116.  Le nove Cannelle, ossiano l’Enneacrùno, erano una fontana pubblica di Atene, che dava acqua da nove bocche. Fu fatta costruire da Pisistrato e diceasi da principio fontana di Calliroe; sotto il qual nome è ricordata in Tucidide (III, 15). Di essa si servivano gli Ateniesi per le lustrazioni ed altri usi sacri: e i poveri v’andavano a bere. «Se alcun non m’invita, dovrò andar cogliendo erbe ed empiere il ventre bevendo all’Enneacrùno.» — Così un parassito in Alcifr., Lett., III, 49. Intorno alla storia di Calliroe e all’altra fontana nell’Acaja dov’ella venne ad uccidersi e che da lei prese il nome, vedi Pausania, Acaja, 21.

117.  Sulla mania dei giudici ateniesi di condannare, vedi Aristofane, Vespe.

118.  Cfr. Aristof., Vespe, v. 301.

119.  Imposta principale, e pressochè unica, pei cittadini di Atene (astrazion fatta dalle liturgie, cioè spese dei cori, dei giuochi sacri, delle triremi, ecc., a carico dei ricchi), fu da principio quella sulla proprietà fondiaria, la quale appunto servì di base alla ripartizione solonica delle quattro classi. Era del cinquantesimo sull’estimato, il quale però diminuiva di classe in classe, rendendo così l’imposta in parte progressiva. Prima classe: proprietà fondiaria 6000 dramme (rendita netta 500 dramme, estimo 6000) imposta 120 dramme. Seconda (Cavalieri): proprietà fondiaria 3600 (rendita netta 300 dramme, estimo 3000), imposta 60 dramme. Terza (Zeugìti) proprietà fondiaria 1800 (rendita netta 150, estimo 1000) imposta 20 dramme. Quelli dell’ultima classe pagavano ancor meno o niente, se non possedevano terra.

Il resto delle entrate della città era formato dal tributo degli alleati, dalle rendite delle terre pubbliche date a pigione, dai pedaggi, dazi e tasse di commercio che erano per lo più a carico degli alleati e forestieri, dalle decime sui fondi sacerdotali, dati a usufrutto, dalla tassa di protezione che pagavano i meteci (12 dramme a testa), dalla tassa di tre oboli per ogni schiavo e dal ricavo delle multe giudiziarie.

Ma cresciuti i bisogni per la guerra del Peloponneso, nè i 400 talenti (L. 2,208,000) di entrata interna che davano al tempo di Pericle quelle imposte cittadine, nè gli altri 600 di entrata esterna che si ricavavano dai tributi sulle città confederate, più non bastarono ai vuoti dell’erario: e per la prima volta, nel quarto anno della guerra, i cittadini dovettero imporsi una nuova tassa di 200 talenti (Tucid., III, 19) aumentando verisimilmente insieme anche il tributo de’ confederati. Successivamente altre tasse indirette si introdussero, e così anche quelli dell’ultima classe, che l’imposta solonica non aggravava, portarono la loro parte di pesi. Qui appunto si citano fra i nuovi carichi la tassa del quarantesimo introdotta da un Euripide fratello del tragico e menzionata in Aristof., Eccles.; quella dell’un per cento accennata in Aristof., Vespe: e le straordinarie ossiano le sopradonazioni o giunte (ἐπιδοσεῖς) che votavansi dall’assemblea, in fuori delle consuete, nelle urgenti strettezze dello erario (Teofr., Caratt., XXII; Demostene le chiama προσκαβλήματα, C. Timoc.).

Mercè i nuovi carichi e l’aumento dei tributi sui confederati, le entrate complessive della Repubblica poterono salire, nel decimo anno della guerra del Peloponneso, quando Aristofane scrisse le Vespe (ossia già sei anni prima dell’epoca di questa scena) alla cifra di 2000 talenti (11,040,000), di cui 800 di entrate interne, e 1200 di esterne.

Dalla spedizione di Sicilia soltanto comincia la rovina delle finanze ateniesi; oltrechè la impresa assorbì somme enormi, i disastri che seguirono, portando le defezioni dei confederati, diminuirono ogni dì più le entrate esterne: sicchè più tardi, dopo il governo dei Trenta, si trova Atene in conflitto coi Tebani, perchè non è in grado di pagar loro due talenti dovuti! Ai tempi di Demostene, perduta gran parte dei dominj del mare e perduta l’egemonia, le entrate eran scese sino ai 130 talenti: e Demostene si compiaceva che fossero risalite a 300 e 400 (Demost., Filipp., IV).

120.  Gli interessi dei debiti si pagavano al novilunio, cioè al 30 ed ultimo del mese, il qual tempo era detto «vecchio e nuovo giorno» ἔνη καὶ νέα nelle citazioni dei creditori: cioè l’ultimo di una lunazione e il precursore di un’altra. Vedi Aristof., Nubi.

