CAPITOLO XVI. Il colloquio doloroso — Il supremo consiglio — Bill Oward in scena

Prima che il fatto del fidanzamento si propalasse, bisognava sistemare la situazione con Hulda.

L’indugio, non avrebbe fatto che accrescere il danno. Dalla bocca di lui Evaristo, quasi chiedendone l’assenso, Hulda doveva sapere del nuovo ordine di cose che si stava preparando.

Agire così, era praticare il più savio dei consigli, nel più difficile dei casi.

Qualche giorno dopo quanto abbiam detto, una mattina serio e risoluto, Evaristo fu nell’appartamentino di Hulda.

— Non s’è ancora alzata — fece rispettosamente e più rispettosamente strizzando l’occhio Bess. — È ancora nel letto... ma lei, può passare quando vuole... Venga.

— Lo so; lo so — e si fece innanzi.

Quel privilegio, che una volta formava la sua gioia e il suo orgoglio, ora gli riesciva fastidioso e più che tutto inopportuno; ma pur pensando a questo, e quasi mostrandolo in volto, schiuse l’uscio e chiamò con dolcezza, come per chiedere permesso:

— Hulda...

Hulda non rispose.

Dormiva ancora profondamente, chè la sommessa voce di Evaristo non era riuscita a svegliarla.

Tanta era in Hulda la natural grazia di ogni posa, che non pareva ella fosse tutta abbandonata al sonno; ma piuttosto che si stesse immota in un pensiero intenso, coi mori occhi socchiusi.

Le ciglia lunghe, smorzavano lo splendore di essi che non dovevano perderlo anche nel sonno, e nell’ombra dell’alcova attenuatrice d’ogni linea, la bella creatura viva, pareva un quadro un po’ fosco del Cremona, dove la indecisione del tratto vuoi meglio la magìa della sfumatura, si direbbe, diano più intima vitalità alle figure.

Era immersa sì, ma non affondata nella morbida ricchezza delle trine candide e una fragranza di fresco fiore, dormente in sullo stelo, aleggiava dintorno alla soavissima peccatrice.

Evaristo si rimase in silenzio a guardarla.

Respirava appena, con le labbra chiuse rigidamente un poco e le piccole narici tumide. Moveva però frequente, la faccia, bellissima d’un vermiglio acceso dalla traspirazione, quasi inconsciamente studiandosi di adagiar quella, di volta in volta, meglio, sulla massa diffusa e ondata dei neri, giovanili capelli.

Evaristo si rimase a guardarla intento pensando, col cuore contristato dalla imminente rivelazione già prima che la facesse.

— Dorme, la creatura che ho tanto amato; forse mi sogna e forse in questo punto anche Mary dorm e anch’essa nel sogno mi intravede. Sono tremendi questi legami d’anima, questi vincoli che ci legano nostro malgrado, che non riusciamo a disciogliere, a torci di dosso. È la vera schiavitù, quella che ci comanda intimamente, che non riusciamo a spezzare.

Tu sei bella Hulda, in questa tua inconsapevolezza... Mary è più bella di te... Essa è coronata dell’aureola della sua verginità. La sua bocca che bacerà un solo amore, tu... povera Hulda, tu non puoi, non devi per tutta la vita attirarmi, vincolarmi, tu non ne hai il diritto. Ti ho trovata sul mio cammino e ti ho amata, beneficandoti, ora basta... cioè ti aiuterò nascostamente sempre, ma tu lasciami alla mia libertà al mio amore vero!...

Dio mio! Dio mio! Ma come mai, colui che di tutto ha riso, che a tutto è stato superiore, che non arretrò per un pensiero di ambizione e di vendetta neppur davanti al furto, tra due donne si trova come una nave in tempesta? Dunque, mette a queste prove il vero amore? E perchè mai, prima d’ora non l’ho pensato?

