Evaristo aveva ascoltato il racconto di Hulda fino a questo punto, senza batter palpebra e tutto fisso, più ancora che con lo sguardo, con l’anima in lei.
Ne attendeva con ansia la chiusa combattuto da opposti pensieri al disopra dei quali l’antica, o meglio la prima simpatia, stava già per riportare vittoria.
Hulda, fatta ormai più fiduciosa, continuò:
— Da quella mattina, da quella fatale mattina, in cui conobbi il baratro in che, quasi senza mia colpa, ero caduta, da quella mattina mio padre e Riccardo non mi videro più.
— Abbandonasti tuo padre ed il tuo fidanzato?
— Di mio padre, non parliamone, ma quanto a Riccardo, tanto era sincero e profondo l’amor mio per lui, che non ebbi più il coraggio di comparirgli davanti... Per virtù stessa del mio amore, sentivo che ne ero diventata indegna e non dovevo aggiungere al mio dolore il delitto di ingannarlo. Così, dovevo castigarmi. Castigarmi da per me, condannandomi a perderlo. Io non ardirei di levare gli occhi in faccia a lui, neanche se mi pagassero un milione!
— Un milione?! — fece Evaristo, come interrogando sè stesso.
— Ma che milione? rincalzò Hulda — neanche se risuscitasse la mia povera madre... quella santa che mi è mancata troppo presto e per la qual cosa, mi trovai... come mi trovai. Riccardo mi cercò invano, e con lui mi cercò invano mio padre che della perdita deve essersi consolato ben presto, abbrutendosi di giorno in giorno sempre più... avendo acquistata la libertà e dovendo pensare solo a sè stesso.
— Immagina tu, la vita di una fuggitiva e... di una fuggitiva come me, a diciotto anni appena...
— Un agente teatrale mi tenne qualche giorno con sè, poi sazio, per liberarsene, mi fece scritturare in una compagnia di Operette. Una figura come la tua, fa risplendere la mia — diceva lui, e intanto di quella figura si liberava...
— Di viaggio in viaggio, di vicenda in vicenda, capitai qui a New-York, o meglio qui nelle vicinanze, dove la compagnia si sciolse... Rimasi a spasso, vivendo insieme di privazioni e di vergogna... Un giorno, una notte anzi, credetti di aver trovato finalmente un uomo forte e di cuore...
— È permesso? chiese il servo con la sua voce nasale dal di fuori.
— Avanti.
— L’avvocato Gasperal ha bisogno di parlarle...
— Che cosa vuole quel... quell’avvocato?
— Desidera di vedere il signore...
— Digli che passi fra un paio d’ore...
— Glielo dirò, ma badi che mi ha raccomandato l’urgenza.
— Anche l’urgenza?
— Vado un momento e torno — disse volgendosi a Hulda che chinò la testa in segno di assentimento, con lentezza signorile.
Evaristo passò nell’altra stanza e visto l’avvocato gli stese la mano dicendo:
— Che cosa vuoi? Presto, chè ho fretta.
— Hai di là qualche donnina?
— Ho di là chi mi pare e piace. Che cosa vuoi? Alle corte...
— Proprio alle corte? Senza neanche un po’ d’esordio? senza un po’ di preambolo per disporti?
— Parla, perbacco!...
— Prestami cento dollari.
— Potevi dire altri cento. Era il miglior commento, è un quasi segno di... memore gratitudine.
— Quante storie! Te l’ho già detto che quando avrai bisogno di me... Credi che non si debba addivenire a un saldo?
— Almeno lo spero... — Così dicendo levò da un piccolo forziere il denaro, e lo porse all’avvocato.
— Prendi e vattene.
— Prendo e... obbedisco. Buon dì.
— All’occorrenza, sarai un utile birbante illuminato e cieco — disse fra sè Evaristo, rientrando nel salottino dove Hulda attendeva.
— Eccomi... signora.
Quel signora turbò nuovamente Hulda, che riprese il suo dire con la cera tutta animata di passione presente e di dolore, per quei ricordi.
— Quell’uomo di oltre quarant’anni, di una ben strana, anzi sinistra figura, mi tenne presso di sè, in un quartiere...., sai? dove mi vedesti quella sera.
— È sempre quell’uomo? Gli sei bene affezionata.
— Aspetta. In quella casa che di fuori aveva ed ha un ben misero aspetto, non mi mancava nulla. Ebbi biancheria, vesti, riposo, cibo... Stetti quasi un mese con quell’uomo che non mi piaceva ma che mi dominava. C’è qualche cosa in lui, che quando gli ero presso, io non vedo più che per la sua volontà. Considera poi il bisogno...
— Ma quando il bisogno cessò, quando trovasti in me colui che pensava a tutto, e a cui tutto tacesti, perchè non lo abbandonasti?
— Abbandonarlo?! E tu credevi dunque che fosse facile? Tu credi dunque che egli sia un uomo come tutti gli altri?
