220.  Il noto verso di Omero, nel 2.º dell’Iliade,

αὐτόματος δέ οἴ ἤλθε βοήν ἁγαθὸς Μενελαος

«spontaneo venne (al banchetto d’Agamennone) Menelao valente nella mischia» era passato in proverbio e in barzelletta tra i Greci, applicato in ispecie per ischerzo ai parassiti che venian non chiamati alle mense. Vedine esempio in Luciano, nei Lapiti.

221.  Nel comico Difilo, presso Ateneo, un parassita invitato, guarda per prima cosa non gli ornamenti e l’architettura della sala, bensì il fumo della cucina; e si rallegra se lo vede uscir ben alto e ben denso: ma se lo vede uscir fioco si rattrista, siccome annunzio di un magro desinare (Aten., Deipnos., VI, 236 c).

222.  Porta Dipila o Triasia, o Ceramica, ovvero il Dipilon, era la porta all’angolo nord-ovest d’Atene, conducente dal Ceramico interno al Ceramico esterno e ai giardini dell’Accademia, distante sei stadj. È la sola porta di Atene che tuttora sussista. Seguivano, dopo quella, a settentrione le porte Ippadi (conducente a Colono), d’Acarne e Melitide (conducente a Maratona); a levante la porta Diomeja, conducente al Cinosargo, e la porta Diocari, che metteva al Liceo; più innanzi, nella parte di mezzodì bagnata dall’Ilisso, la porta Egea (sud-est) conducente al tempio di Cerere e al monte Imetto; e la porta Falerea (sud-ovest) unita, per la via del lungo muro australe, al borgo e porto di Falera. Infine, dopo questa, nella parte di ponente, bagnata dal Cefisso, la porta del Pireo, unita dal lungo muro boreale al porto di quel nome, al quale conduceva per la strada di Teseo; indi la porta Sacra, che conduceva ad Eleusi e la porta Itonia, e infine da capo la Dipila.

223.  Proverbio greco popolare, giunto fino a noi. Un parassita lo cita nel Medico di Aristofane: τοὺς καλοὺς πειρᾷν κακνὸς (Aten., Deipnos., VI, 238 c.). — Opinantur mulierculae pulcherrimum quemquam fumum persequi (Victorius, cap. 21, Variarum).

224.  Rinomatissime e ricercate alle mense erano le anguille del lago Copais, in Beozia. Così pure le raje (βάτις, Arist., Vesp., 510; Aten., III, 104) tenute fra i pesci più delicati; e gli uccelli del Fasi, o fasiani (fagiani — φασιανος ὄρνις — Aten., XIV, 654; Alcifr., III, 7). Dalle rive del Fasi, fiume della Colchide ove trovavansi in gran copia, gli Argonauti furono i primi a portarli in Grecia, di dove vennero trasportati in Italia, serbando l’antico nome.

Argiva primum sum transportata carina;

Ante mihi notum nil, nisi Phasis, erat.

(Marziale, XIII, ep. 72)

225.  Ceramico o palazzo delle tegole, era un quartiere famoso della città, che traeva il nome, secondo Pausania (Attic., 3), dall’eroe Ceramo, figlio di Bacco e di Arianna; ma molto più verisimilmente dai lavori in terra cotta (κέραμος, tegola) che vi si facevano. Estendevasi parte fuori e parte dentro della città. Nel Ceramico esterno, che si stendeva dalla porta Dipila sino all’Accademia, erano le tombe degli eroi, caduti in guerra per la patria. «Ceramicus locus Athenis ubi bello peremptos sepeliebant, et funebres orationes habebant: statuis passim erectis, quae, quo quique loco occubuissent, indicarent» (Suida). Nel Ceramico interno che dalla porta metteva alla piazza maggiore (Agorà), radunavansi il bel mondo e le meretrici (V. Suida; Meursius alla voce Ceramicos; Paus., Att., 3, 29).

Avendo l’autore supposto la casa di Alcibiade (quadro I, not. 1) a ponente d’Atene, fuor delle porte, presso la via del Pireo, Cimoto uscendo dalla porta Dipila, a nord-ovest, per venire a trovar Alcibiade, doveva appunto attraversare il Ceramico esterno.

226.  Anacreonte, ode 41.

227.  Eraclito, filosofo di Efeso, era così chiamato per la oscurità del suo stile e della sua dottrina: della quale Socrate, richiesto un giorno del suo parere da Euripide, ebbe a dire: «quel poco che riesco a capirne è buono; e voglio credere che sarà buono anche quello che non capisco: ma per penetrar quell’abisso ci bisognerebbe un palombaro di Delo» (Diog. Laerz. in Socr. e in Eracl.).

228.  Il giuramento o l’attestazione per Venere! per la regina Venere! δέσποινα Ἀφροδίτη — era de’ più usitati fra le etére (Cfr. Alcifr., Lett., I, 32, 36, 39 e altrove; Aristen., Lett., I, 23).

229.  Aristen., Lett., I, 15; Luciano, Imagini; Omero, Iliade; e la poetessa Saffo: «La persuasione è figlia di Venere

230.  Plutarco in Alcib., chiama Timandra la compagna fedele dell’eroe ateniese che lo assistette al momento della sua morte. Collo stesso nome la chiama Ateneo, XII, 535 c., il quale la fa anche madre della famosa Laide di Corinto: più innanzi, al libro XIII, 574 f., Ateneo la chiama Damasandra — ma è evidentemente la stessa persona.

