PREFAZIONE ALL’EDIZIONE DEL 1875

«Di tutti i popoli della terra, i Greci son quelli che hanno più nobilmente sognato il sogno della vita» — scriveva un dì Goethe. Ma oggi la vita si è ben lontani dal riguardarla come un sogno. Oggi le comunicazioni fra l’Olimpo e la terra sono rotte, gli Dei di Omero non vanno più innanzi e indietro, e la vita publica e la privata non aspettan più nulla dalle nuvole. Il secolo volge al reale e al positivo; i sognatori si chiamano matti e sono messi sotto custodia, per ragioni di sicurezza publica; ai soli poeti in via d’eccezione si permette ancora qualche volta di sognare — a patto, beninteso, che non sognino più in là del ragionevole.

E l’arte, questa grande emanazione della vita, fu invitata anch’ella colle buone a mutar via. Le venne detto ch’era tempo di cessare dal far la visionaria e dal correre dietro alle fantasime; che la vita oramai ha scopi pratici e l’arte deve averli del paro: indi necessità di mettere la testa a partito, e attendere alle faccende di casa; indi, legge unica, il vero; e il vero è tutto quello che è, e che cade, tal qual è, sotto i sensi; ciò che fu è il nulla, cioè un sogno; ciò che è fuor dei sensi, è fuor del mondo, — e fuor del mondo non vi è che l’ideale — un altro sogno.

E l’arte, docile, non se l’è fatto ripetere. Messe le anticaglie da un canto, lasciati alle lor nebbie i fantasmi, si diè a studiare il presente, a vivere del proprio tempo, a palpitare di realtà. La scoltura rifiutò i profili ideali e scolpì Napoleone in veste da camera. La pittura proscrisse i soggetti eroici e mitologici, e ci regalò dei veri gatti e polli d’India contemporanei, e altre bestie contemporanee al naturale. Fu ammesso, è vero, in via di grazia, il cigno di Leda, vista la possibilità di servirsene a uso d’oca, per i quadretti di roba da cucina.

Ma la drammatica non si fermò alla zoologia. I più delicati problemi sociali furono da lei coscienziosamente esaminati; niente le sfuggì dei varj rami dello scibile, niente dei fenomeni e dei bisogni della vita reale. La economia privata e publica, a cominciar dalla questione essenzialissima dei rapporti fra il lavoro e il capitale; la giurisprudenza sul matrimonio, sulla prole legittima e illegittima, sugli orfani, sui pupilli, sulle vedove, sui contratti e sulle donazioni fra vivi e morti; la medicina legale, la psicologia, la patologia e l’anatomia comparata hanno richiamato la sua più seria attenzione; non senza il debito riguardo alle leggi relative del Parlamento, alle sentenze dei tribunali ed ai pareri medici delle Facoltà.

Evidentemente, siamo alla pienezza dei tempi. Aver fatto servire a scopo così concreto e così utile i diletti più puri dello spirito, è l’ultima parola del progresso.

Questa è vita piena e vera, di cui nulla si perde nell’aria e nel vuoto, nelle caligini del passato, nelle nebbie dell’ideale: dove tutto ci interessa, perchè tutto ci parla direttamente ai sensi, tutto ci riguarda materialmente, tutto ci richiama alla realtà dell’esser nostro, delle nostre occupazioni, delle nostre passioni, delle nostre noje, delle nostre circostanze domestiche e finanziarie: dal profumo de’ gabinetti agli acri vapori delle sale da ballo, dai cicalecci eleganti ai battibecchi conjugali, dalla marsina dell’eroe al panier dell’eroina.

E a questo patto, e quando da questo ambiente così vero non si esca, vada pure per qualche onesta licenza. Perchè anche là dentro in quelle sale la finzione, dicono, qualche volta è di moda, lo spirito non sempre è di rigore, e il buon senso non sempre è di prammatica. Purchè, se si manca alla verità, se si manca di spirito, se si manca di buon senso, gli addobbi e le decorazioni delle scene avvertano sempre che son mancanze contemporanee. In fondo, la questione così detta del realismo riguarda molto l’attrezzista e il guardaroba. Quando i personaggi siano vestiti, ed è ciò che importa, alla maniera del mondo nostro, nulla osta che si facciano dir loro anche delle cose dell’altro mondo.