— Ma perdio! — urlò Evaristo mostrando i pugni — chi è quell’uomo?
— Te lo dirò, ma calmati. Ascoltami paziente. Queste cose non addoloreranno mai tanto te, quanto me addolorarono. Perchè io non ti ho conosciuto prima? Abitando io quella casa, in quel quartiere conobbi finalmente con chi avevo che fare... Guy Stein, quell’uomo, era con Bill Oward uno dei due più potenti, in quel gruppo di casaccie luride. I due eran nemici, e si disputavano il possesso, la padronanza assoluta, di tutti gli altri, uomini e donne. Due principi nemici, e due nemici da anni ostinatamente implacabili.
Quante cose ho veduto nella casa di Guy Stein! Quante volte avrei voluto fuggire quell’uomo, ma lo temevo come lo temo sempre, troppo, troppo, o Evaristo. Io che ho avuto il coraggio di abbandonare mio padre, io...
— Ma in fin dei conti, che cosa fa questo Guy Stein?
— Che cosa fa? Egli, è là in quel quartiere il capo temuto, terribile, di una banda d’uomini di ogni età e di ogni paese che a lui sono stretti, vincolati, che da lui dipendono... Essi operano secondo le sue indicazioni, obbedendo ciecamente ai suoi comandi.
Rubano, e per rubare non conoscono ostacoli...
Maneggiano le armi... Escono col favore della notte... Seguono e studiano anche per mesi le loro vittime... Essi però mi rispettarono sempre. Guai se uno di loro avesse ardito d’alzare una mano su di me... che mi dico? di sorridermi soltanto, guai! Non avevo prima d’ora idea di figure così perfide e così schiave... quell’uomo li fa tremare tutti. Essi in quella casa dove non vivono, ma dove si adunano e vengono a deporre il furto e a prendere ordine, essi hanno armi, travestimenti, barbe, ed un vecchio cieco, di oltre ottant’anni, padre a Guy Stein, istruisce i giovani, che lo rispettano, che hanno quasi una venerazione per lui...
— E un tale uomo, ti ha permesso... permette, che tu viva distaccata da lui? E non sa nulla, di me? dopo tanto tempo?
— Sa tutto, e lo permette, anzi, guai se ti lasciassi, me lo ha detto egli stesso!
— Ma io casco dalle nuvole. Quella canaglia permette?! Quella canaglia è un mio protettore?
— Un giorno — riprese Hulda facendo cenno ad Evaristo di calmarsi a sua volta — un giorno, dopo qualche settimana che eravamo insieme, egli mi disse:
— Ora sei alimentata e florida, hai biancheria, vesti, oro, e sopratutto sei giovane e bella. Tu non devi stare qui. Il tuo luogo è nella buona società, dove potrai occupare un posto magnifico. Io ti proteggerò sempre. Non sei la prima di cui abbia fatto la fortuna... Tu, alla tua volta, ti ricorderai di me, intendi? A te del denaro ne avanzerà sempre e... quando ti scriverò... mi verrai a trovare. Ricordati che qui c’è sempre la tua casa, quando tu non ne abbia una di tuo... mobigliata bene, ben messa, come meriti... Sopratutto lascia i giovinotti... Cercati una persona di giudizio e ricca.
Dal giorno che io ti conobbi, Evaristo, e che tu fosti meco tanto indulgente e tanto buono, da quel giorno Guy Stein, spilla tutto il mio denaro...
Io sono carica di debiti... e non mi riesce levarmi di dosso il giogo di quell’uomo che non scherza, che non promette invano. Ti troverebbero, egli mi disse congedandomi... ti troverebbero una bella mattina con un pugnale nel petto... — Perdonami e salvami! — Così dicendo si buttò in ginocchio supplicante. I begli occhi irrorati di lacrime, più che domandare la pietà, starei per dire la imponevano.
— No, no, alzati Hulda, alzati — e in così dire l’aiutò. — Tu sei una vittima e io ti perdono.... Ad un patto però: che d’ora innanzi regni fra noi due tutta quella confidenza completa che ci mancò nel passato. A non avvertirmi di Guy Stein hai fatto troppo male. Io potevo sbarazzartene; mi credi così da poco da non poter riuscire?
— Evaristo, io temevo anche per te.
E in fin de’ conti quest’uomo è uno di quei ladri famosi che la giustizia non arriva mai ad acciuffare?
— Uno di quelli.
— E ha un rivale di mestiere in Bill... come hai detto?
— In Bill Oward.
— Precisamente.
Se in quel punto Hulda avesse fissato Evaristo negli occhi, li avrebbe visti illuminati da un lampo. Avrebbe visto anche le sue labbra abbozzare un sorriso e nello stesso istante contenerlo e spegnerlo.
Che cosa era passato per la mente di quell’uomo che aveva poi finito per essere così pronto al perdono chiedendo solo confidenza?
— Hulda mia, baciami, siamo più amici di prima. Tu hai su di me un potere al quale io non so resistere.