231.  Ετησίαι, venti settentrionali spiranti regolarmente ogni anno, d’estate, nell’Arcipelago, per un determinato numero di giorni. — Appunto venendo dal settentrione, eran favorevoli alle navi che uscendo dal Pireo veleggiassero a mezzodì per la Sicilia (Cfr. Demostene, Filipp., I; Cose del Cherson.) — E Plinio, Nat. Hist.: «Caniculae exortum diebus octo ferme aquilones antecedunt, quos prodromos vocant. Post biduum autem exortus, iidem aquilones constantius perfiant, diebus quadraginta, quos Etesias vocant.»

232.  Nei tempi eroici più remoti, secondo vediamo in Omero, usavano porsi a tavola, come ai dì nostri, seduti: ma all’epoca del dramma nostro e, in generale, nei tempi storici, dalle guerre persiane in poi, troviamo ormai dappertutto sottentrata fra’ Greci l’usanza di coricarsi sdrajati sui letti. Solo faceano eccezione, insiem coi ragazzi, le matrone e le fanciulle, e in genere le donne di famiglia (ἔλευθεραι), le quali sedevano a tavola sopra sedie a spalliera (Welcker, alte Denkm., II, 240) e per lo più lontane dai mariti; invece le etére e le cortigiane in genere, che rallegravano i simposj maschili, usavano coricarsi anch’esse sui letti a fianco degli uomini (Winckelmann, Monum. ined., 200. Cfr. Alcifr., I, 39).

La forma e disposizione dei letti concordava in complesso coll’uso dei Latini: soltanto, a differenza di questi, — e contro l’opinione comunemente invalsa — pare che i letti delle mense, ad Atene, fossero ordinariamente di soli due posti e non di tre. Così opina anche l’Hermann, arguendolo dal convito platonico, ove Agatone invita Socrate per suo compagno di letto, dà Aristodemo per compagno di letto ad Erisimaco, e solo in via di eccezione chiama Alcibiade a seder terzo fra Socrate e lui. A due a due siedon pure i convitati Greci e Persiani (ὁμόκινοι) al banchetto di Attagino in Erod., IX, 16: e anche nelle pitture di vasi antichi questa appare la disposizione numerica più comune: solo più di rado occorre nelle pitture il caso di letti occupati da tre e talora anche da un numero maggiore di convitati, fino a cinque: Graeci quini stipati in lectulis (Cic., Pison., 1040): ciò che per altro l’Hermann attribuisce anche all’angustia dello spazio offerto dai vasi alle figure.

I letti poteano essere anche più di tre: la cena del re Cleomene era detta laconica perchè non vi erano che tre letti.

I letti (κλίνη), nelle case agiate in ispecie, riccamente lavorati e listati di porpora, eran fatti più comodi da tappeti e cuscini. I convitati vi si poneano a giacere appoggiati sul gomito sinistro (ἐπαγκῶονος δειπνεν, Luciano, Lessifane) a cuscini, per lo più rotondi, che sostenevano il dorso (προς κεφάλαιον), avendo così libero il braccio destro e la parte inferiore del corpo stesa in lungo e leggiermente piegata. Per tal guisa trovandosi varj convitati sullo stesso letto, il primo giaceva sporgendo le gambe lungo il dorso del secondo, o meglio lungo il cuscino su cui il secondo si appoggiava (Millin, Peint. des Vases; Tischbein, Recueil; Ferrario, II, pag. 1041, tav. 144).

Se i cibi venissero come tra i Latini portati in giro e deposti sopra un’unica tavola nel mezzo dei letti, o se ciascun letto avesse il suo proprio tavolo, non è ben definito; però questa seconda maniera è, secondo l’Hermann, più verisimile; e infatti nelle antiche pitture di simposj vediam posti uno o più piccoli tavoli (tripodes, trapezai) dinanzi a ciascun letto: i quali tavoli (su cui deponeansi quei piatti che non recavansi in giro) al finir dei cibi venivano dai servi portati via (αφαιρεῖν τὰς τραπέζας).

Ai convitati — che interveniano al banchetto vestiti in bianco — ordinariamente era il padrone di casa che assegnava i posti; fra i quali vi era, come tra noi, distinzione d’onore; «il posto più onorifico, dice Plutarco, è fra i Persiani quel di mezzo ove siede il re, fra i Greci il primo» (in capo dei letti): e il padrone facea seder presso di sè l’ospite che volea maggiormente onorare (Cfr. Plat., Simp.; Plut., Disp. Conv., I, 2, 3).

Prima di porsi a giacer sui letti, i servi toglievan le calzature e lavavano i piedi ai convitati (Plat., Simp., p. 175, 213): al che, nelle case dei ricchi scialacquatori, invece d’acqua, facevasi uso di vino e di essenze odorose (Plutarco, Focione). — L’ordine del banchetto ci vien quindi così riassunto da Aristofane nelle Vespe (v. 1210 seg.): «Fil. Come debbo coricarmi? — Bdelic. Con decoro. — Fil. Come dunque? — Bdelic. Stendi le ginocchia e mollemente come si usa nelle palestre ti adagia sui tappeti. Piglia quindi a lodare alcuno dei vasi di bronzo che ti son posti dinanzi. Si dà l’acqua alle mani. Si portano le tavole. Ceniamo. Ci laviamo. Si fanno le libazioni.»

