62. Sui maltrattamenti e le burle d’ogni sorta cui eran soggetti i parassiti alle mense, vedi Alcifrone, Lett., III, 7, 48, nonchè III, lett. 6, 45, 66, 68, 70. — Cfr. Ateneo, Deipnos., lib. VI.
63. «Che voce è questa, o Socrate, che lontana ci viene dal mare? — È un uccello marino, detto Alcione, che ha questa voce di pianto e di lamento: e intorno ad esso contasi un’antica favola. Dicono che una volta egli era donna, figliuola di Eolo l’Elleno, donzelletta che si struggeva d’amore e disfacevasi in pianto perchè le morì lo sposo Ceice di Trachinia, prole dell’astro Lucifero, di bel padre bel figliuolo: e che di poi essendole spuntate le ali per volere divino, e mutata in uccello, andò scorrendo il mare in cerca del suo diletto, che ella per tutta la terra non avea potuto trovare. — E questo è l’Alcione? Io non ne aveva mai udita prima d’ora la voce. Oh mi lascia veramente un’eco di pianto nell’anima!» (Luciano, L’Alcione). — «L’Alcione se ne fuggì mandando un lugubre lamento» (Luciano, Di una storia vera). — Ed Euripide: «O augello Alcione che intorno agli scogli del mare canti il tuo aspro pietoso destino, e piangi ognora lo sposo, io non alato augello ben t’assomiglio ne’ mesti lai...» (Eurip., Ifig. in Taur.). Vedi ancora sulla tavola di Alcione, Ovidio (Metamorph., XI., 411 seg.; Heroides, XVIII, 81).
64. Qualche critico credette ravvisare una contraddizione tra il carattere affatto ingenuo di Glicera e la sua condizione di etéra. Veda quel critico il ritratto della virtuosa giovinetta etéra in Antifane (Aten., XIII, 572 a.), quello della dolcissima Bacchide in Alcifrone (Alcifr., Lett., I, 38) da me già citati nella nota sulle etére; e le lodi della leggiadra Pizia in Aristeneto: «Benchè ella sia etéra di condizione, tuttavia conserva la nativa ingenua semplicità, e l’indole irreprensibile, e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza» (Aristen., Lett., I, 12). Altrove nello stesso autore, la cortigianella Filemazio scrive ai galanti che le fan la corte: «Voi credete di agevolmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla che non ha alcuna esperienza d’amore e non è ancora iniziata ai misteri di Venere (ὥς ἐρωτικῶν ἀγύμναστον παῖδα, καί παντελῶς ἀμύητον Αφροδίτης) e potermi accalappiar più facilmente che non possa il lupo un’agnellina dormente» (Aristen., Lett., I, 14). — E altri esempj, in Menandro e nei comici della commedia nuova, tralascio.
65. «Verun altro non fuvvi nè privato, nè re, il quale sette cocchi mandasse ai giuochi olimpici, fuor che egli solo. Lo aver poi riportato quivi la prima, la seconda e la quarta vittoria, al dir di Tucidide e la terza al dire di Euripide, è cosa che supera lo splendore e la gloria di quanti si studiarono adoperarsi in siffatte contese» (Plutarco, in Alcib.; Andocide, Contra Alcib., 26; Tucid., VI, 16; Isocr., De Big., XIV., e Aten., I, 3).
66. Pindaro, Odi. Vincitori d’Olimpia a cui il poeta Tebano dedicò parecchie delle sue odi.
67. «Te canterò di Clinia figlio, ecc.» (Eurip., Framm.; Plut. in Alcibiade).
68. Spedizione del Peloponneso dell’anno 419 av. l’E. V. Fu la terza campagna di Alcibiade e la prima in cui egli ebbe un comando di stratego, e vi acquistò fama di insigni talenti militari. Qui Alcibiade, naturalmente avveduto nello spiegare a Glicera e nello scegliere le ragioni della sua modestia, non attribuisce a sè che impropriamente (come Glicera dee saperlo) il torto della sconfitta di Mantinea, toccata agli alleati ateniesi ed argivi (418 av. l’era volgare).
69. Platone, Simposio; Apologia XVII; Plut. in Alcib.; Ateneo, Deipnosof., V, 215 e seg. — Plutarco così narra: «Essendo ancor giovanissimo si trovò Alcibiade alla spedizione di Potidea. Egli alloggiò sempre Socrate nella sua tenda, l’ebbe compagno in tutti i combattimenti e nel giorno della grande battaglia, in cui fecero entrambi prodigi di valore. Essendo stato Alcibiade ferito e atterrato, Socrate se gli pose davanti, lo difese, e in cospetto di tutto l’esercito impedì ai nemici di prenderlo e di impadronirsi delle sue armi. Il premio del valore era dunque giustamente dovuto a Socrate; ma i capitani parendo disposti a darlo ad Alcibiade a cagion del lignaggio di lui, Socrate, il qual non cercava che di accendere in lui viemeglio il desiderio della vera gloria, fu il primo a dargli il proprio suffragio, e fu quegli che maggiormente contribuì a fargli decretar la corona e l’armatura completa, che erano il prezzo d’onore.» Ciò avveniva l’anno 431 av. l’E. V.
