CAPITOLO XVIII. D’un pensiero d’un accento — L’antiquario di Toledo — Cause ed effetti

Dopo tutto questo e di tutto questo a malgrado, non si creda che Hulda avesse rinunziato all’ideale che vagheggiava allora, la vendetta. Anzi, quella morte, se veramente non l’addolorava la indispettiva e inaspriva sempre più.

Il mezzo sul quale essa contava era per fatale incanto, per strana concomitanza di cose svanito; ora bisognava cercarne un altro. Le cose erano, anche indipendentemente da lui andate troppo a seconda di Evaristo perchè non la pungesse più vivo di prima il desiderio di smascherarlo e di spingerlo sulla via della rovina e del disonore.

Adesso il compito diventava tutto suo. Le bisognava agire da sola.

Passò qualche giorno in siffatti torbidi pensieri, per trovar modo a renderli più facilmente attuabili, poi quando la voce delle cospicue nozze era ormai divulgata, un mattino si pose in via, resoluta di presentarsi a Mary e narrarle tutto.

Era stata un po’ in dubbio, se prima parlare a Mary che al padre, poi pensò bene di affrontare direttamente Mary. Francis Webb diventava adesso il vero colpo di riserva, l’ultima cartuccia.

L’ultima? Ah, no! Dopo di quella ci sarebbe, come suprema corte di cassazione la polizia. Sicuro andrebbe direttamente là al magistrato a fare le sue più ampie rivelazioni. Occhio per occhio, dente per dente.

***

Hulda camminava frettolosa. Al disopra delle ultime e forti emozioni, si levava alta e gigante l’idea di porre in atto il suo pensiero.

All’offesa ricercata, ben si doveva quella rivincita.

Quando un poco affannata dal rapido camminare Hulda fu dinnanzi alla casa di Francis Webb, rallentò il passo come per riprendere fiato e riordinare le idee, chè in quella confusione, in quel turbinio della mente agitata dal cuore, temeva soltanto questo, di non esporre bene, di non dire tutto, almeno di non dire abbastanza.

Stava in cosifatto stato di animo, cosifatta tensione, quando udì gridare:

— Concetta! Concetta!

Un uomo si precipitò su di lei, la strinse con violenza tra le braccia, ripetendo ancora:

— Concetta! Concetta!

— Riccardo?! Riccardo! tu qui?

— Non mi vedi?

— Ma è mai possibile?! Ma sei forse venuto a cercarmi, a cercare colei che diventata indegna di te ha però avuto il coraggio e l’amore di fuggirti?

— Concetta, io sono troppo felice per non soffrire. Dammi un momento di respiro, un momento di tregua. Lasciami la consolazione desiderata da anni di guardarti... Ti guarderò in silenzio. Se in questo momento aggiungessi una parola, mi scoppierebbe il cuore...

Hulda lo strinse sotto il braccio come per sorreggerlo e domandandosi intimamente:

— Dunque, esiste proprio un destino.

— Dove abiti? Sei libera? Sei sola? Che fai? — chiese dopo qualche momento Riccardo Carassole. — Conducimi a casa tua. Puoi condurmi?

— È quello che sto facendo. Abbiamo bisogno di restare soli, di dirci tante cose, di piangere insieme... Riccardo... Riccardo mio, ma dimmi, dimmi perchè ti trovi a New-York? Sei venuto a cercarmi? Chi ti ha detto ch’ero qui?

— Ma prima di tutto, dimmi tu, perchè sei fuggita da Napoli? Perchè mi hai lasciato in quel modo e per tanti anni mi hai tenuto la morte nel cuore? Perchè?

— Lo saprai. Pensa che solo il mio abbandono, la rinuncia a diventare tua moglie, sono la prova dell’affetto che io ti portavo, dell’amore, veramente grande e rispettoso, che nutrivo per te.

Quando furono entrati in casa, Hulda disse non curando la presenza di Bess che non sapeva spiegarsi la cosa:

— Qui, sono nel mio piccolo regno... qui ci diremo con tutta la calma e con tutto l’affanno, i nostri dolori.

Sedettero, ma prima ancora di parlare, Riccardo si buttò fra le braccia di Hulda soffocandola di baci e di carezze.

— Io so già che cosa vuoi dirmi, io indovino tutti i tuoi pensieri, ma io domando una cosa soltanto.

— Parla.

— Puoi tu diventare mia e per sempre?

— Tua e per sempre? — fece Hulda seria e meravigliata. — Ma no, non è possibile. Quando avrai udita la mia storia, ti vergognerai di me, sentirai di non potermi amare. E avrai ragione, avrai ragione...

Allora darai sfogo tu pure al capriccio, all’amore che non può durare, per poi dirmi: «Non puoi diventare mia moglie, io ho bisogno di una fanciulla onesta».