Così il teatro ha progredito, come tutto il resto, in arte. C’è stata, è vero, qualche protesta nei dietro-bottega dei rigattieri. Le durlindane di Roncisvalle, gli elmi delle crociate e le mandóle dei trovatori, raccoltevi a parlamento, protestarono contro l’ostracismo loro inflitto in nome della verità, e dichiararono formalmente che ai loro tempi si amava e si odiava come al tempo nostro, e si moriva per amore e si accoppava per odio come ai dì nostri; soltanto si amava e si odiava meglio, si moriva con più poesia e si accoppava con più cavalleria. — Le clamidi e le toghe, intervenute all’adunanza, hanno energicamente soggiunto che ai loro bei giorni ci erano poltroni ed eroi come adesso, e tipi drammatici, quali adesso, di furbi e di ingenui, di magnanimi e di furfanti, di tormentatori e di tormentati, e nel dramma umano si rideva e si piangeva come adesso — colla medesima verità — ma più artisticamente di adesso.

Tutte chiacchiere inutili. La sentenza era segnata. Cilindri e cravatte fecero l’ingresso trionfale con accompagnamento di pianoforte — in luogo del romantico liuto — per la festa da ballo dell’atto terzo, e di colpi d’arma da fuoco — in luogo degli esercizi d’arma bianca — per la catastrofe dell’atto ultimo. Tutto fu raggiustato, rimodernato, rimesso a nuovo. L’amore come il delitto assunsero forme meno fantastiche e maniere più incivilite. Il dolore rispettò le convenienze: non imprecò più come Prometeo, non pianse più come Ecuba. Una prosa graziosa, piena di arguzie, di riflessioni filosofiche e di ammonizioni morali, sostituì i lamenti di Edipo come le invettive di Ernani, i delirj di Aristodemo come le bestemmie di Francesco Moor.

Soltanto, in mezzo al nuovo concerto di voci e di suoni moderni, di amori e di delitti moderni, tra il frastuono delle prediche che riformano la società e dei colpi di pistola che ne risolvono i problemi, — tra gli applausi dei buongustai che assaporano le finezze dell’arte nuova e le beffe dei critici irridenti alle scolastiche pedanterie dell’antica, — s’ode levarsi tratto tratto qualche eco di voce solitaria, bizzarra, come portata dal vento di lontano.

Qua, un poeta dal ritmo strano e dal riso amaro, sardonico, scioglie un osanna ai semidei della greca letteratura e con entusiasmo li saluta eterni diletti dell’uman genere, — «sempiterna solatia generis humani!»

Là, un altro poeta dalle canzoni ancor più strane, e dall’aria melanconica come le nebbie del suo paese, manda un inno agli echi ed alle balze del Liakùra: «Ellade vaga! tutto ciò che le Muse finsero, nel tuo grembo mutasi in vero! Per anni ed anni ancora i fanciulli impareranno i tuoi fasti e la tua lingua divina. Orgoglio de’ vecchi, scuola dei giovani, il savio ti onora, a te s’inchina il vate, come al tempo che Pallade ti svelava gli arcani celesti: mentre il tempo sperderà le canzoni dei cento menestrelli ond’oggi levasi il grido!»

Dàlli ai bestemmiatori!

È Heine che sta meditando il Ratcliff, in attesa dell’Intermezzo. È Byron che canta il pellegrinaggio di Aroldo, in attesa del Don Giovanni.

E che!? l’arte antica, questa morta di cui assistemmo le esequie, leverebbe ancora la testa fuor della lapide del suo sepolcro, accamperebbe ancora diritti in faccia alle conquiste dei novatori? I monumenti del genio di questa sepolta, percossi da tanta ala di secoli, avrebbero ancora un linguaggio per noi, avrebbero ancora attrattive e fascini per un poeta dei nostri dì? Vi sarebbe ancora là dentro, in quelle pagine polverose, qualche cosa da cercare, qualche cosa da ammirare, qualche cosa da imparare?

