272. Ad Atene quando levavasi un esercito per qualche spedizione, il capitano (stratego) eletto per la medesima recavasi sulla piazza pubblica accompagnato da un tassiarca od intendente, tenente il registro dei cittadini adatti a portar l’armi (dai 18 anni ai 60), i quali eran tenuti a presentarsi tutti indistintamente. Chiamavansi allora uno per uno ad alta voce, e lo stratego sceglieva fra di essi i soldati della spedizione. I nomi dei chiamati a militare venivano affissi alle statue eponime, ossia alle statue degli eroi da cui prendevano nome le singole tribù (Aristof., Pace, Caval.; Lisia, C. Alcib.; Polluce, VIII, 9; Suida; Esichio, ecc.).
273. Al Liceo, posto in vicinanza della città, avean luogo le rassegne dei soldati innanzi uscire in guerra e gli esercizii militari. «Per lungo tempo fummo rovinati e calpestati, andando e ritornando dal Liceo, coll’asta e collo scudo» (Arist., Pace, v. 357; Suida, alla voce Λύκειον; Paus., Att., 18). Il Liceo, aperto da Pisistrato, il Cinosargo e l’Accademia erano i tre ginnasj destinati alla educazione della gioventù.
274. τανηλεγὴς θάνατος (Om., Odiss., III, v. 238).
275. «Essendo già ben avanti il convito e ormai girando assiduamente il bicchier dell’amicizia...» (Alcifr., Lett., III, 55). «Non è lecito invitare alla stessa mensa quelli che trattano queste brutte cose e bere con essi la tazza dell’amicizia e stender la mano alli stessi cibi» (Luciano, Conto senza l’oste. — Cfr. Aristof., Lisistr., 203). κύλιξ φιλοτησία o anche semplicemente φιλοτησία, calice dell’amicizia, chiamavano la tazza, più ampia dell’altre, che veniva fatta girare al finir del pranzo tra i convitati e della quale tutti bevevano, facendosela passare un dopo l’altro; il che diceasi ἔν κύκλῳ πίνειν, propinare in circolo, e fra i latini bibere a summo, cioè a cominciar dal commensale che stava nel luogo più onorevole a quello che stava nell’infimo. Questa cerimonia significava che i commensali partivano dalla mensa buoni amici. Il Negri nei commenti ad Alcifrone fa di essa una propinazione separata e ben distinta dall’altre libazioni e brindisi; però sembra ch’essa dovesse precedere immediatamente o coincidere colla libazione al buon genio che segnava il levar delle mense; di che si dirà più sotto.
276. ἄκρατος (οἴνος) — Lo si beveva così puro solo appunto nella libazione del buon genio e in altre libazioni sacre; fuor d’esse, nei simposj ateniesi, il vino era di rigore beverlo sempre misto coll’acqua (κεκραμένος). Beverlo puro riteneasi costume de’ barbari: e appunto bevere all’uso degli Sciti dicevasi il bevere vin pretto (Plat., Leg., I, 637; Aten., X). Una legge di Zaleuco, fra i Locresi, puniva persino di morte chi avesse bevuto vin puro senza prescrizione del medico (Elian., V. St., II, 37). Del resto anche in tutta Grecia l’usanza dell’annacquare il vino era generalmente consacrata e fatta risalire sino ad Anfizione. «Filocoro dice che Anfizione re degli Ateniesi fu il primo che imparò da Bacco a temperare mescolandolo la forza del vino» (Aten., II, 38 c.). Più diffusamente Filonide, citato da Ateneo, così spiega l’origine mitica di questo uso: «Poichè Bacco ebbe trasportata la vite dal mar Rosso in Grecia, moltissimi si abbandonarono all’intemperanza bevendo il vino puro; per il che gli uni insanivano come presi dalle furie, gli altri istupiditi dal vino e dalla crapula cadevano come morti. Or avvenne che mentre alcuni banchettavano sulla spiaggia del mare, essendo sopraggiunta la pioggia, i commensali si disciolsero, e il cratere in fondo a cui era rimasto un po’ di vino, abbandonato lì sul luogo, si riempì d’acqua: di poi cessata la pioggia e serenatosi il cielo, i banchettanti ritornarono sullo stesso luogo, e gustando il vino diluito, ne provarono una mite e niente molesta voluttà. Per il che i Greci quando al banchetto vien portato in giro il vin puro, invocano, acclamandolo, il buon genio che lo ritrovò, e che fu Bacco. Quando poi dopo cena vien ministrato il primo bicchiere di vino diluito coll’acqua, acclamano esultanti Giove salvatore, largitor della pioggia, siccome moderatore e autore della gioconda mistura» (Aten., XV, 675 a.). Quest’uso antichissimo durò fin nei tempi più tardi, e il derogare ad esso non solo, ma il non metter nel bicchiere più acqua che vino era tenuto come segno di brutta intemperanza ed estremamente dannoso al corpo ed allo spirito. «Se alcuno beve metà vino e metà acqua, è preso da insania; se beve vino puro, gli si sciolgono le membra del corpo» (Aten., II, 36). E però le proporzioni della mistura variavano; ma il più ordinariamente solevasi mescolare tre parti d’acqua con due od una di vino, o due parti d’acqua con una di vino. Quando la proporzione era da tre ad una dicessi bevere alla maniera delle rane: ma alcuni vini erano abbastanza forti per portarla. La mistura veniva fatta già nel cratere, di dove il vino versavasi nei bicchieri. Indi, allorchè nelle descrizioni antiche dei simposj si parla di vino, οἴνος si sottintende sempre vino misto coll’acqua, a meno che non si nomini espressamente il vin puro, ἄκρατος (Plut., Conjug. praec. — Cfr. Becker ed Hermann, Char., I, p. 166; II, p. 280).
