166. Plutarco in Alcib.
167. Plutarco in Nicia; Pausania, Focid., X, 15.
168. Eumòlpidi, ministri del culto di Cerere (Demeter) e di Proserpina nel tempio di Eleusi. Erano in Atene — al pari degli Eteobutadi, che erano i sacerdoti di Minerva — una famiglia sacerdotale antichissima, derivante il nome da Eumolpo di Tracia, che fondò i misteri eleusini: o più propriamente da εὔ μελπέσθαι, cantar bene, per il loro ufficio originario di cantar gli inni sacri: onde il loro antenato Eumolpo fu detto di Tracia, ossia di Pieria, siccome della patria del canto. Gli Eumolpidi costituivano anche un foro sacerdotale privilegiato (gerofanti): in quanto era ad essi deferita l’accusa e il giudizio dei delitti di profanazione dei misteri; contro i quali delitti procedevano col massimo rigore, suggellando la condanna con terribili maledizioni. Fu dagli Eumolpidi che venne maledetto, come profanatore dei misteri, Alcibiade (Lisia in Andoc.; Esichio, a q. v. Cfr. C. O. Müller, St. della letter. gr., cap. 3).
169. «Essendo tutti pronti per navigare, non si vedevano già cose di buon augurio, specialmente nella sacra solennità che allora correva. Imperocchè correvano appunto in quei giorni le feste di Adone, ecc.» (Plutarco, Alcib.). — Intorno alle feste delle Adonie, la cui coincidenza coi giorni prefissi alla partenza per la Sicilia, era tenuta d’infausto augurio, vedi al quadro primo la nota 30.
170. Aristof., Lisistrata, v. 393 seg. Cfr. Teocr., Idill., XV; Alcmano, Framm. ap. Hephaest. — Cfr. Menandro, il Misogino, pr. Strab., VII, 297; la Sacerdotessa, pr. Giustin. Monarch., 29.
171. «E poi che avete l’abitudine di chiedere ogni volta all’oratore: Che s’ha a fare? — τὶ οὔν χρὴ ποιεῖν; — io domanderò: Che s’ha a dire?» (Demost., Cherson.) «Sogliono certi, prima ancora di sentir l’oratore, subito domandargli: Che cosa fare?» (Demost., Filipp., IV).
172. I cani dell’isola di Creta, e specialmente quei di Gnosso, città cretese, eran famosi e pregiatissimi per grandezza, ardire e vigoria. Di essi è menzione in Oppiano, Cyneg., I; Polluce, V; Alcifr., Lett., III, 47; Teofilatto, Lett., 58. Egualmente reputatissimi nell’antichità erano i cani di Laconia.
173. Alcibiade aveva l’abitudine nel discorrere, specialmente in pubblico, di interrompersi tratto tratto, e far pause improvvise, il più delle volte a bella posta e per artifizio, come gli venisse mancando la parola (Plut. in Alcib.).
174. «Avendo egli un cane di meravigliosa grandezza ed avvenenza, il quale gli costava settanta mine, gli troncò la coda che bella era oltremodo, e riprendendolo i di lui famigliari e dicendogli come tutti aspramente il vituperavano per aver fatto ciò, egli ridendo: «La cosa va dunque — rispose — come voglio io, perciocchè voglio appunto che gli Ateniesi parlino di questo, acciò non si mettano a parlar contro di me di cose peggiori» (Plutarco in Alcib.).
175. Lo stesso Plutarco in Alcibiade narra di lui che «un giorno, facendogli il popolo applauso, egli per la gioja si dimenticò di una quaglia che aveva nella veste; onde quella spaventata volò fuori, e in vederla il popolo si pose a gridare e inseguirla per prenderla.» Mi sono valso a mio modo dei due incidenti del cane e dell’uccello, fondendone insieme e modificandone le circostanze, colla libertà concessami dalla ragion drammatica.
176. I nepoti dei vincitori di Maratona — avrei dovuto dire: la frase sarebbe stata più esatta: ma anche più lunga e meno drammatica.
177. Il testo preciso e completo della legge, di cui Alcibiade, per le sue buone ragioni, non dice a Cimoto che una parte sola, e a modo suo, era questo: «Se alcuno degli Ateniesi riceverà (doni o danaro) o ad altri ne darà o con promesse si farà corruttore per far danno al popolo o ad un privato cittadino, qualunque modo o artificio egli tenga, sia infame egli e i suoi figli e tutto che è suo» (Demost., Contro Midia).
Del resto, nell’opuscolo — Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, — spiegai di già (e la osservazione vale così per questa che per altre leggi menzionate in quest’atto) come le leggi soloniche, ai tempi di Alcibiade, benchè vigenti tuttora in diritto, fossero per la maggior parte cadute, praticamente, in dissuetudine.