Questo andavo fra me chiedendo un giorno che un critico dal gusto finissimo, entusiasta della Femme de Claude, della Femme de feu e della Petite marquise, mi spiegava saviamente le ragioni per cui ai dì nostri non è più permesso, senza disonorarsi, ad una persona di spirito, di leggere Omero. E la dimostrazione mi avea convinto e mortificato: tant’è che coll’animo contrito, ricordatomi di Alcibiade, il quale le picchiava ai maestri perchè di Omero non ne sapevano, progettai di scrivere un dramma sopra il figliuolo di Clinia.

Narro la genesi — non le ragioni del libro. Le quali sono parecchie; e perciò avevo pensato di preporre, come agli altri lavori miei, così a questo, una prefazione, lunga, lunga, coi fiocchi, dove appunto si discorresse degli intenti del lavoro, dal lato storico, drammatico e letterario, e dell’epoca storica entro cui il dramma si svolge. La benevolenza de’ critici mi costrinse a vuotare il sacco delle ragioni innanzi tempo; e tutto quello che io avevo in animo di dire a mia discolpa mi trovo averlo già detto nella lettera che mandai l’anno scorso alle stampe.[2] Lettera che, tra parentesi, per caso bizzarro, fu dai critici giudicata meno cattiva (e non ci voleva molto!) del dramma che essa studiavasi difendere: forse era più esatto il dirla più lunga che il dramma non ne valesse la pena: lunga certo abbastanza perchè io non abbia per giunta a tornarvi sopra e a ripetere le cose dette già. Tanto più poi, che in quanto la lettera era destinata a drizzar le gambe a certi critici, essa ha già avuto una efficacia superiore alle mie previsioni, ed alla quale proprio non mi aspettavo.

Nella lettera — s’imagini! — facevo la morale agli Aristarchi che sputano sentenze sui lavori altrui, per mettere in mostra la erudizione che hanno lì per lì rubato altrove: bene, di lì a qualche tempo, una bella mattina, un critico scaraventa contro il povero Alcibiade tre lunghissime appendici ove mi regala dell’ignorante a tutto pasto, e dichiara il mio dramma un aborto drammatico e storico: e per dimostrarlo alla presenza de’ suoi lettori, con mia gran mortificazione mi infigge nientemeno che una lezione completa di storia e di critica intorno a Pericle, alla sua politica ed al suo secolo: cita Senofonte, Platone, Aristofane, persino Alcifrone... soltanto la mia lettera non cita, da cui tutto quanto il materiale della sua lezione di storia — non un solo ragguaglio eccettuato — era di pianta stato preso! Anzi, per colmo d’ingratitudine e per far più effetto sui suoi lettori, dal fondo del suo pozzo di scienza quel signore con sussiego mi rimprovera di non aver ben digerito i miei studi: sarà; ma se non altro per avergli fatto tanto comodo, non toccava veramente a lui di dirne male!...

Da quel giorno credo di essere affatto guarito dal ticchio di difendere i lavori miei.

Bensì mi è d’uopo il dir qualche cosa della forma in cui l’Alcibiade esce oggi alla luce nella presente edizione, diversa in qualche parte da quella al publico già nota: m’è d’uopo, cioè, ricordare, infra i varj intendimenti del lavoro, da me accennati nella lettera, quello che in ispecie riferivasi alla publicazione del dramma per le stampe:

«Offrire agli studiosi una pittura, dei quadri, delle scene, della vita greca del secolo d’oro, colta nella sua fase più caratteristica e culminante: in quel periodo di transizione della guerra peloponnesiaca, che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d’Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio sopratutto... Perchè la favella viva di un popolo è il prodotto e lo specchio fedele della sua indole, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi delle età lontane nel mondo della realtà.

