Desta l’Aurora omai dal letto scappa
E cava fuor le pezze di bucato;
Poi batte il fuoco, e cuocer fa la pappa
Pel suo giorno bambin che allora è nato;
E Febo, che è il compar, già colla cappa
E con un bel vestito di broccato,
Che a nolo egli ha pigliato dall’Ebreo,
Tutto splendente viensene al corteo.
(L. Lippi, il Malmantile).
Il 15 ottobre 1860, uno splendido sole seguiva il corteggio dell’aurora, e rallegrava colla sua benedizione di luce l’impareggiabile piano d’Erba, che in quella stagione era animato da numerosi villeggianti.
Nel mezzo di un viale, ombreggiato da una doppia fila di plàtani che conduceva ad un palazzotto annerito dal tempo, e quasi per intero rivestito da piante rampicanti, passeggiavano a godervi il puro aere mattutino, la contessa Emilia ed una bionda giovinetta, la quale, tuttochè camminasse, era intenta ad un lavoro domestico.
— Tarda Carlambrogio! disse la contessa fermandosi e guardando giù per lo stradone che, passando dinanzi al viale, mette ad Erba.
— Poveretto! è vecchio, rispose la giovinetta; poi da qui ad Erba la è una bella tirata.
— È una passeggiata, mia cara, una passeggiata! dì piuttosto che Carlambrogio avrà trovato per istrada qualche compare e se incomincia a chiacchierare, chi lo ferma?
Carlambrogio, quasi a smentire le poche caritatevoli parole della contessa, si affacciò in quella al viale.
— Eccolo, eccolo! gridò la giovinetta correndo incontro al vecchio contadino.
Raggiungerlo, strappargli di mano una lettera, e rivolare dalla contessa, fu per la giovinetta l’affar d’un istante.
— È di lui? chiese sorridendo la vecchia.
— Sì.
— Come ti sei fatta rossa!
— È la corsa...
— Già la corsa!... Ora via carina, calmati.... guarda come ti batte il cuore... Benedetta gioventù!... Vieni qui, Dalia, sediamo su questa panchetta all’ombra...
La giovinetta la seguì, e le si assise al fianco aprendo la lettera.
Come mai la povera orfanella si trovava in compagnia della contessa Emilia?
La c’era da parecchie settimane, ed ecco il come.
Dalia, incaricata da Roberto di annunziare alla contessa la morte del di lei nipote, aveva adempiuta l’incresciosa commissione con tanti riguardi, con una delicatezza tanto affettuosa, consolando la vecchia, piangendo, soffrendo con lei, che quest’ultima (la quale aveva sempre visto di buon occhio la giovinetta) l’aveva pregata di farle compagnia durante la villeggiatura.
Dalia in sulle prime aveva esitato, chè, fiera come era, temeva sempre di incontrare qualche dispiacere, qualcuna di quelle umiliazioni con che i signori, generalmente parlando, sogliono (lontani le mille miglia dal farlo per cattiveria) amareggiare e talvolta disgustare affatto chi (al di sotto di loro in fatto di denari e di posizione sociale) vogliono carezzare.
Ma la contessa aveva insistito con tanta buona grazia, dicendole che aveva bisogno di lei e delle sue consolazioni, e che non le sarebbe mancato lavoro, caso mai temesse di mangiare il pane a tradimento, che in fine Dalia aveva ceduto, e pigliata licenza dalla maestra, aveva seguita la contessa alla campagna.
Nelle città, nelle provincie d’Italia, o meglio, in tutto il mondo, in que’ dì non parlavasi che di Garibaldi e di Cialdini, dei due eserciti e delle loro gloriose gesta. Questi erano quindi i temi favoriti anche dei villeggianti in quella parte di Brianza, i quali ogni mattina portavansi ad Erba ad attendervi la posta ed i giornali. E questo era il compito giornaliero di Carlambrogio, il quale per altro non soleva interessarsi gran che per quelle notizie, ripetendo egli sempre questo prosaico ritornello: Vinca Erode, vinca Pilato, noi povera gente saremo sempre in miseria.
È però giustizia il dire che queste cose, il povero vecchio, le brontolava sottovoce.