178. Ἀρεοπαγίτου στεγανοίτερος (Alcifrone, Lett., I, 13). Modo proverbiale. — Nel piano legislativo di Solone l’Aeropago era il sostegno e il conservatore della costituzione dello Stato. Composto degli arconti usciti di carica, e di condotta irreprensibile, rotti ai pubblici affari per l’esperienza degli ufficj esercitati, l’Areopago non soltanto funzionava da supremo tribunale nelle più gravi cause capitali, ma era anche rivestito di amplissimi poteri censorj e amministrativi. Vegliava sull’amministrazione dei magistrati, sulle decisioni delle assemblee, perchè nulla si facesse o decretasse contro le leggi; soprintendeva alla pubblica disciplina, ai costumi, alla religione, all’educazione de’ giovani. Puniva i cittadini oziosi, i dilapidatori, i viziosi, indicava ai giovani le carriere da percorrere, ricompensava gli esempj di virtù, ecc. Era in breve il rappresentante degli interessi permanenti, e delle tradizioni politiche, legislative e morali della repubblica.
Ma Pericle, mirando ad abbattere la fazione aristocratica che dall’Areopago traeva forza e prestigio, mutilò d’assai i poteri di questo tribunale. Egli fece passare la legge che toglieva all’Areopago la cognizione di quasi tutte le cause, deferendole invece ai seimila giudici della Eliea. La giurisdizione degli Areopagiti rimase circoscritta alle cause di omicidio premeditato, di incendio, veneficio, empietà, e qualche altro delitto minore: però gli Areopagiti continuarono a essere circondati di quel rispetto e di quella venerazione che incutevano la loro vita austera, l’autorità morale delle loro persone, e la solennità dei loro riti. Nelle cause di omicidio l’Areopago si radunava a giudicare di notte, sul campo di Marte — Ἄρεος πάγος, collina di Marte. — Le due parti, collocate fra le viscere fumanti delle vittime, prestavan prima il giuramento, accompagnato da terribili imprecazioni. Agli avvocati era proibito ogni esordio, ogni digressione dall’argomento, ogni artificio di retorica. Gli Areopagiti ascoltavano silenziosi, e, istrutta la causa, silenziosi deponevano i voti in due urne, una di bronzo, detta della morte, l’altra di legno, della misericordia. A voti pari, l’accusato era assolto, reputandosi aggiunto in suo favore il suffragio di Minerva. Dal silenzio e dal mistero con cui gli Areopagiti giudicavano, venne il proverbio che li riguardava (Meursius, Areopago; Schömann, Antiq. jur. pub., p. 298 seg.; Potterus; O. Müller, ecc.).
179. Porfirio ricorda delle leggi date agli Ateniesi da Trittolemo, antichissimo tra i legislatori Ateniesi, essersi conservate ad Eleusi queste tre sole: γονεῖς τιμᾶν. θεούς καρποῖς ἀγάλλειν. ζῶα μή σίνεσθαι. Onorare i parenti, offerir frutta agli Dei, non far male agli animali (Porph., De abst., IV; Meursius, Them. Att., I). I popolani ateniesi, fanatici delle quisquiglie forensi e dei battibecchi giuridici dell’Eliea, era naturale avessero le leggi a ogni momento in bocca — salvo sempre infischiarsene, per loro conto, nella pratica.
180. «Nelle adunanze vi sono grate le lusinghe, dice Demostene agli Ateniesi» (Demost, Filipp., III). «I vostri demagoghi vi inebbriano di tante lodi, che ne’ parlamenti vi gustano le adulazioni, e la repubblica lasciate alle sue estreme miserie» (Demost., Cherson.). E le adulazioni e le lusinghe erano un tasto di effetto così sicuro sui vanagloriosi Cecropidi, che Demostene medesimo, il quale lo rinfacciava, più d’una volta per ispronare il popolo all’opera, era costretto a ricorrervi.
Però questa piaga popolare era assai più antica di Demostene: già da un pezzo le lodi smaccate e le carezze colle quali i demagoghi trascinavano il popolo ateniese a loro posta, avean fornito il soggetto alla satira sanguinosa del Demo nei Cavalieri di Aristofane: poichè, per una contraddizione curiosa, questo popolo così tenero del sentirsi lodare ed adulare, era poi il medesimo che si lasciava dir sulla faccia improperj d’ogni sorta. E vedi, ad esempio, le orazioni di Demostene.
181. Εὔπρόσωπος γὰρ ὄ τοῦ μεγαλήτορος Ἐρεχθῆος δῆμος — è bello il popolo del magnanimo Eretteo — (Platone, Primo Alcib.).
Δῆμον Ἐρεχθῆος μεγαλήτορος, ὄν ποτ’ Ἀθήνη
θρέψε, Διος θυγάτηρ, τέκε δὲ ζεἴδωρος ἂρουρα.