Nell’agitazione di questi pensieri, pure trovò la forza di accostarsi ad Hulda. Stesa la mano sulla fronte di lei sopra i riccioli odoranti gli tremarono le dita:

— Hulda, svegliati.

La dormente aperse gli occhi che le diffusero sul volto la luce del pensiero, sorrise all’uomo e levò verso la testa di lui le nude candidissime braccia, atteggiando al bacio le fresche labbra di garofano scarlatto.

— Ascoltami cara... Forse il momento non è il più opportuno, ma di opportuni veramente per dir certe parole, non ve ne sono mai... ed io ho deciso, ho dovuto anzi decidermi... Comunque, rassicurati, non ne avrai danno, starai bene come oggi, anzi meglio...

— Evaristo? disse balzando a sedere sul letto Hulda e sbarrando gli occhi. — Evaristo, che dici tu mai? Spiegati... spiegati...

— Come ti ho detto, tu non avrai a patire danno alcuno, anzi starai cento volte meglio...

— Ma parlami chiaro Evaristo...

— Calmati. Tu devi sapere, anzi tu lo sai da molto, che io debbo tutto quel che sono a Francis Webb. Egli ha una figlia...

— Ho capito!

— No, non hai capito ancora, perchè non è come tu pensi.

— Dunque?

— Francis Webb, che mi ha tenuto quale un figlio sempre, ora che Mary è uscita di educandato, vedrebbe il compimento dei suoi desideri effettuarsi dove io la sposassi. Egli me lo ha fatto capire, senza darsene l’aria, bene inteso, e la figlia, forse da lui indettata è già accesa di affetto. Ora pensa, ragiona pacatamente Hulda... Mary è figlia unica. Vuoi che io lasci una colossale fortuna che mi si offre, quasi in premio d’aver contribuito a produrla perchè la casa di Webb cada poi in mano d’un altro, ed io che oggi, tu lo sai, sono un padrone, domani diventi pel marito di Mary l’ultimo dei commessi? che dico? ch’io sia bellamente posto alla porta, per non dare ombra al nuovo padrone, che non varrà certo quanto me?

— Dormire sognandoti e svegliarsi poi, per udire parole come le tue, fa desiderare una cosa soltanto... richiudere gli occhi, per non riaprirli mai più...

Il respiro di Hulda si fece affannoso e gli occhi si gonfiarono di lagrime.

— Ma perchè piangi? Perchè? Tu non perdi nulla...

— Non perdo nulla? E il tuo amore?...

— Ti amerò lo stesso...

— No, non si amano... due donne... Una delle due deve essere la canzonata... l’ingannata... la vittima... Io l’ho veduta Mary. Essa è bella, essa mi vince, essa ha il fascino della sua onestà... Io sono una disgraziata con tutto il mio doloroso passato. Tu mi darai ancora il tuo pane; ma l’attaccamento vero, ma l’amore, non saranno più per me... Sarai di Mary, di Mary... E poi, quando ti avrà reso padre, tu l’adorerai... Un uomo come te, è troppo orgoglioso di un figlio che lo somigli... e tu l’avrai...

— Hulda, ascoltami, io non trovo la necessità del tuo accorarti in questo modo. Sembra a te un male irreparabile, ciò che non è un male... ciò che poi tu stessa dovevi aspettarti. Non lo pensasti mai, che poteva nascere in me il desiderio di ammogliarmi? Forse che tu... Dimmi, siamo noi due qua soli, dimmi, pretendevi forse ch’io sposassi te?

— No! No! Io ti amo troppo per non considerare che come donna contaminata, non potevo aspirare a divenirti moglie... Altri, e senza mia volontà commettendo un delitto, colse il fiore che ti darà Mary... Io voleva soltanto che tu pensassi che Hulda poteva e sapeva amarti, come qualunque altra donna che t’amasse, anzi, più d’ogni altra... Io voleva esserti il cuore devoto per tutta la vita, che si strugge nel mistero, felice de’ suoi spasimi. Tu non mi hai nemmeno capito. O pure, sei stato perfido, da non ascoltar in questo te stesso. Tu ora vedi la carne intatta e il denaro... Hai ragione, ora tradisci la mia anima.

