien,
De sa fausse piété nous montre le maintien.
De l’or des nations on construit la mitraille,
Les instruments de mort: et le champ de bataille
Est toujours des humains l’arène, où de leurs droits
Au jugement du sabre ont appelé les rois.
Ton pays et le mien, par un vil servilisme,
Sont courbés lâchement sous l’impérialisme
Par qui nos champs sont clos et nos sillons blanchis
Des os des malheureux que le monstre a trahis
Avec les vains appâts de conquête, de gloire.
Le monde est un charnier dont il dore l’histoire.
«L’empire c’est la paix,» dit-il, le vieux menteur,
Tandis que de la guerre il est l’instigateur.
Toujours, toujours poussant les peuples au carnage,
L’Europe n’a suffi pour contenter sa rage.
Oh! de l’humanité, quand ce cœur malfaisant
Aura cessé de battre, on verra reparaître
Le fraternel amour, les vertus, le bien-être;
Et de la liberté le soleil radieux
Des nations trompées dessillera les yeux.
Caprera, décembre 1867.
G. Garibaldi.[420]
* * *
Ma il gusto della vita solitaria stringe l’uomo a tutto ciò che lo attornia, e l’amore della natura lo inclina ad amare tutto ciò che essa produce. Da ciò quella gentilezza d’affetto che il nostro Eroe ebbe sempre per le piante, gli animali, per tutti gli esseri coi quali per una ragione o per l’altra si trovò a contatto o convisse. E l’estremo episodio delle due capinere è troppo recente e vivo nella memoria, perchè sia mestieri addurlo per una prova di più. Soltanto egli si rendeva conto di questo suo sentimento: nell’arcano fascino che esercitava su di lui la natura, cercava una dottrina, anzi una fede; nell’amorosa corrispondenza che sentiva correre tra lui e le cose, scopriva una prova che le cose stesse fossero dotate d’un’anima pari alla sua, raggio a sua volta dell’anima dell’universo, e nella quale, traendo facilmente le ultime illazioni da questa specie di panteismo sentimentale, sentiva e adorava Dio.
E perchè di questo non si dubiti, si legga questa pagina, crediamo interessantissima, delle sue Memorie.
L’ANIMA.
«Io ho veduto mia madre in sogno. — Io ho veduto mia madre — sveglio! — L’amore della mia genitrice non merita esso che in qualche momento della mia vita — il mio pensiero si rivolga ad essa? — Essa che fu così buona — così affettuosa per me — così indulgente! Dunque mia madre in molte circostanze mi si è presentata — anche sveglio! Sì, anche sveglio! — perchè pensando a quella carissima creatura anche in pien meriggio — mi par di vederla sotto quella sua semplice veste — sorridermi col sorriso degli angioli. — E l’immateriale corrispondenza degli occhi dell’anima non è forse prova sufficiente dell’immortalità della stessa? questo per la madre mia — potentissimo affetto! Ma non amo io pure il mio cavallo, il mio cane, le mie piante? Quando nella mia vita nomade dell’America — dopo una lunga marcia, e dopo un giorno di pugna — io spogliava de’ suoi arnesi il mio povero stanco cavallo — e lo palpava e lo asciugava del sudore — e rare volte io potevo regalare al mio fedele compagno — un pugno di biada, — poichè nei campi illimitati di quella parte del mondo, per l’abbondanza dei pascoli, ossia per la poca abbondanza di cereali non si dà ordinariamente biada ai cavalli, — e dopo d’averlo accompagnato all’acqua lo collocavo accanto al mio giaciglio — ebbene, dopo tutto ciò che non era altro che un dovere verso il mio compagno di fatiche e di pericoli — io mi sentiva soddisfatto. Se poi un nitrito del rinfrancato mio compagno si aggiungeva, e lo vedevo ravvolgere le stanche membra sulla verdura del campo — oh! allora sentivo la gentil voluttà d’esser pio.
»Il mio cane Castore, che nel 1849 mi seguiva in Tangeri, ov’io ero proscritto — io lo amavo perchè nella sventura e nell’isolamento — ov’io ero rigettato dalla fortuna — e dalla codarda malvagità di certi uomini — mi sembrava di sentire più intenso l’affetto de’ miei superstiti. Il mio cane, dovendo partire per l’America, era mestieri lasciarlo — e lo lasciai al mio amico Murray, console inglese. Il mio povero Castore! pianse per varii giorni la separazione dell’ingrato amico — e senza voler prendere cibo morì di crepacuore. — Ebbene — io amo e ricordo il mio cane commosso. E le mie piante — quelle piante ch’io seminai — che ho veduto nascere — e che piccine ho trapiantato in collocazione migliore. Quelle piante nei calori estivi — sull’arida terra di Caprera languiranno di siccità — e così languide penderanno le loro foglie appassite verso il suolo.
»Io con premura innaffiava le mie care piante e a poco a poco si rialzavano dal loro abbattimento e sembravano gettarmi un sorriso di gratitudine. L’anima delle povere piante era in corrispondenza colla mia, come lo sono quando gettato in questo pelago di miserie — lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero e mi sento deliziosamente sollevato.