Popolo del magnanimo Eretteo, cui Minerva figlia di Giove un giorno nutrì, e l’alma terra generò (Omer., Il., II). — Eretteo o Erittonio, figlio di Minerva Betonica e di Vulcano, fu il quarto dei re antichissimi di Atene (dopo Cecrope, Cranao ed Anfizione): nato, secondo la leggenda, dal seme di Vulcano sparso sulla terra (Lucian., Filops.). Per il primo dedicò a Minerva, sulla rocca, sagrificj, e tempio e simulacro: e istituì in suo onore le feste Panatenee, ove fu il primo che corresse sul carro e aggiogasse al carro i cavalli (Si dice che Erittonio figlio della Dea primo degli uomini unisse i cavalli al carro, Aristid., Or. in Minerv.; Virgil., Georg., III). Si volle anche che fosse stato il primo ad introdurre in Atene le monete (Polluce, IX, 6; Plin., VII, 56): e che al suo tempo nascessero le prime api famose sull’Imetto. Regnò cinquant’anni sugli Ateniesi, che da lui furon detti Erettidi, o figli di Eretteo, o popolo Erittonio (Demost., C. Mid. negli oracoli; Eurip., Medea, v. 824; Properz., II, eleg. 6): come Cecropidi diceansi da Cecrope; e anche Cranai, e città di Cranao, città Pandionia, dal re Cranao, e da Pandione, che fu il figlio e successor di Eretteo. Con questo Eretteo od Erittonio non va confuso l’altro Eretteo, suo successore e nipote — figlio cioè di Pandione — che istituì in onor di Cerere i misteri eleusini, e diede il nome alla tribù Eretteide; e sotto il regno del quale i cittadini mutarono l’antico nome di Cecropidi in quello di Ateniesi (Erod., VIII).
182. Aristofane nei Cavalieri, v. 41, chiama con questo titolo mangiator di fave, κυσμοτρὼξ il popolo ateniese. Intorno all’arroganza del demagogo Cleone, vedi Tucidide; e Aristofane nei Cavalieri.
183. Volendo annoverare i demagoghi, ossia gli oratori del popolo che si succedettero, dopo Pericle, nel maneggio delle cose della repubblica, gli Ateniesi nominavano in ordine di tempo primo Eucrate negoziante di stoppe, secondo Callia, venditore di pecore, terzo Cleone conciatore (il cuojajo Paflagone dei Cavalieri), al quale Aristofane nella sua commedia, fa succedere Agoracrito, il salsicciajo, ma nella storia succedettero Cleofonte, il formaggiajo, e Iperbolo, fabbricante di lucerne secondo gli uni, vasajo secondo gli altri; il qual ultimo fu fatto cacciare coll’ostracismo da Alcibiade.
184. Tucidide, Guerra Pelop., II, 79.
185. Tucidide, III, 52, 68.
186. Tucidide, IV, 96.
187. Tucidide, V, 10. Fu nella battaglia di Amfipoli che morì il demagogo Cleone, comandante degli Ateniesi, e morì anche il comandante degli Spartani, il prode Brasida.
188. Aristof., Tesmof. Cavalieri.
189. καλῶ δε ἑναντίον ὑμῶν, ὤ ἄνδρες αθηναῖοι, τοὺς θεοὺς ἄπαντας, καί πάσας, ὄσοι τὴν χώραν ἔχουσι τὴν ἀττικὴν, καί τὸν Ἀπόλλω τὸν πὺθιον, ὄς πατρῶός ἔστι πόλει...» (Demost., Corona).
190. Apollo Pizio — πύθιος — altro dei soprannomi dati a questo Iddio poichè uccise a frecciate il serpente Pitone, nato dal putrefarsi — πύθεσθαι — della terra dopo il diluvio di Deucalione; in memoria di che furono istituiti i giuochi sacri nazionali detti Pizj, celebrantisi ogni quattr’anni, sul luogo della uccisione, nella pianura tra Delfi e Cirra:
Instituit sacros celebri certamine ludos
Pythia de domitae serpentis nomine dictos.
(Ovid., Metamorph., I, v. 446)
Questo mito di Apollo Pitio e dei serpente da lui ucciso, appare una imagine poetica e tutta greca del prosciugarsi della terra, dopo un grande cataclisma, sotto la sferza dei raggi del sole, che ne disperdono le putride esalazioni. E non per nulla gli antichi, come osserva l’Ampère, aveano collocato il tempio di Apollo Pitio a Delfo, al piè delle rupi dette phedriades (sfavillanti), che ancora oggi ripercuotono con tutta forza i raggi solari — ossia le frecce del Nume, che uccisero il mostro.
191. «La città lo sta ad ascoltare ammirata, a bocca aperta, come dicesi che interveniva agli Ateniesi pel figliuolo di Clinia» (Luciano, Scita).
192. «Ad Atene è patrio vanto primeggiar tra i Greci nè soffrir eguali — ἤ (πόλει) προεστάναι τῶν Ελλήνων πάτριον, καὶ μηδὲν τοιοῦτον περιορᾶν γεγνόμενον» (Demost., Parapresb.). «Agli Ateniesi è patrio orgoglio non obbedire a nessuno ma prostrar tutti nelle battaglie — Ἀθηναιοις πάτριον ἔστι μηδενός ὑπακούειν, ἄ πάντον δὲ κρατεῖν τοῖς πολέμοις» (Demost., Sulla lettera di Filippo). — Vedi in proposito più sopra la nota 84. Cfr. Meissner, II, 35.
193. νὴ τόν Δία καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., Cherson.) μὰ τον δία καὶ πάντας τοὺς θεοὺς (Demost., Filipp., IV).