Più tardi, alla battaglia di Delio (423 av. l’E. V.), Alcibiade ricambiava il beneficio, e combattendo valorosamente salvava Socrate alla sua volta dai nemici, — come narra Platone nel Lachete.
70. ούκ ὤν ἀνὴρ γὰρ Ἀλκιβιάδης, ὣς δοκεῖ, — ἀνὴρ ἀπασῶν τῶν γυναικῶν ἔστι νῦν. Così il comico Ferecrate (Fragm. Comic. Graec, edizione Didot, pag. 114). — All’epoca dell’azione del dramma, la moglie di Alcibiade, Ipparete — (che d’altronde non ebbe nessuna parte notevole nella vita di lui, e non è ricordata dagli storici che per la scena del divorzio) — era già morta durante un viaggio fatto da Alcibiade ad Efeso, qualche anno prima della impresa di Sicilia (Plutarco, in Alcib., VIII. Cfr. Isocr., De Bigis, XVII).
71. Massima era l’ambizione che le donne greche e le ateniesi in ispecie, riponeano nella ricchezza e nel color delle chiome, e nella eleganza delle acconciature. Le portavano per lo più bipartite sulla fronte e intrecciate e annodate dietro il capo; però i capelli crespi o ricciuti, per arte o per natura, eran tenuti in gran pregio, giovando l’increspamento ad adombrare e far piccola la fronte, la cui ampiezza, come era un pregio per gli uomini, così ascrivevasi nelle donne a difetto (Aristen., Lett.). Fra i colori poi pregiatissimo il biondo: aurea chiamavano Venere: e quelle che bionde non erano, per lo più si tingeano. Rileviam da’ frammenti di Menandro ch’ei discacciò di sua casa una donna la quale facea pompa di chiome artificiosamente bionde (Clem. Alex., Paedag., III). — Eliano scrive della chioma di Atalanta, ch’ella era bionda e dovea questo colore «alla natura, non all’arte, nè alle droghe di che le femmine fan uso per procacciarselo» (El., Var. St., XIII, 1). — E Luciano: «Il più del tempo e dello studio consuman le donne in acconciar le treccie. Alcune con tinture che hanno virtù di far d’oro i capelli, al sole di mezzodì, a guisa di bioccoli di lana, li ritingono di un biondo fiorito, scontente del color naturale. Quelle poi che si contentano (notisi la parola) della nera chioma, vi spendono la ricchezza de’ mariti e spirano dalle treccie tutti i profumi d’Arabia. Con istrumenti di ferro scaldati a leggier fuoco si increspano e inanellano i capelli, che scendendo in minuti ricciolini fin sopra le sopracciglia lasciano breve spazio alla fronte: di dietro cascano in grandi anella e ondeggian sugli omeri,» (Luc., Amori).
72. Cfr. Anacreonte, Odi, 28, 29.
73. Siccome le greche non usavan fazzoletti (le idee d’allora intorno alla pulitezza e alla creanza vietavano ad uomini e a donne di asciugarsi il sudore e di soffiarsi il naso: la siccità del naso era riguardata uno fra i pregi principali della bellezza, comunque da un epigramma di Marziale potrebbe arguirsi che gli antichi si soffiassero colle dita), così non è strano che elle non usassero nè tasche, nè borse. Però la fascia o cintura che stringea loro la tunica sotto le mammelle (strofio) serviva ad esse insieme per riporvi le lor coserelle più care — danaro, biglietti, lettere degli amanti, pegni dolci e furtivi d’amore, ecc., ecc
Senofonte, nella Ciropedia, ricorda pur egli a titolo di lode, e in prova di moderato vivere, come anche i Persiani a’ suoi tempi tenessero per cosa sconcia sia lo sputare che il pulirsi il naso: e ne dà la ragione osservando «che col praticare un vitto temperato e col faticare, essi disseccavano gli umori del corpo così da potersi altrimenti dispergere» (Sen., Cirop., I, 1).
74. Plinio (Nat. Hist., XIII, c. 10) fa l’invenzione della carta di papiro posteriore di un secolo circa all’epoca del nostro dramma: egli la pone cioè ai tempi di Alessandro, ossia quasi intorno all’epoca medesima che, secondo lui, fu inventata a Pergamo la pergamena pella biblioteca d’Eumene. Ma che l’invenzione del papiro sia assai più antica, e nota ai tempi di Alcibiade, si rileva da Erodoto che già parla del papiro, sotto il nome di βύβλος (lib. V, cap. 8); anzi egli aggiunge che prima che il papiro (βύβλος) fosse comune, si scriveva già sopra pelli di capra o di pecora (lib. V, cap. 58): e se ne formava una specie di libro che diceasi διφθέρα. V’eran di tali libri in pergamena legati anche alla foggia stessa dei nostri — tabellae (Pitt. Herc., tom. II, tav.). Quanto ai manoscritti di papiro trovati ad Ercolano, sono tutti fatti a rotolo — cioè a dire di quelli che i Latini chiamavano volumen.