277. Cfr. Aristof., Vespe, 525: e lo scoliaste a questo verso: era costume al levar delle mense libare al buon genio. Questa libazione, fatta di vino puro (cioè non misto coll’acqua come usavasi durante tutto il pranzo), chiudeva difatti il banchetto propriamente detto, o mensa dei cibi (δεῖπνον), e dava il segno delle abluzioni, del cinger le corone e dello asportarsi delle mense; dopo di che succedeansi altri brindisi e il canto del peana e degli scolii, e si passava alla parte per i Greci la più importante del convito, la mensa dei bicchier ossia il vero simposio (πότος, συμπόσιον), destinato al bere e spesso degenerante nell’orgia (Plut., Disp. Conv., 5; Senof., Simp., 2, 1; Plat., Simp., p. 176; Diod. Sic., IV, 3). Sulla libazione del buon genio, ἀγαθοῦ δαίμονος, scrive più diffusamente Ateneo: «Del vino puro che vien dato in fin di cena, e che chiamasi il bicchiere del buon genio, i commensali ne libano un poco, appena quanto basti per gustarne e ricordare il beneficio del dio. Lo si dà infatti dopo che già sono sazî, perchè ne beano pochissimo: e mentre lo prendono dalla mensa, adorano il dio, quasi lo preghino perchè non abbiano a commetter mai nulla di turpe, nè ad esser mai intemperanti nel bere. E Filocoro dice, esser sancito per legge, che dopo terminati tutti i cibi venga portato il vino puro, tanto appena da gustarne e significare la virtù del buon dio: perocchè si diluiva con acqua il vino che bevevasi prima: e perciò chiamarono ninfe le nutrici di Bacco. Dopo offerto il bicchier del buon genio, si usava rimovere le mense, come mostrò con un atto sacrilego Dionigi di Sicilia: il quale in Siracusa vedendo posta davanti al simulacro di Esculapio una mensa d’oro, offerse al dio la libazione del buon genio, e subito la tavola se la fece portar via» (Aten., Deipn., XV, 693). — In luogo della formula al buon genio, usavasi anche talora l’altra ad Igea (υγιείας), cioè alla dea della salute. Il bicchiere con cui faceasi questa libazione del buon genio o d’Igea, diceasi metaniptro (Cfr. Aten., 486 f. Cfr. Becker, Char., I, 165).
278. Marino (θαλόττιος, Arist., Pt., 396; αλυκός, Lisis., 403; αλιμὲδων, Tesmof., 323; Ποντοποσειδῶν, Pl., 1050), epiteto di Nettuno (Ποσειδῶν) specialmente come tale invocato nelle esclamazioni dagli Ateniesi (per il marino Nettuno!). — Dicevasi anche equestre (ἵππιος, Nub., 83; Caval., 551). Però che gli Ateniesi vantassero d’aver primamente appreso da Nettuno l’arte della navigazione e dell’addestrare e guidar cavalli (Vedi Sofocle, Edip. a Col., v. 703 seg.).
279. Le corone, come già si notò, venivano recate soltanto in fine del banchetto (δεῖπνον) al momento di far la libazione al buon genio, con cui lo si chiudeva e si dava principio al bevere (πότος), cioè alla seconda mensa, o mensa dei bicchieri. «La distribuzione delle corone e degli unguenti serviva d’introduzione al simposio della seconda mensa» (Aten., XVI, 685 d.). L’uso delle corone, per liberare appunto il cervello dai fumi delle libazioni del vin puro, faceasi risalire a Bacco; «il quale fu reputato buon medico non solo per aver trovato il vino, soavissimo medicamento, ma altresì per avere insegnato ai presi dal furor baccanale a coronarsi il capo con l’ellera, e per aver onorata questa pianta a cagione di sua virtù contraria al vino; spegnendo l’ellera col suo freddo l’ebbrezza» (Plut., Disp. Conv., l. I, 1). Ma col progredire del lusso, aggiunge Ateneo, si cercò alle corone, oltre il rimedio contro i fumi dell’ebbrezza, anche il diletto degli occhi e delle nari: e allora si introdussero le corone di mirto e le corone di rose, alle quali pure attribuivasi una virtù refrigerante (Aten., XV, 675 e). Queste eran certo le più usate: e perciò Aristofane parla del demo incoronato di rose (Caval., 966): per contrario in Ateneo si vedono proscritte dai conviti siccome nocive le corone di alloro e di viole (Aten., ibid.); nondimeno quest’ultime dovettero anch’elle entrar nell’uso, dacchè l’aggettivo ἱοστέᾳανοι, coronati di viole, ricorre frequentissimo come epiteto proverbiale degli Ateniesi (Arist., Acarn., 636; Caval., 1322; Pind., Framm., 45, 46). Becker cita anche il giacinto; ma questo dovette usarsi particolarmente dai Dori. Del resto Plutarco e Ateneo, nei luoghi sopra citati, discorrono diffusamente delle varie specie di corone adoperate.