Ora, va a casa dove Bess ti aspetta, io lo so bene, col cuore fra le spine... Consola quella povera vecchia... Domani, tu verrai qui a pranzo. Domani riprenderemo la gaia vita di prima... Tu mi vorrai bene, tanto e sempre e con la massima sincerità, non è vero?
— Tutta tua, tutta tua per sempre — disse Hulda, e gli si tornò a buttar fra le braccia.
— Questa sera sei libera completamente... Va a trovare Guy Stein.
— Come?! — fece Hulda scattando, ma non mi avevi detto...?
— Questa sera vallo a trovare come tutte le altre volte e che egli non si avvegga menomamente di quello che è passato fra noi. Questo ti domando, non me lo concedi?
— Quando lo desideri...
— Lo ordino... se vuoi la vittoria.
Dopo che Hulda fu uscita, Evaristo incrociò le braccia e disse con fare sarcastico:
— Poichè il caso vi ha messo fra le mie mani, poveri furbi, io vi farò servire tutti al mio scopo!
Chiamò il servo.
— Comandi.
— Va in piazza, cerca la mia vettura... numero tredici e dì al cocchiere, che per questa sera alle ventidue si trovi al portone e mi aspetti. Dopo di questo passa al caffè della Stella rossa. Là troverai l’avvocato quello che fu qui stamane. Digli che ho assolutamente bisogno che oggi egli pranzi con me. Venga, dunque alla solita ora.
— Quando vado con queste ambasciate, se vedesse come è buono quel tipo! Mi fa un milione di complimenti.
— Già... un milione che non si spende... Mentre i milioni devono aver corso e... correre... Mio vecchio amico, non c’è che il denaro al mondo... il denaro.
— Secondo i bisogni che si hanno — disse con bonaria filosofia il vecchio.
— Io ne ho molti, caro mio... cioè... ne ho uno solo ma che serve per tutti... Così un capriccio... essere il più ricco di America.
— Fosse pure, caro signor padrone. Io allora potrei vantarmi di essere... il re dei servitori.
***
Un pensiero ardito, arditissimo, possedeva ormai la mente di Evaristo.
Uscito il servo, chinò la testa ad occhi socchiusi, tutto assorto nel suo vasto piano di battaglia, o diciamo meglio il suo piano di... attacco al milione.
L’avvocato Gasperal, il banchiere Francis Webb, Hulda, Ben il cocchiere N. 13, Guy Stein, Bill Oward, dovevano per suo mezzo agire, come in virtù di un filo misterioso, e tutti insieme, senza che ad anima viva trapelasse la doppiezza della cosa, dovevano dargli, lui immune d’ogni pericolo, il milione, quel primo milione, base ai cento che, coronando le sue strabilianti arditezze, lo avrebbero collocato tra i ricchi americani.
Ora con infernale lucidità assegnava le parti, rendendole più che fosse possibile facili, misteriose e sopratutto coerenti, rigorosissime a filo di logica.
Bisognava condurre le cose in modo da poter un giorno rendere, sicuro, rendere occorrendo e poterlo fare, senza compromettersi, (lì stava l’abile segreto) a fronte alta, davanti a tutti. Rubare e non essere un ladro davanti al mondo...
L’idea di rendere, nella quale stava tutto il suo trionfo gli dava il coraggio di una operazione ardita come quella che aveva concepito.
In ufficio, con Francis Webb si comportò come sempre. Nulla, assolutamente nulla, poteva sul suo volto ne’ suoi atti, nelle sue parole dare il ben che menomo sospetto, intorno a quanto egli covava.
— Sei sempre in quella idea intorno alle ferrovie dell’Est? — gli chiese sorridendo a un certo punto Francis Webb.
— Sicuro che lo sono. Se mutassi parere vorrebbe dire che prima avevo pensato male.
— Dunque insisti ancora?
— Non insisto più, ma sono di quella idea...
— Mi fai venir a mente Isaiah Wood.
A Evaristo invece venne a mente Cosmus White il futuro impiegato, il futuro factotum di Isaia Wood.
Gli venne a mente quel tipo di povero diavolo fatto per incanutire sui registri, senza slancio e senza audacia, anima di commesso sì, anima di commerciante, di aspirante alla grande fortuna, no. Tipi senza fascino, tra gli uomini, senza ripieghi nelle disdette, senza sangue freddo nei tracolli, senza calcolo e senza equilibrio in mezzo a l’oro. Di quei tipi che poteva lanciarli il caso, ma che di lanciarsi non possedevano la intima virtù.
Cosmus White era un buon figliuolo che non vantava neppure come pregi i difetti meravigliosi e cocciuti di Webb e di Wood insieme.
Cosmus a Evaristo non dava altro pensiero che quello di vederlo senza il primo impiego, lasciato pel secondo, più lucroso e... anche senza di questo.
Lo avrebbe compensato in seguito. Le piccole pietà che gli si paravano intorno, bisognava calpestarle e passare.