75. Liceo o Licio, (λυκαῖος) soprannomi, fra i tanti, di Apollo siccome nato in Licia, nell’Asia minore, o perchè autor della luce (λυκή) o perchè Latona quando lo partorì, al dir d’Eliano, trasformossi in lupa (λύκος). — Sire della licea pendice dal bell’arco d’oro, lo chiama Sofocle, nell’Edipo: — Dio liceo fugator della notte, nella Elettra. Dicevasi perciò anche licogenete, figlio della lupa; e licigenete, padre della luce: εὔχεο δ’Απόλλωνι λυκηγένει κλυτοτόξω, prega Apollo padre della luce inclito per l’arco (Om., Iliad., 4). Ad Apollo Licio consacrò Pisistrato in Atene quel parco che più tardi divenne il celebre Liceo.
76. Κωρυκαῖος δαίμον. Dicevasi proverbialmente di uomo che inosservato si insinua e ascolta e spia i discorsi e i fatti degli altri. (Vedi Alcifrone, Lett., III, 26). Intorno alla origine del proverbio si narra che in Córico, città marittima di Panfilia, era una razza di gente malvagia, la quale, mischiandosi ai mercatanti, spiava ciò che essi recavano sulle loro navi, per dove dicevano di voler veleggiare e quando: poi ne avvertivano i corsali, e questi, colto il momento opportuno, assaltavan le navi e le predavano. — Vedi Suida, Erasmo ed altri.
77. Portava (Alcibiade) una foggia di calzari ricchissimi, diversi da quelli degli altri; che dal suo nome furon detti alcibiadei (Ateneo, XII, 534 d. ἀλκιβιᾶδια son detti in Polluce, VII, 89).
78. Modo proverbiale greco, equivalente al nostro — da galeotto a marinaro (Wieland, Aristip., V, lett. 4). I Cretesi avevan fama di grande furberia; e quei di Egina ancora più. Diceasi anche, per proverbio, di uomo astuto, che facesse l’ingenuo e lo gnorri: Pare un Cretese che non abbia mai visto il mare (Aristen., Lett., II, 18).
79. Vedi il discorso di Nicia contro Alcibiade, in Tucidide, Guerra Pelop., VI, 12.
80. Sui vasti ambiziosi disegni di Alcibiade, vedi Plutarco, in Alcibiade; Tucid., Guer. Pelop., VI, 90; Platone, Primo Alcibiade.
81. Re o gran re chiamavano i Greci per antonomasia il re di Persia. Vedi Senofonte, Anabasi; Aristofane, Plutarco, Demostene, ecc.
82. ἐγὼ δὲ τοῦτον (Σωκράτη) μόνον αἰσχύνομαι. ξῦνοιδα γὰρ ἐμαυτῷ ἀντιλέγειν μέν οὔ δυναμένῳ, ὤς οὔ δεῖ ποιεῖν ἄ οὔτος κελεύει κ. τ. λ. — Vedi tutto il discorso di Alcibiade nel Simposio di Platone (c. 32 seg.) e Plutarco in Alcib. Confronta Platone, Primo Alcibiade.
83. βίᾳ οὔν ὤσπερ ἀπὸ τῶν Σειρήνων ἐπισχόμενος τα ωτα οἴχομαι φεύγων (Platone, Simposio).
84. «Socrate era quello che aveva maggior ascendente sopra Alcibiade, e profittando della buona indole di questo giovine sapeva tenerlo in freno colla forza de’ suoi discorsi, che lo pungevano al vivo, ne mutavano il cuore e gli faceano persino versar lagrime; ma spesse volte altresì Alcibiade gli sfuggiva di mano per darsi in balìa degli adulatori: e allora Socrate a corrergli dietro... Poichè quegli che corrompeano Alcibiade si prevaleano meno della sua inclinazione ai piaceri, che non si servissero della sua ambizione e della sua sete ardente di gloria» (Plutarco in Alcibiade).
85. δοκεῖς ἂν μοι ἐλέσθαι τεθνάναι (Platone, Primo Alcibiade, 2).
86. Cfr. Platone, Primo Alcib., 2.
87. «Sul finir della vita di Pericle, gli Ateniesi si eran posti in capo di conquistar la Sicilia: e sotto pretesto d’inviar di quando in quando soccorsi d’armi o di truppe alle città oppresse e maltrattate dai Siracusani, vi si andavan spianando la via; ma chi accese maggiormente questa brama, chi più fortemente persuase gli Ateniesi ad andare in Sicilia non alla spicciolata, ma in grosse schiere e d’un sol colpo, con una flotta poderosa ed invadere e soggiogar quell’isola, fu Alcibiade, col pascere ch’ei faceva il popolo e sè stesso di grandi speranze...» (Plutarco in Alcibiade).
Dallo stesso Plutarco si rileva che Socrate fu contrario alla impresa, non presagendone nulla di bene: come l’evento provò.
88. Tucidide, Guerra Pelop., VI, 18. — Vedi quivi il discorso di Alcibiade agli Ateniesi.
89. Sul valor del talento e sulle monete attiche, vedi atto secondo, nota 7.
90. Cfr. col processo socratico di questo dialogo anche il dialogo di Socrate e Glaucone, in Senofonte (Memorabili, III).