»Egli è il Signore dei cedri del Libano — come dell’issopo che cresce nelle più profonde convalli (Massillon)!
»E perchè sarò io geloso della farfalla — assai più di me bella — se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastava la mia scintilla animatrice per costituirmi parte dell’anima dell’Universo — parte dell’Infinito — parte di Dio? — come lo è la scintilla che vivifica la formica ed il rinoceronte?[421]
»Ignorati da mille passate generazioni — miriadi di mondi rotavano nello spazio — e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e li svelava all’uomo maravigliato. L’onda e l’aria esplorate dalla scienza hanno rivelato all’atterrito osservatore tale numero di esseri viventi ignorati sinora, da fare impazzire le maggiori intelligenze. L’elettrico solca lo spazio colla celerità del pensiero. E chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo — nei portentosi suoi misteri?
»E l’anima che noi presentiamo — che noi vediamo coll’occhio dell’immaginazione — che noi scorgiamo sino nell’impercettibile aereo abitatore — l’anima — è dessa forse al di là o al di qua della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia — l’anima mia — è un atomo dell’anima dell’Universo — e questa credenza mi nobilita — m’innalza al di sopra del miserabile materialismo — m’infonde rispetto per gli altri atomi, emanazioni di Dio, e mi spinge a meritare il plauso delle moltitudini degli atomi che mi somigliano — e che coll’esempio — più che colla dottrina — devono far bene — perchè appartengono per essenza all’Eterno Benefattore.»
In uomini siffatti gli affetti domestici sono potenti: e di quanta religione abbia amato la madre sua, di cui portava dovunque nella sua odissea l’immagine, che rivedeva in sogno come persona viva, nelle preghiere della quale credeva come ad un talismano, lo sappiamo; e da qual passione d’amore sia stato avvinto alla sua Anita narrammo a lungo, per non aver mestieri di dirne più. Così avesse potuto serbar fede a quel suo primo bello eroico amore; ma la natura non potè dargli tutte le perfezioni; anzi gli pose nel sangue più acre e imperiosa che mai l’imperfezione della sensualità.
E qui ripetiamo una parola detta fin da principio in questo libro: la cronaca degli amori di Garibaldi non è tema per noi. Soggiungiamo soltanto, poichè c’è in Caprera una lapide di cui tutto il mondo in quest’ultimo mese ha ripetuto l’epigrafe, che l’Anita Garibaldi, sulla di cui tomba si legge: «Nata il 5 maggio 1859, morta il 25 agosto 1875,» non è figlia della signora Francesca Armosino; essa è figlia d’una signora nizzarda, conosciuta da Garibaldi in quel periodo tra il 1856 e il 1857, in cui navigava ancora su e giù da Nizza a Caprera; una signora nizzarda di civile condizione, che vive tuttora, e sembra angustamente, nella sua città natale, e della quale, per questo appunto, stimiamo dover nostro non gettare in pubblico il nome.[422] Perchè poi abbia sposato la Raimondi e non quella signora da lui resa madre, ed abbia creduto doveroso legittimare Manlio, Clelia e Rosita e non l’Anita, figlia essa pure, al pari di tutti i suoi fratelli, dell’amore, è uno di quei problemi che la storia non può risolvere, e fa bene a non approfondire. Perchè si ami e non si sposi; si sposi e non si ami; si cessi d’amare dopo aver sposato, sono enigmi del cieco iddio, di cui nessun mortale tenne finora le chiavi.
Lasciamo Garibaldi col fardello de’ suoi peccati amorosi innanzi a quel tribunale in cui si giudicano insieme i fatti e le intenzioni, le attenuanti e le aggravanti, e facciamo noi stessi, noi uomini di questo secolo XIX, medicus aliorum, ipse ulceribus scatens, facciamo il nostro esame di coscienza. Garibaldi ebbe delle amanti! ma qual meraviglia? Non tiriamo in campo il solito paragone escusativo dei grandi uomini (donnaiuoli superlativi quasi tutti), perchè anche parlando solo degli Italiani s’andrebbe all’infinito. Chiediamo piuttosto al pudico lettore che si scandalizza, alla vereconda damina che s’imporpora, se una scivolata fuori dalla diritta rotaia degli amori legali non l’abbian fatta mai. Probabilmente entrambi, dopo una abbassatina di testa che varrà una confessione, scapperanno fuori in coro con questa risposta: sì, ma senza scandalo. Era da attendersi: si non caste, saltem caute. Soltanto si potrebbe replicare: se lo scandalo non sia avvenuto perchè essi seppero destreggiarsi con arte ed astuzia maggiori di quelli che nello scandalo incapparono, o perchè, non avendo intorno alla loro persona l’incomodo riverbero di alcuna celebrità, nessuno s’è occupato dei fatti loro. E forse, posti innanzi a questi due quesiti, tanto il benigno lettore, quanto la gentile lettrice non saprebbero quale risposta profferire.