L’ultima lettera ricevuta da Dalia portava la data di Messina; in essa Roberto le parlava del prossimo tragitto, dei pericoli che andavano ad incontrare, e dei pesci cani, del cui teschio aveva sbozzato il ritratto nel margine di quella lettera. Dalia ne fu tanto spaventata, da non poter chiuder occhio per tutta una notte.
D’allora in poi non aveva più avute notizie di Roberto. Aveva letto in compagnia della contessa i giornali; sapeva quindi dello sbarco, de’ continui trionfi di Garibaldi, del meraviglioso di lui ingresso in Napoli, e infine della sanguinosa battaglia del 1 ottobre; ma nulla di chi tanto le stava a cuore.
Ora immagini il lettore con che ansia, con che tremito, con che sussulto di cuore, Dalia aprì quella lettera.
— Da dove viene? chiese la contessa.
La giovinetta, letta la data, rispose: da Caserta.
— Ih! com’è lunga quella lettera!
— Uno, due, quattro fogli, disse Dalia sorridendo di compiacenza. To! c’è anche due pagine di stampato... È un proclama di Garibaldi.
— Ora mo, da brava! leggi... Comincia dalla lettera.
Onde non ripetere il già detto, noi riprodurremo la lettera del garibaldino, incominciando là dove egli racconta cose da noi non per anco toccate. Diremo solo che Dalia, lette poche righe, mandò un grido balzando in piedi si improvvisamente, con tal impeto, che la contessa sbigottita fu a un punto dal non cader riversa dall’altra parte della panchetta.
— È capitano! è capitano! gridava Dalia ebbra di gioja.
— Chi?
— Ma lui... Roberto..., l’hanno fatto capitano!»... e baciava la lettera, ripetendo colle lagrime agli occhi: Garibaldi è un angelo!
Calmata quell’ebbrezza, continuò la lettura. Il volto di Dalia prendeva un’espressione d’ambascia mano mano che progrediva, leggendo i pericoli, le fatiche, le privazioni sofferte da Roberto e da’ suoi compagni nelle lunghe marcie da Reggio a Napoli. «La sete ci tormentava più di tutto (scriveva Roberto); il sole ci bruciava la pelle, la polvere ci soffogava; c’era dei momenti in cui i nostri occhi vedeano tutti gli oggetti color violetto, alberi, strade, sassi, erba, cielo, tutto insomma. I nostri cavalli non potevano più reggersi in piedi. Ti basti sapere, per aver una idea di quanto soffrivamo in quei momenti noi e le bestie, che un mio amico, il maggiore Setti di Treviglio (uno dei migliori uffiziali della divisione Cosenz, e che ha fatta la campagna di Roma e quella dell’anno scorso), fece con un colpo di revolver saltare le cervella al suo cavallo, non reggendogli l’animo di vederlo soffrir tanto.»
— Poveri giovani! gridò la contessa; se il mio Ernesto si fosse trovato con loro, chi sa cos’avrebbe sofferto, lui sì delicato...
— Egli ora ha finito di soffrire, rispose Dalia, e per non lasciar tempo alla contessa di ricadere in quelle malinconie, continuò a leggere.
Roberto, quasi a mitigare la penosa impressione che il racconto dei sofferti patimenti doveva produrre sull’animo della sua amica, aveva mutato argomento e stile. Parlava quindi della sua splendida dimora di Caserta, poi del miracolo di san Gennaro.
