CAPITOLO VI. L’antiquario di Toledo — L’idillio indimenticabile — L’alba maledetta

A questo punto, riteniamo utile insieme e più spiccio, riassumere noi stessi direttamente, in un capitolo, quanto disse di più interessante Hulda nel suo dialogo pure attraverso il lume della speranza, sempre angoscioso.

Hulda, non guardata da una madre, di quelle cui stiano a cuore le figliuole, e così mal guardata da un padre come quello che aveva per sua disgrazia, si manteneva tuttavia, malgrado i suoi diciassette anni e la fioritura di uno sviluppo esuberante, si manteneva, tuttavia, nello spinoso sentiero della virtù.

Nulla ancora riusciva a far di lei una delle tantissime precoci disgraziate che troviamo sul lastrico delle grandi città, dileggiate vittime, le quali si avviano alla più turpe degradante miseria.

Attraverso a tutte le seduzioni, le tentazioni e le debolezze, malgrado tanta congiura di luoghi e di momenti, e tristo esempio di inevitabili compagne, essa resisteva invulnerabile e trionfatrice.

Chi operava il miracolo?

L’amore.

Hulda infatti si era tacitamente fidanzata con un giovane, del quale diremo in appresso, che la ricambiava d’affetto ardentissimo. Era quello, in entrambi, un amore profondo e santo, che doveva poi nel matrimonio toccare la felicità e perpetuarsi.

Questo amore dava ai due giovani quell’elevazione dell’anima che è il pegno inalterabile della reciproca fedeltà.

Nè lei, Hulda, avrebbe rimosso dal suo proposito uomo alcuno, nè lui, Riccardo Carassale, avrebbe attirato a sè altra donna per bella che fosse stata, per dovizie che avesse posseduto. Erano decisi, e guardavano, serenamente intesi nel desiderio, il loro avvenire di una modesta agiatezza, ma tutto pago di sè, tutto radioso d’amore.

Vivere l’uno per l’altro, l’un per l’altro soffrire e sperare; ecco l’amore; così lo sentivano.

Riccardo Carassale aveva sei anni più di Hulda e faceva con buon guadagno l’antiquario in via Toledo... quasi, perchè da questa al negozio, non c’eran che pochi passi, dietro l’angolo di un palazzone antico, il quale sul davanti, in omaggio alla vetusta nobiltà, non aveva botteghe.

Quella di Riccardo Carassale era un adattamento, moderno, una concessione di eredi, per volgere di tempi fatti più positivi, e con più vetusta nobiltà meno signori.

Hulda, allora Concetta, trovava spesso il pretesto, anzi non ne aveva pur di mestieri, di passare per via Toledo, attraversandola proprio in quel punto che metteva più vicino all’Antiquario e visitarlo.

In quel negozio, Riccardo ci si era allevato, consolando più che come un buon commesso, come un ottimo figlio il padrone di esso don Antonio Percucco, tanto che il vecchietto lo lasciò erede del fatto suo.

Riccardo non aveva conosciuto nè padre nè madre e, per una abitudine contratta da bimbo, chiamava nonno il vecchio che lo aveva allevato. Più volte da giovinetto gli aveva chiesto notizie dei genitori suoi, e sempre il buon vecchio gli rispondeva: Sono morti che tu eri piccino piccino.

Il ragazzo cresciuto con questa idea e nella gran buona fede che gli ispirava il vecchio, s’era inchinato alla sua sorte, rassegnato al suo destino. Diceva qualche volta tra sè: Meglio non averli conosciuti quasi, che vivere adesso col timore di perderli. Gli pareva che se avesse vissuto sua madre e avesse dovuto assistere alla sua fine, per l’amore che le avrebbe portalo, lo schianto lo avrebbe ucciso.

Così pensano i figli che più non hanno o non conobbero madre; quelli che possono proferire il dolce nome, ahi, pur troppo, tante volte, non rifuggono dal farle piangere, dal contristarle con ogni più crudele amarezza!

Riccardo non mancava di coltura e seguitava a studiar sempre un poco ogni giorno, nei ritagli, quando non aveva dinanzi la sua Concetta o doveva trattare qualche affare di compra o di vendita con i clienti, che lo visitavano spesso. In lui era rimasta indelebile la massima del «nonno»: più si è istruiti e più si è buon antiquario.

L’avvedutezza, le buone compere, i prezzi appropriati aiutavano di giorno in giorno lo sviluppo commerciale di Riccardo e lo ponevano in grado di guardare fidente nell’avvenire che per suo sogno roseo doveva dividere con l’adorata Concetta.