121.  Sui lamenti dei popolani ateniesi contro le concussioni e i ladronecci dei magistrati e capitani della repubblica, vedi Aristofane nelle Vespe, nei Cavalieri, negli Acarnesi. A questi lamenti non v’era altro ad opporre se non che i venalissimi eliasti popolani erano intinti della stessa pece: chè del resto la corruzione e i brogli e le ruberie nel maneggio dei pubblici affari e dei pubblici denari — di cui parlasi in questa e in altre scene del dramma — e che le leggi soloniche ab antico punivano di infamia e di morte — all’epoca di Alcibiade erano affatto all’ordine del giorno. Indi Isocrate si lamentava: Noi curiam così poco le leggi, che mentre esse puniscono di morte chi fu convinto di corruzione, noi quelli che spargono palesemente il denaro, li facciam generali (Isocr., De pace). Nei Cavalieri Aristofane fa dire dal demagogo Cleone al salsicciajo: Io confesso di esser ladro e tu nol confessi: e il coro a Cleone: tu adocchii i nostri tributi come i pescatori dall’alto di uno scoglio adocchiano i tonni: e poi il coro nelle strofe lamentando i tempi passati: nessun mai de’ condottieri (al tempo degli avi) chiese mai di nutrirsi come ora a spese pubbliche. — Un po’ più tardi udrem Demostene discorrere de’ suoi tempi per nulla dissimili: «Chi più offende la patria, o il bifolco e il tapinello che per figliolanza e domestiche necessità mancarono ai tributi, o chi nelle taglie riscosse e negli averi degli alleati diede di piglio?... Perchè, o malvagio, tu che da più di trent’anni maneggi la repubblica e in questo mezzo la vedesti rubata or da molti capitani, or da molti oratori, non li accusasti?... Ne volete la ragione? perchè tutti si spartono la preda, tutti si divorano le esazioni ed insaziabili pelano e scorticano la repubblica» (Demost., C. Androz.).

122.  A Minerva i capitani eran tenuti ad offerire — e deponeasi nel tesoro della Dea sopra l’Acropoli, — la decima parte delle spoglie prese ai nemici. — «E non son ladri costoro che diedero di piglio nello erario sacro, nelle decime di Minerva, nelle cinquantesime degli altri Iddii? Anzi il lor sagrificio è di tutti più orribile, chè non deposero nell’Acropoli il dovuto denaro» (Demost., C. Timocr.).

123.  «Era il Pritaneo un luogo sacro nella rocca di Vesta, dove era perpetuamente acceso il fuoco. Ivi si conservavano le leggi di Solone, e si forniva vitto quotidiano a coloro i quali avessero ottimamente meritato della repubblica, o che la città volesse onorare, onore giudicato grandissimo tra i Greci» (Ast., Note al Protagora di Platone). Era presso i Greci quello che Tito Livio chiamava il penetrale urbis (XLI, 40), e che noi chiameremmo la casa del Comune, il palazzo municipale. Nel Pritaneo stava l’altare degli Dei patrono della città e il fuoco appunto vi ardeva perpetuamente ad imagine del fuoco acceso nelle case private sul domestico altare agli Dei penati. Oltre alimentarvi coloro ch’eran nudriti a spese pubbliche, nel Pritaneo la città esercitava l’ospitalità verso i forestieri illustri, ed ivi pure radunavansi i Pritani, i magistrati, gli amministratori del Comune. Il Pritaneo insomma era il simbolo esterno della grande aggregazione, della grande famiglia dei cittadini, e significava che una città aveva amministrazione propria e indipendente.

Son note le parole con cui Socrate inviperì i suoi giudici, allorchè, sentenziato colpevole e invitato, a tenor di legge, a dichiarare qual pena ei credesse applicabile a sè, rispose: quella di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo (Plat., Apol., 26).

124.  γηγενέις, αὐτόχθονες, autóctoni, indigeni, aborigeni, generati dalla terra: epiteto quasi di nobiltà che davano a sè stessi gli Ateniesi.

Sull’orgoglio degli Ateniesi per la loro origine dal suolo, della quale frequente si vantavano, vedi Platone, Menesseno: «Questa disposizione generosa che vuol la libertà e la giustizia, quest’odio innato dei barbari è inalterabile e radicato fra noi Ateniesi, perchè noi siamo di origine puramente greca, e senza mistura coi barbari. Da noi nessun Pelope, nè Cadmo, nè Egitto, nè Danao, nè tanti altri veri barbari di origine, greci soltanto per la legge. Il puro sangue greco scorre nelle nostre vene, senza mistura di sangue barbaro; da qui nelle viscere stesse della repubblica scorre l’odio incorruttibile a tutto ciò che è straniero» (Ibid.); e Aristofane nelle Vespe: «Attici siamo noi, dalle aguzze diretane parti, di vera nobiltà noi soli ornati, di questo suolo antichi figli» Cfr. Luciano, Anacarsi, — dove Anacarsi dà cortesemente la baja a Solone e agli Ateniesi per questo vanto che si attribuivano di autóctoni, ossia indigeni. — Platone, nel Crizia, narra, che nella spartizione delle terre che fecero gli Dei tra di loro, l’Attica, siccome terra per natura adatta alla virtù e alla sapienza, toccò in sorte a Minerva e a Vulcano, i quali ingenerarono in essa dei buoni uomini autóctoni. — Così un oratore ateniese diceva con boria a Gelone di Siracusa: Noi siamo il più antico popolo di Grecia, e soli fra i Greci non mutammo mai patria (Erod., VII, 161). — Pericle, nell’orazione funebre, vanta come prima lode di Atene l’aver sempre avuto gli stessi abitatori (Tucid., II, 36). — E un Ateniese, in Euripide (citato da Plutarco, De exilio, III): Noi non siamo già un popolo qua trasportato da straniero paese, ma vi nascemmo autóctoni. — L’origine vera poi di questo nome può ritrovarsi nella sottile osservazione di Tucidide, che cioè, mentre le altre contrade della Grecia, come la Tessaglia, la Beozia, l’Argolide, per la ricchezza e fertilità del loro terreno, furono continuo oggetto di contese fra le antiche stirpi guerresche, e quindi più di frequente soggette al variar degli abitanti, l’Attica invece, il cui terreno infecondo non destava la gola a nessuno, fu lasciata in pace; e così «siccome quella che per la sua sterilità andò lungamente immune da rivoluzioni, ebbe mai sempre gli stessi abitatori» (Tucidide, I, 2. Cfr. Pausan., Attic., I, 14).