— Hulda, mettiti nella mia condizione...

— Va via, sei stato falso.

— Quando è così, ah, perdio! lo sei stata prima tu.

— Vuoi alludere a Guy Stein? Io ho avuto timore delle sue minaccie...

— Chi teme, non ama.

— E credi di avermi tappata la bocca? Ma non c’è nulla di più ridicolo... Dovevi essere donna, dovevi essere nelle mie circostanze, dovevi fingere una gratitudine, sentendo nell’anima una maledizione, e poi avresti capito se veramente chi teme, non ama.

— Ormai, Hulda, sono inutili tante discussioni. Tutto rimarrebbe sempre allo stato di prima. Io, ho impegnato la mia parola, e non la ritiro, davanti a qualunque minaccia. Accomodiamoci in pace, in amicizia sempre, nel pieno godimento della nostra libertà... Come ti ripeto, io sposerò Mary, non devo recedere per motivo alcuno. Io sono un gentiluomo!...

Non l’avesse mai detto. Hulda, rapida, gittò da lato la coltre e piombando di letto ritta davanti a Evaristo, tutta accesa gli gridò:

— Un gentiluomo tu?!

— Io, sì.

— Non è vero! Tu non sei che un mentitore e un ladro!...

— Hulda!

— Un ladro! Sì, l’ho detto, lo ripeto, lo sostengo, sono pronta a giurarlo davanti a tutto il mondo.

— Sul tuo... onore?

— No, sul tuo, che vale di più. E, dimmi, scelleratissimo che ho avuto il torto di amare, tu credi, che io dopo... io, in seguito, non abbia penetrata intera l’opera tua? Tu hai fatto, con diverso motivo agire me, agire Guy Stein, agire Ben, agire tutti... ci hai tutti ingannati. Non si trattava di rivendicare la mia libertà, di agevolare la giustizia contro un furfante, si trattava invece di rubare: tu hai rubato, e hai rubato all’uomo di cui sposi la figlia... tu sei più ladro, più vile dell’uomo che detestavi a parole e imitavi a fatti.

— Hulda, il mio contegno, ti provi quanto ti ho amato e quanto ti amo ancora e quanto ti amerò, sì, quanto ti amerò, perchè io non potrò dimenticarti mai più!

— Taci, ipocrita...

— Non dire così, non dire così, io non me lo merito. Le circostanze sono state a me superiori e le circostanze stesse mi hanno tradito.

— No, sei tu che hai tradito le circostanze... Io, sono quel che sono... e Iddio mi perdoni... del resto... egli lo ha permesso... ma tu sei peggio di me. Io ho dato me stessa... tu hai rubato... Ora comando io. Tu vuoi il mio silenzio, non è vero?...

— Cioè la tua bontà... un comune accordo...

— Basta, basta ipocrisie. Tu vuoi il mio silenzio su tutto...

— Sì.

— Ebbene, compralo.

— Hulda ti ho già detto...

— Ascolta, non tante parole, sono io adesso che comanda fra noi due. I patti sono questi: che tu seguiti con atto legale sempre a mantenermi — e che io sia pienamente libera — che tu non mi ti faccia mai più vedere...

— D’accordo.

— Vedi, ho proprio voluto contentarti. È inutile, per te sento sempre un resto di amore.

Evaristo pago di quella conclusione dopo le tremende umiliazioni avute, non si accorse della profonda ironia e del massimo sprezzo con cui furono da Hulda pronunciate queste parole. Egli credette giunta finalmente dopo un grande sfogo, compatibile del resto e lusinghiero per lui, la conclusione tanto aspettata e in quel modo che aveva vagheggiato nel proprio pensiero.

— D’accordo dunque?