194. Plutarco, Disp. Conviv., I, 1. — Il Dio Tebano, Bacco.
195. La viltà di Cleonimo che gettò via lo scudo, è frequentissime volte ricordata da Aristofane, nelle Nubi, nei Cavalieri, nella Pace e altrove.
196. Le leggi antiche ateniesi (sebbene ai tempi di Alcibiade i rilassati costumi le avesser rese gran parte lettera morta) erano severissime contro i vili. Punito di infamia — e quindi escluso dall’assemblea e dall’esercizio degli altri diritti del cittadino — chi avesse in battaglia cedute l’armi. Καὶ νὸμος τὸν αποδόμενον τὰ ὄπλα, ἄτιμος εἴναι (Syrianus, comm. in Hermog.). Punito di carcere il disertore che usurpasse ufficj di cittadini onorati. Κᾶν ἀστρατεὶας τίς ὄφλῃ, καὶ τι τῶν αὐτῶν τοῖς ἐπιτίμοις ποιῇ, καὶ τοῦτον δέδεσθαι (Demost., C. Timocr.). «Comanda la legge, scrive Aristotile, fare opera d’uom valoroso: cioè non disertar l’ordinanza, non fuggire, non gittar via l’armi.» Προστάττει δὲ ὄ νόμος καὶ τα τοῦ ἀνδρειοῦ ἕργα ποιεῖν, οἴον μὴ λείπειν τὴν τάξιν, μηδὲ φεύγειν, μηδὲ ρίπνειν τὰ ὄπλα (Aristot., Ethic. Nicom., V, 1). E a chi disertasse le schiere, o fuggisse, o gittasse l’armi, era comminata la morte. Νόμος τὸν λιπόντα τὴν τάξιν ἀναιρεῖσθαι (Syrian. in Hermog.; Auct., Problem. Rhet., XL). Νόμος τὸν καταστείχοντα φυγάδα θανάτῳ ζημιοῦσθαι (Marcell. in Hermog.). Νόμος τὸν ῥίψασπιν θανάτῳ ζημιοῦσθαι (Sopater in Hermog.) — Chi anche soltanto per trascuraggine avesse perduto lo scudo, era multato di cinquanta dramme: ε’ ὰν τις ε’ ὶπη, ἀποβεβληκέναι τὴν ἀσπὶδα, πεντακοσίας δρακμὰς ὀφείλειν κελεύει (Lisia in Theomnest.). Altre leggi punivano severissimamente oppignorare o vender l’armi o cederle ad altri (Suida alla voce ἐνέχυρον; Sopater, Syrianus in Hermog., ecc.). — E ai tempi di Alcibiade le risate del popolo e i frizzi di Aristofane erano la sola punizione di Cleonimo!
197. Plutarco in Alcib. e in Antonio. Cfr. Shakespeare, Timone, atto III, e Meissner, sopra l’incontro di Timone, I, 44; II, 280.
198. «Il vino irrorando gli spiriti assopisce gli affanni e i pensieri come la mandragora gli uomini» (Senof., Simp., II). Da questa virtù di assopimento attribuita alla mandragora venne in proverbio tra gli antichi bevere la mandragora, prendere la mandragora, per significare dimenticanza del proprio dovere, lentezza nell’operare, letargia. Così Demostene, nella Filippica V, rimproverando l’assopimento insensato degli Ateniesi in faccia al pericolo, somigliano, dice, a chi ha bevuto la mandragora o altra simile pozione — μανδραγὸραν πεπωκόσιν ῇτι φὰρμκαον ἄλλο τοιοῦτον ἐοίκαμεν ἀνθρώποις.
199. Luciano, Timone.
200. Era in Creta la tomba di Minosse con sopravi la iscrizione: Μίνωος τοῦ Διὸς τάφος. Cancellata dall’ingiuria del tempo la prima parola, rimasero l’altre: sicchè la tomba di Minosse fu additata come tomba di Giove: — e la cosa passò tra i Greci in proverbio. Luciano la ricorda di frequente: «Risvegliati, o figlio di Saturno, da cotesto sonno profondo!... se non è vero quello che i Cretesi contano di te e della tua tomba» (Timone). «I Cretesi dicono che Giove non solo è nato ed allevato tra essi, ma ne mostrano anche la tomba» (Dei sacrifizj). «Quei che vengon da Creta contano che lì han veduto una tomba e sopravi una colonna con una scritta, che dice che Giove non tuona più, perchè è morto da un pezzo» (Giove tragedo).
201. Le donne greche, nei tempi più antichi, ascrivevano a primo dei doveri della maternità l’allattare esse medesime i loro bambini (Omero, Iliad., X, v. 83; Odissea, XI, v. 446; Euripide, Ion., v. 1460). Ma in Atene ai tempi di Alcibiade questa usanza era scaduta e le poche donne che allattavano ancora, si provvedevano però anche di una nutrice (Suida alla voce τροφὸς; Aristof., Caval., v. 713; Plut., Educ. dei fanciulli). Rinomatissime erano le nutrici spartane (Plut. in Lic.).