Vero è che questo vanto di aborigeni attribuitosi dagli Ateniesi sembra singolarmente guastato dalla opinione che Cecrope, il loro primo re e fondatore, fosse uno straniero venuto nell’Attica con una colonia dall’Egitto: per cui il vanto di Cecròpidi che Carinade accoppia all’altro di autóctoni, potrebbe a questo posto parere in bocca sua imprudente od illogico o fuori di luogo. Su di ciò osservo: che l’antica leggenda attica — all’epoca del dramma — considerava tuttora anche Cecrope precisamente come un re indigeno od autoctono (Κέκρωψ αὐτόχθων, Apollod., lib. III), per lo che si favoleggiò di lui che fosse mezzo uomo e mezzo serpente (simbolo della terra). — Viceversa, l’opinione che Cecrope fosse egizio (registrata da Suida, dallo scoliaste di Aristofane, da Tzetzes, da Cedreno), non sorse che assai più tardi dell’epoca di Alcibiade; e cioè non prima del IV secolo av. l’E. V., quando si notarono alcuni caratteri di somiglianza tra la dea Athene e l’egizio Neith e quando i sacerdoti egiziani ebbero accreditata l’opinione che la Grecia andasse all’Egitto debitrice della sua civiltà religiosa e politica. (Cfr. Müller, Orcomenos, pag. 106; Vos., Antisymbolica, II, p. 415; e Meursius, Reg. Athen. Sugli altri nomi di discendenza con cui gli Ateniesi si chiamavano, vedi più innanzi la nota 85 su Eretteo).

125.  «È legge che chi si mostrò valoroso consacri tutte l’armi nel tempio», νόμος τὸν ἀριστα είς ἱερὸν πανοπλὶαν ἀνατιθέναι (Syrianus, Comm. in Hermog. — Consecrata jam dudum arma deposui, Calpurn. Flacc., Decl., XV). Altra legge prescriveva che chi avesse per tre volte dato prova di valoroso in campo, avesse diritto entro trenta giorni a chiedere quel premio che volesse; e non tanto per cagion d’onore quanto per aver di che vivere, dispensato dal servizio militare. Ter vir fortis militia vacet (Calp. Fl., l. c.). Indi la frase del consacrar l’armi.

126.  Aristof., Cavalieri, v. 792.

127.  I Greci s’aiutavano nel far conti, or colle dita, or con pietruzze o sassolini (ψῆφος) detti calculi dai Latini, che distribuiti variamente sul tavoliere rappresentavano le unità, le decine, le centinaia (Teofrasto, Carat., XIV; Alcifrone, Lett., I, 26).

128.  Il calcolo è di Aristof., Vespe, v. 660, e si riferisce all’anno 10.º della guerra del Peloponneso. Cfr. più sopra la nota 23.

129.  Aristof., Nubi, v. 859.

130.  Le vesti che si avevano indosso quando si era iniziati ai misteri, dopochè si erano abbastanza usate, fatte logore ed inservibili, si consacravano agli Dei. — Aristofane accenna a questa usanza nel Pluto, v. 844.