Anche il Du Camp nelle sue memorie parla sì di Caserta che del santo patrono di Napoli, e con tanto brio, da vincere quanto Roberto scrisse sullo stesso argomento; perciò daremo la preferenza al Du-Camp. Ecco ciò ch’egli scrive in proposito:
«Il palazzo di Caserta è uno dei più grandiosi concepimenti architettonici usciti da mente umana. Vanvitelli che lo ideò, ebbe la sorte di vegliare all’esecuzione sino al suo compimento, cioè fino all’anno 1752 e ciò per ordine di Carlo III. La facciata è imponente, benchè monotona; quattro corti quadrate dividono la costruzione interna; attraverso di esso sorge un porticato splendido, sorretto da sessantaquattro colonne di marmo; lo scalone è di una maestà imponente; è tutto in marmo, e sormontato da una cupola i cui dipinti, che rappresentano gli Dei che ammirano una Venere, le fattezze della quale non mi parvero senza seduzione. Il teatro del palazzo è graziosissimo; è sostenuto da sedici colonne tolte al tempio di Serapide, di cui le ruine veggonsi lambite dal mare sulla strada di Pozzuoli. L’appartamento di Ferdinando II ti inspira un’indifinibile tristezza: non un mobile vi è rimasto; dal muro vennero graffiate via le pitture; si abbruciarono le tappezzerie, le armi, gli intagli, tutto insomma. Vi sarebbe stata una specie di barbara grandezza nel seppellire un re coi suoi tesori, le sue donne, le sue guardie; ma è puerilità l’incendiare le camere di un re morto, a meno che ciò non sia imperiosamente imposto dall’igiene; e tale vuolsi sia stato il caso presente.
Infatti re Ferdinando, che era di una corpulenza enorme, morì dopo una sì lenta e profonda decomposizione, che si può dire di lui, aver egli assistito, vivendo, alla propria putrefazione. Finì i suoi giorni implacabile nelle sue idee, e facendo giurare al figlio di non governare se non coi precetti dell’assolutismo[56]. Tali precetti dovevan finire col distruggere le forze della dinastia, tanto più che l’alleato più fedele di questa ben presto la tradiva; voglio parlare di san Gennaro.
La sua festa avvicinavasi. Napoli era in una commozione da non potersi dire. Per chi l’infallibile santo avrebbe preso partito? era desso italiano? borbonico? Grave quistione che si faceva ovunque, e che nessuno ardiva sciogliere anticipatamente. San Gennaro è l’idolo dei Napoletani, i quali sono fermamente persuasi che Dio non regna nei cieli che per concessione di quel santo. Una volta però, presi da collera improvvisa contro di lui, lo detronizzarono, e misero al suo posto sant’Antonio qual patrono di Napoli.
Era il 1799; S. Gennaro s’era fatto democratico; il suo sangue erasi liquefatto al grido di: Viva la repubblica, e quando la reazione guidata dal cardinal Ruffo giunse a Napoli, abbandonandosi ad eccessi e a massacri di cui la memoria non è ancora cancellata, non si obbliarono le velleità democratiche del santo, e lo si destituì, come un semplice funzionario; si parlava anche di gettarlo in mare, e innanzi la sua statua si urlò: Abbasso il giacobino! Ma troppo forti ed intimi erano i vincoli che stringevano i Lazzaroni al loro patrono; cotal separazione era troppo penosa per essi. Gli uni si pentivano della lor violenza; l’altro promise di non essere per l’avvenire che un buon realista, e la pace fu segnata.
Si congedò S. Antonio, e si reintegrò san Gennaro nel possesso di tutti i suoi onori, titoli e privilegi.
Il suo sangue, raccolto dopo il martirio, si conserva in un’ampollina, e da secco che è, in certi giorni dell’anno si liquefa e bolle. Il santo fa attendere più o meno lungamente il prodigio, a seconda della maggiore o minore sua soddisfazione sulla politica, e sul governo del paese; ma non havvi esempio ch’ei siasi ribellato al miracolo, neppur dinanzi al generale Championnet, che non gli concedeva se non dieci minuti per compire il prodigio. A fronte dei gravi avvenimenti che avevano nell’estate del 1860 messo sossopra il regno delle Due Sicilie, come si sarebbe comportato san Gennaro?
Il dì della sua festa, verso le 10 del mattino, io mi recai in duomo: è una gran chiesa ristaurata sul gusto italiano della decadenza, epoca nella quale l’arte è assolutamente vinta dal valore o dalla rarità della materia prima. Tu vi trovi un reggimento di statue d’argento, il cui valore sta tutto nel peso. Nella cappella di S. Gennaro, che è a dritta, la folla s’incalza, e si stringe; si soffoca pel caldo; presso la balaustrata che protegge l’altare, è un urtarsi, uno spingersi, d’averne rotte le ossa. I posti migliori son per chi ha forza maggiore nei gomiti. Le donne qui mi sembrano più numerose degli uomini: alcune recano i loro bimbi che strillano orribilmente. Si canta messa; ma chi l’ascolta? Nessuno. Tutti sono trepidanti, ansiosi; di tratto in tratto qualche voce acutissima sorge dalla folla, e si compone al canto; è la voce di una donna già inspirata, che spera così di affrettare l’arrivo del santo.
