A un certo punto della via che percorrevano a piedi, e quando avrebbero dovuto dividersi, Grinfieri s’arrestò e disse come sotto l’impressione d’una sorpresa gravissima:
— È strano quel che mi accade!
— Che è?
— Mi manca la chiave della cassa, non l’ho più alla mia catenella. Questa è nuova davvero!
Com’era naturale, Francis Webb cercò la sua e non la trovò.
— Come? Anche a me, manca la chiave...
— Anche a lei?
— Ma sicuro — rispose l’altro con un tremito fitto per tutte le membra. Ah, corpo del demonio, siamo stati derubati...
— Derubati?...
— Ma sicuro...
— Io non mi raccapezzo...
— Sai tu quella donna?
— Quale?
— Quella che ci offerse le sigarette?
— Ebbene?
— Ebbene è stata lei... certo.
— Vuol dir proprio?...
— Ma lo giurerei! Chi sa che birba essa era mai. Ha profittato del nostro stato... Noi abbiamo un po’ bevuto... Ci siamo addormentati, non c’era nessuno... quindi...
— Comincio a credere anch’io che sia stato così.
— Non può essere diversamente. Noi portiamo sempre le chiavi addosso... Vogliamo tornare indietro?
— No! No! sarebbe tempo sciupato. Andiamo subito allo studio a verificare la cassa... Ah, proprio questa mi ci voleva. Oggi, oggi nel giorno che festeggio! Ma che strana predestinazione sia mai? Andiamo, corriamo, Evaristo. Altro che dormire. Bisogna stare in guardia, chiamar gente, vegliare tutta la notte per prevenire l’opera dei ladri... se saremo ancora in tempo.
— Se saremo ancora in tempo — aggiunse macchinalmente Evaristo, che faceva con grande abilità, con mirabile disinvoltura la sua parte. — Andiamo.
Il lettore conosce già la dolorosa sorpresa che li aspettava, o per dir meglio che aspettava Francis Webb che diede in urlo disperato:
— La cassetta con duecentomila dollari! — e si portò disperatamente le mani nei capelli.
— Pur troppo! — gemette Evaristo. — Il milione che avevo preparato per gli sborsi da mandare in Italia e in Francia! Sono cose da impazzire.
— Ed ora? chiese Webb.
— Ora, calma e coraggio. Domani porremo la giustizia sulle traccie dei colpevoli. Cominceremo col denunziare il trattore che a sua volta denunzierà gli avventori che furono contemporaneamente a noi nel suo esercizio...
Sopratutto calma. Ci dia coraggio il pensiero che, anche con un milione di meno, siamo ancora capaci di dettar legge sui principali mercati, su tutte le imprese, su tutte le combinazioni di commercio...
— Tu te la cavi subito, ti consoli con le parole...
— No, signor Webb, ci rimane ancor tanto che il perduto è ben poca cosa, se sarà realmente perduto. Abbiamo ancora tanto margine per consolarci coi fatti. Non siamo sempre noi? Non siam sempre quelli d’un tempo?
— Speriamo — ripetè flebilmente Webb — speriamo.
***
Al giorno, seguente quella agitatissima notte, il fatto si sparse per tutta New-York, variamente commentato dai giornali.
La polizia, secondo le deposizioni di Webb, investigò presso Brendly, ma a nulla approdò.
Brendly era perfettamente ignaro. Costatava soltanto di aver trovato i due signori addormentati. Degli altri due e della dama, di Lucy, non sapeva dare notizie, giacchè poteva giurare che non erano frequentatori abituali e perciò non li conosceva. La sua lunga vita poi specchiatissima contribuiva a salvarlo da qualunque accusa di complicità.
La polizia si mostrò paga in apparenza, ma seguitò a tenerlo di mira per coglierlo alla sprovvista, il che non ebbe luogo per quanta fosse la attenzione nelle ricerche.
Restavano ora a far nuove congetture sul cavallo abbandonato che si riconobbe poi subito per quello di Ben, cocchiere del numero 13, e tutte le opinioni furono concordi finalmente, dopo sottilissimi esami di parecchie circostanze.
Sicuro, chi aveva fatto il colpo e ne giustificava l’accusa la sua scomparsa, doveva esser lui. O comunque doveva essere, se non autore, complice e magari vittima.
