Che cosa avevano fatto tutti gli altri personaggi dei quali abbiamo discorso in principio, in quella sera, tanto fatale a una fatale passione?
Lo diremo brevemente.
Wood, il grosso Wood, faceva sogni meravigliosi, e tra i re del petrolio, tra i re delle industrie, tra i re delle ferrovie, tra i re delle ferriere vedeva sè stesso, re della nuova linea dell’Est, principio di una serie infinita di linee, principio di una colossale ragnatela in ferro lucente al sole. Ed egli ne era il ragno colossale, e cento città vi si dibattevano impigliate come mosche immense.
Si realizzavano guadagni lautissimi.
Giustamente Evaristo Grinfieri aveva insistito. Gli stessi incassi mensili erano sbalorditivi; le azioni erano andate su, su, erano salite in un modo meraviglioso. Anzi, non si negoziavano nemmeno, chi ne possedeva, possedeva un tesoro e non le dava, non c’erano dollari da pagarle.
I grandi commercianti americani hanno di queste poesie.
Webb leggeva una lettera dell’unica sua figliuola allogata in un educandato, ed era in viaggio.
Il viaggio di chiusura, l’ultima emozione, quasi a preparare l’entrata nel mondo alle signorine che ormai avevano compiti gli studi e stavano per abbandonarli.
Webb leggeva con attenzione la lettera di Mary, anzi l’aveva letta più d’una volta e non se ne stancava mai. Tornava sempre da capo.
Le signorine educande viaggiavano con tutto lo sfarzo e le cautele che si conveniva a loro, quasi tutte milionarie, future dame della nuova aristocrazia.
Nulla si risparmiava, per gli agi e per la coltura insieme.
La signorina Mary scriveva dall’Italia, dove lei e le compagne avrebbero dimorato per oltre un mese, visitando le città principali.
Diceva a un certo punto della lunga lettera.
«Papà, papà mio, non mi manchi che tu. Se tu mi fossi vicino, tutte queste cose belle che io vedo, sarebbero più belle ancora. L’Italia è davvero un paese meraviglioso, dove ogni città ha i suoi speciali incanti.
«Perchè non sei venuto con me?
«Quando penso che la mamma è morta e che io sono nel paese della mamma, io vedo nella mia memoria una madonna. Tale doveva essere quella cara, quella santa...
«Anche tu la vedrai spesso la povera mamma, non è vero? E allora come ti sentirai ancora più solo, perchè non hai neppure la tua Mary accanto per consolarti, per dirti una buona parola, con tanta soavità come detta l’amore... tanta... tanta... Ma confortati, papà. Il periodo dell’educandato sta per finire. Al ritorno avrò compiuti i miei studi e uscirò per venirmi a buttare fra le tue braccia e starvi per sempre...»
— Che figlia! che figlia!... Tutta sua madre... tutta quella povera donna, che dovrebbe essere viva adesso... e vedere la mia fortuna e compensarsi dei tempi crudi, quando soffrivamo... quando, basta...
Doveva andare così. Purtroppo la felicità non è mai completa. Quando c’è il denaro, manca sempre qualche cosa d’altro... Quando c’è il denaro...
***
Evaristo, spogliandosi lentamente, nella sua camera da letto, piccola ed elegantissima, e di nobilissimo vecchio stile, pensava a quanto gli era accaduto... meravigliandosi del suo contegno correttissimo. Meravigliandosi, di non esser andato su tutte le furie e di trovare in ultimo pensieri di compatimento e di altero disdegnoso disprezzo, per quella avventuriera, alla quale avea portato molto amore e che lo aveva per tanto tempo abbindolato.
Conchiuse mentalmente che doveva da una simile donna aspettarsi tutto ciò e che, se a un essere simile si poteva chiedere gratitudine, certo non si doveva chiedere neanche una parvenza di amore.
Convenne che non a Hulda egli dovea pensare, al milione che gli occorreva, per liberarsi un dì dal giogo di Webb, e spiegare le sue nuove e superbe qualità di speculatore e di commerciante geniale.
Sarebbe stata la sua vendetta, e si sarebbe posto su la via di trionfare su tutti i ricchi della città. I ricchi di America.