A tavola non faceasi uso nè di forchette, nè di coltelli. Solo il cucchiajo (μυστίλη) usavasi pei cibi liquidi; pei cibi solidi adopravansi le dita; le quali i convitati si ripulivano durante il banchetto colla mollica di pane, e coll’acqua ch’era data in fin di tavola; non vi essendo del resto alcun uso nè di tovaglie, nè di tovagliuoli.

Insieme alle abluzioni alle mani (ἀπονίψασθαι) e al levar delle tavole, si lavava contemporaneamente il pavimento, spargendolo di unguenti ed essenze; si distribuivano quindi ai convitati le corone e si chiudeva colla libazione al buon genio il pranzo propriamente detto, ossia la mensa dei cibi (Cfr. Aten., Deipn., IX, 408 f.; XV, 665 b. Menandro in Suida, v. αἴρειν): alla quale succedeva la parte più importante del banchetto ateniese, ossia la seconda mensa o mensa dei bicchieri. — Ma di questa più innanzi.

233.  Per le Dee! o per le due Dee! (Cerere e Proserpina) — μὰ τὼ θεώ — Esclamazione ateniese usatissima, propria soltanto delle donne. Cfr. Aristof., Eccles., v. 158; Lisistr., v. 111 e altrove.

234.  Cfr. il lamento sulle guerre civili de’ Greci, posto anche da Aristofane in bocca a una donna ateniese: «Io voglio imprendere a sgridarvi in comune, e giustamente, perchè voi spruzzando con un solo vaso d’acqua lustrale gli altari come uniti di parentela, in Olimpia, a Pilo, a Delfo, mentre avete nemici i barbari, coi vostri eserciti distruggete gli uomini e le città greche» (Lisistr., v. 1128 seg.).

In Olimpia e a Delfo convenivano, com’è noto, i Greci di tutte le città e di tutti gli Stati per la celebrazione dei giuochi olimpici e dei giuochi pizj, feste che segnavano un periodo di tregua alle guerre fra i varj popoli di Grecia. A Delfo poi conveniva la grande adunanza nazionale dei popoli greci (Anfizionia) per celebrar la festa dell’oracolo in comune (Mejer, Giuochi Olimp.; Krause, Giuochi Pizj, Nemei ed Istmici; Grote; Meursius; Corsini, ecc.). Un pensiero simile sulle discordie fraterne de’ Greci è in Demostene: «Gli è vero che dai Lacedemoni e da noi molto soffrirono i Greci; noi però siam tutti d’un sangue, abbiam tutti una patria comune» (Filipp., III).

235.  Nel recinto del tempio di Delfo erano i tesori votivi dei popoli e delle città greche e i doni preziosi da esse inviati al Nume in memoria delle vittorie riportate. I trofei recavano le iscrizioni dei popoli che li offerivano e delle vittorie che rammentavano; per esempio: Brasida e gli Acanzj, delle spoglie degli Ateniesi. — Gli Ateniesi delle spoglie de’ Corinzj, ecc. Del numero di queste offerte votive era la palma di bronzo degli Ateniesi, ricordata nel quadro II (Vedi Plutarco, Lisandro, I; Pausania, Focide. Cfr. Barthel., V. d’Anac., IV, c. 22).

236.  Frase greca proverbiale, derivata dalla burla che Prometeo si permise verso Giove, secondo narrasi in Esiodo. Sagrificò Prometeo a Giove un bue, e poste dall’una parte le ossa nascoste sotto bianco adipe (ὁστέα καλύψας ἀργέτι δημῷ), dall’altra le carni e il buono e il meglio della vittima chiuso nel ventre bovino, disse a Giove di scegliere quale delle due parti volesse, lasciando agli uomini l’altra. O che Giove fosse preso alla burla, come Igino racconta e scegliesse infatti il peggio, o che se ne avvedesse, come finge Esiodo, egli ne concepì tant’odio verso Prometeo, che dimentico dell’amicizia fino allora professatagli, volle punirlo in una cogli uomini da lui protetti (Esiod., Teogon., v. 535 seg. Cfr. Op. e giorni, v. 48; Igin., Poet. Astron., II, 15). — E Luciano fa dire da Mercurio a Prometeo, che si lagna del supplizio: «Non hai fatto alcun male tu che quando avevi l’uffizio di spartire le carni, facesti parti ingiuste e l’inganno di serbare il meglio per te e di mettere innanzi a Giove, come disse Esiodo, ossa nascoste sotto bianco grasso? Di poi hai formato gli uomini, maliziosissimi animali, specialmente le donne: infine hai rubato il fuoco, ecc.» (Luc., Prometeo). — Indi per ischerzo dicevansi parte di Prometeo le ossa. «Se a tavola si trincia porchetto lattante devi una delle due, o avere per amico lo scalco, o se no ti tocca la parte di Prometeo, ossa coverte di grasso» (Luciano, Di quei che stanno coi signori).