131.  È superfluo avvertire come, all’epoca del dramma, i sofisti avessero parte grandissima nella vita pubblica d’Atene e nella formazione del carattere ateniese. I sofisti avevano invaso, può dirsi, ogni ramo dell’educazione; alla loro scuola si formavano gli oratori e i magistrati della repubblica. Essi avevano particolarmente contribuito a sviluppare quella sterilizzante ginnastica dell’ingegno, che punto curando la sostanza delle idee, si divertiva a giuocar di destrezza sulle parole; quella smania di parlare per parlare, senz’altro scopo che di dar prova di una puerile abilità dialettica poggiata sullo scambio dei vocaboli; quel destreggiarsi pretenzioso e vuoto della mente non più intesa alla ricerca di un’utile verità morale o di uno scopo nobile e pratico della vita, ma a dar spettacolo di sè a sè medesima, in un continuo giuoco di bussolotti del discorso, in confusioni ridevolmente artificiose tra le idee e i loro segni vocali, in un fuoco di artifizio di garbugli di parole e calembourgs. Qui giuocar sulla ambiguità delle parole, là sulle apparenti sinonimie; estendere al senso assoluto il valore accidentale d’una voce; parole a più significati intenderle in una premessa ad un modo, nell’altra ad un altro; dare alle parole che unite hanno un senso, lo stesso disgiungendole e viceversa; tirar conclusioni essenziali dalle più superficiali analogie — e via dicendo. «E più spicca l’assurdo, — scrive lo Zeller (Gesch. der Philos., II) — più ridicola è la tesi, più sguaiata è la scipitaggine in che l’avversario è stato preso, tanto maggiore lo spasso e più sonoro l’applauso degli uditori.» Sicchè chi aveva in pronto parecchi di questi garbugli di parole era certo di chiamar gente a sè in piazza, come oggi farebbe un cavadenti in fiera; e Socrate non per nulla loro affibbiava appunto l’epiteto di ciarlatano, ciurmadore, γὸης (Plat., Repub., X). Naturalmente costoro trovavano spesso anche pan pei loro denti: poichè quelle abitudini ginnastiche del linguaggio generalizzandosi e addestrando insieme le menti a vederne a nudo e impararne gli artificj, era facile trovar nell’uditorio chi ritorcesse i cavilli contro il cavillatore, ripagandolo della stessa moneta.

Questi che abbiamo accennati erano i distintivi caratteristici della filosofia eristica, onde il nome di sofista nel senso nobile e antico della parola era venuto man mano assumendo un altro significato. Filosofia della quale si ponno rintracciar le origini nelle sottigliezze e quisquiglie idealistiche della filosofia eleatica di Zenone e di Parmenide, e che ai tempi di Socrate era venuta specialmente in voga per opera di Gorgia, di Protagora, di Prodico, di Ippia, o meglio di una turba di loro colleghi di mestiere, che da essi ritrassero il cavillare sconclusionato e le ridevoli sottigliezze e la vacuità pretenziosa del metodo, senza possederne lo ingegno. È a questa filosofia, dominante nei tribunali, nel foro, nelle piazze, che Socrate opponeva gli attacchi della sua ironia finissima, del suo squisito senso pratico, di quella sua filosofia informata al culto del retto e del vero, che Platone e Senofonte ci tramandarono e che al grande filosofo procacciarono il bel compenso di essere spesso confuso, come nelle Nubi di Aristofane, con quei medesimi che egli attaccava.

Il sofista da me introdotto a parlare in quest’atto appartiene a quella categoria più volgare degli eristici: egli porta il nome di uno dei due eristici messi alle strette da Socrate nell’Eutidemo; ma i suoi sofismi (qui naturalmente acconciati alla meglio per servire ad un piccolo scherzo comico) accennano alle sottigliezze e negazioni eleatiche sull’essere e sul divenire, di cui abbiamo un saggio nel Parmenide e in altri dialoghi di Platone.

132.  Una caratteristica degli eristici era appunto la loro pretesa scienza enciclopedica. Ed era naturale: le idee, le cose, per essi non essendo nulla, e le parole tutto, niente di più ovvio dello esercitare la loro arte e i loro sproloqui su qualunque ramo dello scibile. Per essi non vi poteva essere nè scienza, nè arte difficile: tutte, per essi, si valevano a un modo, perchè erano tutte eguali davanti alla loro ciarlataneria dialettica: ed essi quindi millantavano di essere dotti in tutte. Alludendo appunto a questo ammasso sconnesso e svariato di cognizioni confuse, Socrate paragonava ironicamente l’arsenale scientifico d’un sofista — ἔμπορος (Plat., Protag.) — ad un emporio. È noto di Ippia che venuto in Olimpia, oltre al vantarsi di insegnare tutto lo scibile umano, e di disputare su qualsiasi argomento, mostrava le sue vesti, l’anello, il sigillo, la profumeria, i calzari, la fascia, e perfino una stregghia, affermando tutto quello essere lavoro delle sue mani (Platone., Ipp. min.; Cicer., de Orat., III, 32). Nell’Eutidemo, Socrate, presentando a Clinia i due eristici Eutidemo e Dionisodoro, dice di loro con velata ironia che essi sono sapienti «in cose non da poco ma grandi; sanno di guerra quanto s’appartiene a un buon generale, e i modi di schierare e comandar gli eserciti; capaci anche di mettere uno in caso di aiutarsi da sè davanti ai tribunali.» — Ma i due sofisti gli dan sulla voce osservando che queste per loro le sono inezie, a cui non si applicano che per passatempo: e ch’essi sanno di meglio, e sono in grado d’insegnare anche la virtù (Plat., Eutid., II).

133.  Cfr. Aristof., Nubi; Plat., Eutidemo, II.

134.  Di Protagora — un de’ sofisti che andavano per la maggiore — nel dialogo di Platone che porta il suo nome, è detto ch’ei fosse il primo de’ sofisti a pigliar una mercede delle sue lezioni (Plat., Protag., II, III, XXIII); altrove nello stesso dialogo, Protagora medesimo dice: «Io credo poter ajutar chi si sia a diventar un valentuomo, in maniera condegna alla mercede che io esigo, anzi a molto maggiore. Per il che appunto alla riscossione della mercede ho posto questa norma. Appena uno abbia appreso da me, sborsa a un tratto, quando ei voglia, la mercede ch’io domando; altrimenti, andando a un tempio e giurando quel prezzo al quale egli stima gli insegnamenti ricevuti, quello depone.» (Ib., XVI). Il che rende inverisimile l’asserzione di Diogene Laerzio (IX, 52) che Protagora riscotesse da ciascun discepolo cento mine (circa 8590 franchi) come l’asserto che Protagora fosse il primo a prender salario è contraddetto dallo stesso Platone, ove narra di Zenone, il sofista eleate, che s’era fatto pagar le lezioni da Pitodoro e da Callia anche lui cento mine ciascuna (Plat., Primo Alcib., XIV): lezioni salate.

