CAPITOLO III. Ancora una bottiglia — Sotto il fanale rosso — La carrozza misteriosa

Evaristo, in una delle sere seguenti, congedò un poco più per tempo i tre amici che aveva accolto a pranzo in sua casa.

Erano tutte persone di confidenza, di molta confidenza, per cui, senza tanti ambagi potè dir loro, mescendo il vino dell’ultima bottiglia:

— Dopo questo, amici carissimi, avrete l’amabilità di andarvene. Debbo concertare qualche cosa, ma di giorno, sapete pure, nel gran va e vieni, in quel flusso e riflusso di casa Webb, non ho un momento di quiete...

— Perfettamente! Non vogliamo sciupare l’amicizia per questo... tanto più che io sono aspettato...

— Il solito, quello delle immancabili avventure amorose...

— Quello che infilza i cuori di tutte le dame che incontra...

— Voi parlate per invidia...

— Non ci perdiamo in chiacchiere. Accettato il licenziamento dell’amico Evaristo e... buona notte...

— Fermi là! Fermi là! Ad un patto... I licenziamenti si pagano... Metto una condizione: Un’altra bottiglia...

— Accettato! — gridò Evaristo — e poi... che il diavolo vi conduca!

Un vecchio servo, portò una egualmente vecchia bottiglia che i quattro amici vuotarono subito; indi, salutato l’ospite con vigorose strette di mano, lo lasciarono.

Rimasto, Evaristo diede una scorsa a qualche foglio del giorno, ma poi cessò dalla lettura, quasi infastidito. Aveva un leggero dolor di capo, o meglio, sentiva una leggiera spossatezza nel cervello.

Da più giorni vegliava e pensava molto. Un lavorìo denso e inusitato.

Decise di uscire, di andare a prendere dell’aria fresca.

Quando fu in istrada si fermò un istante a considerare:

— Se fo la solita via, incontro i soliti amici, quindi le solite noie.

Perciò, tagliando per un piccolo corso laterale s’internò in una via lunghissima che metteva ad uno dei quartieri più lontani dal centro e dove non certo avrebbe avuto gli incontri che quella sera gli premeva d’evitare.

Camminò, camminò molto, lentamente, tutto inteso ai propri pensieri che non cessarono di martellargli nelle tempia.

Di giorno in giorno si sviluppavano in lui sempre più quelle mire di ambiziosa grandezza commerciale, che tanto tempo aveva portate con sè assopite e come morte, e solo nella concezione sfruttandole a beneficio di quel Webb che alla di lui genialità negli affari doveva i due terzi della colossale fortuna.

A un certo punto, si sentì battere su di una spalla. Si volse e vide un signore che a primo tratto non gli riuscì di riconoscere.

— Come? — chiese l’altro — non mi rammenti?

— Ah, sicuro! Cosmus Wite.

— Manco male...

— E dimmi, come stai? È da qualche anno che non ci vediamo più...

— Già; un po’ gli affari, un po’ questa città sterminata... sai, ognuno resta preso in quella data cerchia abituale.

— Si diventa schiavi senza volerlo, senza saperlo... ci si crede padroni di tutto il mondo, e si è circoscritti...

— Tu poi... ne ho piacere... perchè le cose si sanno, vivi in una sfera alta, elettissima, in mezzo all’aristocrazia dell’oro, dove, a me, non ancora sono schiuse le porte.... di qui una certa difficoltà di incontrarci... Stasera è stato proprio il caso...

— Ed io in verità, lo benedico, sono proprio contento di averti trovato... M’è perfino svanito quel po’ di malore di capo che avevo prima... si direbbe che tu m’hai dato una scossa al sangue...

— È stato un incontro salutare... dunque? Ma, d’ora innanzi, se le cose andranno come si spera, avremo occasione di vederci più spesso... Anch’io entrerò nel vostro mondo...

— Davvero?

— Sicuro... Lascerò la piccola casa Trebisdach, dove sono due anni e...

-E?... — fece con interesse Evaristo...

L’altro mutando tono e con una certa solennità continuò:

— Possibile che tu non sappia nulla di ciò che si sta macchinando nel vostro mondo? La cosa non è ancora ufficiale, ma lo diverrà fra poco... ed io entrerò al servizio...

— Di chi?!

— Ma sai, che mi pare impossibile che tu non ne sappia nulla?...