237.  Il comico Macone, presso Ateneo così parla del parassita Cherefonte: «Chaerefon carmen emebat aliquando. Ibi cum coquus, ut narrant, ossibus admodum grave frustum illi forte praecideret; Coque, inquit, ne hoc adpende mihi osseum. Ille vero: At suave est, inquit; ajunt sane, vicinam ossibus, suavem esse carnem. Tum Chaerefon: Utique, inquit, o optime: suave illud quidem; sed quod addiicis molestissimum (Aten., Deipn., VI, 243 f.).

238.  πρὸς τῶν χαρίτων — Scongiuro femminile (Aristen., Lett., I, 11).

239.  Modo di minaccia cui ricorreano frequentissimo gli spasimanti inesauditi (Vedi, per esempio, Alcifr., I, 35). Così Orazio invoca da Venere il castigo all’arroganza di Cloe: — sublimi flagello-tange Chloen semel arrogantem., lib. II, od. 26. — Intorno alle vendette di Venere, vedi anco Eurip., Ippol., v. 545-564; Teocr., Idill., I, v. 101.

240.  Cfr. Alcifr., Lett., I, 36, 40; Aristen., Lett., I, 14.

241.  Cfr. Alcifr., Lett., I, 36. Prima di seppellire i morti e celebrar loro le esequie usavasi in Atene tener esposto nel vestibolo della casa per un giorno (e occorrendo, per accertare il decesso, fin tre giorni) il cadavere lavato, profumato, vestito di ricchi abiti e inghirlandato di fiori. In una mano gli si poneva una focaccia per ammansar Cerbero, e nella bocca uno o due oboli per pagar il tragitto a Caronte (Eurip., Ippol.; Aristof, Lisistr., Rane; Luciano, Del Lutto, Dial. dei morti, 11; Polluce, lib. 8). «E tu dopo d’avermi spogliato stamattina, dice Blepiro a sua moglie, te ne andasti lasciandomi come un morto, salvochè non mi inghirlandasti, nè mi ponesti vicino il vaso dei profumi» (Aristofane, Eccles.).

242.  «È al valor dei regali che mi fanno i miei amanti che io giudico il loro amore» (Aristen., Lett., I, 14). Intorno ai doni alle etére, cfr. anche Alcifr., Lett., I; Luciano, Dial. delle cortigiane, 7, 8, 14; Senof., Memor., III, 11.

243.  Gli Aloi, detti anche feste Talisie, celebravansi ogni anno dopo il raccolto dei frutti, in onore principalmente di Cerere; e insieme anche di Bacco e dell’altre divinità, in genere, il cui favore influiva sull’abbondanza dei raccolti. Di queste feste, siccome celebrate precipuamente dalle donne, parla Alcifrone (Lett., I, 35; II, 3); ed anche Teocrito (Idill., 7); e lo scoliaste di Luciano: «Haloa festum est Athenis mysteria Cereris et Proserpinae et Bacchi complectens pro incisione vitium, et gustatione vini aliorumque fructuum. Philocorus vero ait, ita dictum quod homines tunc in areis commorarentur.» Infatti ἄλος significa aja.

244.  L’abbigliamento ordinario delle donne ateniesi consisteva, com’è noto, 1.º in una tunica (κιθῶν) o specie di camicia bianca, per lo più di lino, molto ampia, discendente in ricche pieghe fino ai piedi, congiunta sopra le spalle con bottoni a fermagli, e allacciata sotto le mammelle dallo strofio, ricca cintura, sovente d’oro; 2.º in una sopraveste (διπλοίδιον) che dev’essere la stessa cosa coll’ἔγκυκλον di Aristofane (Tesmof., 261), (mal tradotto dal Cappellina per mantellino) della stessa stoffa del chiton, ma più breve, spesso con maniche sin verso la metà delle braccia, adorna al basso di liste di vari colori; 3.º in un pallio a forma di sciarpa o manto (πέπλον); 4.º in un panno o velo in testa, all’uscire in pubblico (Poll., lib. 7, 14, 15; A. Tazio, Clit. Leuc., 1; Aristof., Tesm., Lisis. — Cfr. Becker, Winkelmann, Ferrario, ecc.). La tunica color di croco o crocata (κροκωτὸς) era veste di lusso; così pure le cimberiche, vesti portate senza cintura (ὁρθοστὰδια) e così chiamate, secondo lo scoliaste d’Aristof., dal luogo in cui si fabbricavano. Cfr. Arist., Lisistr., v. 44, 45.

245.  Αφροδίτη ψιθυρς, Venere bisbigliante, era altro degli appellativi sotto cui Venere adoravasi in Atene, secondo la testimonianza di Suida, dal susurrare che fanno tra di loro a bassa voce gli amanti: il che appunto diceasi, con parola d’efficacia mirabile, tutta greca, ψιθυρίζειν. In Teocrito (Idill., 1) la voce ψιθυρίσμα è egualmente adoperata, con isquisita armonia imitativa, a significare il dolce sibilo o susurro che fa il vento soffiando tra le frondi degli alberi (Cfr. Teocr. Idill., 27; Mosco, Idill., 5). — E vedi senso tutto artistico delle imagini e della proprietà delle parole: ψιθυρίζειν, diceano i Greci, non solo il susurrio degli amanti e il dolce bisbiglio dell’aure tra le frondi, ma anche il calunniare: qualche secolo prima che la calunnia-venticello fosse posta in musica da Rossini.