L’idea dunque che lo possedeva, malgrado tutto, e sopratutto, era quella di procurarsi un milione. Il primo per la semente del miliardo. Quel suo arditissimo sogno da giorni lo possedeva interamente e quanto altro gli avveniva per lui non aveva aspetto che di piccole parentesi nella vita, di piccoli inciampi su la grande strada.
Diede una scorsa rapida e sintetica a parecchi giornali più diffusi e più autorevoli di commercio e di finanza, poi si addormentò, relativamente tranquillo.
Così passò la notte.
***
Al suo primo svegliarsi, a mattino inoltrato, quasi senza volerlo, la mente gli corse a tutto quell’arruffio di cose del giorno innanzi, ed in ispecie a Hulda, che non volendo, aveva sorpresa, e dalla quale senza esigere spiegazione di sorta, si separava così recisamente.
Anche adesso trovava commendevole il proprio operato e si compiaceva, malgrado la sua passione, d’essere stato così risoluto e in modo così rapido.
In questa entrò Tommy, il vecchio servo affezionato e confidente.
— Una signora... — fece con sorriso malizioso — desidera parlarle.
— Chi?
— La signora — ripetè il servo.
— Hulda?
— Precisamente.
— Che cosa vuole?
— Deve parlare con lei.
— Che mi aspetti.
Evaristo si alzò e si vestì in fretta, quasi desideroso di rivedere quella donna, che doveva aver passata una notte davvero angosciosa.
I lettori si saranno già accorti, a questo punto del racconto, del tipo eccezionale di Evaristo Grinfieri, uomo che alle tante sue risorse di larghe vedute per immediato sdoppiamento di ingegno univa una strana, fortissima potenza di dominarsi.
Dominare se stessi, vietare a se stessi ogni ira, ogni scatto passionale, imperare col senso dell’utile netto sul proprio carattere: quello doveva essere il segreto che lo affidava dell’esito.
Dalla via tracciata a sangue freddo nessuno doveva rimuoverlo. Nessun mezzo, nessuna potenza farlo deviare.
Pure, quando uscì dalla camera per entrare nel salottino dove Hulda lo attendeva, sentì un brivido per tutta la persona.
Quante volte in passato a quell’ora l’avea avuta fra le sue braccia con l’anima in uno stato ben dissimile tra l’oblio e il piacere!
Appena entrò, Hulda gli mosse incontro, sollevò le braccia per cingerlo al collo; ma non ebbe l’ardire, e cadde in ginocchio...
— Alzatevi, signora! Che novità son queste?
— Perdono! Perdono! Perdono! Anch’io ti amo... Tu mi hai condannata senza nemmeno ascoltarmi... Tu hai ragione...
— E dunque?
— ... ma ho ragione anch’io.
— Abbiamo ragione tutti e due, signora? È strano, io non capisco, veramente, come ciò possa avvenire...
— Senti, non mi chiamar signora... chiamami Hulda, la tua Hulda come prima... Dopo che mi avrai inteso... condannami, scacciami.
— Hulda, alzatevi — disse Evaristo allontanandosi un poco da lei — Alzatevi... signora e risparmiate le vostre parole... Non vi pare che esse siano perfettamente inutili, dopo quanto è avvenuto?
— Evaristo...
— Voi, signora, avete e con ragione, rivendicata la vostra libertà... Io ho riavuta la mia, che non volevo... Ora andate, lanciatevi, non vi mancheranno vagheggini, conquistatori, amanti... Mi hanno invidiato tanti quando eravate al mio braccio... Imbecilli! Non sapevano che anche allora eravate conquistabile, conquistabilissima.
— Ma perchè aggiungere lo strazio di queste parole, quando tu non sai tutto?
— E mi bisogna di sapere? Non ho io veduto? A quell’ora, verso quel quartiere, in carrozza, e con quell’abito? Strano il luogo dove andate a reclutare i vostri amanti del cuore, o signora... Siete di gusti molto modesti ed anche... molto depravati... suppongo... non vi offendete.