— Servizio di chi?

— Di Wood! L’amico di Webb! Il grande negoziante di coloniali...

— Di quel... di quell’uomo così grosso con un cervello tanto piccolo? Una testa da semplice compra e vendi?

— Caro mio, se tu lo giudichi così, t’inganni... Basterebbe il suo progetto per capire che mente sia quella...

— Ma davvero?

— Sì, sì, non lo mettere neanche in dubbio... Chi mi ha detto le cose e mi ha presentato a Wood è l’uomo che di Wood sa tutto, l’uomo per cui Wood non ha segreti, il cognato del quale io debbo... a suo tempo... sposare la figliuola...

— È strano, ti confesso che Wood non l’ho mai reputato una cima... E si può sapere di che si tratta, si può vedere la luce di questa idea luminosa?

— A te lo dico, perchè sono certo, che Webb, l’immenso, l’avveduto Webb è impossibile non sia della partita... Voi altri due siete fiutatori per eccellenza. Ecco dunque: Poichè si deve costruire un nuovo tronco ferroviario quello dell’Est, Wood sarà uno dei maggiori azionisti. Dove la ferrovia traverserà il fiume, farà costruire subito un ponte grandioso a sue spese, e comprerà pure tutt’intorno al ponte una vasta area circolare della quale il mezzo del ponte sarà geometricamente il centro; perchè, guarda come ragiona diritto, e tu lo dicevi ottuso!... è umanamente impossibile che laggiù non si debba depositare del carbone, non vi debbano essere dei guardiani, non vi sia una piccola stazione, delle osterie, dei contadini, insomma è impossibile che in breve non vi sorga una città, specialmente quando si vuole che vi sorga. Che te ne pare?

— Mi pare — rispose l’altro senza entusiasmo e frenandosi a stento — mi pare una idea abbastanza buona, se riuscirà...

— E perchè non dovrebbe riuscire?

— Per una ragione semplicissima. Si rompono più progetti che cose fatte.

Dopo questo dialogo che il lettore immaginerà quale effetto abbia avuto sull’animo di Evaristo, i due amici si lasciarono con vicendevole promessa di rivedersi in quel gigantesco affare delle Ferrovie dell’Est, quella speculazione che agiterebbe tante colossali fortune per crearne di nuove. Come di selci che più sono percosse più mandan scintille.

***

Ripresa la via Evaristo Grinfieri diede intorno un’occhiata con una certa attenzione.

Era la prima volta che gli avveniva di attraversare quei grandi sudici quartieri, che s’andavano via via spopolando di passanti e dove i rumori della vita si spegnevano nelle prime ore della sera, e le finestre andavano scomparendo nel buio.

Seguitò con una certa curiosità crescente, come un esploratore al quale si affaccino cose degne di nota, perchè pure in quel silenzio, in quell’apparente abbandono, nulla mancava per lo spirito dell’osservatore. E questa funzione si compieva in lui contemporaneamente, anzi dirò, su lo sfondo dell’altra, che egli sintetizzava con questa frase soltanto:

— La mia idea! La mia idea!

Eran passate le dieci.

A un certo punto del suo procedere, Evaristo si avvide che alla sua sinistra mancavano le case, mentre a destra si prolungavano ancora buon tratto. Un piccolo lume rosso splendeva in fondo in fondo.

Si indirizzò verso di esso, certo di trovare uno di quei bugigattoli, dove fino a tarda ora i soliti si trattengono a gustare le ultime bibite, gli ultimi liquori, dove si chiude la giornata coll’istupidirsi piano piano, di volta in volta, preparando la via a mali che altrimenti non sarebbero.

Evaristo non s’ingannò. Si trattava proprio di una delle solite mèscite, piccola e lurida e ammorbata di fumo.

Sedevano a giuocare ed a bere pochi avventori.

Evaristo si pose ad un piccolo tavolo che stava al di fuori e chiese un bicchierino di cognac, più che per altro, per avere il pretesto di riposarsi alquanto.

D’una fila di caseggiati bassi e neri, quello era degli ultimi e giratone l’angolo, si passava in un vicolo non tanto stretto, ma quasi buio. Dal cominciamento di questo, fra due spigoli di case, smussati in basso, e ergentesi ai lati d’una perenne pozzanghera enorme s’intravvedeva quanto dovesse avere di sudicio, di uggioso, di sinistro nel giorno, di pien meriggio il vicolo.