280. L’ordine di questi singoli riti è assai chiaramente e concordemente descritto in Senofonte (presso Aten., XI, 462, d, e), in Plutarco (Conv. Sette Sap., 5), nel comico Platone (presso Aten., XV, 665 b), in Menandro (presso Suida, voce αἴρειν) e in altri autori comici (Aten., IX, 408 e, f; XV, 685 d, e), ai quali rimandiamo per più ampj ragguagli il lettore studioso. Vedi anco più sopra la nota 23 — e cfr. i Simposj di Platone e Senofonte.
281. Il buon genio o agatodémone (ἀγαθὸς δαίμων, Ἀγαθοδαίμων), era il dio benefico, la cui protezione assicurava alle case, alle terre, alla città la prosperità e l’abbondanza; divinità maschia dell’ordine dei demoni e dei genj, rispondente alla divinità femmina dello stesso ordine, onorata sotto il nome di ἀγαθὴ τύχη, la buona fortuna, alla quale trovasi sovente associata. Così a Lebadia chi voleva consultare l’oracolo di Trofonio, prima di scendere nel famoso antro dovea passare alcuni giorni in una cappella dedicata al Buon Genio e alla Fortuna (Pausania, Beoz., 39): e ad Atene le due divinità aveano pure un tempio in comune. Ai tempi di Plinio vedevansi al Campidoglio due statue di Prassitele rappresentanti l’una il buon genio, l’altra la buona fortuna (Plinio, Nat. hist., 36, 4). Ad Atene era sacro al buon genio, siccome dio fecondatore dei campi, il primo giorno in cui gustavasi il vino nuovo (Plut., Disp. Conv., VIII, 10). Della libazione al buon genio che terminava il convito si è detto più sopra. (Cfr. Becker, Char., II, p. 262). Il buon genio avea per simbolo un serpente e talora anche un fallo, emblemi ordinari della fecondità. Era il Bonus Eventus dei Romani.
282. Giove salvatore, Ζεύς Σωτὴρ — per il quale spessissimo gli Ateniesi giuravano, νὴ τὸν Δὶα τὸν σωτῆρα (Arist., Rane, 738; Pl., 877) era invocato nelle libazioni in fin di tavola insieme col buon genio: o più precisamente la libazione a Giove salvatore susseguiva a quell’altra — e facevansi entrambe colla medesima tazza (metaniptride). Su di che vedi sopra la nota 68 e il passo citato di Aten., XV, 675 c. E il comico Difilo nella Saffo: «Archiloco, porgimi quella metaniptride colma, che libiamo a Giove salvatore ed al buon genio» (Sulla tazza così detta di Giove salvatore e sulle libazioni allo stesso, vedi pure Aten., XI, 466 e, 471 d, e; XV, 693 f, 693 a-d).
283. Modo proverbiale esprimente longevità. Vedi Luciano, Ermotimo. Dicevasi anche nello stesso senso campar gli anni di Titone (Luc., Ermot.; Dial. dei morti, 7). Sulla longevità di Titone, sposo d’Aurora, vedi Aten., I, 6; e Orazio: Longa Tithonum minuit senectus.
284. Era il più pregiato e celebrato tra i vini greci (Aten., IV, 167 e). Altri vini in pregio erano il vino prannio, il vin di Taso, il vin di Lesbo, di Rodi, di Siracusa, ecc. Sui vini greci e loro varie specie, vedi Aten., I; Elian., V. st., XII, 31.
285. Di queste torte recanti il nome del siculo Gelone (che fu, com’è noto, tiranno di Sicilia) parla Alcifr., Lett., I, 22. Doveano essere la stessa cosa che la torta o focaccia siciliana, σικελικὸς πλακοῦς, menzionata in Ateneo, XIV. Queste torte, πλακοῦς, eran di solito un impasto di farina di segala, cacio e mele (Aten., IX, 17).
286. Lo stadio era un ottavo di miglio e più precisamente metri 184,26. Due stadj erano il diaulo; quattro stadj, l’ippicon; dodici stadj formavano il dolico.
