XXX. Da Cagliari a Sassari.

Non abbiate timore, perchè non è mio intendimento costringere il lettore a salire con me sul treno per rifare il viaggio da Cagliari a Sassari.

Le ragioni sono facili a concepirsi. La prima: perchè nella mia qualità di sposo novello non avrei desiderato la compagnia dei lettori, per quanto cara a chi scrive; la seconda ed ultima, perchè, anche volendolo, non avrei potuto descrivere questo mio secondo viaggio. Tanto io, quanto Annetta, non guardammo che pochissime volte la campagna.

Eravamo proprio soli, in uno scompartimento di prima classe; e nessuno durante il viaggio venne a turbare il nostro raccoglimento.

Preoccupati unicamente della nostra felicità, non rivedemmo con piacere che i soli luoghi che ci destavano cari ricordi.

Attraversando, per esempio, le tre Gallerie di Bonorva, Annetta mi rammentò la mia audacia, e rise come una matta; rise tanto, che ne fui quasi mortificato.

Solamente ad Ardara il volto di Annetta si fece serio. Essa volle che io abbassassi i vetri del finestrino per guardare i poveri ruderi di quella chiesa, di quel castello e di quelle mura, che rammentavano l’infelice Adelasia di Torres.

Sentii tremare la sua nella mia mano — e vidi una lagrima scendere per le sue guancie.

— Bambina! — esclamai — A che piangi?

— Non so perchè, Francesco: quel villaggio, lassù in alto, mi fa uno strano effetto. La tua storia dolorosa mi sta sempre fissa nella mente, non l’ho dimenticata, e non la dimenticherò mai più! Quando tu mi narravi le sventure della povera Regina di Torres, io sentii il mio cuore disposto ad amarti. Ora posso ben dirtelo, chè sono tua: Se tu non mi avessi parlato d’Adelasia con tanto entusiasmo e con tanta pietà, forse non ti avrei amato... come t’amo.

***

Arrivammo a Sassari alle ore 3 e 15 minuti del pomeriggio.

All’indomani condussi Anna in giro per farle conoscere la città. Le feci visitare gli stupendi affreschi della Sala Provinciale — lo scalone del Palazzo Giordano — l’Acquedotto — l’Università — il Rosello e il Giardino pubblico. Pochi giorni dopo la condussi a visitare i dintorni, e sovratutto molte belle campagne.

La nostra luna di miele durò a Sassari oltre un mese — ed Anna era molto contenta di trovarsi nella mia patria.

Ella mi diceva:

— Sassari mi piace per tante belle cose — ma, più di tutto, perchè tu ci sei nato!

— Quando avremo soldi — le risposi — faremo un viaggio ad Asti; e così potrò visitare la chiesa dove fosti battezzata.

Verso la metà di settembre tornammo a Cagliari, in seno ai nostri parenti; e da quel giorno cominciai con più attività ad occuparmi degli affari del nostro commercio. La primavera della vita ci sorrideva; ma bisognava pur pensare alla stagione invernale. L’uomo saggio che prende moglie deve prepararsi a diventar formica!

***

Una seconda volta, insieme ad Annetta, feci il Viceversa del viaggio da Cagliari a Sassari — e fu negli ultimi giorni del passato agosto: tredici mesi dopo il nostro matrimonio.

Eravamo in quattro: — io, Anna, una balia ed una bambina di tre mesi: la nostra primogenita, a cui mia moglie volle imporre il nome di Adelasia, in memoria del nostro amore.

Di questo viaggio mi restarono impressi i seguenti ricordi.

Passando dinanzi al villaggio di San Gavino, pensai alla sposa di Salvatore Farina, che nell’aprile dello scorso anno era venuta a visitare la Sardegna. Perduto il treno, ella dovette passar la notte in quel paese, insieme al marito e ad una brigata di parenti e di amici.

— Povera Cristina! Dicono che quel giorno fosse molto mesta. Forse presentiva che non avrebbe riveduto la patria del suo Salvatore. La poveretta non vide tornare la primavera; era venuta in Sardegna col mese dei fiori, e col mese dei fiori se n’era andata nel mondo degli spiriti.

Attraversando le tre famose Gallerie di Bonorva, la nostra bambina si mise a strillare per paura del buio; ed io dovetti consumare la mia scatola di cerini per farla tacere.

Inutile dirvi, che quel giorno mi scagliai contro la Società delle Ferrovie Sarde, perchè faceva troppa economia d’olio. Vedete bene come cambiano le nostre opinioni! Un anno prima avevo lodato la società — un anno dopo la biasimavo. L’amante applaudiva il buio — il marito desiderava la luce!

A Chilivani trovai una grata sorpresa: — la nuova stazione coll’elegante tettoia di ghisa — e il nuovo Ristorante con tutto il confortabile per i viaggiatori.

Sedemmo a tavola, e questa volta io mangiai con vero appetito.

Altro ricordo del mio secondo viaggio con Annetta fu quello della Stazione di Ploaghe.

Eravamo in seconda classe, in compagnia di altri quattro passeggieri.

Mentre io reggeva sulle ginocchia la piccola Adelasia, facendo notare ai compagni di viaggio la solita precocità del nostro primo frutto, non so perchè, la bambina dimenticò tutte le regole di buona creanza; in modo che io, colla compunzione di un capocomico fischiato, dovetti chiedere scusa al colto pubblico per la sbadataggine commessa dalla prima attrice giovine della nostra compagnia.

***

Dopo essere rimasti a Sassari una diecina di giorni, ripartimmo per Cagliari; dove ora mi trovo, e dove scrivo questi miei ricordi per contentare un carissimo amico.

— Quando ritorneremo a Sassari? — mi domandò Anna in viaggio. — Io l’amo tanto la tua patria!

— Quando? — semprechè potremo ritornarvi con uno in più — le risposi, scherzando.

— Vuol dire ogni anno!! — esclamò Anna sbadatamente.

Non so perchè, ma in quel momento ripensai alla famiglia del povero Travet, col quale io aveva viaggiato da Decimomannu a Cagliari.

— Bada, veh? — risposi serio ad Anna — Voglio bene a Sassari perchè ci sono nato; ma in questo caso ti avverto, che desidero di andarvi il più tardi possibile!

— E perchè? — domandò ingenuamente Anna, senza capire.

— Perchè i viveri sono cari; e per ogni individuo che viaggia in seconda classe si paga venti lire e sessanta centesimi.

— Scusa. I bambini al disotto dei sett’anni non pagano mezzo biglietto?

Che doveva io rispondere?

— Taci! — le dissi — non dire sciocchezze!

E siccome Anna voleva di nuovo parlare, le chiusi la bocca con un bacio.

La balia voltò la faccia verso la campagna, e finse di non aver veduto.

FINE