Queste parole erano tanti colpi di coltello in petto a Hulda, cui la notte aveva fatto pensare seriamente al nuovo stato di cose, e non belle, che le si veniva disegnando alla mente, snebbiata dal risentimento e dai fumi del liquore, e adesso tutta volta a considerare il male con la lucidità spaventosa di chi prevede un domani di sciagura irreparabile.
Così accorata e accasciata, Hulda guadagnava in bellezza. L’espressione affascinante del sentimento che le sarebbe mancata altre volte, quell’espressione l’irradiava adesso, tutta.
Evaristo aveva finito per guardarla con una certa fissità, che non isfuggì a Hulda.
Hulda aveva sempre riso per lui in passato, folleggiando come una fanciulletta viziata e maliziosa, avevano sempre bevuto insieme da smemorati e da baccanti alla coppa della gioia.
No, non l’aveva mai vista nè con gli occhi, i bellissimi occhi stellanti, velati dalle lagrime, nè tanto meno l’aveva vista inginocchiata a’ suoi piedi, supplice...
Il sapere che quella donna finalmente soffriva, gli faceva gustare, prelibare, un senso d’orgoglio nuovissimo, non ancora provato, e dava alla donna seduzioni, che in lei non avea ancor visto.
Pareva che ora scoprisse in Hulda quel tesoro dell’addoloramento, per cui ogni moto, ogni sguardo, ogni sospiro, assumono un incanto speciale e comandano alla persona che affanna e potrebbe con una parola consolare: perdona!
— Io ti amo, e tu devi crederlo e lo crederai, certo, se mi lascierai parlare... Ascoltami. È l’ultima carità che ti domando, Evaristo, ascoltami.
Evaristo rispose con la voce un po’ fioca...
— Via... siedi... Io vorrei da te l’impossibile; vorrei che tu avessi ragione.
Evaristo premette la molla del campanello e comparve Tommy.
— Comandi, signore...
— Volevo... cioè... niente. Va pure, Tommy.
Che cosa aveva voluto, così un po’ accigliato, ed ora più non voleva?
Hulda sedette, lasciandosi cadere come affranta e pure guardando fisso Evaristo, vedeva accanto a lui la figura di Bess che tanto poco prima le aveva detto e insegnato.
— Devo raccontarti tutto, perchè tu non sai tutto. Quello che ti è noto della mia vita è la parte più recente, la conseguenza dell’altra. Ho soli ventitre anni, ma ho girato molto, e molto sofferto...
Io non mi chiamo, è bene che tu lo sappia prima di ogni altra cosa, io non mi chiamo Hulda, ma Concetta, Concettella come mi dicevano a Napoli dove son nata, di padre napoletano e di madre oriunda francese.
Mio padre che contava molti anni più della mamma era macchinista in un teatro, ora demolito.
Guadagnava poco, ma guadagnava il bastante per mantenere la famiglia se non fosse stato un bevitore. Beveva mio padre, beveva di tutto, sempre, insaziabilmente.
La povera mamma, essa è morta, lavorava di cucito, e credilo, se non fosse stata lei, quante volte avrei sofferto la fame!
Quando rimanemmo soli, mio padre ed io, allora cominciarono i giorni veramente dolorosi... Ero intatta e virtuosa come un angelo, sì! lo ero allora, e capii che la mia missione era quella di guardare me e mio padre. Ciò che faceva prima la mamma. Perchè quella donna che lo amava tanto e sinceramente, riusciva spesso con la energia, a ricondurlo a casa dopo lo spettacolo, con la testa ancora a posto e con qualche soldo di più in tasca.
Io ne seguii l’esempio. Avevo sedici anni. Lavoravo alla macchina, unica eredità della povera mamma, fin dopo le dieci; poi lesta lesta andavo a riprendere mio padre, prima che i compagnacci se ne impossessassero per condurlo alla taverna. — Sei già qui? — mi chiedeva spesso seccato. — Perchè? — rispondevo io — ti rincresce? — Ah, no! ma sarebbe meglio che tu ne stessi a casa... Le ragazze sul palcoscenico... piacciono poco a me.
Non verrò più, babbo, se mi prometti che all’uscita tornerai difilato a casa... Non andare alla taverna. Ti farò trovare io un bicchiere di vino a casa, poi te ne andrai a letto e ti riposerai, chè ne hai di bisogno.