— Ma no! No! Te l’ho detto prima. Io immagino già che cosa tu possa farmi conoscere, ma non è un motivo perchè Riccardo non t’ami più.

— No, no; io non mi devo illudere e non devo illudere te. La tua è una esaltazione che non può durare...

Io sì ho amato quando ne sono stata degna. Ora sono passata a traverso a tutte le vergogne... Non ti inganni questa signorilità, tutte le vergogne, sai... Se tu mi facessi tua moglie, ameresti più di me, e non è possibile. Farmi credere che il tuo amore superi il mio, è togliermi l’ultima e l’unica illusione che mi resti...

Perchè vedi, quando mi trovo con l’anima abbandonata, piango senza che nessuno mi dica una buona, una cara parola, quando sono da per me nella mia solitudine, e questa immensa città mi diventa un deserto, allora io mi conforto vedi, pensando che tutti i miei spasimi, tutti i miei dolori, mi vengono per averti amato, per averti saputo amare, con tanto silenzio, con tanto sacrificio, con tanta vergogna...

— Io vorrei che tu tacessi, ma io penso ancora, quanto ti debba essere di sollievo, l’aprire dopo sì lungo tempo l’anima tua a me.

Allora parla. Concetta, parla, ma pensa che qualunque cosa tu sia per dirmi, tu hai tutta la mia pietà, il mio perdono, e sempre sempre l’amore.

Hulda rinnovellò a sè stessa lo strazio del proprio passato narrandolo a Riccardo, e che il lettore conosce per filo e per segno. Se non che giunta agli ultimi avvenimenti e proprio al fatto di Guy Stein e di Evaristo più che raccontare fece dei rapidi accenni, tacendo non pochi particolari e tutti i nomi. Riccardo ascoltava, passando di sorpresa in sorpresa, felice di essere accanto a Concetta e insieme disgustato e commosso, per tutte le miserie che avevano attraversato il cammino della povera, della disgraziata fanciulla.

— Ed ora — domandò conchiudendo — ora sai dove andavo? Sai dove sarei andata, se non mi avesse trattenuto il tuo incontro?

— Dove?

— Indovina? — disse Hulda tutta accesa in volto e presa dal suo primo pensiero — Indovina?

— Via, parla, non tenermi in sospeso.

— Ecco; a fare una vendetta!

— Contro chi?

— Contro l’uomo che mi ha voluta sua finora, l’uomo al cui volere mi sono sempre e in tutti i modi sacrificata, e che adesso mi lascia, perchè deve sposare una ereditiera al cui padre...

— Al cui padre? — fece con uno scatto di curiosità Riccardo.

— Non voglio dirtelo. Non debbo dirtelo. Vedrai solo fra giorni ciò che accadrà. Della mia vendetta conoscerai, tutto l’odio che gli porto...

— E perchè, Concetta tutto quell’odio?

— Perchè non posso più amarlo! — gridò Hulda abbracciando Riccardo. — Vedi come sono sincera, un’altra non lo avrebbe detto, perdonami questo sfogo.

— Ed il mio amore, quello che fu il primo, non ti compenserà di questo? Non ti ho io detto che dovrai essere mia e per sempre?...

— Ascolta Riccardo, tu hai ancora una bella, una cara anima di fanciullo. Un’affezione fra me e l’uomo che oggi odio... era possibile. Noi ci conoscevamo entrambi, ma con te, farei la tua rovina, spezzerei tutto il tuo avvenire... Sono stata di tanti, di troppi... In te io prendo un angelo, in me, tu prendi, no! no! non farmelo dire... Io non mi illudo e non voglio illuderti... Lasciami Riccardo; io vado ora alla casa della fidanzata di quell’uomo e parlerò e dirò tutto e lo svergognerò e New-York domani, avrà un grande avvenimento di più... Lasciamoci...

— Io dico di no. Ti ho trovata e non ti lascierò più.

— Ma che? Tu conti di rimanere qui?

— Io conto... di dirti le mie vicende da allora che ci lasciammo.

— Chi sa poverino, quanto avrai sofferto anche tu...

— Molto, molto ho sofferto, Concetta, ma ne fui compensato, dacchè potei trovare le due persone che cercavo, e che avevo fede di trovare.

— Due persone?!

— Sì, una sei tu...

— E l’altra?

— Mio padre!

— Tuo padre?!

— Sì.

— E si trova qui?

— Per l’appunto.

— E l’hai già veduto?

— Sicuro, sono già tre giorni che stiamo insieme, dopo tanti anni di separazione, e non per sua colpa. Egli mi cercava, e gli scrissero ch’ero morto.

— E chi è tuo padre? me lo farai conoscere?

— Lo conosci già.

— Io?