Comunque sia, all’epoca del nostro dramma, questa retribuzione del salario, era un altro dei caratteri che distinguevano la profession del sofista, da quella dei filosofi, come Socrate, Platone, Aristotile, i quali distribuivano gratis la loro sapienza. Non esigeva mercede da nessuno, dice, di Socrate, Diogene Laerzio (Socr.). E perciò Socrate nel Protagora affibbia ai sofisti il titolo di κάπελος ed ἔμπορος, ossia mercante al grosso ed al minuto; Senofonte chiama i sofisti gente che vendono la sapienza per danaro a chi la vuole (Memorab., I, 6, 13); e Platone e Aristotile accennano al pagamento di una mercede come ad una specialità distintiva della professione del sofista (ἔμμισθος θηρευτής è chiamato il sofista da Platone nel Sofista, e χρηματιστής da Aristot., Soph., El., I).

135.  Via d’Atene, ricordata ripetutamente in Alcifrone, Lett., I, 39; III, 8. — Agnone era un borgo dell’Attica, della tribù Ajantide.

136.  Dalla famosa e tenebrosa grotta ov’era l’oracolo di Trofonio (presso Lebadia in Beozia) fatta spaventevole a quei che vi entravano dalle fattucchierie dei sacerdoti, era venuto tra i Greci il proverbio che usavasi parlando di uomo scuro in faccia e che non ride mai: Egli ritorna dell’antro di Trofonio. Sull’oracolo di Trofonio, vedi Pausania, Beot., IX, 39.

137.  La superstizione e il culto dei presagi e degli augurj e la fedele osservanza delle pratiche religiose erano anch’esse qualità caratteristiche del popolo ateniese, nel tempo stesso ch’ei tollerava sulla scena si deridessero — purchè non si negassero — gli Dei. Alla superstizione religiosa, Alcibiade dovette in gran parte il suo primo bando, Socrate la sua condanna di morte. Per accuse di reato di religione (di aver profanati i misteri, o messo in dubbio l’esistenza degli Dei, ecc.) furon pure processati e condannati, com’è noto, il tragico Eschilo, e i filosofi Anassagora, Diagora di Melo, e Protagora e Prodico di Ceo. Nè dai pregiudizj religiosi andavano esenti spesso le menti più illuminate, perchè sappiamo di Senofonte che fu superstiziosissimo, e lo stesso seriissimo Tucidide accenna agli eclissi come a segni precursori di disgrazie (Tucid., I, 23). — Vedi ancora su questo proposito dello spirito superstizioso e delle pratiche di superstizione tra gli ateniesi, i frammenti caratteristici che ci restano di diverse commedie di Menandro, in ispecie del Superstizioso (Δεισιδαίμων) presso Clem., Alex., Strom., VII; del Trofonio, presso Stob., 98; del Misogino, presso Strab., VII, 297; della Sacerdotessa (Τέρεια) presso Giustino, Monarch., 29, ecc.

138.  Si accennano alcune superstizioni del volgo ateniese. Il buccinar delle orecchie, l’incontro di una donnola, di un epilettico, di un pazzo, ecc., eran tenuti per infausti presagi (Teofrasto, Caratteri, XVI; Aristofane, Eccles.; Elian., Var. St., IV).

139.  Sgombratori o fugatori o scacciatori dei mali ἀποτροπαῖοι, ἀποπομπαῖοι, ἀλεξίκαια chiamarono i Greci Ercole, Apollo e Polluce siccome divinità incaricate di allontanar dagli uomini i mali imminenti. Erano gli averrunci dei Latini. Si sagrificava loro una agnella; e specialmente ricorrevasi alla lor protezione, se appariva qualche segno o presagio infausto (Senofonte, Simpos., cap. III; Alcifr., Lett., III, 47, 53; Pausan., Corint., II, 11; Platone, Leggi, IX, 854, a.).

140.  Superstizione ateniese (Teofrasto, Caratt., XVI).

141.  Scosse di terremoto, e tuoni e lampi — presagi infausti (Aristof., Eccles.; Eschilo, Sofocle, Omero, ecc.).

142.  Atenapólia, o Minerva Poliade, altro dei soprannomi di Minerva quale protettrice della città di Atene, ove le era dedicato, in cima all’Acropoli, il tempio del Partenone. Ivi era la statua della Dea armata dell’asta e dello scudo, capolavoro di Fidia; alta ventisei cubiti, tutta d’oro e d’avorio, coperto il capo di un elmo sul quale era una sfinge (Vedine la descrizione in Pausan., Attic., I, 24). In faccia al tempio era un antico ulivo che la tradizione popolare voleva piantato dalla stessa Minerva: ed era tenuto per sacro: di ramoscelli di essi si premiavano i vincitori nelle feste Panatenee (Meurs., Them. Att., II, 36).

