Bess, ch’era stata tante ore in pensiero, che si era già vista senza pane e senza tetto in quell’età, alla buona novella di Hulda, aveva mutato; ilare s’era fatta, giuocando come forse non aveva potuto essere mai.
— Ed ora, per carità — ripetè con far solenne alla giovane padrona — ora che la cosa è riuscita bene, per carità, non ricadiamo! non ricadiamo!
— Questa volta, no davvero; non ci sarebbe più rimedio.
Quando però intese che Hulda, quella sera stessa, avrebbe dovuto per di lui ordine tornare da quel gran mariuolo di Guy Stein, rimase alquanto pensosa.
La sua esperienza, la sua diplomazia in simile caso si trovavano a una prova che usciva dalle comuni; poi, maturate le riflessioni, conchiuse:
— Quell’uomo è veramente fino. Egli troncherà la cosa senza che l’altro non sospetti neppure... Sta certo studiando lo stratagemma. Finalmente ci leveremo di dosso quella condanna.
Hulda si mise a tavola e cominciò a mangiare con appetito... senonchè guardando la cornice vuota, cui prima non avea fatto caso e che ora le stava di contro pendente dalla parete, provò una strana sensazione che la tenne qualche minuto in sospeso.
Tutte le cose del mattino, tutta la sua storia d’angoscie, le tornavano alla mente con una insistenza dolorosa.
Da un pezzo non s’era data la pena di rivedere il suo passato, ma ora purtroppo si accorgeva che il silenzio dell’anima non è l’oblio che tante volte invochiamo.
L’oblio non esiste. Non può esistere. Tutto quello che è stato ritorna ad essere quando una cosa esterna muove l’onda della memoria.
Da quella cornice senza effigie ella passava ad un quadro, a quello di cui aveva scoperto la somiglianza con Riccardo Carassale, qualche anno addietro, quand’era onesta e quando invece di un amante, aveva un fidanzato che la stimava e che l’amava davvero...
Rivedeva il giovine bruno, pallido, taciturno, più taciturno del solito, in quella bottega di cose antiche le quali per arte e per tempo avevano acquistato valore.
Vedeva Riccardo rassegnato sì, ma pur sospiroso ogni tanto. Lo vedeva qualche volta fisso dinanzi a quel quadro che di giorno in giorno lo somigliava sempre più, riandare al mattino di quella scoperta, riandare a lei, tutta candida nel cuore e tutta amorosa allora, e turbarsi di passione al ricordo dell’ultimo bacio... Sicuro, sicuro, doveva essere la fatalità di Riccardo, guardar sempre quel quadro ad olio... quella faccia che lo rassomigliava. E tutto ciò era un caso o era il suo mistero?
Hulda così sopraffatta da tanti ricordi che le avevano date tante emozioni e tante umiliazioni, portò le bianche mani alle tempia che le volevano scoppiare, così le martellavano forte, pianse come una bambina, e più accorata pianse, quando s’accorse che in lei, intimamente c’era ancora del buono.
Poi pensò alle molte cose dette con Evaristo e più specialmente alle molte domande che le aveva fatto e, a qualcosa di ironico e di malizioso che aveva scoperto in lui, che ci doveva essere stato anche prima e che pure non era mai apparso.
***
Evaristo, sempre con l’idea fissa al milione, ormai di più facile raggiungimento, cominciava ad impazientarsi dell’indugio di Gasparal, quando questi fu annunziato dal servo.
— Gasparal, Gasparal — disse Evaristo movendogli incontro — vieni!... Come vedi, ho avuto bisogno di te più presto di quello ch’io medesimo non mi supponessi. Ma sai? questione d’idee, e le idee quando vengono bisogna coglierle a volo. Tu come avvocato...
— Io come avvocato — disse l’altro lungo, nervoso, un po’ curvo benchè giovane — io...
— Tu, con denari che io ti darei, dovresti fondare un giornale...