La porta della sagristia finalmente è dischiusa; un grido di gioja echeggia sotto le volte spaziose; colla massima pompa si reca l’immagine di S. Gennaro, coperta di un velo rosso ricamato in oro. Portato da un canonico, preceduto dalle guardie nazionali che fanno far largo alla folla, il santo si apre una via fra i suoi adoratori, che furtivamente cercano di toccare colle mani il velo che avvolge le sembianze del protettore, e avidamente poi baciano la parte avventurata che toccò il miracoloso tessuto. Il prezioso idolo è finalmente deposto sull’altare, tolto il velo, appare il busto d’argento. Ciò che allora io vidi può rendere modesti coloro che nella loro vita si sono creduti amati, perchè giammai essere umano non ispirò l’amore che si dimostra per questo immobile simulacro. Le donne gridavano: «O san Gennaro, o mio piccolo san Gennaro, san Gennarello del mio cuore, delle mie viscere, dell’anima mia!» A lui protendevano le braccia; le lagrime sgorgavano copiose dai loro occhi stravolti; le loro labbra tremanti mandavano suoni confusi, e baci; i muscoli del collo, gonfi come grosse corde, s’agitavano sotto la precipitata pulsazione delle arterie; alcune più briache delle altre, strappatasi la pezzuola dal collo, si percuotevano il petto a colpi di pugno, sollevando lamentevoli lai. Frattanto si veste il santo; sulla fronte gli si compone una mitra ricca di pietre preziosissime; sulle spalle lo si adorna con pallio di porpora a ricami d’oro, e d’amatiste; nel dito gli si infila l’anello episcopale. Frattanto le grida raddoppiano: «Quanto è bello! È lui, proprio lui; o mio caro S. Gennaro!» e ricomincian così le genuflessioni, i baci, i nervosi tremiti. — Vicino a me stava una giovine che singhiozzava amaramente.
— Che avete per piangere così? le domando.
— Ah! signorino mio! il santo non mi guarda.
Infatti essa era collocata in modo da non potere vedere il busto. Una tempesta di clamori orribili, voci di gioja, di disperazione, di invocazione, cozzavano nell’aere, per ricadere su noi. Le guardie nazionali stanche e sfinite dal calore, non potevan mettere ordine in tanto trambusto:
In cotesta immonda commedia che trascinava tanto popolo sino all’estasi, chi fra noi era pazzo? Il popolo, od io? Giammai spettacolo di degradazione dell’anima umana aveami colpito sì profondamente; v’eran momenti in cui mi coglieva la smania di rovesciarmi a colpi di bastone su questa folla indemoniata, e spezzare l’idolo sull’altare, come ai tempi primi del cristianesimo, gli eroi di questo rovesciavano nel templi le statue degli dei.
Un canonico, curvo dagli anni, coperto di splendide vesti, toglie il velo all’ostensorio che raccoglie la preziosa reliquia. L’ostensorio è d’argento, e munito di due cristalli, che facilitano la vista dell’ampolla ivi contenuta, ed ha la forma di una lanterna da cabriolet.
Offerto alla vista del pubblico, il canonico lo bacia e poi divotamente lo innalza tra le sue mani, ed esclama: Il sangue è duro; e quindi lo agita dall’alto al basso, tenendovi sopra fissi gli occhi, affine di determinare l’istante preciso in cui il sangue coagulato incomincia a sciogliersi. Dietro di lui un prete rischiara la reliquia con un cero, di modo che lo si possa veder per trasparenza. Durante cotal funzione, si cantano inni, si recitano delle speciali preci, delle quali il tumulto che regna nella cappella mi toglie di comprendere motto. Alcune donne del popolo, che passano per parenti di san Gennaro, come quelle che pretendono discendere dalla vecchia mendicante alla quale il Santo apparve dopo il suo martirio, onde indicare il luogo ove era stato deposto il suo corpo, sono schierate in luogo d’onore presso la balaustrata. Elleno interpellano famigliarmente il santo; le une gli parlano supplichevolmente, le altre gli fanno violenti ingiunzioni, che contrastano con tanta adorazione.