Non un rumore veniva da esso nella tardità dell’ora assopito, pure se ne indovinavano quelli del giorno, emessi da operai e macchinarii in fondachi oscuri; di riottosi venditori ambulanti s’indovinavano le voci, e le chiacchiere delle molte donne sudicie, scarmigliate e il gridìo dei fanciulli scalzi, mocciosi, insolenti.

Si capiva che internandosi nel vicolo e nelle diramazioni, tra le casette luride e grommose di fastidiosa muffa, si entrava in uno di quei labirinti, dove trova posto, s’annida e germoglia ogni rifiuto umano, ogni vizio, ogni miseria...

Adesso, orientandosi a poco a poco, Evaristo ricordava d’averne udito parlare, e più volte, di quel famigerato quartiere che cominciava lì, proprio lì; s’allargava in piazzette, si prolungava in chiassuoli, si diramava e ramificava in vicoletti e cortili dove i rilievi e le immondizie non avevano a temere della scopa, nè certi esseri umani del sole, che vi penetrava a stento, traverso i tetti che si richiudevano per vicinanza sul capo e dove tanto meno penetravano i delegati e gli agenti di polizia.

Ogni grande città ha inesorabilmente qualcuno di cosifatti quartieri; dove si vive una vita così diversa dal restante della città, vita così tipica, così feconda di oscene emozioni. Dove la morale è così diversa, il criterio o troppo limitato o troppo grande ed asservito al male, dove tutto si ignora, e dove una turba di accidiosi e famelici s’inchina a pochi scaltri e violenti che se ne contendono il dominio e impongono loro il tributo.

La miseria che regna in codesti strani riparti di umanità avvilita, tutto spiega e tutto perdona e ammette tutto.

Così di pensiero in pensiero Evaristo vedeva vivere quella vita, per quanto ne aveva udito a parlare, per quanto ne aveva letto e per quanto la fantasia lo aiutasse a ricostruire quello che poteva chiamarsi il tenebroso regno del fattaccio, la miniera inesauribile della cronaca.

Di là obbedendo a certe norme, a certe leggi, a certe terribili e in apparenza disarmate gerarchie, esseri abbietti e mostruosi, nella notte si lanciavano sulla città, come lupi affamati, peggio, come fiere umane a raccogliere la loro parte di bottino, a far versare e a versare, occorrendo, la loro parte di sangue; ad ubbriacarsi nella notte stessa brindando all’esito, oppure ad entrare ammanettati nel carcere, per uscirne più tristi.

Certe scene selvaggie di violenza e di rapina si colorivano ora in modo originale e marcato nella sua mente; certe confusioni e certi amori gli apparivano come l’espressione più logica e più naturale dell’ambiente specialissimo, fatto di losche energie, in losche figure.

················

Una vettura chiusa che s’avvicinava, una delle comuni vetture da nolo, troncò di netto il filo di tutte quelle immaginazioni nella testa di Evaristo.

Il cocchiere che s’accorse di lui, facendo avanzare la carrozza al passo, deviò alquanto allargando il raggio del giro, ben dentro nell’ombra, poi fermò il cavallo.

Discese una donna in abito di popolana, di giovane popolana, piuttosto alta di statura, e svelta insieme e circospetta attraversò la penombra.

Gli occhi di Evaristo non si staccavano da quella figura, le cui linee e il passo ed il portamento non gli parevano nuovi.

L’insieme di quella donna gli ricordava perfettamente Hulda. Anzi pareva che fosse passata Hulda in dimessi panni, forse nella povertà d’una volta.

Secondo Evaristo, secondo l’uomo che amava, pareva lei, ma era assolutamente impossibile che lo fosse, perchè nel viso, per quanto avesse con ogni attenzione guardato, stante la semi-oscurità e la fretta della passante, non aveva potuto raffigurarla.

Il cocchiere intanto aveva fatta girare la carrozza fermandola con le ruote quasi a sfiorare il marciapiede sul quale stava al suo tavolino Evaristo e proprio davanti a lui.

Qui discese per bere un bicchierino di gin, ma fattosi accosto il fanaletto rosso, con uno scatto improvviso fermatosi davanti ad Evaristo e togliendosi con gran rispetto la tuba cerata, chiese con curiosa premura:

— Lei qui, signor Grinfieri?