91. Questo spirito irrequieto di intraprendenza, di attività febbrile, di temerità che trascinava Atene, d’impresa in impresa, non anco uscita da una guerra in altre guerre più gravi, fu un lato caratteristico della democrazia ateniese: e il temerario intraprendente Alcibiade potè tanto sopra di Atene, perchè appunto anche in ciò fu la sintesi completa del carattere del suo popolo. Così Socrate in questa scena rimprovera ad Alcibiade di spinger Atene alla guerra di Sicilia, mentre quella del Peloponneso le sta ancor sulle spalle, — come più tardi Demostene rimproverava agli improvvidi Ateniesi di pensar a nuove guerre coi Persiani, mentre avevano il Macedone alle porte: «Perchè imaginare nuovi nemici, mentre già li abbiamo palesi? τί τοὺς ὁμολογοῦντας ἔχθρους ετέρο’υς ζητοῦ μὲν; (Demost., Sulla guerra persiana).
92. Pigro, ciarliero, avaro, ingordo de’ salarj, è chiamato il popolo ateniese in Platone, (Gorgia, p. 515). Vedi poi Aristofane nelle Vespe, commedia tutta intesa a flagellare questa brutta piaga della democrazia ateniese. E Demostene, serbato a vederne a’ suoi tempi ancor più funeste le conseguenze, sclamava: «Ormai tutto come in mercato sta a prezzo: ed è scambiato da passioni che già appestarono e sovvertirono la Grecia. E quali? avara sete di mance; riso per chi la confessa; perdono per chi è convinto, e tutte l’altre necessità di corruzione» (Filipp., III).
93. Plutarco in Pericle, 9. — Platone, Gorgia; Repub., 6. — Cfr. Peyron, La politica e l’amministrazione di Pericle; § 8.
94. La riduzione del soldo militare (quattro oboli al giorno per soldato) ordinata da’ demagoghi successori di Pericle per provvedere alle strettezze dello erario, — in un tempo in cui la introduzione delle mercedi del foro e dei tribunali e degli spettacoli avea già sviluppate nel popolo le abitudini dell’ozio e l’avida sete dei pigri guadagni — ebbe per effetto di disamorare a poco a poco i cittadini dall’esercizio della milizia. I popolani, certi di guadagnar tre oboli a casa loro, sedendo nello Pnice, o a teatro o nell’Eliea, meno facilmente si adattarono a scambiare, per un solo obolo di più, la vita beata della città con quella dei campi e delle triremi. Nell’impresa di Sicilia bisognò portar di nuovo il soldo ad una dramma per allettare i cittadini a pigliar l’armi: e ancora l’aumento non sedusse gli opliti agiati delle prime tre classi: ossia i veri opliti di catalogo (ἔκ καταλόγου) iscritti nei ruoli; perchè soli 1500 di questi si contarono nei 5100 opliti raccolti per quella spedizione: il resto degli opliti si dovette formare, come la fanteria leggiera, di proletarj della quarta classe, e alleati mercenarj allettati dall’aumento. Terminata la spedizione di Sicilia, col disamore dell’armi più e più crebbe questa piaga de’ mercenarj: di che Isocrate scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti, ricusiamo di militare, abbiamo eserciti mercenari composti di uomini esuli disertori, malfattori, oltraggiatori de’ nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri dia loro un soldo maggiore. Noi che difettiamo del vitto quotidiano, prendemmo ad alimentar questi forestieri» (Isocr., Sociale, 16). E Demostene: «Non mi si parli di dieci e ventimila forestieri e di eserciti mercenarj; voglio milizie cittadine, voglio 2000 uomini dei quali almeno 500 sieno ateniesi, gli altri sieno pure stranieri; voglio 200 cavalieri, de’ quali almeno 50 siano cittadini» (Dem., Filipp., I). Se Demostene, osserva il Peyron, volendo formare un esercito di 2000 opliti si contentava di soli 500 ateniesi, che mai erano divenuti quei 13,000 opliti cittadini, che Pericle al principio della guerra si riprometteva? Erano registrati nei ruoli, ma per più ragioni si scansavano dalla milizia (Cfr. Peyron, La politica e l’amministrazione di Pericle, § 8).
95. Ad Atene i popolani, per andare a teatro, ed assistere agli spettacoli, non pagavano, ma al contrario ricevevano un obolo per ciascuno. — «Ed essendo egli incaricato di distribuire alla tribù Eretteide il denaro dello spettacolo, io andai a chiedergli la parte mia» (Luciano, Timone). Indi in Demostene frequentissimi i lamenti per lo sperpero del pubblico denaro nelle feste: «Voi (Ateniesi) per le pubbliche feste ricevete danaro senza che alla repubblica ne derivi utilità» (Dem., Olint., I). «Create legislatori non leggi, che n’avete già troppe: anzi sopprimetene parecchie dannose, quelle cioè che riguardano il denaro degli spettacoli» (Olint., III). «Voi popolo invilito, fiacco, spiantato, siete tenuti schiavi e in nessun conto, e tanto solo che vi snocciolino il denaro degli spettacoli, ne fate gran festa...» (Ibid). — «E d’onde, Ateniesi, che le feste Panatenee e le Dionisiache si celebrano sempre ne’ tempi prefissi, e vi si fa tanto spreco di denari che non si armò mai con altrettanto nessun naviglio e con tale apparato e moltitudine che mai la maggiore?» (Filipp., I. — Cfr. Demost., Della distribuzione del danaro). Vedi il mio opuscolo Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle.