Quell’uomo aveva il vizio infiltrato nella midolla delle ossa. Prometteva sempre e non manteneva mai.
Allora mi decisi di andare al teatro risolutamente, ogni sera, per ricondurlo a casa malgrado lui e malgrado la volontà de’ suoi perfidi amici.
Come costoro mi vedevano di mal’occhio tutti!
Avevo 17 anni ed ero una persona sviluppata quasi quanto adesso.
Là sul palcoscenico, nell’attesa, io sedeva in un angolo, con l’anima, col pensiero al disopra di tutto quanto vedevo, osservando tutto, starei per dire me ne accorgo ora, studiando tutte le miserie, tutti i falsi splendori di quel mondo di cartone, di stracci, di orpello e di belletto, fra le quinte. Ogni sera faceva una scoperta per rimaner sempre più scandalizzata e nauseata.
Io credeva ancora a troppe cose belle, avevo ancora su la mia persona intatta, intatto il sentimento, alto, altissimo, di mia madre.
Io ero religiosa... religiosa, capisci? Figurati che il mio cuore non sentiva veramente e profondamente altra musica che quella dell’organo in chiesa. Quella da teatro non mi conquistava, perchè nel mentre la udivo, io avevo davanti a me lo spettacolo di creature infelici e di un mondo falso...
— E poi, malgrado tutto questo...
— Lasciami dire — riprese Hulda (noi la chiameremo sempre così) dando in un gran sospiro — lasciami dire...
Le compagnie si succedevano al teatro e mio padre conosceva tutti. Capicomici, direttori, artisti, maestri d’orchestra, coristi...
Anch’io a poco a poco feci parte di quelle conoscenze, anch’io entrai in una certa famigliarità, ma sai... restando pur tuttavia al mio posto, il che mi attirava sempre più le simpatie di quanti mi avvicinavano. Degli uomini, intendiamoci bene; perchè le donne, le donne del palcoscenico, mentre mi parlavano e mi ridevano, m’avevano in uggia, e le ho sorprese più d’una volta a canzonarmi, quasi in gergo loro speciale, in mezzo a quelle fetide quinte, tra un atto e l’altro, fra l’una e l’altra uscita.
Forse non erano proprio tutte cattive quelle donne, ma lo diventavano o lo sembravano, quando erano riunite dietro le quinte in gruppi, pronte per l’entrata in scena, tutte inorpellate, tutte false, tutte lustre dalle testa ai piedi....
Ma c’erano anche delle prime donne in quelle compagnie di terz’ordine che si occupavano un poco di me.
Talune per darmi della stupida, per disprezzarmi, tal’altra per compiangermi... qualcuna, bisogna pur che lo dica, per invidiarmi... Una specialmente... Ah, quella, non la dimenticherò mai... mai.
Una sera le mancò la solita cameriera che l’aiutava in camerino per le vesti, per le maglie, per le acconciature.
Essa ne era disperata tanto che io non potetti a meno di meravigliarmene.
Avrebbe potuto chiamare una corista, ve ne sono delle abili a sostituirla e farsi servire, certo non meno bene, ma non volle e uscì in una imprecazione che mi fece rabbrividire.
Mio padre che aveva visto e notato tutto, come la prima donna fu in camerino v’entrò a parlarle... Dopo un minuto, venne a me, dicendo con una cert’aria di mistero — Fa un favore a tuo padre. Va in quel camerino per aiutare la signora, ma... ti raccomando... e si pose, sporgendo la testa e fissandomi, l’indice attraverso la bocca. — Non dubitare, babbo.
Scesi alcuni gradini, traversai un corridoio stretto e lungo che girava attorno al palcoscenico ed entrai nel camerino della prima donna che mi aspettava con l’uscetto socchiuso. — Eccomi, posso servirla? Sì, rispose guardandomi attentamente e con una fissità che mi parve maligna; aiutatemi un po’ voi, da che quella maledetta, che domani si dirà malata, sarà a fare la sgualdrina con l’amante.