Egli non vedeva che lei; ormai ella ne possedeva la mente, il cuore, ogni facoltà dell’anima.

E Concetta non istava in ozio mentre amoreggiava in bottega. Puliva, ordinava, rassettava, chiedeva schiarimenti al fidanzato. Faceva, diremo così, la sua pratica, si presentava al tirocinio per diventare, in un giorno che non sarebbe lontano, una espertissima padrona.

Una volta, aperto un grande stipo, ne levò fuori parecchi quadri ad olio.

Li spolverò per bene tutti e poi li rimise al posto... meno uno: un busto a olio al naturale, con una gran cornice dorata semplice ma artistica.

Era nel retrobottega, chiaro alquanto per la luce blanda che riceveva da un gran cortile. Concetta collocò per bene il quadro, sopra un tavolo, poi corse di là, con queste parole:

— Riccardo, Riccardo, vieni a vedere... ma tu non sai nulla... come questo quadro ti assomiglia!

Il giovane andò, diede una lunga occhiata alla tela e poi disse:

— È vero — e stette pensoso.

— Quando sarai più vecchio, potrai dire che è il tuo ritratto... Non ti pare?

È vero, rispose ancora con semplicità preoccupata Riccardo.

Poi, i due fidanzati si baciarono.

Ci fu un momento di silenzio. Dopo Concetta disse:

— Che fantasia mi viene, Riccardo!

— Che è?...

— Mi par di vedere tuo padre... che ci benedica...

— Mio padre... è mo...

Concetta non lo lasciò continuare; gli coprì la bocca con un altro bacio lungo, tutto caldo di passione che dal cuore le veniva a fremere vibrante su le labbra.

Strano contrasto, quello di due creature giovani e amanti, in quel retro bottega povero di luce e ricco di cose morte.

In un angolo, tutta una armatura in ferro collegata. Speroni, gambali, cosciali, corazze, barbuta. Spada sul fianco e scudo al braccio e lancia in pugno... Un guerriero... ossia le spoglie di tale che avrà combattuto al grido di S. Germano glorioso e di Svezia. Ma dentro di quella corazza non era più palpito, nè dai fori di quella celata più occhio sanguigno guatava.

Più in là un cardinale, tutto rosso nell’ammanto, tutto bianco nei capelli e nel pizzo.

Più in là ancora uno specchio in purissimo stile; di un’ovale grande, e con capricciosi sopporti e nicchiette e mensole per i belletti e i profumi; e di contro un’altra tela, un busto di aristocratica incipriata, procace nel neo e nel sorriso, che nella pulita lastra si specchiava ancora.

Poi sopra scaffali, cofanetti e tabacchiere e orologi d’altri tempi, ove la miniatura paziente aveva profusa la dovizia de’ suoi tesori minuscoli. In questo lusso di cose vecchie più semplici, ma incomparabilmente più superbe, si levavano le statuette che sapevano i secoli sotto la lava e che da Ercolano e Pompei eran riuscite alla luce per narrare i fatti dolorosi del Vesuvio.

E poi ancora, azze, spadoni, picche, alabarde, candelabri, stocchi, archibugi e pistoloni cesellati e ricurve lame ottomane scintillanti e di Toledo, lunghe cedue lame sottili. E ancora un incensiere, una mitria un gran teschio d’avorio...

***

Come se su quel bacio fosse pesata la dolorosa fatalità dell’ultimo, Riccardo, l’indomani alla consueta ora, non vide Concetta e per quanto l’andasse cercando, non gli riuscì di vederla più.

Con sospiri e spesso non senza lagrime Hulda aveva narrato a Evaristo quanto noi succintamente esponemmo.

L’invito del direttore d’orchestra a quella cena alla quale la fanciulla andava con ogni fiducia, era avvenuto proprio la sera di quel giorno, perchè la tavolata di addio, avesse luogo nella notte...

***

I commensali, riuniti in una gran sala a terreno dell’Albergo dove il maestro con la signora avevano pure l’alloggio, i commensali di vario genere e di assai disparate età, erano molti.

In complesso dei tipi allegri d’una moralità un po’ elastica gli uomini, d’una moralità un po’ scollacciata le donne; in maggioranza coriste, con ancora su le guancie la truccatura della scena e con gli occhi ingranditi e profondi per bistro.

La cena fu allegra sempre; spesso di un’allegria sguaiata, chiassosa ed insolente, alla quale Concetta non prendeva parte. Rideva e s’attristava. Ecco la sua alternativa di spirito. Ella avrebbe voluto o non essere là, o aver almeno vicino il suo Riccardo. E allora si faceva seria, come si faceva seria, quando guardava la prima donna, bella, dalla voce bellissima e ne pensava il segreto doloroso.

