Dopo un convegno di famiglia era stato definitivamente stabilito il giorno per le nozze di Evaristo e Mary.
Questa attendeva l’avventurosa mattina col desiderio velato, ma non nascosto, da un placido accoramento, che di giorno in giorno la rendeva più pensosa insieme e più bella.
Evaristo, con una calma coraggiosa, anzi con una gran sicurezza, dacchè Hulda aveva finito, egli lo credeva, per chetarsi, ed egli aveva poi trovato anche il modo di restituire a Webb, divenutogli suocero, il capitale che gli aveva rubato.
Quella restituzione sarebbe fatta appena gli sposi fossero legati indissolubilmente, e qualunque reazione avrebbe dovuto tacere nell’animo di Webb.
Le cose sarebbero poste in modo che egli, il vecchio, farebbe di necessità virtù per amore della figlia, cioè buon viso ad avversa fortuna, accettando i fatti compiuti, e in base all’affetto e all’interesse, chiudendo un occhio sull’onore.
***
Ma Hulda, caldissima amante, ferita così crudelmente dalla condotta di Evaristo, non s’era chetata che in apparenza, non s’era chetata che per meditare, architettare, rendere più terribile la sua vendetta.
Perciò aveva accettato di vivere ancora a spese di Evaristo. Bisognava non dargli sospetto in modo alcuno.
— Occhio per occhio, dente per dente. Tu getti nella desolazione per sempre il mio cuore? Ebbene, io ti rovinerò per sempre. Io che ti sono stata complice, ora ti tradirò. Io non ho più nulla da perdere, poichè ho perduto te, mentre invece, tu vedrai sul verde delle tue speranze calare un velo di lutto.
Sapranno tutti chi sei, e Mary avrà orrore di te! Ella non vorrà più essere toccata dalle mani di un ladro. Povera creatura, tu la stai ingannando io la vendicherò. Ah, bisogna pur mettervi a posto, bisogna pur darvi una lezione, uomini, che ci supponete incapaci di amare... come le altre!
Mi butterò ai piedi di Guy Stein, gli rivelerò tutto, tutto! Penserà lui a vendicare entrambi. Cioè... adagio... e se la prima vendetta la facesse su di me? Non potrebbe questo essere anche possibile? Ebbene, che importa? Se anche mi uccidesse, non ho io tutto perduto?
Irremovibile dal suo proposito, come venne la sera, e non più in abiti dimessi, ma con una sfarzosa toeletta in seta nera e d’un velo pur nero coperto il volto, salì su d’una vettura di piazza, facendosi condurre in una via, molto presso a quella che era veramente la cercata.
Questo per eludere ogni congettura che potesse a suo carico fare il cocchiere.
Nel tragitto e per l’agitazione che aveva addosso, l’assalì con repentina violenza il ricordo di quella volta in cui per la stessa strada, la carrozza era distinta dal numero 13 e il cocchiere si chiamava Ben, ed era avvenuta la sorpresa di Evaristo e la confessione, di conseguenza, del di lei duplice amore!
Rivide a tratti foschi e dolorosi la storia di ciò che era avvenuto quella notte, e le mille angosce che da quella aveva provato poi sempre.
Aveva sofferto troppo, sì, troppo, ed ora bisognava pur farla finita una buona volta, con uomini come Evaristo, peggiori di Bill Oward e di Guy Stein, con questa sconosciuta misteriosa specie di assassini del cuore!
Più che preoccuparsi del modo con cui Stein accoglierebbe le di lei rivelazioni, così inaspettate e così importanti, si compiaceva di fissare il pensiero su la vendetta che ne trarrebbe, sulla maniera di compierla.
Certo il matrimonio andrebbe a monte; certo Mary, prima vedova che sposa, avrebbe dovuto irremissibilmente far rinuncia della sua corona nuziale.
Poichè ella aveva amato un uomo fatale come Evaristo, il destino le riserbava dei crisantemi.