— Oh! san Gennaro del cuore, dicevan le une, non ci far languire, e dinne col miracolo che tu sei felice, che sei contento di noi, e che ci proteggerai sempre.
— Andiamo, canaglia, brigante! sclamavano le altre; e che! ci credi tu fatte per aspettarti? Affrettati a sciogliere il tuo sangue, vecchio sdentato; altrimenti andremo a cercar sant’Antonio, che ti metterà alla porta.
D’un tratto il canonico solleva l’ostensorio, pronunciando parole che non compresi, e io vidi quel sangue bollire lentamente nell’ampolla. Tre minuti eran bastati al miracolo! Uno scoppio di urli fece quasi crollare il tempio; tutti si prostrano col volto a terra, singhiozzando, o gridando grazia! Torme d’uccelli svolazzano per la vôlta spaventati; gli organi mandan suoni giulivi, s’intuonano canti d’allegrezza, e son gettati a piene mani fiori sul busto; fumano gli incensi; e cent’uno colpi di cannone dai forti annunziano a Napoli che il suo patrono veglia sempre su di lei!»
Le nostre donne letta l’istoria di san Gennaro, quale la narrava Roberto, risero di cuore:
— Poveri Lazzaroni! disse la contessa, come sono ignoranti!
— E noi, objettò Dalia, coi nostri preti che salgono in una nuvola di carta a pigliare il santo chiodo il dì di Santa croce, in Duomo, ci mostriamo forse più innanzi di loro? Dunque!
— Non hai torto la mia tosa!... ma finisci la lettera.
Roberto narrava gli avvenimenti che precedettero di qualche giorno il 1 ottobre e la battaglia che ne seguì.
Garibaldi ci aveva spediti fino a S. Maria presso Capua, onde tenere in rispetto i trentamila borbonici che stavano con Francesco II nelle due fortezze di Gaeta e di Capua, e in un grande tratto di paese intorno ad esse. Fino alla metà del settembre nulla era accaduto di serio fra i due eserciti nemici, eccetto poche fucilate, che gli avamposti scambievolmente tiravansi, specialmente i picciotti, i cacciatori genovesi di Mosto e qualche altro corpo della brigata Eber; ma il 19 i nostri passarono il Volturno, nonostante la presenza di dieci mila Napoletani che tratti in inganno da una dimostrazione mossa dai nostri contro Capua, si lasciarono sorprendere dal battaglione Catabene, il quale dopo lungo combattimento, occupò Cajazzo. Quella fazione, comandata dal brigadiere capo dello stato maggiore del generale Türr, costò ai nostri la perdita di centocinquanta uomini, ma fu eseguita con ardimento degno dei più valorosi veterani. Duemila Garibaldini, con soli due pezzi d’artiglieria, ebbero il coraggio di cozzare contro le muraglie di Capua, difese da molta truppa e dalle poderose artiglierie della fortezza. Capua posta sulla sinistra del fiume Volturno, le di cui aque la avvolgono intorno intorno per più di due terzi; fortificata dal francese Vauban, e resa ancor più forte dalle opere erettevi nel 1855 da un uffiziale russo del genio, mal si poteva espugnare senza batterie in breccia e bombardare. Ai nostri era quindi impossibile prenderla con sì poche forze, ma l’attacco operato dal brigadiere Rüstow, non tendeva che a trarre in inganno la guarnigione della piazza, per lasciar tempo a Türr e ad Eber di operare il movimento di fianco verso l’alto Volturno e guadarlo. Il movimento essendo pienamente riuscito, i nostri avendo occupato Cajazzo, divennero padroni della riva sinistra del fiume, e si misero a cavaliere della strada di Gaeta. La ricognizione durò sei ore, e in questo tempo noi stemmo impavidi sotto il fuoco formidabile dei nemici, e solo ci ritirammo quando si ebbe contezza che il generale Türr trionfava delle difficoltà che i regj gli avevano preparate sull’alto Volturno.