96. Ho modificato nella forma, non già, credo, di molto, nella sostanza e nel concetto, la sentenza famosa che forma la conclusione del Primo Alcibiade e il fondo della morale socratica: conosci te stesso. Nel dialogo platonico questa sentenza non è infatti presentata da Socrate ad Alcibiade, se non come corollario della incapacità di Alcibiade a governare la cosa pubblica; incapacità di cui Socrate gli strappa a poco a poco la confessione. Perchè è incapace? Perchè parla di cose che ignora. Per governar gli altri bisogna prima governar sè medesimo. Per governar sè medesimo, bisogna prima conoscersi: γνῶθι σαυτὸν (Platone, Primo Alcib., cap. 18, 26; Protag., c. 28; Filebo, c. 29; Carmide, c. 12).
97. Plat., Simpos., 1. — Quei di Falera (borgo di Atene, della tribù Antiochide) erano proverbiali per la lentezza con cui camminavano nelle cerimonie pubbliche.
98. E camminiam curvi per la città, come quei che portan le lampade (Aristof., Lisistr.) Della festa o gara delle lampade (lampadeforìa) ch’era celebre in Atene, e solennizzavasi, secondo lo scoliaste di Aristofane, ogni anno il dì 19 del terzo mese attico, così parla Pausania: «Nell’Accademia è l’altar di Prometeo. Da qui si partono le persone e van correndo verso la città con fiaccole accese in mano. La contesa consiste in portar la face così che correndo rimanga accesa. Se si spegne al primo, egli non ha più parte nella vittoria, ma gli sottentra il secondo, e se nè questi ancora la porta accesa, il terzo è vincitore, ma se a tutti si spegnessero le faci, niuno rimarrebbe vittorioso» (Paus., I, Attic. 30. — Cfr. Aristof., Vespe; Senof., Finanze d’Atene, IV; Eschilo, Agam.)
99. Sull’ombra del gnomone, orologio solare (γνώμον, στοιχεῖον), calcolavansi l’ore. (Ateneo, Deipn., I, 8; VI, 42; Aristof. in Polluce, IX, 46; Aristof., Eccles., v. 652; Alcifr. III, 4).
I primi orologi solari (Erodoto, II, 109, li dice introdotti in Grecia dai Babilonesi; Diogene Laerzio invece ne fa inventore Anassimandro, e Plinio, Hist. Nat., 76, il discepolo di Anassimandro, Anassimene milesio, che avrebbe posto il primo gnomone a Sparta) consistevano in una colonna drizzata sopra uno spazio piano, su cui segnavansi diverse linee: e l’ombra della colonna che riflettevasi successivamente su di esse, segnava le ore. In seguito, e già all’epoca del dramma nostro, usarono per maggiore speditezza piantar un gnomone o stilo di ferro sopra una parete o una colonna; e rendea lo stesso servigio. L’ombra dello stilo accorciandosi o allungandosi col corso del sole indicava le ore col numero dei piedi di lunghezza. Indi, per chieder l’ora, usavasi dire Che ombra fa? Naturalmente di buon mattino l’ombra era lunghissima (Palladio, De re rustica, calcola di 29 piedi l’ombra di un quadrante antico, in gennajo, al levar del sole) e più diminuiva accostandosi al meriggio, per tornare a crescer poi: sicchè l’ore di primo mattino e di sera inoltrata eran segnate dal numero di piedi maggiore. Per altro, sul numero preciso dei piedi, corrispondente fra i Greci alle singole ore, non si hanno che calcoli approssimativi e molto incerti; pare, per esempio che il quadrante di Palladio, costrutto pel clima di Bisanzio, registri la divisione dei piedi in numeri maggiori probabilmente che non si usasse ad Atene: poichè in Aristofane e in Menandro, presso Ateneo, vediam fissata di solito per ora della cena in Atene l’ombra di dieci o di dodici piedi: e si sa che ad Atene la cena (δεῖπνον) aveva luogo ad ora assai tarda, al tramonto del sole o anche dopo. Vero è che in Eubulo, presso Aten. I, 8, troviam menzionata come ora di cena un’ombra di venti piedi: che accenna probabilmente ad un gnomone diviso in 24 piedi.
L’ore poi del giorno erano di due sorta: equinoziali che partivano il dì civile, come da noi, in 24 parti eguali: e artificiali, che dividevano sempre tanto il dì che la notte in dodici parti, più lunghe o più brevi quindi, secondo la lunghezza dei giorni e delle notti nelle varie stagioni. Quest’ore artificiali si designavano sommandole a tre a tre, ossia si ripartivano in quattro divisioni eguali di tre ore ciascuna, tanto pel dì che per la notte. Di giorno, le tre prime ore dal levar del sole dicevansi la prima; le tre seguenti, la terza; poi la sesta e la nona. Di notte, le prime tre ore del tramonto dicevansi prima vigilia, le tre successive seconda vigilia; poi terza e quarta vigilia.