143.  Lampone, indovino di Turio, menzionato da Aristofane (Uccelli, v. 521, 988).

144.  «Vo’ irmene ad alcun di coloro che appo il tempio di Bacco tengono esposte le tabelle e promettono di spiegare i sogni» (Alcifr., Lett., III, 59). — Anche di Lisimaco, nato da una figlia di Aristide, si narra che con una certa sua tabella interpretava sogni in Atene presso il tempio di Bacco (Plutarco, Arist.). — È nota l’importanza grande che i Greci annettevano ai sogni; indi il gran numero di sogni famosi presso gli scrittori, come il sogno di Aristodemo, il sogno di Socrate, di Alcibiade, di Epaminonda, di Agesilao, ecc.

145.  Sono due di quelle parole magiche che i Greci solevano chiamare lettere efesie — ἐφέσια γράμματα — delle quali usavano indovini e ciurmadori per prendere a gabbo la credulità delle donnicciuole e delle persone superstiziose; sulla derivazione delle quali, e sul cui significato, osserva il Wieland, sono state scritte con molta filologia molte cose vane. Diceansi lettere efesie perchè la cintura e la corona della statua di Diana in Efeso eran tutte sparse di simili parole e segni cabalistici, con cui gli indovini e preti mendicanti e mercanti d’amuleti (προβασκάνια) spacciavano di allontanare i mali spiriti, scongiurar le imprecazioni dei nemici, ecc. Cfr. Platone, Repub., II, 364.

146.  Socrate quasi mai portava sandali (Plut., Simp., II; Aristof., Nubi); austerissimo in tutto il suo vestire. Per altro, come questo era in lui semplicità virtuosa del costume, e non ostentazione, così egli era ben lontano dalla rozzezza e dal sudiciume di Antistene e de’ Cinici: e se recavasi in una casa ammodo, vi andava senza ricercatezza, ma ben vestito — λαμπρά ἠμπίσχετο — (Diog. Laerz., Socr.): e così Apollodoro incontra Socrate che si reca (Simp., II) tutto pulito, lavato e, contro il solito, calzato di sandali — λελουμένον καὶ τὰς βλαύτας ὑποδεδεμένξν — al banchetto di Agatone.

147.  

Ὅτι βρενθύει τ’ἔν ταῖσιν ὀδοῖς καὶ τὼ’ φθαλμὼ παραβάλλεις

Κανυπόδητος κακὰ πολλ’ ἀνὲχει κὰφ’ ἤμιν σεμνοπροσωπεῖς.

(Aristof., Nubi, v. 362-3)

148.  Salvo l’esatto adempimento de’ suoi doveri di cittadino, Socrate astenevasi dalla vita pubblica, dai tribunali e dalle assemblee (Plat., Apol., I, XIX, XX). Il suo solito demone, egli diceva, lo aveva sempre trattenuto dallo immischiarsi nelle brighe di Stato: in fondo egli sentiva dentro di sè che il campo del suo grande apostolato era altrove; e che non era già tra le ciancie e i litigi dei venali Eliasti, nè tra il cozzo delle passioni meno nobili e dei bassi intrighi disputantisi il campo nell’assemblea, ch’egli poteva sperare di far udire utilmente per la repubblica i consigli della sua sapienza e delle sue virtù. — Una sola volta, com’egli potè ricordarlo con orgoglio davanti a’ suoi giudici, egli prese la parola nelle cose della repubblica: e fu per opporsi, indarno, alla iniqua condanna dei capitani vincitori alle Arginuse (Apol., XX).

Un’altra missione nella sua città stava innanzi alla mente di quel giusto. «In un tempo, scrive il Wieland, in cui nessuno sembrava accorgersi come la depravazione sempre crescente degli antichi costumi andava approssimando lo Stato alla sua perdizione; in un tempo in cui il troppo rapido passaggio dall’aurea mediocrità di altra volta al culmine di potenza e di ricchezza a cui Pericle avea spinta la repubblica, apriva agli invaniti Ateniesi prospettive così luminose da farli dimentichi di ogni moderazione, nè più sognar d’altro che di dominio universale, e illimitato aumento di possessioni e di tributi; in un tempo in cui un uomo di vista così lucida e di così sano giudizio, com’egli era, poteva presentir facilmente che una terribile tempesta si andava formando per piombar sopra Atene, e che ben tosto sarebbesi presentata l’occasione in cui l’universale penuria di virtù morali e politiche avrebbe dovuto farsi profondamente sentire colle più funeste conseguenze; — in siffatto tempo offrir sè medesimo, nei pensieri e nelle massime, con la voce e con le opere, qual esempio di tutte le domestiche e civili virtù, per trarre a sè con l’incentivo delle sue maniere soavi la gioventù della classe più cospicua, e formarla a poco a poco a pensamenti e principii conformi, questo innegabilmente era il servizio maggiore che un uomo prestar potesse alla patria: e l’unico uomo che il voleva e lo poteva era, anzi fu... Socrate» (Wiel., Aristippo, I, lett. 6).