Ed è questa, anzitutto, la ragione per cui, nella edizione presente non destinata alle scene, una volta libero dalle esigenze di queste, pensai naturalmente a ristabilire quei più minuti particolari della vita greca, e tutte quelle forme e locuzioni del linguaggio greco, che per le necessità del teatro e dei publici nostri avevo dovuto, alla recita, sopprimere. Non già ch’io riuscissi a sopprimerne tanto, da risparmiare al mio dramma, quale fu rappresentato, la taccia che molti gli apposero, di essere una lezione indigesta e nojosa di lingua, mitologia e archeologia greca: ma coloro che in teatro, tra uno sbadiglio e l’altro, così lo giudicarono, sono certissimo che, a maggior ragione, per pietà delle proprie mascelle, si guarderanno con iscrupolo dal leggere questo volume. Non è dunque per essi che io lo stampo. Bensì gli studiosi probabilmente apprezzeranno le difficoltà di conciliare sempre e dovunque le ragioni sceniche colle letterarie in un tentativo di simil genere: poi che di un modesto tentativo si tratta e nulla più. E per essi non occorre ch’io mi diffonda sulle ragioni di questo studio delle forme. L’egregio Mariotti, nelle note al suo Demostene, disse una cosa non nuova, ma giusta, e non abbastanza da molti avvertita, quando osservò esistere tra la lingua italiana e la greca un’affinità di linee e di genio, tutta speciale ed intima: assai più intima e spiccata che non tra l’italiano ed il latino. Potrebbesi dire, a spiegazione del fenomeno, succedere delle lingue lo stesso che della natura, nelle somiglianze ereditarie fra le generazioni alternate. In quella guisa che i monumenti di Firenze ritraggono assai più della eleganza attica, che non della maestosa grandiosità romana, così il nostro aureo trecento, nella semplicità delle sue grazie native, ricorda assai più gli scrittori del secolo di Pericle che non quelli del secolo di Augusto. Filosofia delle parole e dei modi, snodature dei periodi, pieghevolezza, grazia, armonia, tutto nella favella nostra sembra evitare la maestà asciutta della lingua del Lazio, per richiamarci «all’idioma gentil, sonante e puro» di Alcibiade, di Platone e di Demostene. E ciò spiegherebbe anche, fra parentesi, il perchè latinisti insigni — con riverenza parlando — riescano, pure a’ dì nostri, stentati e plumbei prosatori italiani, intanto che la Grecia rivelava a Foscolo e a Leopardi le bellezze più ascose e il magistero più squisito della lingua dell’Arno.

Scrutare, qua e là, anche più in sotto della superficie, questa intima somiglianza di forme e di indole e di modi, qua e là afferrarne alcuni tratti caratteristici, fu uno naturalmente degli studi di questo lavoro. Studio uggioso ed inutile, a coloro pei quali è di moda ostentare un sovrano dispregio di tutto ciò che riguarda la forma; non inutile per me, che credo la forma essere carne e sangue dell’idea, e la ispirazione dell’artista non essere nulla, finchè il magistero delle parole e delle linee non la faccia vivere nel mondo dell’arte. Oggi, per esempio, dai più si sente e si riconosce la stretta attinenza fra la questione della lingua e lo indirizzo della drammatica; intanto io mi irrito quando sento in che gergo l’arte parli sovente dalle nostre scene, e quando nulla nel suo linguaggio mi ricorda il genio artistico del mio paese, nulla mi rammenta che quella è l’arte di menti italiane. E mi domando, se non sia anche questo, per avventura, uno fra i tanti frutti della sedicente scuola realista; se l’abitudine di fotografare una società che non è la nostra, e parlante un linguaggio che non è il nostro, non abbia fatto passare, a poco a poco, il forestierume dalle parole nelle idee e viceversa; se il vero ci perderebbe in faccia all’arte qualche cosa ad essere riprodotto, qui fra noi in Italia, con linee e con parvenze italiane; e se a tanta invasione di idee e di forme non nostre, non servirebbe di correttivo il contrapporre, di tanto in tanto, qualche po’ di roba nostra, cioè lasciataci in legittima eredità dai nostri nonni. Sì, in una parola, io credo, come dissi altrove, che la influenza classica, associandosi ai nuovi ideali e alle nuove forme dello idioma, possa oggidì riuscire benefica anco al mutato indirizzo dell’arte. Gli è forse un pretendere che questa vada a rinchiudersi e a fossilizzarsi tra gli scaffali delle biblioteche, o faccia parlare i suoi personaggi in greco? Eh via! schiudeteli pure all’arte i suoi nuovi orizzonti; mostratele pure, come il diavolo al Cristo dalla vetta del monte, abbracciando a volo d’aquila il secolo presente e la società, tutti i novelli dominii a lei concessi, pur ch’ella adori, con Enotrio, il Satana moderno, il vero; ma quando ella si sarà posta in cammino per quelle regioni del suo avvenire, non isgridatela se la si fermi tratto tratto per istrada a interrogare sommessamente il ricordo di qualche canzone antica, o a dissetarsi all’acque del rivo disceso di lontano insiem con lei dalle sorgenti della sua terra nativa; perchè il tranquillo suo corso le avrà insegnato il cammino e impeditole di smarrirsi per via; perchè anco laggiù ella avrà bisogno di qualche cosa che le parli della sua patria, di qualche lembo di cielo, fra le nebbie, che le ricordi l’azzurro del suo paese, di qualche armonia che le favelli la voce cara delle memorie e del sangue; — se pur volete che anco laggiù in quei paesi ella si rammenti pur sempre di essere e si conservi sempre italiana.