— Mamma mia! Ma se ce ne sono già tanti! Ma se nel giornalismo anche a essere disonesti si muore di fame!...
— Ecco — disse con subita gravità Evaristo — parlando con te, non intendo di parlare a un genio, ma intendo di poter parlare almeno con un uomo dotato di senso comune e con un avvocato magari della infima classe. Non mi ripetere le sciocchezze che furono già lo spirito degli altri!
Ascolta, e fa senno per mio e per tuo bene.
— Ma vedi che non sei giornalista e non te ne intendi? Devi sapere che a fondare un giornale si fa presto, con denari, ma la diffusione? La diffusione chi te la garantisce?
— Promettimi di non aprire più bocca, di non fare più il saputo... La diffusione è precisamente quello che io... non cerco!
— Non cerchi?! Ma mi spieghi che razza di giornale vuol essere cotesto?
— Lasciami parlare sino alla fine. Il nostro giornale, cioè il tuo per ora, sarà dei più semplici... un tipo italiano. Quattro pagine, una delle quali come al solito di réclame che noi non cercheremo.
Sarà in carta di lusso però resistentissima, dovendo avere il giornale una durata superiore a quella di ventiquattr’ore e dovendo passare per molte mani.
Comparirà come l’organo di pochissimi individui, dai quali deve rampollare la grande compagnia per la costruzione della linea dell’Est.
Io darò l’indirizzo e la luce per gli articoli opportuni. Del giornale non si tireranno più di 500 copie....
— Soltanto?
— ... 500 copie che saranno numerate e costeranno un dollaro per copia.
Ma domanderanno chi è quel matto che ha fondato il giornale e chi saranno quei pazzi che lo compreranno?
— Lasciami dire ancora...
— Parla, chè sei dilettevole...
— ... sono utile, come vedrai... Col primo numero, il giornale stabilirà che un nucleo di inglesi si assume la costruzione delle nuove linee...
— Sta bene...
— ... che il giornale è fondato come organo che rifletta liberamente, palestra a tutti aperta, le idee così degli azionisti che di qualunque altro interessato per via indiretta, come di ogni studioso, di ogni tecnico e di qualsivoglia individuo della gran massa del pubblico. Avrà per titolo: L’Oro dell’Est.
— Ma perchè non più di 500 copie ed ogni copia numerata?
— Ecco il motivo. Una impresa come quella dell’Est, tanto più col ponte immenso e con la nuova città che deve sorgere intorno ad esso, è cosa di importanza somma. Il nostro... il tuo giornale ne sarà la storia, non solo, ma lo studio e la norma, per tutte, dalla più piccola alla massima delle operazioni di commercio, ed ogni numero di giornale, sarà una cedola al portatore che noi rimborseremo a linea compiuta, come diremo sul programma del giornale. Varrà sempre un dollaro. I capitalisti, i facoltosi, gli studiosi di ogni genere, poichè le copie non sono più di 500 se le passeranno fra loro, con operazione commerciale e l’Oro dell’Est andrà soggetto alle fluttuazioni, come qualunque altro valore, come qualunque altro titolo.
Di tutti gli articoli che porterà l’Oro dell’Est sarà interdetta in termini di legge la riproduzione, e non si farà polemica, se non per tutto ciò che sarà solamente pubblicato su l’Oro dell’Est.
— Ma se ognuno si contentasse, letto il giornale di passarlo a quei che l’aspettano riprendendosi il dollaro, che ne avresti tu?
— Io, che ne avrei? Sta attento. Ci dev’essere un individuo ultimo al quale rimanga il numero del giornale non più cercato?
— Sicuro.
— Ebbene, egli riuniti tanti numeri pel valore di un’azione, fa il suo commercio di borsa, perchè le azioni salgono ed abbassano... Le nostre saliranno indubbiamente, per modo che ridotta l’operazione all’unità, il valore di un numero, cioè il dollaro, può crescere fino a raddoppiare...