246.  Eurip., Ippol., v. 612: Ἤ γλῶσσ’ ὡμώμοχ’, ἤ δὲ φρὴν ἀνώμοτος. Questo verso di Euripide era divenuto, come tanti altri dello stesso, famoso e proverbiale tra i Greci. Solevasi citarlo per ischerzo, quando trattavasi di non mantenere un giuramento o una promessa. Per esempio, cfr. Aristof., Rane, v. 1471. Che un parassita citasse Euripide si spiegava poi tanto più facilmente, e per il posar di questa classe di persone a letterati, e per i varj passi in Euripide interpretati a favor de’ parassiti.

247.  

Ἀνὴρ γὰρ, ὄστις, εὖ βίον κεκτημένος,

μὴ τουλάχιστον τρεῖς ἀσυμβόλους τρέφει,

ὄλοιτο, νοστου μὴ ποτ’ εἴς πάτραν τυχών.

(Ateneo, Deipn., VI, 247 c.)

È da una commedia di Difilo, che Ateneo riporta questi versi, siccome attribuiti in detta commedia ad Euripide. E il parassita d’Alcifrone, dopo aver fatto una citazione di poeta, soggiunge con sussiego: «Anche noi parassiti parliamo alla foggia dei letterati» (Alcifr., Lett., III, 65).

248.  Mandare ai corvi, ἔς κόρακας (che tu possa andar tra i corvi! che i corvi ti piglino, ecc.), modo proverbiale usatissimo, significante: mandar in malora! (Cfr. Alcifr., Lett., I, 16; Aristof., Tesmof., v. 868; Vespe, v. 51; Nubi, v. 789; Caval., v. 892. — Vedi Erasm., ad Corvos).

249.  Dell’odio delle donne ateniesi contro Euripide, perchè sparlatore e denigratore di esse nelle sue tragedie, fa menzione ripetutamente Aristofane nella Lisistrata, nelle Rane e altrove. Anzi la maldicenza di Euripide contro il sesso femminile e la vendetta di queste contro di lui formano l’argomento dell’altra commedia di Aristofane, le Tesmoforeggianti. Difilo poi, presso Ateneo, riportando i versi citati sopra alla nota 38, intorno ai parassiti, mette appunto a riscontro la benevolenza di Euripide verso costoro, colla sua maldicenza contro le donne: «E non vedi quanto egli — Euripide — nelle sue tragedie odii le donne, ed ami per contrario i parassiti?» (Aten., VI, 247 b).

250.  Per le Tesmofore! Per le dee Tesmofore! — Cerere e Proserpina — (Arist., Tesmof., v. 282, 1156); lo stesso che l’esclamazione femminile: per le due Dee! (Arist., Lisis., 51), e altre equivalenti: Per le Dee venerande! Per Cerere! Così Cerere m’ami! (μὰ τὴν Δὴμετρα, Arist., Acarn., v. 708); per le deità eleusine e pei loro misterj! pei sacri misterj! (Alcifr., Lett., II, 2, 3). Cerere e Proserpina avean culto, com’è noto, in Eleusi; e ai loro riti assistean solo le donne; chiamavansi anche dee sotterranee. — Θεσμοφόρη, ossia legislatrice, era propriamente lo speciale attributo di Cerere, in memoria delle prime leggi e delle prime nozioni agronomiche date agli Ateniesi da questa Dea.

251.  Eurip., Ippol., 616 seg.; Androm., v. 943 seg.; Cfr. Aristof., Tesmof., v. 389 seg.; dove egli fa ricordare da una donna tutte le ingiurie scagliate da Euripide contro il di lei sesso.

252.  Eurip., Androm., v. 950. — Aristof., Tesmof., v. 415-416.

253.  Così è chiamato Euripide dalle donne, a cagione della professione di sua madre, nelle Tesmof., v. 387; titolo spregiativo che troviamo affibbiato di frequente a quel tragico anche nei Cavalieri, nelle Rane e altrove.

254.  Le libazioni alle Furie od Eumenidi od Erinni erano fatte senza vino — con acqua e mele soltanto; per il che dicevansi in greco ἀοίνοί, (lat. inviniae): come vedesi in Eschilo, Eumen., v. 112. Il Bellotti tradusse: libagioni astemie.

255.  Venere aurea (χρυσὴ Αφροδίτη — Om., Odiss., IX, 14), ornata d’oro (πολυχρύσος, χρυσῷ κοσμηθεῖσα, Om., Inn. a Ven.), dall’aurea corona, dal trono d’oro, ecc. — appellativi usatissimi della Dea. E Luciano: «Omero in tutto il suo poema da capo a fondo dice ch’io son l’aurea Venere» (Luc., Giove Tragedo).

256.  Le Nubi fatte in Atene rappresentar da Aristofane nell’anno 424 av. l’E. V. (ventiquattro anni prima della morte di Socrate) fecero fiasco. Di che lo stesso Aristofane si lamenta nella parabasi della seconda edizione di quella commedia, ch’egli tornò a dare l’anno dopo, collo stesso esito; e nella parabasi delle Vespe.

