CAPITOLO XII. Un pensiero a Gar — La donnina Lucy — Dove sono le chiavi

Francis Webb seguitava a bere e a chiacchierare senza posa. Aveva momenti di commozione addirittura infantile e di goffa ammirazione per l’opera sua, che, in quel momento e in quello stato, egli era davvero il più inadatto ad apprezzare seriamente.

Evaristo non mancava di eccitarlo e di concitarlo vedendo ormai la cosa bene avviata pel buon esito.

Ben — il nostro cocchiere N. 13 — era stato avvertito di nuovo all’ultimo momento e, giusta l’intesa, a una certa ora, cominciò a rispondere a chi lo richiedeva del suo servizio:

— Mi rincresce, ma sono occupato.

Egli da cassetto guardava il suo cavallo Gar, e gli ripeteva, accarezzandolo blandamente con la frusta:

— Pensare che fra qualche ora sarai morto e... ti avrò ucciso io stesso.

Mah, le cose del mondo! Chi poteva pensare che dovessero andar così? Che colpa ne ho io?

La fantasia di Ben ora evocava l’imminente dramma che in verità l’accorava nel profondo del cuore.

Ben e Gar si conoscevano da troppi anni per non sentire una simpatia vivissima, un attaccamento, un bisogno di rimanere uniti.

Ah, lo strazio di quel cavallo, in verità, era orrendo e per dispetto non gli voleva uscire dinanzi gli occhi.

Lo vedeva spinto sul ciglione dell’alto scoglioso dirupo, il povero animale, tratto dal peso della carrozza nel vuoto, lo udiva nitrire spaventato, con gli occhi schizzanti, percuotere con le zampe l’aria vertiginosamente e poi... poi dopo un tonfo grandioso e sonoro, lo vedeva sparire nei gorghi profondi delle acque mosse in ampli cerchi sopra di esso!

Non era in quel punto senzazione dolorosa che il malcapitato quadrupede non provasse.

Sul fondo, puntava l’unghia invano per sollevarsi, nel prepotente istinto di conservazione.

Disperati sforzi per riprendere la superficie, ormai scomparsa per sempre!

L’animale, impossibilitato a risalire per la carrozza che lo imprigionava, ormai spossato e vinto, mettendo un gorgoglio nell’acqua soverchiante, si abbandonava sul fondo... per imputridirvi e dissolversi, se i pesci glielo permettessero...

E vedeva dei pesci, tanti, alcuni piccini, altri enormi; questi piombare dall’alto, quelli sguisciare da tergo, e tutti affrettare il dente nel morto Gar...

— Povero Gar! disse mesto Ben... e lo toccò con la frusta.

Gar, come al solito, rispose nitrendo...

Allora nella lunga fila di carrozze nitrirono un po’ tutti i cavalli...

A Ben parve di sentire un addio, un lamento, un saluto di morte e... diciamolo pure, anche una gran voce d’accusa.

Gli si strinse il cuore e sentì un brivido di freddo.

— Povera bestia! E pensare che fra un’ora morirai! Sono forse più a tempo per salvarti la vita? No certo, avrei dovuto pensarci prima... D’altronde (e qui sorgeva tra lui e il cavallo l’alta e bruna figura di Evaristo e si sentiva addosso i suoi occhi). D’altronde non si ammazzano i topi, i conigli, i passeri, i leoni, le tigri, i colombi, gli agnelli, i buoi... Forse che il cavallo dovrebbe essere una eccezione? E noi altri uomini, non si muore forse anche noi?

Intanto che questo Amleto da strapazzo seguita nelle sue fantasie, ritorniamo ai quattro personaggi che lasciammo alle tavole relative...

***

— L’amico che aspettavo! — disse a Lucy, Guy Stein.

Si udiva infatti giù nella bottega una voce maschile che chiedeva al padrone se di sopra ci fosse alcuno.

— Eccomi! — disse ancora a voce alta. — Vengo, — E scese per la scaletta di legno tarlato e scricchiolante.

Dopo questo fatto, il contegno di Lucy cominciò a diventare, agli occhi di Francy Webb, più mondano e più provocante.

Il vecchietto abbastanza allegro e spranghettato per le frequenti libazioni, eccezionali davvero e riserbate proprio per quella data, le sorrise e poi cominciò a dirle qualche parola... di quelle che si dicono dai giovani come dai vecchi, ma che vuoi in bocca degli uni, vuoi in bocca degli altri, sono sempre eternamente banali.

Certe frasi, è un fatto, non ebbero spirito che una volta sola, cioè quando furono cacciate a proposito. Lo perdettero allorchè diventando patrimonio di tutti, fecero a tutti dire una cosa che aveva sentito uno solo.

Hanno però sempre un vantaggio, quello d’avviare il discorso.

Evaristo intanto pensava a qual mezzo si sarebbe appigliato Guy Stein; egli dai connotati lo aveva bene riconosciuto per carpire loro le rispettive piccole chiavi e si impensieriva dell’indugio.