149.  In tutta questa parlata di Diocare, il cointeressato de’ sacerdoti, cerca raccogliere i giudizj e le dicerie che correan per Atene sul conto di Socrate, a quest’epoca del dramma (415 av. l’E. V.), cioè nove anni dopo la rappresentazione delle Nubi e quindici anni prima dell’accusa di Melito: giudizi e dicerie che, accreditate, checchè se ne dica, e sia pure involontariamente, dalla satira di Aristofane, avvalorate dalla credulità, dalla ignoranza e dalla sorda guerra dei demagoghi, dei sofisti, dei sacerdoti e di tutti coloro che la ironia di Socrate aveva irritato o pei quali la sua persona era un’accusa e un rimprovero vivente, dovevano preparar lentamente il terreno a quelle prevenzioni che alla fine presero corpo nel processo e furono le cause della condanna del grande filosofo.

Il metodo stesso di vita di Socrate, apparentemente ozioso, pareva fatto apposta per avvalorare i pregiudizi che cominciavano a circolare tra il popolo in odio suo. Le leggi antiche soloniche, severissime contro l’ozio, cui comminavan l’infamia (Plut. e Diog. Laerz. in Solone; Erodoto, II; Polluce, VIII, 6), obbligavano ogni cittadino del terzo e del quart’ordine a esercitare qualche utile ed onesta professione, o a servire immediatamente la repubblica. Nell’opinione degli Ateniesi, Socrate (sebben come soldato avesse fatto il suo dovere a Potidea, ad Anfipoli, a Delio) non faceva nè una cosa nè l’altra: poichè «ch’ei fosse a vedersi ed udirsi giornalmente per tutti i vicoli di Atene e per le pubbliche piazze, e ch’egli andasse da una bottega e da un’officina all’altra a molestar la gente ne’ suoi mestieri con le sue questioni e sottigliezze — come essi le nomavano — ciò non veniva riguardato dal basso popolo e neppure dalla massima parte di quei della prima classe, per una occupazione di veruna specie, e meno ancora di verun merito» (Wieland, Aristippo, II, lett. 28). — Figurarsi se questa non doveva essere un’arma eccellente in mano di coloro che quell’apostolato di Socrate molestava, o che la ironia sottile del vecchio derisore raumiliava.

150.  Come è noto, sono questi i titoli dell’accusa promossa da Melito, Anito e Liccone, pei quali Socrate fu poi condannato. «Socrate delinque perscrutando le sotterranee e le celesti cose, e facendo dritto del torto e insegnando altrui guaste dottrine. — Socrate delinque e corrompendo i giovani e non credendo i Numi che la città crede, bensì altre nuove cose demoniache» Plat., Apol., III, XI. Confr. Senof., Apologia, — e le Nubi di Aristofane, ove quelle due precise accuse (comunque si tenti scagionare Aristofane da ogni responsabilità nella morte di Socrate) si trovavano già da ventiquattr’anni prima nettamente formulate.

151.  Aristof., Nubi, v. 95 seg.

152.  Questa fu veramente opinion di Pitagora (Eliano, V. St., IV, 17), ma il popolo non si occupava di sceverare per sottile quali fossero veramente le opinioni di Socrate.

153.  Aristof., Nubi, v. 379 seg.; 828.

154.  Confronta in Aristofane i lamenti di una donna ateniese, venditrice di corone pei sagrificj, contro Euripide, perchè avendo persuaso gli uomini che non ci son gli Dei, le ha rovinato la sua industria (Arist., Tesmof., v. 450 seg.).

155.  Pritani: i reggenti, per turno, del Senato. L’assemblea del Senato (βουλὴ) istituita da Solone a circoscrivere e controllare, in unione all’assemblea del popolo (ἔκκλησια), l’autorità degli arconti, constò da principio di 400 cittadini che Clistene portò ai 500. Erano scelti a sorte ogni anno fra tutti i cittadini che avessero compito i 30 anni, e rappresentavano nello Stato un potere direttivo e moderatore. Il Senato preparava e dirigeva i lavori dell’assemblea del popolo, studiava in anticipazione gli affari e le leggi da sottoporre al suo voto, vegliava all’esecuzione delle sue decisioni; controllava i conti dei magistrati, compilava i bilanci, ordinava i pagamenti, accordava gli appalti delle imposte e delle opere pubbliche. Nessuna legge o misura di iniziativa privata poteva presentarsi all’assemblea, ed essere ammessa alla discussione, se prima non passava sotto l’esame del Senato. E al Senato infine si portavano le denuncie di alto tradimento, circa le quali, se n’era il caso, esso convocava l’assemblea del popolo, ed esposte le denunzie, deferiva la causa ai Tesmoteti. Uscendo di carica i Senatori dovevano poi render conto della propria condotta, e il Senato stesso puniva le colpe dei proprj membri.