Vi furono, un colonnello, tre tenenti, ed un capitano uccisi; quattro altri uffiziali feriti. La cavalleria napoletana, sebbene facesse le mostre di voler caricare, non lo osò, e la fanteria non ardì mai incontrare le baionette dei nostri. Molti Inglesi, fra i quali il terzo figlio del conte di Shaftesbury e lord Seymour, seguirono, con alcuni corrispondenti dei giornali inglesi, le operazioni della colonna Rüstow e il secondo nominato, combattè per ben due ore, recò ordini e diede disposizioni per i trasporti dei feriti. Poco prima di mezzodì la colonna Rüstow tornava a S. Maria, dove barricatasi, attese di piè fermo i Napoletani di Capua. Questi però non si mossero, sebbene potessero spingere contro i nostri una forza di dieci mila uomini, attaccare la città aperta, e prenderla con grande facilità.
Dopo quella vittoria le divisioni di Cosenz e Medici si misero in marcia per raggiungere quella di Türr appostata tra S. Maria, S. Angelo, Scafo Formicola, e Scafo Cajazzo. La divisione comandata dal colonnello Panciani le seguiva in riserva; così i nostri si avanzavano nelle vicinanze di Capua, in quasi ventiduemila uomini per assaltare la fortezza, prenderla, o costringerla a capitolare.
Il 19, accennando a piccoli fatti avvenuti nei giorni precedenti, il generale Türr emanava agli avamposti un bell’ordine del giorno, e alle 3 pomeridiane dello stesso dì scriveva al ministero della guerra in Napoli il seguente dispaccio, che ti trascrivo:
«Jeri inviai una colonna per attaccare questa mattina Cajazzo; ordinai una ricognizione forzata per questa mane di S. Maria e S. Prisco verso Capua, e mi portai pure questa mattina colla brigata Sacchi e due pezzi di cannone per fare una forte dimostrazione verso lo Scafo di Formicola e Scafo di Cajazzo. I regi, i quali si trovavano da questa parte del Volturno, furono rigettati al di là del fiume. Abbiamo sostenuto quattro ore di fuoco. Ricevo in questo istante rapporto del comandante Catabene, che dice d’aver presa Cajazzo. Il generale Garibaldi venne a vedermi allo Scafo di Formicola, e di là passò alle colonne che si trovavano tra S. Maria e Capua».
Ora, mia cara, Dalia, dovrei descriverti la battaglia del 1 ottobre, presso Capua; ma ci vorrebbe un libro, non una lettera. A te basti quanto ne scrisse il generale Garibaldi nell’ordine del giorno che troverai qui unito.
Eccolo, disse Dalia spiegazzandolo, e lesse:
Ordine del giorno di Garibaldi.
«Il 1 ottobre, giorno fatale e fratricida ove Italiani combatterono sul Volturno contro Italiani con tutto l’accanimento che l’uomo può portare contro l’uomo. Le bajonette de’ miei compagni d’armi incontrarono anche questa volta la vittoria sui loro passi da giganti.
«Con egual valore si combattè e si vinse a Maddaloni, a S. Angelo, a S. Maria.
«Con egual valore i coraggiosi campioni dell’indipendenza italiana, portarono i loro prodi alla zuffa.
«A Castel Morene, Bronzetti, emulo degno del fratello[57] alla testa d’un pugno di cacciatori, ripeteva uno di quei fatti che la storia porrà certamente accanto ai combattimenti dei Leonida e dei Fabi.
«Pochi, ma splendidi dell’aureola del valore, gli Ungheresi, i Francesi, gli Inglesi che fregiavano le file dell’esercito meridionale, sostennero degnamente la fama guerriera dei loro connazionali.
«Favorito dalla fortuna, io ebbi l’onore nei due mondi di combattere accanto ai primi soldati, ed ho potuto persuadermi, che la pianta uomo nasce in Italia — non seconda a nessuno, ho potuto persuadermi, che quegli stessi soldati che noi combattemmo nell’Italia meridionale, non indietreggeranno sotto il glorioso vessillo emancipatore.