Nella tavola di Palladio sopra ricordata, l’ombra di 15 piedi, qui accennata nel dialogo, corrisponderebbe appunto alla terza ora artificiale: vale a dire siamo sul finir della prima: e la terza di cui parla Carinade più innanzi, non cominciava che alla quarta ora dal levar del sole (Cfr. circa l’ora mattutina dell’assemblea, Aristof., Acarn.; Eccles.).
100. E dorme, come dice il proverbio, le tre notti d’Ercole (Alcifir., Lett., III, 38). È nota la favola di Giove che giacque con Alcmena, e per goderne più a lungo prolungò il corso di una notte a quello di tre: dal qual concubito nacque Ercole (vedi Plauto, Anfitrione).
101. Con una corda tinta di rosso e distesa due servi pubblici spingevano alla adunanza i più lenti. Il segno rosso che rimaneva sulle loro vesti li faceva incorrere in una multa ossia nella perdita dei tre oboli, come ritardatarii. Parlando dei ritardatarii, così segnati, Aristofane fa dire a Cremete nelle Aringatrici: «Ed era soggetto di molto ridere nell’assemblea la gran copia di rosso che si era sparsa all’intorno» (Cfr. Aristofane in principio degli Acarnesi).
102. Tesmotéti: erano gli ultimi sei de’ nove arconti. Quando l’autorità regia fu circoscritta in Atene dopo la morte del re Codro (1092 av. l’E. V.), i suoi eredi e successori della sua stessa dinastia continuarono a tenere sotto il nome di arconti la dignità suprema dello Stato, con obbligo però di dar conto della loro amministrazione al popolo (Paus., IV, 5, 10; Elian., Var. St., VIII, 5): fino a che nel 752 av. l’E. V. gli Eupatrìdi, abbattuto l’arconte Alcmeone, limitarono il potere dell’arconte responsabile, rendendolo da ereditario elettivo, e da vitalizio temporaneo, circoscritto a dieci anni (Dion. Alycarn., I, 72). Più tardi infine, nel 682 av. l’E. V., a prevenire possibili usurpazioni, anche l’ufficio dell’arconte decennale fu abolito, e i poteri supremi dello Stato che si concentravano in lui furono ripartiti fra nove magistrati annuali, che conservarono il titolo di arconti. Scelti ogni anno per suffragi tra la classe degli eupatrìdi, essi avevano la direzione generale degli affari interni ed esterni della città.
Il primo dei nove — ch’era l’arconte per antonomasia e chiamavasi arconte epònimo, perchè dava all’anno il proprio nome — stava a capo dell’amministrazione civile: contratti, donazioni, successioni, matrimonj, divorzj, testamenti, tutela degli orfani, ecc. Il secondo, arconte re o basileo, era sommo sacerdote, presiedeva agli affari del culto; sagrifizi, feste, giudizj di sacrilegio, ecc. Il terzo arconte, ossia il polemarco, aveva il comando supremo delle forze militari e la direzione delle cose spettanti alla guerra. Gli altri sei arconti, designati insieme sotto il nome di Tesmoteti, istruivano i processi criminali più importanti, giudicavano in ultima istanza delle cause civili, e in generale degli affari che non erano di speciale competenza dei primi tre arconti.
Al tempo di Alcibiade però le riforme democratiche avevano diminuito di assai questo potere degli arconti. La creazione de’ dieci strategi avea tolto al polemarco il comando degli eserciti, come i tribunali degli eliasti limitarono il poter giudiziario dell’eponimo e degli altri arconti, ridotto ormai a poco più che alla istruttoria e alla presidenza nei giudizi di loro giurisdizione (Corsini Fasti attici, I; Schömann, Antich. greche, I, 412; Hermann, Antich. polit., 138; Meursius, Arconti, I, 1).
103. L’obolo (attico) era una piccola moneta in origine d’argento, ma più tardi di bronzo, del valore di circa 15 centesimi italiani. Formava la sesta parte di una dramma (attica) ch’era moneta di argento, del valor di circa 90 centesimi italiani o poco più.
Variano molto i còmputi degli scrittori circa il ragguaglio delle monete ateniesi. Valutando col Boeckh, ch’è fra i più attendibili, la lira ateniese, ossia la dramma attica, 92 centesimi di franco, offro qui, a schiarimento del lettore, alcune indicazioni:
Un obolo valeva 15 centesimi e 33 millesimi.
L’obolo dividevasi in 8 calchi: ossia il calco valeva qualcosa meno di due centesimi; e tre calchi formavano il tricalco, ch’era piccola moneta equivalente al nostro cinque centesimi, o poco più. Dividevasi anche l’obolo in sei denari: ossia il denaro valeva qualche cosa più di due centesimi e mezzo; e ogni denaro in sette terunzj o minuti: cioè ogni terunzio valeva poco più di un terzo di centesimo.
Due oboli formavano il simbolo o diòbolo, la mercede degli spettacoli. Tre oboli erano il famoso triòbolo, la mercede del foro e degli eliasti = L. 0,46. Due trioboli, ossia sei oboli, formavano la dramma = L. 0,92. Quattro dramme formavano la tetradramma = L. 3,68, tipo di monete d’argento, delle quali un buon numero è pervenuto sino a noi. Le tetradramme, di cui le più antiche furono battute al tempo di Pericle, hanno, negli esemplari che ancor ce ne restano, la forma solita quadrata delle monete antiche, e recano da un lato la impronta di Minerva, dall’altra quella di una civetta.