— Precisamente, ti fa meraviglia, caro il mio Numero 13?

— Dirò... — fece l’altro crollando le spalle — è un strada questa dove signori ne passano di rado...

— Prima di tutto io non sono un signore. Per essere tale, occorre almeno almeno... un milione... poi... — questa sera ho voluto levarmi un po’ dalle solite strade che mi annoiano... siedi, non fare complimenti, siedi qui accanto a me e... ordina tutto quello che più ti aggrada.

Il cocchiere, senza neppure ringraziare Evaristo, al padrone che aspettava, ordinò del gin.

— Qua — praticano pochi signori, vada per signori come dici tu, parlò Evaristo, ma perciò appunto, non vi si dovrebbero neanche vedere carrozze; come mai ti trovi qui? Se devo dirti la verità...

— Si figuri, non mi offenderò mai...

— Se devo dirti la verità, mi sembra che questa sera tu ti sia prestato, con la tua ricompensa bene inteso, ad un qualche colloquio... sai? come devo dire?... E mi pare inoltre che tu aspetti. Aspetti la quaglia di ritorno.

— Ecco — rispose l’altro, con una certa solennità — io sono cocchiere, lo sono da trenta anni e lo faccio onoratamente... Lei deve sapere che...

Prima di andar innanzi con questo dialogo che ha molta importanza nel nostro racconto, noi dobbiamo spiegare chiaramente al lettore le ragioni, per cui fra il cocchiere del N. 13 ed Evaristo Grinfieri, esisteva motivo di tanta famigliarità.

Sarà breve l’iudugio, per ritornare al dialogo, il più presto possibile.

***

Un giorno, e proprio tre anni prima di quanto narrammo, Evaristo gettandosi a precipizio per le scale pensava:

— Trovassi subito una vettura! Pochi minuti che io debba cercarla e... non arrivo più in tempo a stringere il contratto.

Appena nel portone vide passare una vettura, la stessa che ora aveva dinanzi, il N. 13.

Quel 13 veramente non gli piaceva, se non che non lui comandava, ma la fretta, la premura, l’ansia di giungere, in quel momento.

Ogni ubbia, ogni superstizione anche convenzionale tacque, diede l’indirizzo, saltò nella carrozza, ordinando di sferzare e il cocchiere sferzò e via...

Via con la massima celerità che poteva sviluppare il cavallo forte, snello, giovine ancora.

Giunse in tempo. Nessuno lo aveva preceduto, e quell’arrivo opportuno gli aveva permesso di concludere un affare il cui benefizio ammontava a dodicimila dollari.

Quando il cocchiere al ritorno si vide porre in mano due monete d’oro, guardò il suo signore meravigliato in volto. L’altro gli sorrise tutto raggiante.

— Grazie, disse il cocchiere; ma non seppe trattenersi dall’aggiungere: Signore, lei non ha per la testa l’idea, voleva dire la sciocchezza del numero 13?..

— Io? Tutt’altro!

— Lei è proprio un signore di spirito... Se sapesse quanto danno mi ha già fatto questo numero 13! Ho perfino deciso di mutar padrona per mutar numero. C’è della gente che si spaventa del numero 13, anche nella libera America.

— Sono imbecilli, caro mio, e imbecilli al mondo ce ne saranno sempre...

Ma non tutti dicono così, non tutti hanno il suo buon senso, signore...

— Del resto; rimani con la tua vettura, nè ti sgomentare del tuo numero. Io ho anzi una... simpatia pel numero 13 e, poichè spesso mi occorre la vettura, ti darò la preferenza. Tu rimani fermo, non troppo distante dalla mia abitazione? Sai dove mi hai tolto? Ebbene. Ogni volta che mi occorrerà la vettura, ti manderò a chiamare. Sarà spesso.

Da quel giorno Evaristo ed il cocchiere N. 13, come lo chiamava lui, si videro assai di frequente, e questo spieghi l’immediata confidenza del dialogo...

***

— Che cosa devo sapere?!

— Che noi, nella nostra professione, non dobbiamo cercare tanti motivi, tanti perchè. Noi siamo per la persona che ci ha noleggiati...

— Già... già...