287. Scolii diceansi le canzoni convivali che usavansi cantar alla fine dei banchetti ateniesi, dopo fatta la libazione al buon genio, e al recarsi della mensa dei bicchieri. Al qual momento la cetra ed un ramo di mirto venivan fatti girar pel convito, indi porgere a quello dei convitati che meglio sapesse dilettar la brigata con una bella canzone o con una buona sentenza in lirica forma. Su di che Plutarco: «Canterà fosse alcuno le canzoni usate a cantarsi nei conviti, appellate scolia (cioè oblique e torte) quando in mezzo è la mensa con sopravi la coppa da bere, e in testa le corone... Anticamente gl’invitati cantavano dapprima tutti insieme ad una voce la canzone in lode a Bacco, poi ciascuno cantava da sè in disparte prendendo un ramo di mirto: e conveniva cantasse di mano in mano ciascuno che l’avea. Dopo questo, recavasi intorno una lira, e chi sapea sonare la pigliava e vi cantava sopra: ma quelli che non intendean di musica la rifiutavano, e così questa maniera di cantare non comune, nè a tutti agevole, fu detta scolion. Altri dicono che il ramo di mortine non andava intorno, ma portavasi di letto in letto, e dopo che il primo del primo avea cantato lo mandava al primo del secondo letto, e questi al primo del terzo, poi il secondo a quel del secondo: e per questa varietà e torcimento di quel girare intorno fu la canzone nominata scolion» (Plut., Disp. Conv., I. 1. — Cfr. Ateneo, XV, 694 a-d; Arist., Vespe, 1219, dov’è pure corrispondenza fra lo scolio di chi canta primo e di chi gli tien dietro). Ma opinione molto più credibile è che nella melodia su cui cantavansi gli scolii fossero ammesse certe licenze ed irregolarità per le quali si agevolasse la recitazione improvvisa e donde curva o torta si chiamasse la canzone. I ritmi degli scolii rimastici mostrano grande varietà, ma in generale corrispondono a quelli della lirica eolica; solo che l’andamento della strofa è rotto e ravvivato da slanci intermittenti. Infatti, come autori di scolii andaron celebri in ispecie i poeti lesbii: Terpandro (cui Pindaro ne attribuisce la invenzione), Saffo, Alceo: più tardi si distinsero negli scolii Anacreonte e Prasilla di Sicione: e anche alcuni poeti corali come Simonide e Pindaro (Ateneo, XV, 694-696). Aristofane, Diogene Laerzio, Solone ed altri ci trasmisero un certo numero di scolii della greca antichità. La maggior parte contengono gioconde regole di vita o brevi ditirambi, invocazioni a Bacco, a Venere e ad altri numi o lodi degli eroi: ma due di maggior estensione ed importanza ci pervennero, quello dorico di Ibria cretese, «La mia gran ricchezza è la lancia e la spada, ecc.,» e quello ionico, in Atene fra tutti celebratissimo, di Armodio ed Aristogitone; canzone patriottica attribuita a Callistrato e commemorante l’eroica morte dei due giovani ateniesi che liberarono Atene dalla tirannide di Ipparco e di Ippia, secondo narra Tucidide (VI, 54-59). Su di che più innanzi. Vedi anche, intorno agli scolii, Ulrici, Gesch. der hellen. Dichtkunst, II, 376 seg.; C. O. Müller, St. della letter. greca, cap. 13.
288. «Poscia gli comandai che pigliato in mano il ramo del mirto, mi recitasse qualche cosa di Eschilo» (Aristof., Nubi, 1364). Sull’uso del ramoscello di mirto (μυρρίνη) nel canto degli scolii, vedi la nota sopra, e la canzone di Armodio.
289. Lo scolio d’Armodio, che diceasi anche semplicemente l’Armodio (Ar., Vespe, 1225) attribuito all’ateniese Callistrato, ci fu conservato da Aten., XV, 695 b. Fu composto verisimilmente non molto dopo le guerre persiane, poichè ai tempi di Aristofane lo troviamo come una canzone popolarissima e universalmente gradita ne’ conviti ateniesi (Vespe, 1225; Lisis., 632; e in Antif. presso Ateneo: Si invocava Armodio; si cantava il peana; veniva portata la gran tazza di Giove Salvatore, XV, 692 f). Già prima d’altronde delle guerre persiane, Armodio ed Aristogitone erano stati come eroi liberatori d’Atene onorati di statue in Atene: era vietato ai servi portare il loro nome (Liban., Ap. Socr.): ed era concessa ai loro discendenti l’immunità dai pubblici pesi (Demost. in Lettine).
Dello scolio d’Armodio ecco la versione letterale:
«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando il tiranno uccisero — e libera per uguaglianza di leggi (ἰσονόμους) resero Atene.
«Carissimo Armodio, no, non sei morto: nell’isole dei beati dicono che tu sei, — ove anche il piè-veloce Achille — e, dicono (ci sia) il Tidide Diomede.