Cento dramme formavano una mina = L. 92. Sessanta mine, ossiano seimila dramme, formavano un talento (attico) — moneta nominale — il quale valeva quindi = L. 5520. E così le entrate di Atene che nel nono anno della guerra peloponnesiaca salivano alla cifra di 2000 talenti, volevano dire la somma di L. 11,040,000. Somma ragguardevole se si ha presente il prezzo altissimo del denaro a quell’epoca in cui il triobolo, ossia i 46 centesimi degli eliasti, rappresentavano una mercede sufficientissima al vitto quotidiano di un cittadino, e in cui i provveditori generali della repubblica erano pagati con due, tre o quattro dramme al giorno (da meno di due a meno di quattro lire).
Oltre le monete attiche, molte altre greche ed asiatiche avean corso sul mercato di Atene. Così la dramma di Corinto e la dramma di Egina che valeva L. 1,53; e l’obolo di Egina che valeva in proporzione la sesta parte, ossia centesimi 25 e mezzo.
Vi era il bue, così detto dall’impronta di un bue, che valeva due dramme, ossia un didramma; il core che valeva quattro dramme, ossia una tetradramma.
Vi era lo statere, moneta d’argento, valutato dal Peyron L. 6,12. Altri fanno lo statere (d’argento) equivalente alla tetradramma.
Lo statere darico, ossia il darico, era il nostro napoleon d’oro. Valeva secondo gli uni 20 dramme = L. 18,40, secondo gli altri 25 dramme = L. 23. Il darico era moneta di conio persiano, di oro purissimo, e recava l’impronta di un saettiere.
Lo statere d’oro, secondo il Volaterrano, valeva quanto la mina, ossia 92 lire.
Il talento babilonico infine valeva un quinto di più del talento attico, ossia invece di 60 valeva 72 mine = L. 6624.
104. Perchè la povertà non togliesse i proletarj che esercitavano un mestiere e del lavoro di esso campavano, dal frequentar le assemblee del foro e i tribunali; e per servire insieme alle proprie mire di dominio assicurandosi così contro la fazione che lo osteggiava l’appoggio delle classi popolari, Pericle assegnò agli intervenienti alle assemblee la mercede di un triobolo (46 centesimi) per ogni seduta (μισθὸς ἐκκλησιαστικὸς) e così pure stabilì la mercede di un obolo, che venne poi anch’essa elevata a tre, per ogni tornata (μισθὸς δικαστικὸς) a coloro che sedevano giudici nei tribunali o dicasteri della Eliea. In appresso Pericle completò questo suo sistema di largizioni che asciugavan l’erario, ma gli cattivavano il favor popolare, coll’aggiungere anco la mercede di due oboli per li spettacoli (θεωρικὸν) e il soldo militare. — E la smania di passar il tempo nei tribunali e nelle assemblee, non tardò a divenire una caratteristica delle classi povere in Atene, acremente satireggiata da Aristofane nelle sue commedie e specialmente nelle Vespe. In quella de’ Cavalieri Aristofane chiama il popolo confraternita di triobolisti. Indi Senofonte scriveva: «la plebe ambir soltanto quelle magistrature che fruttavanle qualche obolo,» e Aristotile: «Mercedi, ozio e desiderio di assembrarsi esser cose connesse fra di loro» (Senof., Rep. Aten., I, 3; Aristof., Polit., IV, VI): e Socrate infine chiamar, come vedemmo, il popolo, chiacchierone ed ingordo di salarj (Plat., Gorgia).
105. Eliasti o dicasti erano i giudici cittadini, ovvero i nostri giurati: e giudicavano così delle cause criminali come delle civili. Traevano il nome ἠλιασθαί da ἠλιος cielo, perchè giudicavano a cielo aperto. Si sceglievano ogni anno a sorte in numero di seimila, (ossia in ragione di 600 per ciascuna delle dieci tribù) fra i cittadini di tutte le classi, che avessero raggiunta l’età di trent’anni. Di questi seimila, che formavano complessivamente la Eliea, cinquemila venivano, pure a sorte, ripartiti in dieci dicasteri o corti di giustizia di 500 eliasti ciascuna: gli altri 1000 funzionavano da giurati supplenti pei casi di assenza, morte, malattia, ecc., durante l’anno. Nei dì di seduta, tutti gli eliasti convenivano in piazza, ossia nell’agora, e là il tesmoteta indicava a quale dicastéro o corte era assegnata la tal causa, sicchè alla vigilia del processo gli accusati interessati ignoravano da quali giudici sarebbero giudicati. Le sedute delle corti di giustizia si tenevano sotto la presidenza di uno dei tre primi arconti o di uno dei tesmoteti, secondo la rispettiva sfera di competenza di quei magistrati; per gli affari militari si tenevano sotto la presidenza degli strategi. I magistrati presidenti avevano il carico dell’istruttoria delle cause, su cui il voto dei 500 eliasti, udite le parti e le difese, decideva (Meyer e Schömann, Der attische Prozess).