Il maestro, losco e prepotente anche nell’allegria della mensa, sedeva tra Concetta e il padre di lei, e li incitava ogni tratto di non far complimenti ad essere allegri e per aver l’allegria a bere. Ed egli mesceva loro, mesceva sovente e con generosità...

Alla fine, dopo il caffè, dopo diverse bottiglie di orribili liquori, libere, sfrenate in atti e parole, si ritirarono le coriste con gli amanti; si ritirarono due vecchi attori un po’ brilli e rimasero davanti a quella tavola sudicia e disordinata e come travolta da un soffio di tempesta, Concetta e suo padre, il maestro e la... chiamiamola così, sua moglie.

— Finalmente un po’ di quiete! — disse il maestro sbuffando — Se n’è andata tutta quella canaglia... Ora beviamone da per noi un goccetto in santa pace.

Le due donne protestarono, dissero che bastava, che era l’ora di ritirarsi; ma i due uomini non vollero saperne e le costrinsero a mandare giù un altro pochino...

— È di quello che non se ne beve tutti i giorni e che mette a posto lo stomaco — diceva con gli occhi lustri il macchinista. E rivolgendosi alla figlia: — Bisogna profittare, oggi. Domani la Compagnia parte, e direttori come questo... come il signor Tebaldo, non ne capitano spesso...

— Ne convenite, è vero?

— Ma perbacco! questi sono uomini! — E gli batteva confidenzialmente la grossa mano un po’ tremante su la spalla...

Trascorse ancora qualche minuto in discorsi inutili. Poi la signora si alzò.

— Io sono stanca e vo disopra a dormire...

— Già?

— Sì, tu... che aspetti a venire disopra? — Ma senza pure attendere la risposta, salutato il macchinista e la figlia, augurandosi di presto ritornare a Napoli, accesa una candela, con essa si allontanò.

Malgrado Concetta vi si opponesse, ed anche con frasi risentite, pure il mastro seguitava a far bere il di lei padre, che rispondeva agli avvertimenti della figlia:

— Comando io; tu devi tacere. Io mi regolo da per me.

La ragazza se ne infastidiva e indispettiva non poco, tanto più che, non abituata a tali cene e a tal’ora ed a libazioni promiscue, non di sua consuetudine, sentiva ora un certo malessere, una certa pesantezza alla testa.

Erano trascorse le due e mezza dopo la mezzanotte, quando finalmente si alzarono.

Don Gennaro, il macchinista, si reggeva a stento sulle gambe.

Il direttore d’orchestra volle (quel che voleva fin dal principio) accompagnarlo a casa.

I ringraziamenti «basto da per me» e i «non si disturbi» di Concetta, non valsero a trattenerlo...

— Io non abbandono un amico in questo stato, insisteva il grosso maestro. Ho il dovere di aiutare la figlia a ricondurlo...

Il vecchio sentiva adesso, sotto il braccio della figlia e dell’altro, che il terreno si moveva a larghe ondate d’intorno, e che gli scarsi fanali avevano un chiarore che dava il capogiro... Incolpava di ciò l’essersi alzato da tavola prima di aver fatto la digestione. E il vino... il vino si vendicava con quelli scherzi. Tutto per la figliola del resto... perchè era un buon padre e voleva ricondurla a casa presto... Meno male che c’era il maestro, un caro amico... un uomo di quelli ai quali si dà volentieri anche il cuore, se lo potesse strappare di petto... Quello era un uomo, non l’antiquario... Un coso che, tanto giovane, aveva già una serietà di uomo abbasato, e che non lo invitava mai a bere un bicchier di vino...

Era quello il rispetto che portava al suocero?

Con questi ed altri bislacchi pensieri, dondolando a destra ed a manca, e spesso sputandosi addosso e con le palpebre abbassate e pesanti, don Gennaro potè finalmente riporre piede in casa...

Concetta si sentiva stanca in modo come non si era mai sentita, e aveva a tratti uno zuffolio sottile nelle orecchie e sentiva caldo e il busto le dava una grande oppressione...

Quell’aria della sera, le faceva male... e il sonno e l’arsura e l’oppressione aumentavano. Lei non c’era abituata ed ora più che mai detestava quelle cene e giurava a sè stessa che la prima sarebbe stata anche l’ultima. C’era cascata quella volta e pel babbo; ma no, non ci cascherebbe più.

Fu non poca fatica far salire le scale a don Gennaro. Per fortuna non erano molte. Andarono in fondo al ballatoio, stretto e sudicio e poterono una buona volta entrare in casa.