— Lei certo, ha visto scendere quella donna... perchè non si può negare, ma che so io di costei?

— Portami di qui, fin là, ed io obbedisco, ecco tutto.

— Sì che tu non sapresti dare...

— Nessuna indicazione, per esempio... dov’è salita in vettura?

— Che cosa?...

— Questo non posso dirlo... o almeno, posso dire per la strada che sarebbe non dir niente.

— Dove la riporterai? Lo sai già?

— Sinceramente lo so, ma non posso dirlo... perchè non si sa mai...

— Bevi un altro calicino, via, questo è gin di quello veramente buono. Mi verrebbe la voglia di farti compagnia se non avessi già bevuto del cognac...

— È buono il gin, perchè hanno visto lei... È furbo il padrone... Pei signori c’è la roba buona...

— Dunque (io mi ci diverto un mondo a questi discorsi) dunque dicevamo?

— Dicevamo che il cocchiere, deve avere un giudizio. Egli ha in mano l’onore di una persona, specie con queste vetture chiuse... e... se tutte le volte che lo interrogano dovesse parlare... povero mondo!... Si finirebbe per credere, davvero sa? che al mondo non ci siano più donne oneste...

Capita alle volte, di portare certe signore... certe dame... e poi fanno fermare... e poi salgono certi tipi... Ecco, se io ho deciso di non prendere moglie è appunto per questo... perchè faccio il cocchiere e so di che si tratta...

— Dunque non si può sapere chi sia quella donna? Perbacco, ma non temere di scoprire, di mettere in piazza una gran dama, come dici tu, quella è una donna del popolo qualunque...

— Quella è... Via, non mi faccia commettere uno sproposito; quella vestita così... è una signora.

— Ma che signora? Tu scherzi... scherzi perchè sai che ti voglio bene e che ci conosciamo da tre anni!

— Come? vuole che io non lo sappia? Ho detto una signora ed è una signora veramente.

L’insistenza di Ben — tale il nome del cocchiere — cominciò a destare la curiosità di Evaristo che finì a poco a poco per impensierirsi.

Ma fu per breve durata; un nuovo raziocinio cancellò tutto dalla sua testa, fin l’ombra del dubbio, del sospetto, ed egli si disse recisamente:

— Lei? Hulda? È impossibile, assolutamente impossibile. Delle somiglianze? Ce ne son tante! E poi, Hulda è diventata troppo signora, si è troppo ringentilita, per certe cose... Senza contare che non veste a quel modo... Essa, a qualunque ora, si presenta sempre elegantissima. È una qualche popolana che fa uno strappo, ed il cocchiere ne fa una signora per diventare un essere di una certa importanza nella situazione... Furbo, il povero diavolo...

Evaristo versò il terzo bicchierino di gin, poi sorridendo chiese:

— Il nome... sarà impossibile saperlo...

— Quello non lo so nemmeno io...

— Ed abita molto lontano? — domandò ancora Evaristo, per non chieder chiaro e tondo «dove?»

Il cocchiere, grinzoso, e con gli occhietti lustri, lo guardò in un certo modo, come a dirgli:

— Vuol farla a me?

— Non lo posso dire, dove abita la signora. Non lo devo dire. Noi dobbiamo essere prudenti... Mi rincresce di non poter compiacere un signore come lei, un cliente nobilissimo, ma si metta nei miei panni...

— Dunque si tratta veramente di una dama?

— Sì, di una dama.

— Che pagherà salato... anche...

— Ne viene di conseguenza.

— Ha marito, o è una... vedova, una giovane vedova...

— Ecco, in quella faccenda lì, non ho mai potuto veder chiaro. Noi, da cassetto, non si sa altro con precisione, se non quello che avviene dentro... quanto al resto...

— Non ne sai nulla... — aggiunse con studiata indifferenza Evaristo...

— Nulla, con sicurezza, ma da quanto ho potuto capire, la signora, questo lo si può dire, deve avere uno... uno dei soliti imbecilli...

— Che?...

— Che pagano... Essi pensano all’alloggio, al vitto, al teatro, alla villeggiatura, a tutto insomma, e le belle donnine si divertono con qualchedun altro... Noi cocchieri le sappiamo queste cose e se dovessimo far pettini si saprebbe dove pigliare le corna.

— E questa tua dama è proprio una di quelle?