«All’alba di quel giorno, io giungeva in S. Maria da Caserta, per la via ferrata. Al montar in carrozza per S. Angelo, il generale Milbitz mi disse: «Il nemico ha attaccato i miei avamposti di S. Tammaro».
«Subito fuori di S. Maria verso S. Angelo udivasi una viva fucilata, e giunto ai posti di sinistra della detta posizione, li trovai fortemente impegnati col nemico.
«Era bel vedere i veterani dell’Ungheria marciare al fuoco, colla tranquillità di un campo di manovra e collo stesso ordine. La loro impavida intrepidità contribuì non poco alla ritirata del nemico.
«Col movimento in avanti della mia colonna e sulla destra, io mi trovai bentosto a congiungermi colla sinistra della divisione Medici, che aveva valorosamente sostenuta una lotta ineguale tutta la giornata. I coraggiosi carabinieri genovesi che formavano la sinistra della divisione Medici, non aspettarono il mio comando per ricaricare il nemico. Essi, come sempre, fecero prodigi di valore.
«Il nemico, dopo aver combattuto ostinatamente, tutta la giornata, verso le 5 pomeridiane rientrò in disordine dentro Capua, protetto dal cannone della piazza.
2 ottobre.
«Reduce la sera del 1 in S. Angelo, io ebbi notizia che una colonna nemica da 4 a 5000 uomini trovavasi a Caserta vecchia; ordinai per le 2 della mattina ai carabinieri genovesi di trovarsi pronti con 350 uomini del corpo di Spangaro ed una sessantina di montanari del Vesuvio. Marciai a questa ora su Caserta per la strada della montagna e S. Leucio. Prima di giungere a Caserta il prode tenente colonnello Missori, ch’io aveva incaricato di scoprire il nemico con alcune delle valorose sue guide, mi avvertì che i regj trovavansi schierati sulle alture da Caserta vecchia a Caserta, ciò che potei verificare io stesso poco dopo.
«Mi recai a Caserta per concertarmi col generale Sirtori, e non credendo il nemico sì ardito da attaccare quella città, combinai collo stesso generale di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano e di marciare al nemico pel suo banco destro, cioè attaccarlo per le alture del parco di Caserta, mettendolo così tra noi e la divisione Bixio, a cui aveva mandato l’ordine d’attaccare dalla sua parte.
«Il nemico teneva ancora le alture, ma scoprendo poca forza in Caserta aveva progettato di impadronirsene, ignorando senza dubbio il risultato della battaglia del giorno antecedente, e perciò lanciava circa la metà delle sue truppe.
«Un cocchiere ed un cavallo delle vetture del mio seguito furono ammazzati. Potei passare più liberamente grazie al valore della brigata Simonetta, divisione Medici, che occupava quel punto, e che respinse coraggiosamente il nemico.
«Giunsi così all’incrocicchio della strada di Capua e S. Maria, centro delle posizioni di S. Angelo, e vi trovai i generali Medici ed Avezzana, che col solito coraggio e sangue freddo, davano le loro disposizioni per respingere il nemico incalzante su tutta la linea.
«Dissi a Medici «Vado sull’alto ad osservare il campo di battaglia, tu ad ogni costo difendi la posizione». Procedeva appena verso le alture che ci stavano alle spalle, quando mi accorsi esserne il nemico padrone.
«Senza perder tempo raccolsi quanti soldati mi capitarono alla mano e ponendomi a sinistra del nemico ascendente, cercai di prevenirlo. Mandai nello stesso tempo una compagnia di bersaglieri genovesi verso il monte S. Nicola per impedire che il nemico se ne impadronisse. Quella compagnia e due compagnie della brigata Sacchi ch’io aveva chiesto e che comparivano opportunamente sulle alture, arrestarono il nemico.
«Movendomi io poi verso destra, sulla linea di ritirata, il nemico principiò a discendere ed a fuggire. Solamente dopo qualche tempo io venni a sapere che un corpo di cacciatori nemici, prima del loro attacco di fronte, erasi portato alle nostre spalle, per un sentiero coperto, senza che nessuno se ne accorgesse.
«Intanto la pugna ferveva nel piano di S. Angelo ora favorevole a noi, ed ora obbligati di ripiegarci davanti al nemico assai numeroso e tenace.