Quivi accesero una lucernetta poi il maestro e la giovine condussero don Gennaro presso il letto.

Senza spogliarlo, così come stava, quasi un corpo inanimato, ve lo spinsero sopra... Il vecchio che non parlava, che non balbettava neanche più, diede, quando fu coricato, quasi un grugnito di soddisfazione... Un rigurgito di vino e di liquori, dalla bocca fetente gli si riversò sul petto...

— Ora — disse l’altro — meglio di così non può stare. Lasciate che riposi. È un po’ di vino...

— Ma se gli facessi bere qualche cosa di caldo? Voglio accendere il fuoco...

— Inutile, inutile tutto. Non vedete, cara, come dorme? È tranquillo come non è mai stato... Tante volte il vino può far male a... chiunque...

— È vero... è vero...

— Non vi pare, bella Concetta?

L’aspetto nauseante del padre, — le aveva sconvolto lo stomaco...

Dal letto un rivolo rosso, un rivolo di quel vinaccio, cadeva denso, quasi filamentoso sul pavimento.

Nella fanciulla, già indisposta, già infastidita, cresceva la nausea... Comunque si fece violenza e parlò...

— Signore, tante grazie della sua premura per noi... Ora sto tranquilla... perchè sono in casa... Grazie, vada anche lei a riposare... Siamo stati troppo... a tavola... quei cambiamenti di vino...

— Se non avete quasi bevuto?!

— ... quel rosolii... quei liquori forti... ho la testa che mi gira e mi martella...

— È niente, è niente, andate a letto... ecco tutto...

Concetta, s’appoggiò alla spalliera della sedia, ma cadde a sedere...

— Non mi... alzerei più... se ne vada... Io dormo così...

— Così? ma neanche per sogno. Andiamo che vi accompagno di là... nella vostra cameretta...

La giovine con uno sforzo si alzò...

Il maestro la sorresse sotto le ascelle...

— Mi meravigliavo di mio padre... è strana questa... e poi sono ubbriaca... sì, sono... ubbriaca io... Non vede... che non mi reggo?...

E si mise a ridere, d’un riso che sapeva di pianto, un riso che aveva il senso d’una angoscia lontana...

Rideva la bella bocca ed eran lagrimosi i begli occhi.

— Via, andiamo — disse il maestro sospingendola un poco... andiamo nella vostra camera... siate buona...

— Andiamo — balbettò e mosse, tendendo un poco le braccia in avanti, come per premunirsi all’idea di poter cadere...

— Non temete, io vi sorreggo, io vi voglio... tanto bene... avete il collo bianco...

— Si soffoca nel busto, e dondolò la testa...

— Adesso, adesso, Concetta.

Entrarono nella piccola camera, dove si vedeva a mala pena, chè la lucernetta rimasta nella sala vi riverberava un barlume rossastro... Il lettuccio nell’angolo rimaneva al buio...

— Per favore... il lume — chiese Concetta. — Come mi gira la testa...

— Non temete, lasciatemi fare... Io vi voglio bene tanto...

— Grazie... vada...

— Ma no... vi aiuto... Non ci riuscite a coricarvi... Resterete su la sedia...

Più che svestita, discinta, Concetta fu aiutata a salire sul letto... oramai fatta immemore e oppressa dall’insolito vino e dai liquori di quella sera...

Stai meglio Concetta, così?

— Meglio... — rispose appena chiudendo gli occhi, già pesanti e fastidiosi e allargando le braccia, come per immergersi con tutto l’abbandono nel sonno.

— Concetta..

— Dormo...

— Concetta...

— Addio...

Dopo qualche minuto, il maestro chiamò ancora:

— Concetta...

Silenzio...

— Ah, queste no, bella, queste non sono quelle gambe di scheletro...

La fanciulla, come riscotendosi, e mettendo un sospiro tronco, balbettò:

— Ri... car... do...

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Il maestro s’allontanò ebbro della sua vittoria.

Tutto come aveva prestabilito; tutto a seconda!

················

Quando a giorno chiaro, Concetta aperse gli occhi su lo scompiglio e l’orrore di quella notte, balzò di letto in camicia mettendo un urlo formidabile.

Il destino che ella aveva temuto si era fatalmente compito... Tutto vide... capì tutto... Tutto comprese ora con la mente snebbiata quanto fosse necessario per conoscersi in quel punto.

Corse nella stanza del padre...

Don Gennaro russava sempre immollato nel suo vomito ammorbante.

La figlia, con gli occhi rossi, i capelli disciolti, il seno in tumulto, levò i pugni davanti al padre dormente, urlando su di lui:

— Che tu sia maledetto!!