106. Nottole del Laurio, civette del Laurio (γλαῦκες λαυριοτικαὶ, Aristof., Uccelli), chiamavan gli Ateniesi, con frase scherzevole, le monete di argento che recavan l’impronta di una nottola, ed erano coniate coll’argento delle miniere del Laurion. Negli Acarnesi Aristofane chiama anche tre cuculi, κοκκυγές τε τρεῖς, i tre oboli della paga del foro.
107. Modo greco proverbiale nato dall’apparir delle rondini come nunzie della fine dell’inverno e portatrici della bella stagione: con che significavasi il voto di un mutarsi in meglio della sorte. Così Mnesiloco invoca l’apparir della rondinella nelle Tesmoforie di Aristofane.
Ancor oggi la canzone delle rondinelle, di cui parlan gli antichi, viene intonata il primo di marzo, scrive l’Ampère, dai fanciulli greci, e a Rodi i garzoncelli cantano ancora: «È venuta, è venuta la rondinella, che mena la bella stagione! Aprite, aprite la porta alla rondinella!» (Cfr. Ampère, Poesia greca in Grecia).
108. Ossia del borgo o demo di Sunio. Vedi in proposito la nota 55 dell’atto primo.
109. La mercede di Pericle aveva sedotto in particolar modo, come accennammo, i cittadini artigiani dell’ultima classe, i quali trovavano più comodo seder nell’assemblea che sudar nella bottega. Senofonte fa dire a Socrate nei Memorabili (III, 7) che il foro riboccava di «lavoratori, calzolaj, fabbri, agricoltori, mercanti, ecc.» E Platone, per bocca ancora di Socrate, annovera fra coloro che dan consigli alla città nell’assemblea architetti, fabbri ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri, ecc. (Protag., X).
110. Questo chiacchierio sfaccendato dei popolani sciupanti il tempo in piazza a domandarsi le notizie della giornata, dava terribilmente sui nervi al buon Demostene. «Mentre Filippo sfida armi, fatiche, cimenti, non perde occasioni nè tempi, noi Ateniesi invece impigrire e sfaccendati per piazza domandarci l’un l’altro: che c’è di nuovo? ἡμεῖς δὲ... οὐδὲν ποιοῦντες... καί πυνθανόμενοι κατὰ τὴν ἀγοραν εἴ τι λέγεται νεώτερον (Dem. Sulla lettera di Filippo). E altrove: «Volete forse baloccando in giro su per la piazza domandarvi: che nuova c’è? περιιόντες... πυνθάνεσθαι κατὰ τὴν ἀγορὰν λεγεταὶ τι καινὸν. Qual nuova più strana che un uomo macedone debelli gli Ateniesi?» (Demost., Filipp., I).
111. «Come van sempre peggio i fatti miei, alla foggia, com’è il proverbio, di Mandràbulo» (Alcifrone, Lett., I, 9). Modo proverbiale originato da certo Mandrabulo, il quale avendo trovato un tesoro, offerse il primo anno a Giunone Samia una pecora d’oro, il secondo una d’argento e il terzo una di bronzo, il quarto nulla (Vedi Luciano, De merc. conduct., e Suida).
112. Usavano mettere in bocca il danaro «Quando torno a casa, la mia figliuola, chiamandomi babbo, mi trae i tre oboli di bocca» (Aristof., Vespe).
113. Per i dodici Dei. I dodici Dei maggiori, compresi da Ennio nel suo distico:
Juno, Vesta, Minerva, Ceres, Diana, Venus, Mars,
Mercurius, Jovis, Neptunus, Vulcanus, Apollo,
avevano nella piazza Ceramica d’Atene un’ara ad essi dedicata, perciò detta δωδεκάθεον, e invocavansi spesso nelle esclamazioni.
114. «Dimmi, o padre, se oggi l’Arconte non terrà giudizio, come mai ci compreremo noi da pranzare?» (Aristof., Vespe).
115. A ogni novilunio, cioè al cominciar d’ogni mese, i ricchi usavano far le lustrazioni, ossia purificar le loro case: e i cibi che si trovavano avere, per non li buttar via, li esponevano nei trivj, dove Ecate adoravasi, in offerta a quella Dea; e diceansi: cene di Ecate, o anche appunto cibi lustrali. Per lo più consistevano tali offerte in uova e in cacio. Appena poi gli offerenti partivano, quelle vivande venivano dai poveri involate. «Si può interrogar Ecate, se sia meglio arricchire od aver fame: poichè ella dice che i doviziosi debbono ogni mese venirle a imbandire la cena, e i poveri rapirla prima che sia imbandita» (Aristof., Pluto, v. 594 seg. Cfr. Luciano, Dial. dei morti, 1, 22; e il Tragitto). Nelle lettere di Giuliano son chiamate cene di Ecate, τῆς Ἑκάλης δεῖπνον, là ove è detto che lo stesso Teseo non disprezzò una cena di Ecale, ossia una magra cena, e contentossi del poco per necessità (Giul., Epist., 40). Ma Ecale dev’esser error di copista. — Il comico Antifane, presso Ateneo, VII, 313, chiama scherzosamente cibi di Ecate, Ἑκάτης βρώματα, alcuni pesciolini minutissimi, tanto minuti da non esserci niente da mangiare.