Questo primo piccolo interessamento lancerà l’idea... il resto delle azioni verrà e immediatamente, perchè gli americani non permetteranno per cento ragioni che l’opera colossale sia tutta compiuta con oro inglese, come potrebbero sospettare che avvenisse, dove non fossero pronti a rilevare le azioni.
— E quando i giornali saranno migliaia, pel maneggio? per l’agilità e la praticità commerciale?
— Semplicissimo. La quantità che raggiunge il numero di un’azione è portata a noi che la bruciamo, rilasciando una cedola come tutte le altre...
— E chi volesse conservare il documento per la storia, per gli studi, per le collezioni?
— Tanto meglio, non è rimborsato e noi abbiamo un guadagno. La storia costa, gli studii costano, le collezioni costano; perchè quei signori non dovrebbero pagare tuttociò? Per dopo domani portami tutta la materia del primo numero. Il resto faremo assieme. Stabilirai i prezzi di stampa ed io pagherò tutto puntualmente perchè...
— ... perchè ci son sotto i capitalisti che pagano...
— ... i capitalisti? — ripetè con mal celata ironia Evaristo. Un’altra cosa, caro direttore. Adesso va all’uffizio di pubblicità e fa pubblicare su cinque giornali del mattino questo annunzio — Evaristo scrisse a matita su un foglietto:
«Mancia di dollari mille a chi consegnerà — ancora intatta la busta — una lettera smarrita indirizzata: Bill Oward. Depositarla al consolato Italiano. Se aperta la busta, è inutile la consegna e sciolto l’impegno del premio.
L’hai perduta tu quella lettera?
— Sì.
— E perchè ti sta tanto a cuore?
— Perchè contiene tutta l’esposizione dettagliata d’un nuovo piano... commerciale. Non vorrei che altri mi rubasse l’idea.
L’avvocato credette a quelle parole, dette con la massima serietà, ed uscì per le sue incombenze, felice, non tanto d’aver trovato lavoro, quanto d’averlo trovato, quale era, adatto nè più nè meno all’indole propria...
— Tu sei a posto, pensò Evaristo. Poi penseremo agli altri.
Rimase seduto sopra una comoda poltroncina presso allo scrittoio, in atto d’uomo che riposi indolentemente, ma nella realtà, cioè nel suo interno, seguendo un filo d’idee che dovevano restare misteriose per tutti coloro che egli adoperava al conseguimento del suo scopo. Il milione bramato, quel principio che gli permetterebbe la sua vendetta geniale e grandiosa, si avvicinava a gran passi.
Tutto si avviava a concretarsi per bene, ad annodarsi, a svolgersi, a intricarsi, a sparire secondo la tela che egli aveva in testa.
Andò in ufficio come di consueto e disimpegnò le solite cose come ogni altra volta.
Francis Webb, che capitò dopo di lui qualche minuto, narrò fra le più grasse risate che Isaiah Wood, quella enorme foca, ingrassata di coloniali, aveva delle strane velleità di intraprese. Di quelle intraprese delle quali in passato non aveva mai voluto udire neanche a parlare.
— E si tratta? — chiese con affettata noncuranza Evaristo.
— Si tratta... si tratta... imbrogli in fine dei conti; perchè tra l’altro, o non si sa spiegare, o non vuole spiegarsi.
— Sei tu (pensò tra sè Evaristo) che non vuoi parlare; ma per me hai già detto abbastanza. Te ne accorgerai.
Tacquero. Evaristo intanto verificò diversi documenti e stabilì sulle date degli incassi, per qual data la cassaforte di Francis Webb, ospiterebbe un milione libero, involabile, e sicuramente spendibile.
Si trattava di pochi giorni, proprio il tempo assolutamente necessario per preparare con abilità, circospezione, sicurezza, il gran colpo. La polizia?
Non avrebbe avuto nessuna traccia. E come pura intuizione, si sarebbe trovata dinanzi al mistero.
Ricorderanno i lettori come Evaristo a mezzo del domestico avesse fatto sapere a Ben, il cocchiere del n. 13, che lo aspettava per la sera.