202. Alcibiade ebbe per nutrice una donna spartana di nome Amicla (Plut. in Alcib.). Gli antenati di Alcibiade erano stati in Atene prosseni, ossia consoli di Sparta e a Sparta la famiglia dell’eforo Endio, pei vincoli di prossenia che a quella di Alcibiade la legavano, alternava in ogni generazione il nome di Endio con quello di Alcibiade (Tucid., VI, 89; VIII, 6). Anzi Alcibiade era esso stesso un nome laconico, come osserva lo scoliaste di Tucidide (Cfr. Meurs., Misc. Lacon., III, 8).
203. Chi vuol leggere esempj d’insolenze ed invettive che il popolo ateniese si lasciava dire in faccia, persuasissimo in cuor suo di meritarsele e altrettanto deciso di infischiarsene e tirar innanzi a modo suo, non ha che a prender in mano i Cavalieri o le Vespe di Aristofane o qualcuna delle orazioni di Demostene. Ecco la descrizione del popolo sovrano dello Pnice, personificato nel vecchio Demo, che Aristofane nei Cavalieri fa dire da Demostene a Nicia sulla faccia degli spettatori:
Un padron ci toccò rustico, strambo,
Lunatico, iracondo, mangiafave:
Certo Demo Pniceo zotico, sordo,
Borbotton, capriccioso, e vecchio allocco
E Demostene poi, in pieno foro, ne’ suoi trasporti di virtuosa indignazione, non avea penuria di vocaboli. Città di schiavi, non d’uomini nati a maggioranza (C. Androz.); O Ateniesi assonnati in istupidezza e codardìa (Ibid.); cianciatori, imbelli (Olint., I); impigriti nell’ozio, per ignavia degeneri (Ibid.); popolo invilito, fiacco, spiantato, derelitto, non più altro che schiavi e avveniticcia plebaglia (Olint., III); bellicosi ne’ consigli, vigliacchi in guerra (Cherson.); tutto è qui fra voi codardia (Filipp., IV); voi siete, Ateniesi, un vile gentame, plebe pezzente, inerme, scompigliata, divisa di interessi e di voglie: i capitani e tutti conculcano ogni vostro decreto: muti e prostituti i vostri consiglieri: ogni patto indifferente agli affanni della patria... Voi siete bruzzaglia piena di servitù, perduta nel nulla, e d’ogni vile beneficiuolo menate gran festa... (Sintassi). — E parmi che basti per provare... la discrezione di Timone.
204. Colitta, uno dei borghi dell’Attica, appartenente alla tribù Egeide. Vi nacquero Timone il misantropo e Platone.
205. Partenone, il tempio famoso di Minerva sull’Acropoli: prodigio dell’arte antica, il genio della Grecia di Pericle parla ancor oggi, traverso ai secoli, dalle sue rovine.
206. Timone ha insultato Alcibiade. Ora una legge solonica (abbastanza trascurata del resto come l’altre) vietava ingiuriar una persona in pubblico. «Proibì pure (Solone) il dir villania ad alcuno ne’ templi, ne’ luoghi dove si tien ragione, dove si trattano gli affari pubblici e dove si fanno spettacoli; e ciò sotto pena di dover pagare tre dramme a quella persona particolare che fosse svillaneggiata, e due altre all’erario pubblico» (Plutarco in Solone).
207. Aristof., Acarnesi, v. 43-44. — Si purificava innanzi la seduta il luogo della assemblea spruzzandolo col sangue di un porcellino. Nelle Aringatrici, trattandosi di un’assemblea da burla, Aristofane al porcellino fa sostituire un gatto: Prassagora dice alle donne: Il purificatore porti in giro il gatto (Arist., Eccles., v. 128).
208. Naturalmente era in altro senso che l’austero Demostene diceva: la voce del banditore è voce della patria, τῆς πατρὶδος γωνὴ (Demostene, Corona).
209. ῶ γῆ καὶ θνοὶ — Apostrofe usatissima (Aristen., Lett., II, 20; Demost., Corona, e altrove).
210. Teodota e Gnatena, due delle etére più in voga ad Atene, in quei dì. Intorno a Teodota, con cui Socrate stesso amava intrattenersi, vedi Senof., Memorab., III, 2; Aten., Deipn., V, 220 e. — Ateneo cita pure Teodota e Timandra, come le due amanti più note di Alcibiade: Aten., XII, 535, c. XIII, 574, f. 588 d. — Intorno a Gnatena, vedi Aten., XIII, 558 seg.