— O di quelle o di queste, io non so e non sostengo. Certo è una bella donna, giovane, sana e quando le viene il capriccio, capirà, non vi pensa tanto sopra.

— E ne ha spesso dei capricci?

— Veramente, io vorrei che ne avesse tutt’i giorni, ma non c’è male. Lei e quella signora sono i miei migliori clienti. Uno di giorno l’altra di notte.

— Non ti verrebbe la voglia di... unirci nella stessa vettura? — fece scherzando Evaristo.

— Ah, quanto a questo no! A meno che non vengano a noleggiarmi insieme.

— Ciò che sarà un po’ difficile. Qualche volta mi permetto di scherzare, ma a quest’ora, intendiamoci, perchè di giorno sono troppo occupato...

— A maneggiar denari...

— Sì, Giuseppe, è vero e ne maneggio tanti, tanti... Gli è che me ne restano ben pochi attaccati alle mani.

— E di quei pochi vorrei averne io la metà. Non vivrei a cassetto a fare... un po’ di tutto...

— E la signora si reca sempre da questa parte?

— Con me, sì...

— A poco a poco, signore, lei mi sta confessando... Io non devo dir nulla. Ogni professione (la chiamava professione) ha i suoi particolari segreti. Certo, che a venire da queste parti, di notte in carrozza, e vestita così dimessamente come un’operaia del cotonificio, il suo uomo, l’uomo pel quale nutre seriamente passione deve essere...

— Deve essere?!

— Alla via che fa o Guy Stein o Bill Oward. Sono loro due che comandano là dentro — e levò la mano accennando alla parte del vicolo.

— Sono due tipi ben conosciuti...

Sono due tipi capaci di tutto e sempre in guerra fra loro. Essi sono i re del quartiere.

— Lo conosci bene quel quartiere?

— Io? abbastanza, ma non creda che, specie a certe persone, sia molto facile traversarlo. Tanto più se sono ben vestite. Lì dentro guai a’ signori.

— La cosa comincia a diventare interessante, ha proprio del romanzo, senza contare che deve essere un bel tipo la tua signora che ama dei soggetti criminali, degli uomini che si possono disputare il primato in quel quartiere. Gente questa che si può dire non ha più scrupoli...

— Scrupoli?!

— Gente che va a rubare, che sa dare la sua brava coltellata, e che non si fa mai beccare dalla polizia. La polizia sta alla larga più che può dal loro quartiere. Non vi ficca il naso, perchè sa che passerebbe un brutto quarto d’ora...

Evaristo ritornava a sentirsi agitato da un sinistro presentimento. Egli si studiava di cacciarlo e il presentimento lo riafferrava con una specie di novella tenacità.

— E sa ciò che rende più sicuri costoro e li fa più arditi? È questo. In fondo in fondo, al lato opposto, il quartiere ha come una scappatoia sul mare. Quante cose, sul mare, son diventate un mistero! I giornali alle volte dicono, ma il mare tace. Fo il cocchiere da trent’anni, si figuri se non ne ho vedute ed udite delle belle!

Tutto quanto Evaristo aveva appreso era più che sufficiente per destare in lui dei timori, delle inquietudini.

Ben, nella sua stessa furberia, parlava ingenuamente e diceva delle frasi delle quali non misurava certo la portata e l’atrocità.

— Apposta — disse a un tratto il giovane — io ho bisogno di vedere la tua sconosciuta. Vederla assai da vicina.

— E parlarle?

— Se occorresse.

— E vorrebbe fare tutto ciò quando ella sarà di ritorno?

— Sicuro.

— Non glielo consiglio.

— Potrebbe essere pericoloso. Pericoloso per tutti e due. Certi capricci alle volte si pagano più che non valgano. Se qualcuno di quelli là che non scherzano la scortasse in distanza? Se dal buio la seguisse con l’occhio fino che fosse in carrozza? Io non mi fido per me e per lei...

— E allora? Studia tu il modo. Rischiarati le idee. Dicendo questo gli pose fra mano una moneta d’oro...

— Non per il dono — rispose l’altro mettendo la moneta in un borsellino a reticella metallica — ma perchè lei è una persona perbene alla quale si fa volentieri un favore...

— Parla — disse non senza agitazione Evaristo e si versò il secondo bicchierino di Cognac — Prima che giunga, parla.