Punto e a capo. Lascio le metafore, e passo a dir due parole delle note.

Le quali erano anch’esse naturalmente una necessità dell’intento propostomi in questo volume; ch’è quanto dire (e lo dico subito per risparmiare ai critici arguti e benevoli l’incomodo di malignarvi sopra) che non ve le ho poste già nella ridicola idea di illustrar me medesimo, o perchè credessi che il merito del volume valesse proprio la spesa di tante note. Pensai invece (astrazione fatta dalle note filologiche e da quelle apposte per giustificarmi da appunti critici) che valesse la pena di approfittare qua e là delle occasioni offertemi dal dramma, per guardare, insieme col lettore, un po’ più addentro nella vita privata e publica, nelle istituzioni religiose e politiche dell’antica Grecia. So gli anatemi scagliati da Alfonso Karr, in uno sfogo di santa ira agli eruditi: Farisei della scienza, Tartufi delle lettere: ma non è al merito di erudito ch’io aspiro. Bensì a quello assai più modesto di avere, se non con ingegno, studiato almeno con qualche coscienza l’epoca di cui imprendevo a trattare: dacchè questo mi parea per lo artista non merito, ma obbligo: e se alla rievocazione delle età passate, malgrado certi odierni anatemi, è ancora serbato un posto nell’arte moderna, egli è a questo patto solo, che l’artista anzitutto studii di immedesimarsi con quell’età; e alla verità delle passioni — che sono in fondo le stesse in ogni tempo, com’è sempre la stessa la natura umana — ritrovi gli accenti e le corde nella verità completa dello ambiente. Allora l’illusione artistica sarà perfetta; allora le figure che l’artista evocherà saranno vere e vive, rappresenteranno uomini e non nomi, persone e non personaggi; e il publico, trasportato con esse nei secoli remoti, s’interesserà e si commuoverà ai loro casi, nè più nè meno che a quelli della società contemporanea.

Se avessi voluto fare dell’inutile erudizione, nulla mi sarebbe stato più facile del triplicar la mole di questo volume; come certo mi era facile anco ridur le note a proporzioni minime, se non sapessi la stizza che destano spesso ne’ libri certi schiarimenti generici, affatto vaghi e incompleti, i quali sono peggio di nulla; poi che le nozioni indeterminate generano sempre le nozioni false. Cercai stringere il molto in poco; essere breve ma possibilmente preciso; rimandare alle fonti chi volesse studiarne più in là; e sopratutto, spazzar via, dove mi si affacciavano le idee convenzionali e i pregiudizi che intorno all’epoca da me descritta ci vennero tramandati dalle scuole. Ormai la critica storica, ne’ suoi studi sull’antichità, ha fatto tali e tanti progressi, da lasciarsi ben di lunga addietro la ingenuità del giovane Anacarsi; ed è anche vero che nell’ardore delle ricerche innovatrici ella è sovente trascorsa oltre il segno; ma dal buon Barthelemy, il quale accettava tutto, a occhi chiusi, senza analisi nè discussione, sulla fede degli scrittori superficialmente esaminati, a Grote, che occorrendo sagrifica le autorità storiche alla dimostrazione di tesi ingegnose e preconcette, a Ottofredo Müller, questo martire illustre della scienza, che spinge lo scetticismo e l’acutezza dell’analisi fino a negazioni temerarie, per sostituirvi, se bisogna, ipotesi e affermazioni più temerarie ancora, — la distanza è abbastanza grande per lasciar posto ad uno spirito di esame, il quale si contenti modestamente di conciliare le autorità della storia coi risultati certi e irrefragabilmente acquisiti alle moderne indagini della critica.