211. ἀλκυονίδαι ἡμέραι — modo proverbiale significante giorni placidi e sereni. Alcionj o alcionidei chiamavano propriamente gli antichi i quattordici giorni del solstizio d’inverno, durante i quali gli alcioni usano deporre le uova in riva al mare: onde il nome stesso di quell’uccello — παρὰ ἔν τῷ ἁλὶ κύειν — (Ovid., Metam., XI, v. 745; Plin., N. Hist., X, 47). — Consideravansi come dì fausti ai naviganti, poichè in questo tempo il mare ritrovasi in perfetta calma: indi l’uso proverbiale della frase. Stando amici con noi, ve la godrete e passerete sempre giorni d’alcione (ossia giorni tranquilli) — ἁλκυονίδας τ’ ἄν ἤγεθ’ ημέρας αεί — (Aristof., Uccelli, v. 1594). — Luciano richiama in proposito la favola di Alcione e di Ceice: «Molto onore ebbe l’Alcione dagli Dei per l’amore che ella portò al marito: chè per farle fare il nido il mondo reca alcuni giorni detti alcionj, placidi e sereni in mezzo del verno: ed oggi è uno di quei giorni. Non vedi come è sereno il cielo e il mare tranquillo e cheto che pare uno specchio?» (Luc., L’Alcione. — Cfr. Alcifr., Lett., I, 1; Teocr., Idill., 7). E il Tasso:
«De l’alcione al desiato parto
È sopito il furor d’orridi venti,
Son quete l’onde tempestose, e ’ntorno
Sgombre le nubi e serenato il cielo:
In sì tranquillo e sì felice aspetto
De’ fidi augelli alla progenie arride.»
(T. Tasso, Mondo Creato, Giorn. V)
212. «Come si suol dire, ai soli spergiuri degli amanti gli Dei perdonano; perchè il giuramento venereo — ἀφροδίσιξς ὄρκος — non vale» (Plat., Simposio, c. 10). — «Il piacere è la più bugiarda di tutte le cose: e come va per proverbio, nei piaceri di Venere, i quali pur sembrano essere i massimi, anche allo spergiurare è accordato perdono dagli iddii, appunto come se i piaceri, a guisa di fanciulli, non avessero pur un briciolo di cervello» (Plat., Filebo, c. 41). — E in Aristeneto una donna così rinfaccia al suo amante la incostanza maschile: «Fintanto che siete innamorati, voi altri uomini, passate le intere notti ai nostri usci per terra e senza letto, piangendo chiamate in testimonio gli Dei, e avete i giuramenti sulla punta della lingua... Ma tosto che avete a sazietà soddisfatta la vostra libidine, e avete ridotte le amate or dianzi ad amarvi alla lor volta, allora tronfi vi ridete del rapito fiore di quelle, e prendete a ludibrio le misere ch’eran prima l’oggetto delle vostre brame: e dite che i giuramenti non arrivano all’orecchio degli Dei» (Aristen., Lett., II, 20). — E Pavillon, illustrando a sua volta un po’ crudamente la teoria greca della nullità del giuramento degli amanti:
Dès qu’un objet cesse de plaire
Le commerce amoureux aussitôt doit finir,
Le respect des serments n’est plus qu’une chimère
La perte du plaisir qui nous les a fait faire
Nous dispense de les tenir.
213. Modo di dire omerico (ripetuto anche in Esiodo, Teog., 35) di uso proverbiale antichissimo fra i Greci, e più antico, sembra, di Omero. Οὔ γὰρ ἀπὸ δρυός ἔσσι παλαιφάτου, οὔδ’ ἀπὸ πέτρης. Così Platone: «Per dirla con Omero, neppur io sono nato nè di quercia, nè di pietra, ma d’uomini» (Apolog., 23). — Il Müller lo reputa un detto di antichissimi cantori pierii: nel quale la quercia e la rupe accennano alla semplice vita campestre degli autóctoni greci, che credevano di trarre la loro origine dai monti e dalle selve: e intorno a questi soli oggetti s’aggirava con innocente semplicità il loro pensiero.
214. «Veloce è Cupido al venire e all’andarsene; se spera prende l’ale: se appena dispera, immediatamente gli cadono. Indi la grand’arte delle etére è in differir sempre il godimento e trattener gli amanti colla speranza» (Aristen., Lett., II, 1). — «Io credo che l’amore grande nasce quando uno si persuade che tu poco lo curi: se è sicuro di possederti egli solo, la passione si smorza» (Luciano, Dial. delle cortigiane, 8). — «Che crudele costui! Ma tu stessa, o Violetta, l’hai guasto col volergli troppo bene e col mostrarglielo. Dovevi non farti vedere troppo accesa di lui: egli ora lo sa, e se ne tiene» (Luc., ibid., 12).
215. Senof., Repub. Laced., 1; Plutarco in Licurgo e Apoft. Lacon.
216. Munichione è il decimo mese dell’anno attico, secondo lo Scaligero (aprile-maggio). Qui cadono in acconcio alcuni cenni sul Calendario Attico.
Gli Ateniesi ebbero da principio un anno lunare di 354 giorni diviso in dodici mesi successivamente cavi e pieni, nell’ordine seguente: 1.º Gamelion; 2.º Antesthesterion; 3.º Elaphebolion; 4.º Munychion; 5.º Targelion; 6.º Scirophorion; 7.º Hecatombeon; 8.º Metagitnion; 9.º Boedromion; 10.º Memacterion; 11.º Panepsion; 12.º Posideon.