All’ora fissata, quando cioè i fanali erano accesi, il portiere salì ad avvertire che la carrozza attendeva.
— Eccomi — disse Evaristo. Prese il cappello, il bastone e scese; montò quindi in carrozza dicendo al cocchiere:
— Andiamo verso Fort Lee Ferry, ho desiderio di una gran corsa e di prendere tant’aria... Tocca, Ben!...
— Lasci fare e dorma tranquillo... Il suo Ben è qui per servirla...
Evaristo accese un sigaro fumando con voluttà un po’ nervosa.
Ora che si andava sempre più inoltrando nella pratica del suo divisamento, sentiva rinascere la volontà di toccarne la fine, sentiva raddoppiare la forza ed acuire l’astuzia.
Per molti minuti la carrozza attraversò strade popolose, dove il movimento dei passanti era fitto in modo singolare, dove le carrozze sgusciavano fra le carrozze, dove i trams, con l’imperturbabilità della linea, mutavano al loro apparire, il movimento di prima, dove s’udivano voci innumeri di venditori, di passanti, e dove le ricche botteghe accese di sfolgorio mettevano, lungo il grande percorso, la nota del colore e della dovizia.
Si districarono finalmente dal viavai inceppante, uscirono all’aperto ed a tutto quel rumore successe solo l’altro del N. 13, che prima si perdeva confuso e coperto dagli altri più sonori e soverchianti.
A un certo punto Evaristo ordinò al cocchiere di fermare, e scese.
— Scendi tu pure, Ben; scendi a sgranchirti le gambe, avevo proprio voglia di venire a fare due passi, qui davanti a questa veduta magnifica. Prendi, fuma... — e gli porse un sigaro, di quelli che Ben fumava assai raramente e... quando non gli costavano nulla.
— Ora — disse Evaristo, accostandosi, e molto serio, a Ben — ora noi due dobbiamo parlare di cose...
— Importanti? — domandò il cocchiere, che gli lesse nel volto malgrado la semioscurità.
— Importanti fino a un certo punto... Non hai qualche anno per nulla, e saprai che le donne... son donne...
— Lo sapevo.
— Dunque, per l’amicizia che da qualche tempo corre tra noi, io ho bisogno di un favore, e tu non devi negarmelo... Bene inteso col tuo compenso...
— Io sono qui per gli amici, rispose Ben.
— Ti ricordi della donna di quella notte? Ti ricordi di quel caso inaspettato, del grido della signora e della mia agitazione?
— Sì, mi ricordo ancora qualchecosa, ma, io di certe avventure non mi preoccupo più che tanto.
— Ebbene, sappi, che quella donna, così poveramente vestita per nascondere il vero esser suo, è una delle più nobili e delle più ricche dame d’Italia...
— Delle più nobili e delle più ricche?!
— Vedi, qual donna? Essa non te lo ha mai lasciato neppur sospettare!
— Dev’essere di una finezza... Già, tanto fina quanto bella...
— Orbene, sai perchè quella donna si trova a New-York? Perchè mi ama.
— Ed amando un uomo... lo...
— Lo tradisce, vuoi dire? Hai ragione, ma se ti dicessi che quella signora è innocente? che sulla sua virtù non v’è nulla a ridire?
— Mi pare un po’ strano.
— Anche a me parve strano, anzi impossibile, eppure! Quella donna è una vittima, nient’altro che una vittima. La notte che io la sorpresi, la notte che tu sai ed in cui mi aiutasti con tanta accortezza, fu terribile, fu d’inferno. Ella aveva sempre taciuto di queste sue corse, temendo per me; ora che il caso l’ha denunziata, mi confessò tutto. Essa andava, indovina?
— ... dica — fece Ben, ansioso...