«Da vari giorni non equivoci indizi mi annunziavano un attacco, e perciò non m’era lasciato allettare dalle diverse dimostrazioni del nemico sulla destra e sulla sinistra nostra: e ben ci valse, poichè i regj impiegarono contro di noi, nel primo ottobre, quante forze disponibili avevano, e ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni.
«A Maddaloni dopo varia fortuna, il nemico era stato respinto. A S. Maria parimenti, ed in ambo i punti aveva lasciato prigionieri e cannoni. Lo stesso avveniva a S. Angelo dopo un combattimento di più di sei ore; ma essendo le forze nostre in quel punto inferiori d’assai al nemico, egli era rimasto con una forte colonna padrone delle comunicazioni tra S. Angelo e S. Maria; di modo che, per portarmi alle riserve, ch’io aveva chieste al generale Sirtori, da Caserta a S. Maria fui obbligato di passare a levante dello stradale che da S. Angelo conduce a quell’ultimo punto. Giunto in S. Maria verso le due pomeridiane, vi trovai i nostri comandati dal bravo generale Milbitz, che avevano valorosamente respinto il nemico su tutti i punti.
«Le riserve chieste da Caserta giungevano in quel momento. Le feci schierare in colonna d’attacco sullo stradale di S. Angelo. La brigata Milano in testa; seguiva la brigata Eber, ed ordinai in riserva parte della brigata Assanti. Spinsi pure all’attacco i bravi Calabresi di Pace che trovai nel bosco sulla mia destra, e che combatterono splendidamente.
«Appena uscita la testa della colonna dal bosco, verso le tre pomeridiane, fu scoperta dal nemico che cominciò a tirare delle granate, ciò che cagionò un po’ di confusione allo spiegamento dei giovani bersaglieri milanesi che marciavano avanti. Ma quei bravi militi, al suono di carica delle trombe si precipitarono sul nemico che cominciò a piegare verso Capua.
«Le catene dei bersaglieri milanesi furono tosto seguite da un battaglione della stessa brigata, che caricò impavidamente il nemico senza fare un tiro.
«Lo stradale che da S. Maria va a S. Angelo forma, colla direzione di S. Maria a Capua, un angolo di circa quaranta gradi, in guisa che, procedendo la colonna sullo stradale, lo spiegamento di essa doveva essere sempre sulla sinistra ed alternato in avanti. Quindi impegnata che fu la brigata Milano ed i Calabresi, io spinsi al nemico la brigata Eber sulla destra della prima delle sue forze su quella città. Mentre adunque mi trovava marciando al coperto, sul fianco destro del nemico, questo attaccava di fronte Caserta, e se ne sarebbe forse reso padrone, se il generale Sirtori colla sua consueta bravura, ed una mano di prodi non lo avessero respinto.
«Coi Calabresi del generale Stocco, e quattro compagnie dell’esercito settentrionale, io procedevo intanto sul nemico che fu caricato; resistè poco e fu spinto quasi alla corsa sino a Caserta vecchia. Ivi un picciol numero di nemici si sostenne per un momento facendo fuoco dalle finestre e dalle macerie, ma presto fu circondato e fatto prigioniero. Quei che fuggirono in avanti, caddero nelle mani dei soldati di Bixio, il quale, dopo d’aver combattuto valorosamente il 1 a Maddaloni, giungeva come un lampo sul nuovo campo di battaglia. Quelli che restarono indietro capitolarono con Sacchi, a cui aveva dato ordine di seguire il movimento della mia colonna; dimodochè di tutto il corpo nemico, pochi furono quelli che poterono salvarsi.
«Questo corpo pare essere quello stesso che aveva attaccato Bronzetti a Castel Morone — e che l’eroica difesa di quel valoroso, col suo pugno di prodi, aveva trattenuto la maggior parte del giorno, ed impedito quindi che, nel giorno antecedente, ci giungesse alle spalle.
«Il corpo di Sacchi contribuì esso pure a trattenere quella colonna al di là del parco di Caserta, nella giornata del 1, respingendolo valorosamente[58].
Caserta, 3 ottobre 1860.
G. Garibaldi.»