Ma col tempo risultando quest’anno lunare in arretrato sul ritorno periodico delle stagioni, si consultò l’oracolo; il quale ordinò di regolare i mesi colla luna e l’anno col sole: cioè intercalare il numero di giorni necessario perchè la durata dell’anno corrispondesse meglio all’annua rivoluzione del sole. Si stabilì quindi una intercalazione di un mese di trenta giorni, la quale intercalazione avesse luogo tre volte in otto anni, ossia per ogni due olimpiadi (quadrienni): infatti otto anni di 354 giorni con tre mesi intercalati di trenta, corrispondono appunto ad otto anni di 365 giorni e un quarto. Per tal modo riconducevasi il primo giorno, il primo mese e il primo anno di ciascuna olimpiade verso la luna nuova che veniva dopo il solstizio d’estate. L’ottaetèride, ossia periodo di otto anni, ricominciava infatti verso questa luna e il lunario ateniese seguiva tutte le variazioni derivanti dalla sua singolare struttura. Fu questa la riforma dell’astronomo Metone, introdotta nel calendario civile ateniese appunto all’epoca di Alcibiade e precisamente nel 432 av. l’E. V. (anno 1.º dell’Olimpiade 87.ª): e da quell’epoca il mese di ecatombeone, ch’era il settimo del primitivo ordine, e cominciava appunto col novilunio susseguente al solstizio estivo (16 luglio), diventò il primo mese del calendario olimpico, che fu adottato dalla maggior parte degli Stati greci. Indi i mesi attici, corrispondenti ciascuno (secondo i calcoli del Corsini) dal 16 luglio in avanti, alla seconda metà di un mese nostro, e alla prima metà del successivo, rimasero così distribuiti:
1.º Ecatombeone (luglio-agosto), mese della ecatombe, ossia del sagrificio. Chiamossi in antico ecatombe un sagrificio di cento buoi, più tardi un olocausto in genere.
2.º Metagitnione (agosto-settembre), mese del tragitto. Si celebravano in esso le feste di Apollo Metagitnio, commemorative del passaggio di un popolo dell’Attica da un comune all’altro.
3.º Boedromione (settembre-ottobre), ossia mese del soccorso. Celebravasi in esso la festa Boedromia, in memoria del soccorso recato da Xuto agli Ateniesi, quando questi, al tempo di Eretteo, furono assaliti dagli Eleusini sotto la condotta di Eumolpo trace, figlio di Nettuno. Vi si onorava Apollo perciò detto anch’egli Boedromio; e ai 15 di questo mese stesso ricorrevano in onor di Cerere e Proserpina le feste dei misteri eleusini, la cui celebrazione durava nove dì.
4.º Pianepsione (ottobre-novembre), ossia mese delle fave cotte. Si cuocevano queste nelle feste, perciò dette Pianepsie, istituite in memoria di Teseo, che tornato salvo da Creta, mangionne per allegrezza alla stessa tavola co’ suoi compagni. Ricorrevano pure in questo mese le Tesmoforìe, ossia le feste di Cerere tesmofora, celebrate per sette giorni dalle donne di ingenua nascita, con processioni ad Eleusi, digiuni e solennissimi riti; e le feste Apaturie, o feste delle frodi, commemorative del duello in cui Melanto campione degli Ateniesi vinse per inganno Xanto re dei Beoti; duravan tre giorni, nel terzo dei quali avea luogo la iscrizione dei neonati.
5.º Memacterione (novembre-dicembre), ossia mese di Giove tempestoso — in onor del quale si celebravano le feste Memacterie per implorare il tempo sereno (Il Petavio mette questo mese in luogo del Pianepsione dal quale lo fa precedere).
6.º Posideone (dicembre-gennajo), ossia mese di Nettuno, onorato nelle feste Posidonie, celebrate con solenni abluzioni, specialmente in Egina. Ricorrevano pure in questo mese le Dionisiache rurali, ossiano i Baccanali campestri, celebrati nella campagna colla processione del fallo ritto.
7.º Gamelione (gennajo-febbrajo), ossia il mese delle nozze, sacro a Giunone Gamelia, auspice e tutrice dei vincoli conjugali.
8.º Amtesterione (febbrajo-marzo), ossia floreale. Vi ricorrevano all’11 del mese le feste Lenee, dette anche Antesterie o floreali, e dedicate a Bacco Leneo: le quali duravan tre giorni: il primo, festa delle botti; il secondo, festa delle coe o delle libazioni funerarie; il terzo, festa dei chitri o delle pentole, perchè in tal dì cuocevansi legumi d’ogni specie in una gran pignatta, offerta in suffragio de’ morti a Mercurio.
9.º Elafebolione (marzo-aprile), ossia mese di Diana cacciatrice dei cervi. Le si offeriva nella sua festa una torta raffigurante quell’animale. In questo mese avean luogo le grandi Dionisiache, ossiano i Baccanali della città, celebrati in Atene colla massima pompa e processioni solenni, e gara dei componimenti teatrali.
10.º Munichione (aprile-maggio), ossia mese di Diana Munichia, così detta dal suo tempio famoso in Munichia, borgata e porto di Atene, ove celebravansi in questo mese le sue feste.