«Entro a ramo di mirto la spada porterò — come Armodio ed Aristogitone — quando di Minerva fra i riti sacri (le Panatenee) — l’uomo despota Ipparco uccisero.
«Sempre di voi due la gloria durerà sulla terra — o carissimo Armodio e Aristogitone — poichè il tiranno uccideste — e libera (di leggi uguali) Atene rendeste.»
Come il lettor vede, la traduzione mia, ridotta per le esigenze della scena, comprende le prime due strofe del testo, aggiuntivi i pensieri principali delle ultime due.
Ai dilettanti di questi studj offro qui un altro tentativo di traduzione mia, completa e possibilmente letterale:
Di mirto adorno porterò il brando,
D’Aristogitone, d’Armodio al par,
Quando il tirannico sir trucidando,
Atene a libere leggi tornàr.
No, non sei morto, diletto Armodio!
Ma dei beati l’isole han te:
Dov’è il Tidide Diomede, dicono,
Ed anche Achille celere-piè.
Porterò il brando mirto-vestito,
D’Aristogitone, d’Armodio al par,
Quando di Pallade nel sacro rito
Ipparco il despota prence svenâr.
D’ambo la gloria la terra ognora,
O Aristogitone, o Armodio udrà:
Come il tiranno svenaste allora,
E per voi libera fu la città!
Cattivi versi, d’accordo: però, se non m’illudo, più fedeli alla lettera e allo spirito del testo greco che non la notissima versione del professore Centofanti, la quale va per le scuole:
Su, su, ricuoprasi di mirto il brando,
Brando d’Armodio, d’Aristogitone!
Per lui si sciolsero ceppi fatali,
E Atene è libera con leggi uguali.
Diletto Armodio, no, non se’ morto:
Ma dei beati vivi nell’isole:
E là magnanimi son teco e lieti
Diomede e l’inclito figliuol di Teti.
Su, su ricuoprasi di mirto il brando,
Brando d’Armodio, d’Aristogitone!
Che Ipparco spensero tiranno ardito
Nel sacro a Pallade solenne rito.
Di gloria splendidi sarete ognora,
Tu caro Armodio, tu Aristogitone:
Per voi si fransero ceppi fatali
E Atene è libera con leggi uguali.
Nella qual versione del Centofanti, a parte le parole greche omesse e le forme cambiate, segnai in corsivo le parole aggiunte e i pleonasmi del traduttore, di cui nel greco non è traccia alcuna: e che per un componimento sì breve e caratteristico dell’antica Musa, mi paiono di là di troppi. In ispecie quel verso di stampo tutto moderno: Per voi si fransero ceppi fatali — un poeta ateniese non l’avrebbe mai scritto nè pensato.
290. Secondo Pausania (Att., 2) la cortigiana Leena fu propriamente l’amante di Aristogitone, ma Ateneo per l’opposto (XIII, 596 f.) la dice amante di Armodio. Comunque, è noto come ella fu coinvolta nella celebre congiura dei due amici; e, dopo il primo tentativo fallito in cui Armodio restò ucciso, fatta porre da Ippia alla tortura, sofferse con fortissimo animo lo strazio, anzichè rivelare i suoi complici, finchè per tema che il dolore potesse strapparle qualche parola, si mozzò da sè stessa coi denti la lingua e la sputò in faccia agli aguzzini. Quando gli Ateniesi ebbero infine rotto il giogo, immortalarono il nome dell’eroica cortigiana drizzandole sull’Acropoli un monumento che raffigurava una leonessa (leaena) senza lingua. Vedi Pausania e Ateneo, l. c.; Beulè, L’Acropole d’Athènes.
291. Stesicoro: nacque, secondo una tradizione comune, in Sicilia, ad Imera (colonia mista jonicodorica) poco dopo la fondazione di quella città, verso il 640 av. l’E. V.; visse sino al 560. Il suo primo nome era Tisia: fu, dopo Alcmano, il secondo de’ grandi poeti corali dorici: e la poesia corale, dapprima rinchiusa per lo più ne’ soggetti mitici e nella forma tranquilla dell’epopea, assunse con lui forme più schiettamente ed altamente liriche, ispirandosi al linguaggio appassionato degli affetti. Per questo usò sovente ne’ suoi canti non solo del grave metro dorico, ma anche dei ritmi patetici e profondamente appassionati dell’armonia frigia. Si avevano di lui molte poesie erotiche. In qual pregio fosse tenuto come poeta, in Atene, può desumersi dal Fedro di Platone, ove Socrate pone in bocca a Stesicoro la stupenda teoria sull’amore, che fu compendiata nel discorso di Socrate dell’atto primo, scena prima. E il nome di Stesicoro si affacciava qui naturalmente non solo perchè di poeta siciliano, ma perchè l’innamoramento di Alcibiade e di Timandra in questa scena è appunto quell’inconro subitaneo delle anime di cui Socrate, ispirandosi a Stesicoro, sul principio del dramma parlò.