Wieland nell’Aristippo (I, lett. 9) fa attribuire da Aristofane il fiasco delle Nubi alla influenza di Alcibiade, di cui eran noti l’affetto e la devozione per Socrate suo maestro acremente deriso in quella commedia, e al timore che Alcibiade stesso seppe incutere in teatro col suo partito. Certo Alcibiade si trovava un po’ interessato in causa, per i frizzi frequenti al suo proprio indirizzo nelle commedie di Aristofane (Cfr. Vespe, 44; Acarnesi, 716; Rane, 1422), e per credersi forse satireggiato egli medesimo nel personaggio di Fidippide delle Nubi: e la popolarità e l’influenza del giovine lion ateniese assai probabilmente poterono nuocere al successo della commedia.

Le Nubi, del resto, e gli Acarnesi, ov’è posto in canzone Lamaco, e le Rane ove canzonasi Euripide, provano ch’era caduta in dissuetudine ad Atene l’antica legge che vietava di citare o attaccar alcuno per nome nelle commedie (Meurs., Them. Att., II, 20).

257.  Sulle percosse date da Alcibiade a Taurea, suo anticorégo, in teatro, vedi Demost., C. Midia; Andocide, Contr. Alcib., IV, 20; e Plutarco in Alcib. Qui se ne variarono le cause e le circostanze, collegando il fatto alla rappresentazione delle Nubi.

258.  Ἀνδρῶν ἀπάντων Σωκράτης σοφώτατος — di tutti gli uomini Socrate è il più savio — fu la risposta che l’oracolo di Delfo diede, com’è noto, a Cherefonte, amico e discepolo di Socrate. Vedi Diog. Laerz. in Socr.; e Platone, Apol., 5.

259.  Cfr. il modo vivace con cui Alcibiade prende le parti del suo maestro in Platone, nel Protagora, c. 23, e nel Simposio.

260.  Evio, Bromio, Dionisio, guidatore de’ cori notturni, amatore delle danze, ecc., appellativi di Bacco (Aristof., Tesmof., v. 990, 992; Sofocle, Antig., v. 1265; Edipo Re, ecc.).

261.  θεῶν μέγας ὄρκος (Om., Odiss., 11, v. 377 e altrove). Era il giuramento per la Stige, ossia per l’acqua di Stige, sacro e tremendo agli stessi Immortali. «Siami testimonio la terra, e l’ampio cielo disopra, e la disotto scorrente acqua di Stige, ch’è il massimo e tremendissimo giuramento pegli Dei beati» — così giura Giunone in Omero (Iliad., XV, v. 36-38. Cfr. Iliad., XIV, 271 seg.; Odiss., V, v. 184; Apol. Rod., Argon., II, v. 291; Esiod., Teogon., v. 400).

La favola, raccolta da Esiodo, fa di Stige una figlia dell’Oceano e sposa di Pallante, che Giove volle onorare ordinando che per lei giurassero i Celesti. Pausania ricorda con questo nome una fonte in Arcadia, non lungi dalle ruine di Nonacri; «ivi, egli dice, una parte della montagna elevasi a picco ad altezza così prodigiosa come non ho visto mai; e dal sommo di essa stilla perennemente un’acqua che i Greci chiaman l’acqua di Stige» (Paus., Arcad., 17): al che corrisponde la descrizione che Esiodo fa dell’abitazione della Oceanitide nell’inferno: «Abita quivi la Dea tremenda agli Immortali, la orribile Stige: sola, appartata dagli Dei, abita inclite case coperte di sopra di grandi roccie: e d’ogni intorno sono argentee colonne drizzate fino al cielo» (Teogon., v. 775-779).

Perchè poi la dimora di Stige fu posta nell’inferno, può spiegarsi colla osservazione di Pausania che l’acqua di quella sorgente arcadica era mortifera agli uomini e agli animali. La superstizione aggiungeva che chi fosse accusato, innocente, di qualche grande delitto, e costretto a bere di quell’acqua, poteva farlo senza averne danno, provando così la sua innocenza. Che se taluno degli Dei mentiva o mancava al giuramento dato per l’acqua di Stige, allora Giove mandava Iride a prendere dell’acqua di quella fonte, e il Nume spergiuro, costretto a beverne, preso da malore, giaceva ammutolito, senza respiro, senza poter gustare nettare nè ambrosia, appartato dal consorzio degli altri Dei per nove anni; finchè nel decimo, guarito, tornava fra i suoi compagni di Olimpo: «tale è il grande giuramento degli Dei per quell’acqua perenne di Stige» (Esiod., Teog., 783-805). Nel qual grande giuramento simboleggiavano gli antichi, secondo Bacone, la necessità: come il solo vincolo che a preferenza di tutti gli altri, della nascita, della religione, dell’onore stesso, ecc., — lega i re e i grandi, e mantiene solo la fede dei trattati.