11.º Targelione (maggio-giugno), ossia mese scaldaterra. Vi si celebravano le feste Targelie, in onor del Sole e delle Ore, portandosi in giro le primizie dei prodotti. Ricorreva pure ai 25 di questo mese la festa Plinteria, in onor di Minerva e di Aglauro, tenuta per giorno d’infausto augurio.
12.º Sciroforione (giugno-luglio), ossia il mese dell’ombrella, la quale veniva portata ai 12 del mese, nelle feste Scire o Sciroforie, in onor di Minerva, da Atene a Sciro, borgo fra Eleusi ed Atene, ov’era il tempio di Minerva perciò detta Scirade, ossia dall’ombrella.
Il mese intercalare poi, che si aggiungeva, come abbiam detto, tre volte in otto anni, dicevasi Posideone secondo.
Dividevasi il mese in tre decadi: la prima dicevasi del mese cominciante o luna crescente, ἱσταμὲνος μηνὸς — la seconda del mese medio o della luna media, μεσοῦντος μηνὸς — la terza del mese o della luna terminante, φθίνοντος μηνὸς. Si designavano progressivamente dall’uno al dieci i giorni della prima decade; primo, secondo, terzo del mese entrante o cominciante (πρώτη, δευτέρα, τρίτη ἱσταμὲνος); egualmente quei della seconda: primo, secondo, terzo del mese medio, oppure primo dopo dieci, secondo dopo dieci, ecc. (πρώτη, δευτέρα, τρίτη μεσοῦντος, ovvero πρώτη ἐπί δὲκα ecc). Giunti alla terza decade, si contava per sottrazione: ossia il 21 diceasi decimo del mese cadente, il 22 nono del mese cadente, il 23 ottavo, ecc. (δεκάτη, ἐνάντη, ογδόν φθίνοντος). Però talvolta si contavano anch’essi per addizione e dicevasi primo dopo venti, secondo dopo venti, ecc. (πρώτη μετὰ εἴκαδα, δευτέρα μετὰ εἴκαδα, ecc.). Il 30 ed ultimo del mese chiamavasi ἐνη καὶ νέα, vecchia e nuova luna, ossia tra il finir di una luna e il cominciar di un’altra. Il primo del mese dicevasi pure νουμηνία, ossia novilunio.
Quando il mese era di 29 giorni invece di 30, il 21 invece di chiamarsi decimo del terminante dicevasi nono, il 22 ottavo, ecc.
Vedi Scaligero, Petavio, Corsini, Cesarotti, Taylor; Plutarco in Solone, ecc.
217. Omero, Odissea, e altrove.
218. Pecile, ossia istoriato, diceasi un portico famoso di Atene, ov’erano rappresentate le gesta degli Ateniesi, dipintevi dal pennello di Polignoto. In questo portico diedero più tardi le lor lezioni i filosofi che si dissero stoici (στοὰ, portico).
219. Sull’uso del recarsi, specialmente i parassiti, anche non invitati, ai pranzi ed ai simposj, vedi in Ateneo, Deipnos., VI. Ivi Ateneo cita parecchi di simili casi. In una commedia di Apollodoro Caristio, un personaggio dice d’invitare il parassito Cherefonte, perchè se anche non lo invitasse verrebbe ugualmente. In un’altra commedia del medesimo, il parassito va non invitato a un banchetto nuziale col pretesto di portar degli uccelli alla sposa. Altrove Linceo di Samo narra ancora di Cherefonte che va ad un convito senz’esservi chiamato: e siccome egli vi si trova in più del numero normale dei convitati, i gineconomi lo vogliono mandar via: egli risponde: Avrete contato male. Tornate a contare, cominciando da me. — Pure a lungo discorre di questa usanza del presentarsi non invitati ai simposj, Plutarco nelle Disp. Conviv., VII, 6: ov’egli la giudica sconveniente e propria dei soli parassiti od ombre: benchè la vediam praticata anco da filosofi cinici e cirenei (Luciano, Lapiti, 12; Aten., Deipnos., XII, 510): e benchè Plutarco stesso ami derivarla da Socrate che seco condusse Aristodemo non invitato al banchetto di Agatone; e più in su, da Menelao che nel 2.º dell’Iliade si presenta non invitato al convito d’Agamennone. — Ma caratteristico fra tutti, su questo proposito, è un passo grazioso del cantore jonio Asio di Samo (citato in Ateneo), ov’egli con gravità omerica descrive, in tono di parodia, un parassita che accorre sfrontatamente ad un convito nuziale; che è zoppo, grigio il crine, adora il profumo dell’arrosto (κνισοκόλαξ), e coperto d’ignobili cicatrici, giunge non invitato e a un tratto si pianta fra gli ospiti, siccome un eroe che sorge dal fango, ἔν δὲ μέσοισιν — ηρως εἰστήκει. βορβόρου ἐξαναδύς (Aten., III, 125 d.; Callini, Tyrt. As. carm., ediz. Bachius, p. 142). — Nell’eroe di Asio, il cui tipo sembra al Müller (St. lett. gr., X) il più antico esempio di parodia, il lettore potrà ravvisare la genesi del mio Cimoto.