292. Che Alcibiade avesse già condotto, innanzi il suo richiamo, a buon punto le cose degli Ateniesi in Sicilia, colla presa di Catania, a lui massimamente dovuta, rilevasi da Plutarco in Alcibiade e da Tucidide, VI, 48-51. Di un altro fatto d’armi tra Siracusani e Ateniesi, avvenuto innanzi il richiamo di Alcibiade, e nel quale egli, con una piccola parte de’ suoi, usando di un felice stratagemma, volse in fuga i nemici superiori di numero, facendone scempio, è pur cenno in Polieno (Stratag., I, 40. Cfr. Tucidide, VI, 52). — Indi la supposizione della battaglia, che serve di introduzione a questo quadro, non parmi una licenza storica così temeraria come a qualche critico erudito piacque di ritenere.
293. Delle quattro classi dei cittadini, stabilite ab antico da Solone, le tre prime in generale (pentacosiomedimni, cavalieri, zeugìti) fornivano all’esercito gli opliti o fanti pesanti, che del proprio somministravano l’armi. La terza classe in ispecie era quasi tutta d’opliti; la seconda, poi, come lo indica il nome, forniva in particolar modo anche i cavalieri, somministranti del proprio, oltre l’armi, il cavallo; della prima classe, come più ricca di censo, erano per lo più i trierarchi o comandanti delle triremi, somministranti del proprio la trireme o la galea. Da queste tre prime classi, infine, uscivano naturalmente gli strategi e gli altri ufficiali dell’armata.
I cittadini poveri della quarta classe (thétes) servivano in piccolo numero come arcieri regolari (τοξόται): tutti gli altri, cioè la massima parte, componevano la ciurma della flotta, che era il nerbo della potenza d’Atene: non ultima questa fra le cause originarie della democrazia ateniese (Cfr. Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, Opere, IV, 283).
Però i cittadini delle quattro classi non formavano essi soli le forze militari ateniesi: i meteci (forestieri naturalizzati) e gli stranieri mercenarj e gli schiavi vi entravano pure in gran parte; i primi negli opliti di presidio, i secondi come formanti il grosso delle milizie leggiere irregolari (ψιλοὶ): gli ultimi, completanti i quadri delle ciurme. Laonde, nei primordj della guerra del Peloponneso, prendendo per base la enumerazione di Pericle (Tucid., II, 13), le milizie di Atene si potevano così ripartire:
| Oplìti (fanteria pesante) | d’ordinanza (cittadini delle prime tre classi dai 20 ai 60 anni) | 13,000 | |
| di presidio | oplìti cittadini (dai 18 ai 20 e sopra i 60 anni) | 3,500 | |
| oplìti metèci | 12,500 | ||
| Cavalieri (cittadini della seconda classe) | 1,000 | ||
| Arcieri a cavallo (meteci o forestieri) | 200 | ||
| Arcieri a piedi (τοξόται) (fanteria legg. regolare) | ἀστικοί — cittadini dell’ultima classe (thétes) | 400 | |
| ξενικοί, stranieri (Sciti, Traci, Cretesi, ecc.) | 1,200 | ||
| Flotta | Piloti, ufficiali delle triremi, remigatori per 300 triremi — tra cittadini dell’ultima classe, meteci, schiavi e forestieri | 48,000 | |
| 79,800 | |||
| Fanti irregolari (ψιλοὶ) — non contati nell’elenco di Pericle (peliasti, frombolieri, ecc.), tutti stranieri | 10,000 | ||
| 89,800 | |||
Tale è la cifra più alta cui potessero calcolarsi le forze d’Atene nel fiore della sua potenza. A queste forze poi venivano ad aggiungersi tutte quelle degli alleati tributarj.
Gli oplìti o fanti pesanti avean per armi difensive l’elmo, la corazza, lo scudo, e schinieri coprenti la parte inferiore delle gambe. Per armi offensive la picca e la spada.
I cavalieri portavano anch’essi corazza, scudo, elmo, lancia e spada.
I fanti leggieri regolari (τοξόται) portavano arco, elmo e leggiera armatura.
I fanti leggieri irregolari (ψιλοὶ) erano di quattro specie: peltasti, recanti una lancia corta e un piccolo scudo detto pelta; lanciatori, che gittavano a mano il lanciotto (ἀκόντικον); frombolieri che scagliavano sassi con la fionda; e gittatori di sassi a mano.
Preferendo Atene, per accorgimento politico, impiegare ed addestrare i suoi proprii cittadini nella marineria — (dacchè alla forza marittima appoggiavasi la sua egemonia fra i Greci, e importava che quella fosse ateniese, nazionale, e non precaria) — e a mala pena bastando ai quadri della flotta i thétes dell’ultima classe, così ella assoldava dall’estero tutte le milizie leggiere di cui abbisognava per il suo esercito. Per queste non v’erano nè ruoli, nè ordinamenti che ne prescrivessero le armi e gli esercizii: però Atene li prendeva fra i Greci od i barbari che in uno od altro esercizio si distinguessero. Ella aveva quindi peltasti traci; arcieri di Creta; lanciatori locresi e acarnani; frombolieri di Rodo, ecc. (Vedi Tucidide; Senof., Anabasi e Cose equestri; Arriano, Tattica; Eliano, Tattica; Peyron, note al II e VIII di Tucidide; Boeckh, Econ. pol. at., II; Ferrario, Cost., I, ecc.).