Accadono tante cose al mondo; ma dov’era Ben, dove scovarlo?
La polizia, come tutte le polizie del globo, seguitava a... indagare; tanto più che aveva in mano un filo: la scomparsa della vettura numero 13, non trovata nella rimessa, e più importante ancora, la fuga di Ben.
Si parlava di fuga con tutta certezza. Nessun dubbio ormai. Ben era il ladro, o per lo meno colui che poteva accusare tutti quelli che avevano preso parte al furto.
Anche qui, ricerche attivissime, ma Ben era introvabile, cioè... salvo.
***
Stando le cose a questo modo il compito di Evaristo Grinfieri, consisteva nel consolare Webb, nel fargli coraggio e nell’esortarlo ad avere fiducia nelle famose indagini per le quali sarebbero ricuperati i valori e puniti i colpevoli.
Mentre attendeva a questo, attendeva pure con la massima alacrità ora che possedeva i mezzi a organizzare l’impianto per gli uffici che avrebbe dovuto avere ricchi e grandiosi, la nuova linea dell’Est, sotto la direzione dell’avvocato Fasperal, divenuto ormai una specie di genio che tutti ammiravano, sia per la condotta del giornale, sia successivamente per l’impianto della azienda colossale.
Il pubblico male informato come sempre, sempre allo scuro, cominciava a formare intorno a Gasperal una specie di leggenda commerciale di cui l’astutissimo Evaristo Grinfieri si godeva un mondo e di cui, giovandosi della propria autorità, caricava spesso, come suol dirsi, le tinte.
Gasperal era diventato l’uomo fenomeno che teneva a memoria migliaia di cifre, che aveva amici in tutto il mondo, che parlava dodici lingue, che aveva difeso gli imputati più celebri, e che senza darsene l’aria, senza strombazzamenti, aveva uno zampino nella politica europea per la fiducia che ponevano nel suo consiglio, l’Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, ecc.
Comunque, il fatto importante è questo, che la linea dell’Est — quel sogno della linea dell’Est — s’avviava a gran passi verso la più formidabile realtà.
Le azioni fiorivano. Il palazzo affittato per gli uffici aveva preso l’aspetto d’una banca grandiosa animata da un pellegrinaggio ininterrotto.
Erano stati assunti due sotto direttori, uno tecnico e uno amministrativo; trentacinque impiegati, giovani ed alacri.
Erano stati adottati sistemi recenti per celerità e precisione.
Dieci servi portavano scritto in oro sul berretto Linea dell’Est.
Il grosso Isaele Wood era rimasto come istupidito.
Le cinquecento miserabili copie del giornale si quotavano a prezzi relativamente favolosi, la ricerca ne era insistente, continua, e pur troppo tutti trovavano la tiratura manchevole alla vastità della importanza, eccessivamente manchevole, tantochè tentando una nuova speculazione, cioè su quella innestandone un’altra, un ricco editore di New-York aveva chiesto a Gasperal di poter riprodurre a distanza di tre giorni ogni numero offrendo centomila dollari annui in compenso e sottoscrivendo per quel numero di azioni che in base allo statuto avrebbe richiesto.
— Denari? — rispondeva Gasperal indettato da Evaristo — ma se ne abbiamo già troppi! La bontà dell’impresa è la più alta e proficua sua réclame. Io sono assediato e stanco. Le casse rigurgitano. La contabilità si complica... Date tempo... date tempo, lasciate che comincino i lavori. Se ci occorreranno denari, li domanderemo. Forse che ora non li abbiamo chiesti?
***
Hulda, dopo tutto ciò che era avvenuto, raggruppando le idee a modo proprio e nulla sapendo dell’intimo pensiero di Evaristo, rimaneva spesso in dubbio circa la maniera di comportarsi con lui.
Ella che aveva aspettato ingenuamente l’arresto di Guy Stein, con lo stratagemma escogitato da Evaristo, ora pensava:
— Non solo, non è riuscito, ma ha perduto il milione! È strano, è tremendo! Dei due ha vinto ancora Guy Stein.
E lo rivedeva l’uomo terribile, con le pupille arrovesciate, e la bocca sdentata, e paurosa ancora ne ascoltava, come di lui supremo sarcasmo, le pietose parole:
— Fate la carità a un povero cieco.