Le attribuzioni del Senato non venivano però tutte esercitate da tutti i senatori insieme. I cinquecento senatori dividevansi in 10 sezioni da 50 senatori l’una, quanti cioè ne contribuiva ciascuna delle 10 tribù o file: e ogni tribù rappresentata dalla rispettiva sezione, si succedeva per turno, nella reggenza del Senato, durante l’anno, il quale restava così diviso in dieci periodi amministrativi di 35 a 39 giorni ciascuno. Pritania dicevasi così la sezione dei 50 senatori della tribù in carica (Pritani) come pure il periodo di tempo entro il quale essi amministravano. E indicavasi nelle leggi, oltre la data del mese, la Pritania: il dì ventesimo quinto di Elafebolione, pritaneggiando la tribù Eretteide, ecc. (Dem., Corona).

I Pritani presiedean le adunanze del Senato, lo rappresentavano in permanenza (gli altri senatori essendo liberi di intervenire o no) e prendevano le decisioni in suo nome: convocavano le assemblee del popolo nello Pnice, ne formulavano l’ordine del giorno, lo pubblicavano alcuni giorni prima nell’agora, e presiedevano l’adunanza: il capo dei Pritani (epistata) — tratto pure a sorte ogni dì — dirigeva le discussioni. Egli custodiva eziandio le chiavi dell’Acropoli, del tesoro e dell’archivio, e il sigillo di Stato.

Nel periodo dei trentacinque giorni di ciascuna pritania avevano luogo ordinariamente quattro assemblee popolari: il che dava quaranta adunanze ordinarie all’anno. I pritani però o gli strategi in casi urgenti convocavano il popolo anche in adunanza straordinaria.

156.  Alcibiade prima dell’età legale entrò nella vita pubblica (Andoc., C. Alcib.). Notisi che ad Atene i cittadini avevano bensì a venti anni il diritto di assistere all’assemblea, come, dai diciott’anni, avevano l’obbligo di servire nella milizia: ma non potevano innanzi i trenta prender la parola nell’assemblea come oratori, come non potevano prima di quell’età seder nel Senato o nei tribunali.

Alcibiade nacque, secondo la versione più accreditata, l’anno 450 av. l’E. V., per cui nell’anno della spedizione di Sicilia (415), all’epoca cioè di questa scena, doveva avere realmente 35 anni. Ma altri autori fanno Alcibiade più giovane, attribuendogli 40 anni (Corn. Nep. in Alcib.) all’età della morte, avvenuta nel 404: secondo il qual cómputo all’epoca della presente scena avrebbe avuto appunto 29 anni. Una ragion drammatica mi fece preferire questa seconda versione all’altra più autentica.

157.  Era questo un tasto debole del popolo ateniese, spesso abilmente sfruttato da coloro che bramavano eccitarlo contro qualcuno. E Demostene stesso non si ristava, occorrendo, dal valersene: «Colui, o Ateniesi, che crede di disonorarsi rispettandovi, non è degno di mille morti? Egli farsi maggior del popolo? Oh rabbia!» (Dem., C. Midia).

158.  «Noi non contiam nulla come se fossimo di quelli da Megara» (Alcifr., Lett., III, 44; Teocr., Idill., XIV). Modo proverbiale originato dalla risposta che diede ai Megaresi l’oracolo di Delfo, il quale, da essi interrogato con doni qual popolo fra i Greci sovrastasse in bravura, rispose qualificandoli come gli ultimi fra i Greci — ὑμεῖς δέ ὦ Μεγαρεῖς οὔτε τρίτοι οὔτε τέταρτοι, ecc., ecc. — «Megarenses neque tertii neque quarti, neque duodecimi, neque in ratione, neque in numero.» Vedi Erasmo a questo proverbio. — «Badate, non è sopra Carii che voi fate i vostri esperimenti» (Platone, Lachete). I Carii erano mercenarj che si esponevano senza scrupolo alla guerra. D’essi parla Strabone, lib. XIV.

159.  Plut. in Alcib. E Ateneo, Deipnos., XII, 534: «Jam dux quum esset exercitus, adhuc formosus esse volebat: itaque scutum habuit ex auro et ebore confectum, in quo pro insigni erat Amor fulmen vibrans

160.  Plut. in Alcib.

161.  Ateneo, Deipnos., XII, 543 d., Plut., Alcib.; Tucidide, VI, 16. Vedi la nota 74 dell’atto primo.

162.  Aristof., Nubi, v. 980; Tucidide, I, 6. Portavano le donne ateniesi cicale d’oro appuntate nei capelli, a significare il solito antico vanto delle origini, siccome di vera stirpe autoctona, nate anch’esse dal suolo, al par delle cicale. I giovani più ricchi ed eleganti imitavano la moda femminile.

163.  Porpora ermiònica, ricordata da Alcifr., Lett., III, 46. Ermione fu città del Peloponneso. La porpora che vi si tingeva era celeberrima e vendevasi a enorme prezzo.

164.  Chiamar fichi i fichi, come dice il proverbio — τά σῦκα σῦκα — Dir pane al pane (Demetr., Della elocuzione, 7; Luciano, Modo di scriver la storia). — La quantità dei fichi, onde l’Attica era proverbiale, forniva al proverbio greco l’imagine più comune.

165.  Sui sospetti contro Alcibiade e sulla tendenza e facilità estrema degli Ateniesi della sua epoca a sospettar disegni di tirannide, in ogni minima cosa, vedi Tucid., VI, 15, 28; Aristofane, Lisistrata, Vespe.