262.  Μὰ τὴν Ἀγλαυρον (Arist., Tesmof., v. 533). Esclamazione ateniese. Aglauro, Erse e Pandroso chiamaronsi le tre figlie di Cecrope primo re di Atene. Ad esse Minerva diede a custodire il neonato Erittonio o Eretteo (figlio di Minerva e di Vulcano) rinchiuso in una cesta di vimini insieme con un serpente postovi a guardia; sotto proibizione alle tre fanciulle di guardar ciò che nella cesta si contenesse. Pandroso obbedì al divieto della Dea, ma l’altre due sorelle, Aglauro ed Erse, prese da curiosità, non seppero resistere alla tentazione d’aprir la cesta; e alla vista di Erittonio, prese, per castigo di Minerva, da subita insania, si precipitarono dalla cima dell’Acropoli in mare. Così Pausania, Attic.; Apollodoro, lib. III, e Igino, Poet. Astron. Ma Ovidio narra, diversamente, che, delle tre sorelle, Pandroso ed Erse obbedirono entrambe la Dea; Aglauro sola fu tratta dalla curiosità ad aprir la cesta — timidas vocat una sorores — Aglaurus nodosque manu deducit. Una cornacchia andò a riferire la sua disobbedienza a Minerva, che legossela al dito; indi a poco tempo, infatti, capitato Mercurio ad Atene mentre le vergini vi celebravano la festa di Minerva, e visto Erse tra quelle, se ne innamorò: avviossi il Dio alla casa di Cecrope per averla in isposa, e fattaglisi innanzi per la prima Aglauro, la pregò di interporre per lui buoni officj presso la sorella: ma Aglauro, per punizione della Dea, presa da amor per Mercurio, e da gelosia ed invidia della sorella Erse, negossi alle istanze del Nume e tentò precludergli l’ingresso: e allora il Dio tramutolla in sasso (Ovid., Metam., lib. II). Indi forse non a caso, in questo punto della nostra scena, Bacchide inquieta delle occhiate del suo compagno ad Eufrosine, invoca il nome della invidiosa figlia di Cecrope.

Secondo un’altra versione di Ulpiano (comm. a Demost., Falsa legaz.), Agraulo era figlia dello stesso re Eretteo; e nella guerra mossa contro lui ed Atene dai Traci condotti da Eumolpo, avendo l’oracolo presagito la vittoria agli Ateniesi ove qualcuno si fosse sagrificato per la città, Agraulo risaputolo si sarebbe spontaneamente immolata alla patria gettandosi dall’Acropoli. — Il Meursius (Reg. Athen., I, 11) contesta questa versione: certo però essa spiega meglio il culto di cui Aglauro era onorata in Atene; ove ella aveva un tempio, e sacerdotesse dette Aglauridi e misteri e feste a lei sacre — ch’eran le feste Plinterie (Erod., VIII; Paus., Attic.; Esichio, ecc.). Nel tempio e bosco sacro di Aglauro o Agraulo, la gioventù ateniese, all’atto di entrar nella milizia, si recava a dare il solenne giuramento di difendere la patria e le sue leggi (Licurg., Leocr., I, 77; Schol. in Demost., ediz. Didot, 438, 15, 17; Plut. in Alcib.; Meurs., Reg. Athen., I, 9).

263.  Alcibiade era ammiratore appassionatissimo di Omero — ἴ σκυρῶσ Ὄμηρον ἐθαύμαζεν (Eliano, Var. Stor., XIII, 38): — ammirazione in cui ebbe a somigliargli più tardi un altro greco famoso, forse non più grande nè più ambizioso di Alcibiade, ma più fortunato di lui, Alessandro il Macedone: al quale le lettere andarono debitrici della famosa edizione omerica della cassetta.

264.  Omero, Iliad., lib. VIII, v. 337-341.

Ecco, di questo passo, la versione del Monti, più libera della mia:

«Iva Ettorre alla testa, e dalle truci

Sue pupille mettea lampi e paura.

Qual fiero alano che ne’ presti piedi

Confidando un cinghial da tergo assalta,

Od un Ilone, e al suo voltarsi attento,

Or le cluni gli addenta, ora la coscia:

Così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre

Uccidendo il postremo li disperde.»

265.  Un critico trovò ultra-inverisimile questa difficoltà per Alcibiade di procacciarsi un Omero, dei cui poemi non v’era, a suo dire, libreria di Ateniese che fosse priva. Quel critico si inganna. Sebbene di Pisistrato e di Ipparco si narri, che coll’assistenza di Solone, avessero dato opera alla riordinazione dei canti omerici e vietato ai rapsodi di invertirne l’ordine nella recitazione, tuttavia l’edizione materiale, completa nel proprio senso della parola, dell’Iliade e dell’Odissea, a Pisistrato e Solone attribuita, non è positivamente asserita da nessun antico, sino al tardo e straniero Cicerone: e v’hanno ragioni per revocarla in dubbio. Infatti, il codice ateniese da essi compilato avrebbe dovuto tenersi prezioso siccome più vicino all’origine e avente una certa autorità pubblica: e gli Ateniesi, i quali posero nei loro archivj pubblici le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, v’avrebbero conservato gelosamente anche quelle epopee. Ora, al contrario, nè i sei codici omerici posteriori delle città, nè l’ultima famosa edizione della cassetta, ordinata da Alessandro il Grande, offrono alcuna traccia di codesta edizione ateniese o danno indizio alcuno di aver fatto appoggio su di essa. — Il vero è che fino all’epoca di quei codici, e cioè fino al quarto secolo, l’Iliade e l’Odissea vivevano ancora per la massima parte nella tradizione orale dei rapsodi, e neppure nelle più ricche librerie non se ne trovavano trascrizioni ordinate e complete che in un piccolissimo numero di esemplari. Tutt’al più, la maggior parte dei grammatici e dei privati possedevano trascritti soltanto alcuni frammenti o rapsodie isolate dei poemi omerici, come l’Addio di Ettore ed Andromaca — il valor di Diomede — la morte di Ettore — la strage dei Proci, ecc. (Vedi Pope, Essai sur Homère, p. 41; Wolf, Proleg., p. 143; Cesarotti, Ragion. st. crit. su Omero, I, 5; C. Cantù, St. della lett. gr., cap. 3; Müller, St. lett. gr., cap. 5, ecc.). Ciò può spiegare la risposta del grammatico, e calmar la meraviglia del mio critico, che Alcibiade non si trovasse ad avere in casa il canto che cercava: meraviglia che del resto potrebbe applicarsi anche al passo relativo di Plutarco: oltrechè non è detto che Alcibiade, padron di varie case in Atene, dovesse proprio avere sottomano, lì nella sala del convito, i suoi libri e le sue librerie.