294. I soldati in guerra portavano seco i viveri per tre giorni — carne salata, cacio, ulive, cipolle, ecc. (Cfr. Arist, Acarn., 197; Pace, 368; Plut., Focione). A quest’uopo ogni soldato aveva una sportella o valigietta di vimini (γυλιον) della forma di un vaso lungo, e nella estremità molto stretto (Vedi Suida, Pottero, Scol. di Aristof.).
295. Non solo ogni comandante, ma anche ogni oplìte aveva seco in guerra un servo o scudiero (ὑπασπιστὴς) che gli portava lo scudo, e alle volte lo seguiva nel folto della mischia; benchè, di solito, innanzi la battaglia, costoro fossero spediti alla custodia dei bagagli (Eliano, V. St., XI, 9; Senof., Anab., IV; Tucid., III; Polieno, Strat., II; Eliano, Tatt.).
Probabilmente molti di essi erano meteci, che seguivano in quella, qualità il loro patrono (προστάτης): ossia il cittadino dal quale ciascun meteco (obbligato al servizio militare, ma escluso dai diritti politici) dipendeva per farsi da lui rappresentare negli atti giuridici. (De-Leva, Somm. pop. ant., p. 211).
296. ὄμοιον ὀμοίῳ κατά θεῖον ἀεὶ προσπελάζει (Aristen., Lett., I, 10). Antico proverbio che Aristeneto ha preso da Platone (Simpos.) e da Aristotile (Ethic., VIII) e tutti da Omero: Ὼς αἰεὶ τὸν ὁμοῖον ἄγει θεὀς ὼς τὸν ὁμοῖον.
297. Ramiferi, o tallofori (θαλλοφόροι) erano bei vecchioni impiegati a portar i rami d’ulivo nella processione delle Panatenee; non potendo per la vecchiezza essere impiegati in altro. Indi diceasi proverbialmente buono a fare il ramifero per significare buono a nulla. «Saremo derisi per le vie e chiamati ramiferi» (Aristof., Vespe, 542. — Cfr. Eust., Odiss., 17; Senof., Simp., III; Etym. M.; Esichio, a q. v.).
298. Cecrope fu antichissimo re di Atene, vissuto parecchi secoli innanzi la guerra di Troja. Indi in Alcifrone una cortigiana chiama per ischerno Cecropone per la sua antichità un vecchio rimbambito (Alcifr., Lett., I, 28). E in Aristofane il vecchio imbecille Filocleone invoca Cecrope (Arist., Vespe, 438).
299. Erme, busti di Mercurio, di cui si parlerà più innanzi. La iscrizione sulle Erme dei nomi dei valorosi ch’eransi distinti in guerra, era ricompensa militare anticamente pregiata dagli Ateniesi. «Al tempo degli avi fiorirono molti generosi e stette ognuno contento ad una iscrizione sulle Erme» (Demost., Ad Leptin. — Cfr. Eschine in Ctesif.).
300. Lo starnuto era tenuto fra gli antichi ora per buono ed ora per cattivo augurio, secondo i casi. Infausti eran quelli della mattina, fausti quelli del mezzodì. Così in Aristeneto una fanciulla, mentre scrivendo si lamenta del suo amore infelice, ad un tratto si rallegra perchè nello scrivere starnutò. «Oh come a proposito starnutai! il mio amante penserebbe egli a me in questo momento?» (Aristen., Lett., II, 5). — E in Teocrito: «Fortunato sposo! a te starnutò qualche fausto genio, quando venisti a Sparta!» (Teocr., Idill., 18). Un esempio, invece di starnuto infausto, si ha in Teocr. Idill., 7.
301. Chiechenei, bocche aperte, spalancate, sbadiglianti; appellativo derisorio dato da Aristofane agli Ateniesi, per indicare con una sola caratteristica parola la curiosità senza senso e senza scopo, la credulità e la balordaggine della plebe; voce tolta dallo stupido spalancar di becco delle oche, e degli uccelli piccini all’appressarsi dei maggiori (Cfr. Luciano, Scita; Wieland, Aristippo).
302. Agora era la piazza maggiore di Atene, ove teneasi il mercato; la quale metteva da una parte a settentrione al Ceramico e all’Accademia, e a mezzodì ai Portici (Pecile, Portico Regio, ecc.).
303. Giove fiscio, ossia fuggitivo (φύξιος Ζεὺς), veniva invocato dai fuggenti (Vedi Licofrone, Cassandra, v. 288, e lo scoliaste a quel verso). A Giove Fiscio sagrificò Deucalione cessato il diluvio (Apollod., Bibl., 1. II): e di un’ara dedicata a questo nume fa menzione Pausania (Corint., 4).