— A portare danari a Guy Stein, perchè viveva sotto la minaccia del di lui pugnale e, non per lei sola... Anche per me, capisci?... L’aveva incontrata un giorno, le si era posto alle costole e... sai chi sono costoro... Ebbe il torto di tacere e quella veramente fu la mia offesa... Credeva che io non riuscissi a liberarla? Credeva ch’io non avrei saputo dare in mano alla giustizia Stein ora che ciò mi interessava? Come se con i denari non si riuscisse a tutto!...
— È un fatto — sentenziò Ben — le donne, anche le più belle e le più ricche, sono donne un po’ tutte; peccano dell’istesso male e non pensano mai che ci può essere un uomo più forte del primo che le ha spaventate e dominate.
— Magnificamente, Ben, tu sei molto intelligente.
E tra sè: Intelligente e stupido secondo che io ti voglia.
— Io sono uno che rispetta molto il signore. Diamine! Il mio più lucroso cliente.
— Il domani di quella sera, io ho fatto pace con la signora... L’amo e non ho la forza di star con lei in collera, tanto più avendo chiarito le cose. Ma ho giurato di liberarla da quel furfante di Guy Stein...
— Non gridi tanto — osservò Ben.
— ... e tu, col tuo compenso mi aiuterai!
— In che modo?
— Con un servizio semplicissimo; non credere che io ti domandi dei miracoli...
Devi sapere che la signora non può piantare Guy Stein se prima non ricupera una cassetta di gioie che Stein tiene presso di sè.
Egli costrinse la signora a dargliele in pegno con minaccie e violenze ed essa, per la sua tranquillità e per la mia, che non sapevo niente, era giunta a tal punto di schiavitù. Ora se Stein è arrestato prima che si ricuperi la cassetta delle gioie, le gioie spariscono. Chi le trova più in mano ai soggetti che lo circondano?
Io ho studiato uno stratagemma.
— La cosa mi comincia a diventare difficile...
— Niente... niente di più semplice.
Io ho trovato uno stratagemma per cui la notte che ti indicherò, a te che aspetterai nel punto che t’insegnerò io... verrà una persona, oppure lui medesimo, Stein, e ti consegnerà la cassetta dei diamanti da portare a me.
— Lui stesso?!
— Sì lui...
— E poi lo arresteranno?
— Sicuro.
— E se anche questa volta non riuscissero ad arrestarlo e lui si accorgesse del tranello, il povero Ben, chi lo salverebbe? Chi è che non trova la vettura numero 13? Chi è che non conosce il vecchio Ben? Chi mi salva?
— È già tutto pensato, tutto disposto — rispose con gran calma Evaristo. — Volevi che io ti lasciassi in mano del nemico? Sei pazzo?
— Perchè, badiamo bene; Guy Stein non è solo un gran ladro, s’intende anche di arma bianca e d’arma da fuoco e poi ha tanta abilità e tante braccia al suo comando che arriva da per tutto...
— Dimmi, tu sei venuto dal Canadà? Ritorneresti al tuo paese?
— Al mio paese? Così povero? Senza avere mai fatto fortuna in tanti anni?
— Ah, no! Con la tua brava fortuna... in tasca.
— Lei ne ha sempre una di nuova...
— Sai perchè mi son fatto condurre qua?
— Per respirare un po’ d’aria libera...
— Te l’ho detto prima. Ora la cosa è diversa. Sta bene attento. La notte che ti verrà indicata, avrai nel ripostiglio su cui siedi un vestito nuovo che ti regalerò io. Quando tu avrai portato in casa mia la cassetta coi diamanti (tanti preziosi per 60 mila dollari) io ti darò 1500 dollari per te. Tu ritornerai qui, anzi un po’ più in là su quel ciglione. Ti muterai gli abiti e poi girerai la carrozza e la spingerai tanto tanto, finchè...
— La spingerò?
— Finchè la carrozza ed il cavallo non facciano il tonfo.
— Far morire il povero Gar?