— Tu, sì.

— Non è vero...

— È verissimo. Lo hai conosciuto prima di me, tu lo hai scoperto, tu lo hai rivelato...

— Ma Riccardo, suvvia, non ti capisco...

— Ti ricordi Concetta quel quadro?

— Quale?

— Quello che mi somigliava? Tu mi chiamasti per farmelo vedere... Fu il giorno di quel bacio che io credetti l’ultimo...

Hulda, come sopraffatta si rizzò fiera su la bella persona, portò le mani alla tempia in atto di suprema sorpresa, con i grandi occhi sbarrati, immobili, fissi in quelli del giovane.

Questi caldo d’affetto ed ammirato dalla magnificenza del gesto l’abbracciò, dicendo:

— Io ti devo mio padre, ti devo la mia fortuna, la conoscenza di me stesso, la mia risurrezione nel mondo... Io non sono Riccardo Carassale, come per tanti anni falsamente mi fecero credere, per una serie di turpi cagioni e di basse mire... Io sono invece il conte Fausto Melisardi; mio padre ricchissimo, è felice d’avermi trovato, egli non ha che una volontà: la mia...

— Ma dal notare la somiglianza di quel ritratto con te, al trovare tuo padre, corre un abisso. Che è avvenuto? Che hai fatto?...

Fausto, ora noi pure lo chiameremo così, narrò, della biondissima signorina americana compratrice dell’orologio antico, un orologio Luigi XV dei più belli; narrò del pittore più specialmente e più diffusamente e disse come per mezzo di questo, quindi dei consolati, fosse riuscita la ricerca.

Fausto Melisardi, era meno alto, meno abile, e meno imperioso di Evaristo, ma una qualità mentita in Evaristo, in lui emergeva in modo eccezionale, perchè sincera, perchè in lui connaturata: la dolcezza della parola. E insieme con la bocca parlavano gli occhi e con gli occhi tutto il volto fosse mesto, fosse pure sorridente.

Dalle sue labbra sgorgava l’anima, e Hulda la beveva con le pupille nere accese, mobilissime, Hulda se ne inebriava inconsciamente.

Così l’amore di quel momento stillava in lei il filtro, rendendo consapevole e umano, quell’altro amore, così alto che aveva prima comandata la repulsa, e l’aveva fatta gustare, come un conforto, ormai abituale, per l’anima addolorata.

— Hulda, l’amore non è bello se non fa dei miracoli... Il mondo riderebbe di noi, cioè di me, se sapesse tutto, e riderà certo perchè si viene a sapere. Io mi rido del mondo, io non conosco che te, mio amore, mia passione.

— Mi sembra di udire quell’altro — non seppe trattenersi dall’osservare Hulda...

— No, questo no! Tu m’offendi nel dir così. Uguali le parole, ma diversi gli uomini...

— Perdonami...

— Infatti, egli ti abbandona; io... ti sposo.

— Fausto! Non farmi ridere via.... Io non mi permetterò mai di diventare tua moglie... Poi, adesso che ho ingaggiato battaglia, devo andare fino in fondo. Guerra! Guerra! Altro che matrimonio... per far ridere...

— No; tu perdonerai a quell’uomo. Non tocca a te in tutti i modi fare giustizia. Tu gli perdonerai... anzi il tuo silenzio sarà la sua minaccia continua... Perdonagli...

— No.

— Perdonagli.

— No.

— Funestando le nozze altrui, funesteremmo le nostre. Contessa Melisardi, per amor mio, perdonate! ve ne prego.

Tacquero entrambi, diversamente sospesi, poi Hulda ruppe il silenzio:

— Dunque, tu vuoi davvero che io diventi tua moglie?

— Sì.

— E mi presenterai a tuo padre?

— Certamente...

— Ed io, dopo tutto quello che sono stata, dovrò essere ricca, felice, udirmi chiamare contessa? Ma è un sogno, o una burla infernale? È la verità, o io sono fuori di me, non capisco sono pazza?

— È l’amore! Concetta; il mio...

Hulda, come fulminata, cadde ai piedi di Fausto, esclamando:

— Tu sei l’uomo più grande della terra! La tua generosità ha vinto il mio amore.

— No! Non così! Alzati, abbracciami Concetta; il tuo posto è qui sul mio cuore... Baciami...

Ella s’alzò; i due volti si unirono ma nella dolce effusione delle lagrime, una interna spina fece sanguinare Concetta. Ella pensò. Perchè non sono io vergine?...

***

Bess, che vedeva prolungarsi il colloquio, che coglieva qualche frase a volo, che udiva scoccare baci ogni tratto, seduta nella sua camera attigua e come in guardia diceva esasperata:

— Da capo! Da capo! Questa volta ci rovineremo per sempre.