— A qual mezzo ricorreranno? Ce ne son tanti. Vediamo se son dei ladri veramente furbi...

Webb offerse alla per lui sconosciuta ma simpatica interlocutrice, che gli si era avvicinata, del liquore ch’essa bevve centellinando.

A un certo punto come per ricambio Lucy levò un astuccio di sigarette e ne offerse ad entrambi che le accesero e fumarono.

Pensò ancora Evaristo:

— Certo questo deve essere il mezzo. Che gente dabbene, essi escludono ogni violenza, ogni rumore... Noi fra poco saremo addormentati.

Guy Stein non risaliva.

Parlava continuamente come se trattasse di gravi interessi con l’altro, col compare che era venuto a cercar l’amico e l’aveva trovato.

Di sopra invece, il discorso a poco a poco languì, e come per l’effetto dell’obesità e del bere Evaristo e Francis cominciarono a sentire una gran pesantezza di sonno, finchè blandamente si addormentarono.

Fu allora che Lucy, con mirabile destrezza li frugò, staccò dalle rispettive catenelle le chiavi e intascatele discese.

Guy Stein pagò senza fretta ma anche senza indugio il piccolo conto, salutò e partì con la donna e con l’altro compare, un valoroso fabbro meccanico d’altri tempi, diventato così esperto nella sua professione che si decise a mutarla per più rapidi guadagni.

Ognuno aspira alla fortuna a suo modo.

Il più adesso era fatto. Il meno era aprire la cassa forte ed asportare il cofano di ferro, operazione che voleva essere condotta con la massima celerità, prima che i due si svegliassero e si accorgessero di ciò che loro mancava.

Andò tutto a meraviglia.

La lettera aveva dato indicazioni precise, per le quali tutto era stato possibile nel minor tempo.

***

Ben era al suo posto, cioè al crocevia indicatogli da Evaristo. Attese circa un’ora, poi vide avvicinarsi alla sua volta un uomo, con un gran cappello sugli occhi e un largo pastrano.

— È lui... — disse tra sè il cocchiere, ma non fece un movimento. Stette come impassibile a cassetto.

L’uomo dal largo pastrano gli si avvicinò affrettando il passo, si guardò attorno circospetto, indi sollevata una cassetta nera all’altezza del poggia-piede della vettura domandò:

— Ben?

— Ben — rispose l’altro sottovoce.

Ecco le gioie.

— Benissimo.

— Tu sai ch’io posso rivederti quando voglio... che ti conosco?... E il nostro amico dov’è ora? Quando ci rivedremo? Te lo ha detto?

Queste parole di Stein avevano lo scopo di investigare senza parere, ma Ben volgendo rapida la testa temendo a sua volta e accennando con la frusta a parecchi lontani passanti rispose:

— Viene gente... ritirati... presto... — In così dire toccò il cavallo e partì, lasciando solo Guy Stein che si ritrasse in un angolo sotto un fanale in piena luce.

Quivi, per eludere la polizia, se fosse stata, trasformatosi immediatamente come aveva fatto davanti a Hulda, non appena il gruppo de’ passanti gli fu vicino stese la mano dicendo con voce fioca:

— Fate la carità a un povero cieco.

Nessuno gli badò. Rimasto solo diede un sospiro di soddisfazione e s’incamminò verso il proprio quartiere, dove il vecchio padre lo attendeva, ansioso dell’esito.

***

Si faceva tardi.

L’inconscio padrone della piccola trattoria, che non vedeva ancora discendere i suoi ospiti signori e bizzarri, com’egli diceva, salì sopra alla saletta.

Come li vide così tranquillamente addormentati, affacciatosi alla piccola balaustra di legno disse alla moglie, una vecchina che cadeva dal sonno e aspettava il momento di chiudere:

— L’hanno presa buona, questi signori! Vieni a vedere come dormono.

— È tardi, ripetè senza scomporsi la vecchina, è tardi — svegliali.

— È fino un peccato interrompere il loro sonno — pensò bonariamente il trattore...

***

In quello stato i due individui assopiti per l’effetto delle sigarette preparate, non solo non soffrivano, ma gustavano ognuno d’essi a suo modo una grande dolcezza in un sogno mirabile.

Come dissero di poi, quando le vicende che narriamo toccarono il loro fine, Evaristo ebbe la visione di una ricchezza straordinaria e di una felicità mai desiderata perchè pensata mai, e venuta a lui, con mezzi nuovi e improvvisi. Ne era stato investito e preso come di soprassalto, rimanendo vinto e beato d’essere vittima.

Un gran cielo d’oro ardeva sul suo capo, e una quantità di persone quasi tutte sconosciute s’inchinavano a lui ammirando.

Hulda non passò con la sua bruna figura, per mezzo a quella luce, ed egli non sentì il bisogno di vederla e di cercarla.