Detto ciò in generale dello spirito in cui furono scritte le note del libro, mi rimane ad avvertire una cosa semplicissima, ed è che coloro ai quali elle paressero soverchie, non hanno a fare altro che saltarle di piè pari.

Un’ultima osservazione, infine, mi resta, circa la diversità di proporzioni e divisioni fra il dramma qual esce ora alla luce, e la versione per le scene, che il publico dei teatri conosce già. Era naturale che il lavoro scritto, per la ragione stessa del suo intento, dovesse pigliarsi colla storia un po’ meno di confidenza di quello che in teatro si richiede. L’indole del lavoro, abbracciante un intero ciclo storico, e le esigenze sceniche mi obbligarono qua e là, negli ultimi quadri in ispecie, a variare e stringere l’azione, cumular date e circostanze a beneficio del dramma, lasciar nella vita del protagonista parecchie lacune, che poi, da alcuni di coloro i quali pur trovavano il dramma già troppo lungo, mi vennero benevolmente rimproverate. Nel sesto atto, per esempio, della versione scenica, sono licenze storiche e cronologiche e geografiche evidenti, eppure sfuggite per un caso curioso all’acume dei critici meticolosi, i quali me ne scopersero tante altre che non c’erano. La campagna nell’Egeo e nell’Jonia, la seconda disgrazia di Alcibiade, la sua partenza dalla flotta di Samo, vi son cumulate colla gita in Tracia, e dalla Tracia al campo di Egospotamos: due anni, quasi, in un giorno. In compenso (per quanto, beninteso, si può pretendere da un lavoro povero) l’azione ci guadagna di rapidità e di interesse, la nuova faccia del carattere di Alcibiade esce più spiccata dal contrasto immediato, e la presenza di Timandra aggiunge un elemento drammatico su cui la storia trova a ridire, ma che al dramma torna comodo ed utilissimo.

Nel lavoro destinato alla lettura, la ragione di quelle licenze cessava. Qui perciò gli avvenimenti sono rimessi più a loro posto, il filo cronologico è più continuo, e diverse lacune son ricolmate. Il ritorno di Alcibiade ad Atene mostra qualch’altro lato della fisionomia dell’eroe. La gita in Tracia poi ne presentava ancora qualche altro, e di più offeriva una occasione opportuna di porre a riscontro dei costumi della Grecia civile qualche bozzetto di costumi di quella che potrebbe chiamarsi, per così dire, la Grecia barbara. E dalle scene di Tracia veniva più naturale e più conforme al vero la transazione alla scena di Egospotamos. Insomma, la storia è qui un po’ meno bistrattata e la figura del protagonista ne esce un po’ meno incompleta: che se il sagrificio fatto alla coscienza storica ritorna a scapito della sintesi drammatica e dello interesse complessivo del dramma, egli è che tutti in una volta non si possono contentare. Siccome però, dopo l’esito dell’Alcibiade, qualche compagnia mi domandò di rappresentarlo tutto completo in due sere, ed io ricisamente m’opposi; così non vorrei che la publicazione del volume suggerisse a taluno di tentar mio malgrado l’esperimento. Per risparmiargli l’incomodo ed il fiasco — ora che la legge guarentisce agli autori il diritto di disporre dei loro lavori, siano publicati o no — dichiaro qui formalmente che la presente edizione non è destinata alle scene; che assolutamente non permetto la recita di questo Alcibiade in dieci quadri; che non riconosco, per versione da me autorizzata sulle scene, nessun’altra in fuori di quella che sottoposi al giudizio dei publici, dei teatri italiani e della Giunta per il concorso drammatico nazionale; e che uscirà anch’essa alle stampe fra breve, in apposito volumetto della Galleria teatrale Barbini. Mi pare d’essermi spiegato chiaro.

E qui finisco, se no a poco a poco il proemio mi piglia anch’esso le dimensioni della lettera a Yorick: e dopo che in quella rivendicai per gli autori, contro la critica prosuntuosa e brontolona, il sacrosanto diritto di non essere annojati, è di stretta giustizia riconoscere il medesimo diritto anche ai lettori.

Aprile, 1875.

F. Cavallotti.