— D’accordo.

Evaristo uscì frettoloso, Hulda esausta dalla meravigliosa violenza fatta fino allora a sè stessa, si lasciò cadere su l’ottomana piangendo con altissime strida...

Bess accorse e veduta Hulda in camicia ed in pianto, cacciandosi le mani nei capelli, domandò concitata:

— Che è stato? Che è stato?

— Te ne accorgerai... dalla mia vendetta.

***

Il furto subito da Francis Webb era stato oggetto dei discorsi e dei commenti di tutta New-York, per qualche giorno. Dove, dopo il silenzio, quasi generale, se ne continuava a parlare tuttavia era nel quartiere di Bill Oward e di Guy Stein.

I diversi professionisti emeriti del quartiere, ne rimanevano meravigliati e invidiosi, sentivano che c’era in quella immensa città qualcuno che li superava...

E li superava davvero, perchè, dato l’impegno della polizia, per l’entità del furto, non si riuscivano a scovare i colpevoli.

Come tutto era stato preparato con indiscutibile perizia, con accorgimento sovrano!

Ma se Guy Stein aveva dei dubbi, anzi delle certezze, si potrebbe dire intorno al fatto che Bill Oward avesse potuto tendergli un tranello, per farlo cadere nelle mani della polizia e liberarsene, tranello non si sa come andato a vuoto, ammasso di finzioni mal riuscite; Bill Oward, dal canto suo, non aveva alcun sospetto intorno a Guy Stein.

Egli era convinto che nel gran furto a danno di Francis Webb, avessero concorso ben altri elementi.

Ciò che gli restava misterioso, ciò che era un misterioso enigma per lui e che aveva saputo per caso, parecchi giorni dopo, era la ricerca sui giornali di quella tal lettera indirizzata a lui e smarrita.

Secondo il suo giudizio per lui e per Guy Stein era venuto il momento di agire di conserva, di porre da banda ogni ira privata, ogni rancore personale e pugnare insieme contro il comune nemico, contro quell’essere meraviglioso ed ignoto che con tanta destrezza, con arte sì fina, aveva canzonato loro e la polizia.

Bisognava avere un colloquio, venire a schiarimenti sinceri, e d’ora innanzi, lavorare in comune.

Perchè lasciarsi vincere la mano da un terzo?

Lucy, la donna che noi conosciamo e che a Webb e ad Evaristo aveva tolto di dosso le chiavine, Lucy, fu abilmente scelta come intermediaria da Bill Oward.

Ella trattando con Guy Stein, doveva tra i due rivali stabilire il colloquio e quasi prima che si parlassero, farli già certi dell’esito.

Proprio così, come nella diplomazia.

Per la mezza notte convenuta infatti, Guy Stein sentì battere all’uscio.

— Chi è?

— Bill Oward.

— Avanti.

Bill Oward lentamente entrò.

***

La figura di Bill Oward, non meno sinistra dell’altra di Guy Stein, ne era affatto dissimile, nella statura e nei tratti.

Bill Oward, d’una magrezza asciutta e terrea aveva un testone piatto, con appena un dito di fronte, e un gran ciuffaccio sulle sopracciglia grosse e mobilissime che con gli occhi infossati e incerti, le mascelle sporgenti, il mento acuto gli conferivano un’aria scimiesca, paurosa e ributtante. Le labbra carnose, lasciavano vedere denti acuti d’un bianco opaco di perla orientale.

— Mi sai dir nulla del furto? — chiese Bill Oward.

— E tu mi sai dir nulla?

— Io no.

— Io, neppure... Ma mettiamo carte in tavola...

E presero a parlare animatamente, diventando, si potrebbe quasi dire, espansivi.

Uno però tacque della lettera, mostrando di ignorare che in qualche modo si fosse usato il suo nome, l’altro tacque non solo della lettera, ma della parte, veramente da inconscio avuta nel furto che aveva sollevato tanto chiasso a New-York, più ancora per l’entità che pel mistero che lo circondava.