Garibaldi invece, cattivo cospiratore anche nelle congiure d’amore, operò alla piena luce del sole; non nascose mai nè quello che sentiva, nè quello che voleva: «Ti amo, mi piaci, ti voglio,» disse alla sua donna, e se la donna assentì, animale di preda, mai di frode, la rapì nelle sue braccia, e la fece sua.
E v’ha di più. Qualunque più franco e più ardito amatore avrebbe potuto avere la probabilità di nascondersi; Garibaldi no.
Per quasi mezzo secolo, gli occhi del mondo restarono sbarrati su di lui: egli non potè dare un passo, fare un gesto, pronunziare un detto, comparire o scomparire da un luogo, essere accompagnato o no da una persona, che migliaia di sguardi non fossero già appostati a sorprenderlo, e migliaia di migliaia di voci a denunziarlo.
È la sorte degli uomini storici. Tutti sanno a mente le tredici mogli di Cesare; nessuno sa quante volte al giorno il liberto entrava i lupanari della Suburra.
Così di Garibaldi! Se egli fosse stato un ignoto, la storia delle sue mogli e de’ suoi figliuoli, in mezzo alla grande babele erotica del nostro secolo, sarebbe trascorsa inosservata; mentre è quasi certo che il tempo, consumate le ultime scorie che ancora involgono la statua dell’Eroe, la seppellirà nell’oblio.
Comunque, nessuno, per quanto faccia, potrebbe sostenere che Garibaldi sia stato, nello stretto senso della parola, un libertino.
Un uomo che ebbe una gioventù affaticata e combattuta come la sua, ed una vecchiezza, nonostante i tanti acciacchi, così resistente e così prolifica, non può aver abusato della voluttà. Condannato egli pure ai tormenti del deserto, non macerò le sue carni come i Padri della Tebaide, ubbidì egli pure alla umana fragilità; ma non permise a una tale ubbidienza di convertirsi in abito vizioso e molto meno di degenerare in colpa. Egli non fu un volgare Don Giovanni. Figlio schietto e tuttora indomito della natura, amò con tutta la subitaneità fulminea e l’abbandono innocente del selvaggio, che non avverte i freni e ignora le leggi onde la società civile modera e disciplina ad un più alto fine gli istinti e le passioni umane; ma appena la satanica scintilla divampò nel suo petto, non la nascose, non s’infinse, non si mascherò, non sedusse con volgari inganni e con mendaci promesse alcuna donna, non fece delle conquiste d’amore una gloriola o un mestiere; non eccitò con turpi artifici le spossate satiriasi della sua senilità: amò con tutto il foco naturale de’ suoi sensi, con tutto l’impeto del suo cuore; promise alla donna da lui prescelta quello soltanto che sapeva di poter mantenere, e mantenne; tre volte giurò di farla sua sposa innanzi agli altari, o in faccia ai magistrati che la legge religiosa e civile del suo tempo o del suo paese prescrivevano, e tre volte tenne il giuramento.
E a dir vero, in questo secoletto di pudichi adulterii, di frolli concubinati, di bastardini abbandonati, di nozze mercantili, di George Dandin tolleranti e di monsieur Alphonse tollerati, non toccherà a Giuseppe Garibaldi, che si affanna e lotta dieci anni per dare il nome alla donna che amò, non toccherà a lui, innanzi alle Assisie della Morale pubblica e privata, d’abbassare la fronte.
Ed ora chi è quest’uomo?
Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.
Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più portentosi figliuoli.
Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda, della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della omerica epopea.
È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro riscatto.
È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della tortura, lo rimanda libero e perdonato.
È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore d’un infelice.»
È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre; e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati, e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.
Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi; eppure l’uomo che nel saladero di Camacua con soli tredici compagni sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta «a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava, dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla nella sua medesima stanza.
Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma, l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington, decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»
Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi selvaggia dei gauchos e dei rastreadores; mescolato dalla sua fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento colpevole.
Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.
Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà. Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del poeta:
Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.
Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re. Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.
È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo; e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.
È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella; poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade di palla austriaca a piedi di Monte Suello.
È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici, e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama buoni, è il primo a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole di Cristo i precetti della Religione del Vero, e confida alle sue Memorie la sua fede in Dio e nell’anima immortale.
Chi è dunque quest’uomo?
Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,» ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno, pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate effemeridi della Gran Brettagna l’Athenæum[423] tenta seriamente di trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:
Questi non ciberà terra nè peltro
Ma sapienza ed amore e virtute;
ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del più oscuro simbolo dantesco.
I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi; l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e gl’interpreti.
Ancora una volta: chi è quest’uomo?
Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i periodici progressi del suo incivilimento.
Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di Pandora di tutti i mali.
Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’ suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi, tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse il primo consorzio umano,
. . . . . . . . . . Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto!
Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del vizio ed in veleno della virtù.
Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa, coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo, giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la città nuova de’ suoi sogni.
Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che! bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio, e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili, serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»
Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico Emilio: la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio; gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon; si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera; si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna, fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.
Fine del Volume Secondo ed ultimo.