— Silenzio. Dopo questa operazione... semplicissima, tu costeggiando, scendi alla marina, t’imbarchi col biglietto che io ti avrò dato, o per me Tommy se non ci fossi, consegnandoti anche i 1500 dollari e ritorni al Canadà con la tua fortuna in tasca... Senza contare che anche là io ti potrò assistere. Se il ladro sarà preso, tanto meglio; se la polizia, anche questa volta non riuscisse, tu sei al sicuro e Stein, quanto alla perdita delle gioie, data la disgrazia della carrozza penserebbe che tu pure sia diventato una vittima a tua volta.
— E la signora?
— Non ci pensare; essa poi sarà sicura come non è stata mai.
— Ecco, noi siamo al mondo per aiutarci l’un l’altro; ma ammazzare... far morire annegato questo povero Gar... che lavora da anni insieme con me... è troppo...
— È necessario... Non si ammazzano tutti gli animali per l’uomo? La lepre, la gallina, l’agnello, il bue, le anitre, i passeri, il leone, la tigre, non hanno gli stessi diritti del cavallo? Allora sarebbe inutile che l’uomo fosse il re degli animali... capisci? Del resto io posso pregare un altro di questo servizio, per risparmiare il tuo cavallo; vuol dire che 1500 dollari li guadagnerà un altro... Io come vecchia conoscenza ho voluto offrire a te l’affare... se non vuoi...
— Ah, dopo tutto, questo piccolo servizio lo voglio e lo devo rendere io.
— Hai capito perfettamente?
— Capito? Già... — continuò poi Ben, più sommessamente, accarezzando la testa del cavallo che pareva tutto inteso a quel discorso — già, ci son delle circostanze in cui la vita non si calcola, quando si tratta di rendere un servizio a persone a modo.
— Inutile che io ti raccomandi il silenzio — disse Evaristo sgranando gli occhi in faccia a Ben.
Questi, portandosi ossequiosamente la mano al petto, rispose:
— Sono cocchiere e tanto basta.
Evaristo aveva così svolto una parte del suo programma a base di una sequela di menzogne intrecciantisi, ma non privo di avvedutezza e di quella coesione, di quella preparazione logica, le quali sono tanto necessarie ad eliminare sospetti, a precludere la via ad ogni dubbio.
I lettori avranno già indovinato l’intero sistema, e se qualche punto rimanesse tuttavia oscuro, il seguito li persuaderà sempre meglio intorno alla mente acuta, al progetto vasto e coerente di questo aspirante a re delle ferrovie.
Non che un misero milione bastasse a realizzare l’idea grandiosa; tutt’altro! ma era il minimo necessario a raggruppare, di fatto, tutte quelle esteriorità e quelle pratiche necessarie, indispensabili a rappresentare il principio di una vasta associazione prima ancora che esistesse.
Tutto procedeva a seconda e ormai aveva anche calcolato con certezza matematica per qual giorno il movimento monetario della Casa permetterebbe di avere in cassa un effettivo immediato di contanti per un milione.
Tutto quel movimento commerciale e bancario che ormai cominciava a stancare e sgomentare qualche volta il suo padrone, egli lo aveva tutto nella propria testa, funzionante netto e lucido, come un gran congegno di orologeria, di cui gli indici con movimento regolare segnavano sul disco numerato, il lavorio dell’interno, le fasi di entrate, di uscite, di rialzi, di oscillazioni, di scadenze, attraverso alle quali lo speculatore tesoreggia il tempo fatto moneta.
***
Evaristo, che Ben aveva riportato a casa, cenò con buon appetito, poi acceso un zigaro si chiuse nel suo piccolo ed elegante studio:
Scrisse una lettera abbastanza lunga di due pagine ma molto adagio, quasi vagliando parola per parola.
Quando fu contento dell’opera sua, ricopiò con la macchina da scrivere quella lettera, bruciò l’originale di suo pugno e chiuse in un cassetto secreto la copia.
Che cosa aveva scritto? È quello che vedremo in seguito; per ora occupiamoci dell’antiquario Carassale, dell’abbandonato da Concetta.