Poi rabbonitasi, ma si vedeva con sforzo violento, prendendomi per mano, domandò:
— Mi promettete, non è vero, di non dir nulla di quanto vedrete? Pagherò bene la fatica di questa sera ed il silenzio che desidero per sempre... Ognuno, Concetta, a questo mondo ha il suo coloroso secreto — e cominciò a spogliarsi, per poi indossare le maglie, dovendo nel secondo atto cantare in costume di ballerina.... Ma purtroppo, quando la signora bella e dalla bellissima voce, si tolse le calze, ebbi la ributtante sorpresa del suo segreto. Aveva ragione di custodirlo gelosamente! Indovina?
— Parla!...
— Le sue gambe... erano di scheletro...
— Di scheletro?! — chiese meravigliato e sorpreso Evaristo.
— Pur troppo!
— È orribile... — disse Evaristo aggrinzando il naso ed allungando le labbra strette...
— Ed era, pur troppo, la verità... Non coscie, non polpacci, nulla... Tutto ciò sarebbe stato nella maglia preparata. Solo degli orribili stinchi da chiudersi tra il pollice e l’indice. Quando si rizzò su la persona, temetti che que’ piedi, tutti fatti d’ossicini, di pezzetti, si dovessero disgregare, sotto il peso della testa, proporzionata e stupenda e sotto il busto ampio, ricolmo e leggermente vermiglio. Ora capivo la collera della signora mancandole la cameriera solita, custode esperimentata di quel segreto che propalato da una indiscreta, le avrebbe tolto tanto fascino sul pubblico... perchè l’arte è bella, è grande; ma quando a farla è una donna, si cerca anche la femmina.
— In verità, Hulda, io non ti avevo mai udito parlare a questo modo...
— Non meravigliartene, girando il mondo sempre qualche cosa s’impara.
Per parecchie sere, continuai in quella mansione di cameriera, e la signora se ne mostrava contenta.
Ora ascolta. Il direttore d’orchestra e proprietario della compagnia, non mancava mai tra un atto e l’altro d’abbandonare lo scanno e correre, proprio correre in camerino presso la signora che era sua moglie... dicevano con qualche ironia gli altri, compreso mio padre che i misteri di quel teatro conosceva tutti.
Quell’uomo, forte, brutto, antipatico, non mi staccava mai gli occhi di dosso, e io tremava nel vederlo.
La prima donna che s’accorse del fastidio, dell’imbarazzo, del turbamento che mi dava la di lui presenza mi rassicurò dicendo che egli era così con tutti, e che anzi ci voleva a capo di una compagnia di operette un uomo simile, altrimenti la compagnia sarebbe andata a rotoli; perchè ci voleva un tipo come quello per tenere a freno certi artisti cani e certe coriste sgualdrine.
Io ebbi trenta lire di regalo dalla signora e ne fui contentissima, più contenta ancora, che tutto fosse finito per lo meglio. Ma un giorno, prima che la compagnia partisse...
Evaristo nuovamente toccò il bottone e comparve il vecchio servo.
Questa volta finalmente ordinò quello che prima si era pentito di voler fare, per non parere d’arrendersi tantosto.
Ora un nuovo senso, diciamo così di pietà, cominciava a possederlo. I casi di Hulda lo interessavano e se non potevano riaccendere l’amore, preparavano una scusa alla simpatia che è indistruttibile e alla vittoria del senso che è troppo umano per non seguirla.
— Porta due tazze di caffè.
— Permettete... permetti che te lo offra? Io aspetto ancora l’impossibile, aspetto che tu abbia ragione...
Hulda respirò con una scossa, approvando Bess in cuor suo. Le pareva, anzi era convinta che sarebbe riuscita a riconquistare l’affetto di Evaristo, a tornare le cose come prima.
— La compagnia intanto aveva finito la stagione. Eravamo all’ultima recita — sai, disse mio padre, il direttore (sono un po’ consuetudini) mi ha invitato a cena, per dopo l’ultima recita... e la signora desidera tanto che ci sia tu pure. Io dissi di sì — Questo invito non mi piaceva per nulla; ma pensando che c’era in compagnia nostra la signora, e che mio padre sarebbe andato ad ogni costo, risposi: — Verrò.