Una nuova potente affezione, con una forza inesplicabile lo soggiogava, schiudendogli un mondo ignoto, una visione di nuove meraviglie, quasi premio alle smodate vedute della sua ambizione di speculatore.

Francis Webb rivide la diletta Mary. Si sentì dalle care braccia stringere, sentì la bella bocca rosea della figliuola posarsi su la sua.

Egli era contento in quello stato, ebbro di paterna felicità.

Quando riaprirono gli occhi, per la cessazione del sonno, non perchè il loro sonno fosse stato interrotto dal padrone che malgrado tutto non vi era riuscito, si posero in cammino per ritornare alle rispettive dimore.

***

Ben intanto s’affrettò verso la casa di Evaristo Grinfieri, dove Tommy attendeva.

Non indugiarono molto a compiere ciò che da chi tutto dirigeva, era convenuto dovesse aver luogo.

Ben consegnò le gioie ed ebbe dal vecchio servo il denaro, l’abito nuovo, e lo scontrino pel viaggio.

Cambiarono poche parole, per quanto si conoscessero già da parecchio.

— Tommy — chiese Ben prima di partire — sento una strana arsione in gola; datemi un calicino di qualche cosa veramente buono.

— Ecco — gli disse dopo qualche momento il servo, ecco del gin di ottima qualità. Non è di quello che si trova da per tutto.

Ben tracannò subito, poi, più per complimento che per aver gustato davvero in quella fretta il liquore, disse con solennità:

— Avete ragione. È dell’ottimo. Vi saluto.

— Arrivederci.

Ben, salito a cassetto, pensò subito alla seconda e più difficile parte del suo programma: levare di mezzo Gar.

Ebbe quasi scrupolo di toccarlo con la frusta. Scosse le redini ed il cavallo si pose al trotterello consueto.

Dopo una buona ora arrivò in quel tal punto di Le Ferry che così opportunamente era stato designato da Evaristo, nella sera in cui gli aveva parlato di Guy Stein e delle gioie di Hulda da ricuperare, prima di farlo cadere con un tranello in mano della polizia e liberare per sempre da quell’incubo sè e la donna che amava.

Arrivò sul posto proprio al punto in cui l’alta rupe si scoscende sul mare.

Scese: poi con un tremito di commozione non mai provata, cominciò a mutare il vestito.

Pose il vecchio nella vettura, indi preso al morso il cavallo, girò la vettura.

Girò la vettura e si fermò, ora che non mancava più che una spinta indietro a precipitarla insieme con Gar.

Lo riafferrò la pietà dell’animale, che gli era stato compagno di lavoro per tanti anni, non seppe decidersi al momento fatale di dargli la morte. Si fermò incrociando le braccia, pensoso:

— E se io precipitassi la carrozza lasciando salvo Gar? Non sarebbe l’istesso? Forse che Gar ha la parola? Forse che potrebbe tradirmi? Non è meglio che lo lasci vivo a un altro destino?

In questa idea, lentamente sfibbiò i finimenti e ne liberò il cavallo, che ritrasse in disparte; poscia presa per le stanghe la vettura puntò i piedi e la spinse.

Uno sforzo, due, tre, ed il numero tredici, varcato l’orlo del precipizio con le ruote posteriori, abbandonato a sè stesso, precipitando con gran fragore, finì per dare un tonfo nelle acque, le quali rumoreggianti si rinchiusero per sempre sopra di esso.

Seguì un silenzio completo e l’oscurità diede come un senso di sgomento nuovo a Ben.

— Crepi la vettura! — disse il cocchiere — ma il povero Gar è salvo.

Si accostò all’animale, lo guardò, gli fece ancora una carezza, poi quasi strappandosi ad esso ripetè due volte ancora;

— Addio! Addio!

Prese la via a passi concitati, allontanandosi pel cammino più breve onde varcare il tratto di mare, guadagnare la riva opposta e internarsi con più calma verso il Canadà.

Si fermò solo un istante quando udì per l’ampia oscurità nitrire Gar che pareva chiamarlo.

— Che cosa vuoi da me dopo tutto? Non ti ho io salvata la vita? — E concitato e a passi celeri proseguì il suo cammino.

Gar insolitamente libero vagò tutta la notte finchè seguendo l’istinto si pose su una delle grandi linee che conducevano alla piazza dove per solito stava fermato con la vettura e sotto la guida di Ben.

I rari passanti e i pochi vetturali di quell’ora non senza meraviglia videro un cavallo sciolto abbandonato a sè stesso e non sapendosi spiegare la cosa, si domandavano l’un l’altro:

— Che diamine può essere avvenuto?

Qualcuno credeva riconoscere la bestia, qualcuno metteva in dubbio le asserzioni udite.

Una pattuglia di polizia, per misura di buon ordine, e per supposizione di qualche fatto anormale... arrestò Gar, e lo rinchiuse in una stalla, dove finalmente, dopo una giornata come quella, dopo il pericolo corso di morire trovò biada e riposo...