Prima il disonore poi la morte. Questo doveva essere l’epilogo di quella vita di scettico, di egoista, di ambizioso.
Come aveva saputo per tanto tempo mentire, per tanto tempo simulare un affetto che dentro non gli palpitava!
Ah, chi avesse veduto Hulda in carrozza e presa da questi pensieri!
In certi momenti un riso feroce per un compiacimento infernale, ne deturpava la bellezza, dalla linea ardita e resoluta.
La carrozza cominciò a entrare nelle vie più strette, più oscure, più popolose.
Hulda sentì uno stringimento e un diaccio intorno alla vita.
Quando noi stiamo per conseguire ciò che bramammo e con tanto spasimo e quasi in delirio, si direbbe che estenuate dalla prima tensione, le nostre forze ci abbandonino, qualche cosa, venga meno, si attutisca in noi.
Hulda fu invasa da un gran terrore e fu quasi sul punto di recedere dal proprio divisamento.
Ebbe spavento di tutto il male che produrrebbe la sua vendetta, delle lagrime... anzi del sangue che potrebbe costare.
Seguitò a lasciarsi portare dalla carrozza per la via indicata, in uno stato quasi di atonia, di incaglio, dirò così, d’ogni senso e d’ogni potenza di volontà.
Ma quando il cocchiere fermò, quasi fatta valorosa davanti al pericolo, tornò quella di prima e s’inoltrò con passo risoluto e celere, verso la casa di Guy Stein, dov’era conosciuta e dove fu tosto introdotta.
Quando Hulda entrò, non era ancora la mezzanotte.
Ma quello che le recò una prima sorpresa fu che le aprì una fanciulla che mai prima d’allora aveva veduto.
Una bella fanciulla, cui non mancava nel portamento e nell’abito una certa modesta signorilità.
— Che sia un’altra vittima come sono stata io? — pensò subito Hulda — e intanto chiese — Guy Stein?
— Non c’è più speranza! — disse la fanciulla che era poi Ellen e portò il fazzoletto agli occhi singhiozzando.
— Non c’è più speranza? Ma come sarebbe a dire? Che cosa è stato, che cosa è avvenuto?
— Come, non sapete signora, che Bill Oward ha ferito a morte mio fratello Guy?
— Io, no; nulla ho saputo di questo, e quando è stato, e perchè?
— Fu pochi giorni or sono e perchè Bill Oward si era permesso di chiedere la mia mano.
— E Guy Stein?
— Rifiutò che sposassi un simile mostro, come avrei rifiutato io pure direttamente, se si fosse rivolto a me.... ma non parliamone, venite signora, venite a vedere il mio povero fratello. Io vi aspettavo quasi, egli ha chiesto di voi...
— Ha chiesto?
— Sì.
— E che ha detto pure?
— Nulla.
— Nulla proprio?...
— Ha chiesto soltanto.
— E non v’è più speranza davvero?
— La coltellata nel ventre, penetrò in cavità, e malgrado le cure produsse la peritonite.
Qui la fanciulla scoppiando nuovamente in lagrime, prese per mano la signora e la condusse nella camera del moribondo.
La camera era rischiarata a mala pena dalla luce rossastra di una lampada posta in un angolo, sur un piccolo tavolino.
All’entrare di Hulda, Guy Stein dilatò orribilmente gli occhi. Quello fu l’unico segno, forse l’unico saluto, forse l’unica imprecazione.
Alla vista di Hulda, che pensieri gli vibravano nel cervello? Chi può saperlo?
Hulda s’accostò al letto, e posò una mano sulla fronte madida di Guy Stein, ma sotto quel tocco freddo egli rimase immoto, come già nell’atonia della morte.
Il vecchio Stein cieco, stava all’altra parte del letto, muto, immobile, compreso della imminente sciagura, che i suoi occhi non vedevano, ma che il suo cuore doveva sentire ugualmente.