266.  L’aneddoto da cui è tratta questa scena è riferito da Plutarco alla prima giovinezza d’Alcibiade, e da lui così narrato: «Passato ch’ebbe (Alcibiade) l’età puerile, portossi ad un precettor di grammatica, e gli chiese un libro d’Omero; e dicendogli il precettore ch’egli non avea niente di Omero, percossolo di un pugno, sen passò oltre: e dicendogli poi un altro di avere Omero corretto da lui medesimo, — E a che, gli rispose Alcibiade, ti trattieni tu ad insegnare a leggere? Atto essendo ad emendare Omero, non ti dai ad erudire la gioventù?» (Plut., Alcib., 7, e Apoftegmi; Eliano, V. St., XIII, 38).

267.  Omero, Iliade, VI, v. 482 484. Il Monti, meno letteralmente, tradusse:

«Così dicendo, in braccio alla diletta

Sposa egli cesse il pargoletto; ed ella

Con un misto di pianti almo sorriso

Lo si raccolse all’odoroso seno —

dove, con tutto il rispetto al Monti, e a costo di passare per un grammatico anch’io, mi permetto di trovare che il misto di pianti almo sorriso è un’amplificazione di gusto assai discutibile, e assai lontana dalla squisita semplicità della frase di Omero: lagrimosamente sorridendo, δακρυόεν γελάσασα.

268.  Per legge posta da Ipparco, figlio di Pisistrato, i poemi di Omero dovean dai rapsodi recitarsi, ogni cinque anni, in Atene, nelle grandi Panatenee (Licurg. in Leocr.; Platone, Ipparco; Eliano, V. St., VIII, 2).

I Panatenei o feste Panatenee, dette anche semplicemente Atenee (ricorrenti nel mese di Ecatombeone, cioè nel primo mese dell’anno, al solstizio d’estate) furono istituiti ad Atene ne’ tempi più remoti, in onor di Minerva, dal re Eretteo, e ristabiliti da Teseo, in memoria, come lo accenna il nome, della riunione in un solo Stato e dentro un solo recinto di mura, dei popoli dell’Attica che vivevano prima isolati e dispersi per la campagna (Vedi Isocr., Oraz. Paneg., ed Encom. d’El.; Lisia, XXI, 1; Licurgo, I, 103; Scol. in Demost., 740, 1). Erano di due specie: le minori che si celebravano ogni anno; e le maggiori (o grandi Panatenee) che ricorrevano soltanto ogni cinque anni. Celebravansi specialmente quest’ultime tra il concorso di tutti i cittadini dell’Attica con grandissimo sfarzo e solennità; con giuochi ginnastici (stadio, lotta, ecc.) e corse equestri, e pubbliche gare poetiche e musicali; e processioni di giovinette delle più cospicue case di Atene e di cittadini d’ogni classe ed età, recanti in gran pompa il peplo di Minerva al tempio della Dea. Ogni tribù dell’Attica concorreva nelle spese a rendere i giuochi più grandiosi, ogni colonia ateniese vi mandava un bue da sagrificarsi. La sera chiudeasi la festa con grandi conviti, e distribuzioni di premj, e gara delle fiaccole (lampadeforia).

Le grandi Panatenee, le grandi Dionisiache e le Lenee o floreali erano le tre solennità dell’anno nelle quali soltanto avean luogo le gare teatrali delle tragedie e delle commedie (Aristof., Nubi, Pace, ecc.; Senof., Simpos.; Ovid., Metam., II; Suida; Meurs., Panaten.; Corsini, Fasti attici, ecc.).

269.  Ai vincitori nelle gare delle feste Panatenee veniva dato in segno d’onore un ramoscello dell’ulivo sacro a Minerva, che era in faccia al Partenone (Meurs., Lect. Att., IV, 6).

270.  «Gli Ateniesi, per suggerimento di Alcibiade, scrissero sotto alla colonna laconica che i Lacedemoni non aveano osservato i giuramenti» (Tucidide, Guer. Pelop., VI, 56).

271.  Maggiordomo: questa parola ha scandalizzato parecchi. Eppure l’ufficio precisamente rispondente a questa carica esisteva certo fin d’allora nelle case de’ ricchi ateniesi; il Settembrini usa anch’egli senza scrupolo ripetutamente questa parola nella sua versione di Luciano, I, pag. 415, 426 (Di quei che stan coi signori).