Dopo il lungo scambio di idee disse con atto reciso Bill Oward:

— Io sono venuto per far pace. Vogliamo farla?

— Sì, ma a patto che mio padre, sappia di tutto questo e vi acconsenta.

Prevenuto dal figlio, il cieco Stein, non si era coricato, nè si era coricata Ellen di lui figlia e sorella a Guy.

Quando questi chiamò il vecchio, dopo un poco apertosi un piccolo uscio, si vide entrare il cieco già canuto e curvo, condotto da una fanciulla la cui immagine, fece rapidamente battere le palpebre di Bill Oward.

Una bellezza singolare che egli non aveva veduta mai, e che solo per caso quella notte si trovava in famiglia. I due Guy che l’adoravano, la tenevano fuori di lì, in un quartiere pulito, presso una donna assolutamente fidata che non li avrebbe in modo alcuno traditi.

Il cieco Stein sedette ed ascoltò con attenzione le parole di Bill Oward, del quale ricordava benissimo il tipo.

Guy, che osservava attentamente Bill, notava come gli occhi di questi, non si staccassero mai dal volto della sorella, e come fosse diventato di una dolcezza e d’una condiscendenza, che si sapeva bene non gli essere abituali.

Il vecchio intese le parti, prese la parola e stabilì le norme di massima per l’accordo pel lavoro in comune, per la ripartizione dei rischi prima e degli utili dopo.

All’ultimo, Guy Stein servì del liquore ripetutamente e con esso brindarono alla pace.

— Ebbene — disse Bill Oward alzando per la quarta volta il calice — acciocchè sparisca per sempre ogni rancore, acciocchè la più sincera amicizia regni d’ora innanzi fra noi, diventiamo parenti.

— Parenti? — domandò Guy, scattando.

— Parenti? — chiese a sua volta il cieco trasalendo.

— Sicuro, io domando la mano di Ellen.

Questa, il padre ed il fratello, diedero un grido solo. La proposta parve ai tre, la cosa più assurda del mondo.

— Perchè? — domandò Bill acceso d’ira a quella prima risposta che era una così recisa ripulsa, — Perchè?

— Questo fatto lasciamolo — disse risoluto Guy Stein.

— Ma perchè? — insistette l’altro con più veemenza.

— Io non darò a te mia sorella, nè ora, nè mai. Essa non deve diventar moglie di un uomo, che fa la nostra vita. Parliamoci chiaro. Tu sei un ladro...

— E tu chi sei?

— Ma io, non ti chiedo una sorella!

— Ellen ascoltava spaventata, tremando. Avrebbe voluto essere lontana, ben lontana, vicino alla sua buona vecchietta.

Il cieco, che conosceva il carettere impetuoso, bestiale, di Guy Stein, volle usare per amor della figlia la massima prudenza:

— Non sono cose da parlarne adesso e in fretta. Ne tratteremo dimani o dopo, con calma. In calma figliuoli miei... Date retta a me che son vecchio. È l’ora di andare a dormire.

— Nè domani, nè dopo. Ora, proprio ora voglio una decisione.

— Qua dentro nessuno deve dir voglio — gridò Guy.

— Alle corte, una risposta, l’ultima!

— L’ultima? No! Ed ora via di qui! Ritorniamo come prima nemici! Io non ti temo, io non sono venuto a cercarti.

— Ah, tu mi insulti?

Si udì lo scatto di una molla, si vide il baleno di una lama, e Guy Stein, cadde con un urlo fra le braccia della sorella.

— Che è stato?! — gridò il vecchio che pure con la finezza del cieco aveva indovinato...

— Vile! Vile! urlò Ellen.

Bill Oward che s’era avanzato verso l’uscio si volse e con un ghigno infernale disse a Ellen:

— Sposa, vatti a vestire di nero! — e sparve.