Davanti alla pietà del quadro inaspettato, tacque in Hulda ogni pensiero di vendetta, per risorgere dopo, non meno truce.
— Io mi fermerò qui con voi — disse mite e buona a Ellen — io mi fermerò qui con voi, per assistere il povero Guy.
— Come volete signora. In questi momenti non si ricusa la pietà, anche se non giovi ormai più.
Dopo queste parole pronunciate molto sommessamente orecchio a orecchio, regnò intorno al moribondo un silenzio già di sepolcro, nel quale, a grado a grado, si cominciò a sentire il respiro sempre più affannoso e rantoloso di Stein.
Passò così, quasi un’ora, una di quelle ore che nella camera di un malato in estremo, sono eterne.
A un certo punto il cieco, brancolando su la coltre cercò e trovò la mano del figlio e la strinse.
Ellen con la testina bionda abbandonata sulla spalliera della sedia, piangeva, soffocando i sussulti.
Ella lo sapeva, la povera Ellen, che il cieco l’ascoltava intento, argomentando dai suoi singhiozzi, l’avvicinarsi minuto per minuto della fine. Che bella creatura, che anima gentile! Comprimeva in sè stessa tutto lo strazio, per alleviar quello che sentirebbe il vecchio...
Che lunga, che lunghissima ora!
Lettrice pietosa, trasportati col pensiero in quella camera, guarda, osserva, medita tutta la solennità della morte...
Guy Stein, dalla trista vita, stava ora per comparire davanti alla Giustizia, e doveva sentirlo. Egli riuscì a deludere quella degli uomini, ora, nei rantoli dell’agonia, ha il terrore di quell’altra che l’attende e alla quale non si sfugge: la giustizia di Dio!
Il cieco seguitava a stringere quella mano che sembrava insensibile, che dico? già morta nella sua. Ellen continuava a piangere con un raccoglimento quasi sublime.
In punta di piedi, entrò un uomo alto e nero. Posò il largo cappello dalle ali cascanti a piè del letto, e si tolse una gran barba nera da padre cappuccino che gittò accanto al cappello.
Si protese sul moribondo. Lo guardò fisso... fisso...
Poco prima il rantolo era cessato. Le due donne e il cieco credettero che fosse un momento di calma, la tregua... però quella che non risveglia più la speranza.
Sull’incognito stavano gli occhi di Ellen e di Hulda che s’erano alzate ponendosegli a lato.
— Dunque? — chiese Ellen perchè l’altro parlasse — Dunque?
L’incognito, che era il dottore e il fidanzato di Ellen; che per amor suo ne curava il fratello e sfidava la polizia travisandosi, perchè almeno non morisse sotto una condanna, colui che ne aveva meritate tante, l’incognito al dunque di Ellen, si voltò lento, quasi solennemente...
Levò le sue mani alla fronte di lei, l’attirò a sè, come per baciarla; invece le disse a pena nell’orecchio:
— È morto.
***
Mentre il vecchio piangeva senza lacrime, e mentre Ellen desolata, in disparte versava le sue sul petto del dottore, che sempre dottore, la serrava con una mano al polso (era tanto delicato quel fiore nato nel fango!) Hulda — la Concetta napoletana — tutta presa dal sentimento religioso, andò di là a frugare in un armadio, dove ricordava di aver veduto un crocifisso d’argento, molti mesi prima. Sperava che ci fosse ancora. Lo trovò.
Venne con esso nella camera del morto e lo pose sul tavolo che era nell’angolo, dopo averlo accostato al letto, poi vi accese ai lati due candele.
La vicenda, il poema delle cose! Quel crocifisso d’argento era l’avanzo di un furto sacrilego, operato sotto la direzione di Guy Stein. Ora egli lo aveva accanto morto, accennante l’ultima idealità, il cielo.
Hulda si inginocchiò per pregare.