304. Le triremi, ch’eran le navi da guerra ateniesi (comandate ciascuna da un trierarca) secondo i calcoli del Boeckh (Econ. pol. At., II, 22), portavano ordinariamente da 200 uomini ciascuna. E cioè: 10 soldati di fanteria navale (ἐπιβάται) destinati alla difesa della nave; 40 opliti (truppe di sbarco o combattenti sopra coperta); e 150 tra uffiziali della nave, marinaj e rematori. Questi ultimi erano oltre a cento, ripartiti in tre ordini (indi il nome di trireme). Nel primo ordine, il più alto sopra il livello dell’acqua, erano i traniti, con lunghi remi: nel secondo di mezzo gli zigiti, nel terzo e più basso i talamj, i quali ultimi remando poco più su del livello dell’acqua, avean remi assai corti e sceglievansi quindi fra i più deboli di forza; questi erano spregiati (Ar., Rane, 1106) e non adoperavansi in alcuna fazione. — Questi tre ordini di rematori eran diretti da un regolatore (κελευστὴς), ch’era sulla nave il primo in dignità, dopo il trierarca ed il piloto (κυβερνήτης), (Tucid.; Senof., Rep. At., I, 2; Peyron, Note a Tucid.).
305. Circa l’ambizione di Alcibiade e la sua sete di gloria, vedi massimamente il Primo Alcibiade di Platone già citato: «La gloria, che tu Alcibiade — gli dice Socrate — desideri più ardentemente di quello che uomo giammai abbia desiderato alcuna cosa» (Pr. Alcib., 124).
306. I Misteri di Eleusi (o Eleusinie): celebri nella antica Grecia. Potevano dirsi una imitazione de’ misteri di Samotracia, salva la sostituzione del mito di Cerere e Proserpina alla favola e ai riti dei Cabiri. Più in su risalendo, può ritrovarsene l’origine nelle antiche dottrine orfiche dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi, raccolte più tardi e sviluppate dalla filosofia pitagorica; colle quali dottrine dovettero avere qualche relazione i riti simbolici egiziani d’Iside e di Osiride, introdotti probabilmente nell’Attica dall’egiziano Cecrope. E però Cecrope potrebbe riguardarsi il vero istitutore de’ misteri eleusini: lo stesso Trittolemo, infatti, a cui Eusebio e Giustino attribuiscono, insieme colla prima seminagione nell’Attica, l’istituzione dei misteri di Eleusi, sembra vissuto poco dopo Cecrope, al tempo di Cranao suo successore.
Diodoro Siculo fa invece istitutore de’ misteri Eretteo, quinto successore di Cecrope, e come lui egizio di nazione: il quale avendo dall’Egitto portato nell’Attica, afflitta da carestia, gran copia di granaglie, gli Ateniesi per gratitudine il fecero loro re; indi dissero Cerere essere venuta nell’Attica con lui; e aver egli perciò portati seco dall’Egitto i riti della Dea (τὰ μυστήρια ποιῆσαι, μετενεγκοντα τὸ περὶ τούτων νὸμινον ἐξ Αἰγύπτου.) e instituiti ad essa in Eleusi i misteri. Ma Pausania negli Attici, parlando della guerra tra Eretteo e gli Eleusini d’Eumolpo riguarda i misteri come già esistenti a quel tempo; e solo è a notarsi nella versione di Diodoro la conferma dell’origine egizia od orientale di quei riti, contemporanea alla venuta delle colonie nell’Attica. Prima d’allora la religione fra’ Greci consisteva, più che altro, in un superstizioso timore delle forze della natura: tutt’al più, se anche prima di Cecrope e di Cadmo gli Dei tutelari di ciascun popolo, i lari e i penati protettori delle famiglie avean vittime e voti, era per assicurarsene la protezione e calmarne lo sdegno, da cui faceansi provenire tutti i mali fisici e morali della vita privata e pubblica. La credenza che Giove fosse il custode dei diritti dell’ospitalità e il punitore degli spergiuri, e che qualunque omicidio anche involontario fosse senza tregua perseguitato dalle Eumenidi, era al più tutto quello che la religione contribuiva di suo allo svolgersi della vita sociale fra quelle orde elleniche primitive. Ma i nuovi colonizzatori e legislatori, venendo in Grecia dai paesi orientali, già mansuefatti alle idee dei governi teocratrici e alla venerazione e al timore delle caste sacerdotali, non tardarono a sentire il bisogno di puntellare con quelle idee l’edificio sociale di quelle loro nuove colonie fra popolazioni indomite e semiselvaggie. Bisognò rinvigorire la fiacca autorità delle leggi col sostegno della fede, diffondendo la credenza che gli Dei prendessero immediata cognizione delle azioni degli uomini; che essi non solo presiedessero alle prosperità e ai mali fisici presenti, ma che non contenti di punire il malvagio e premiare il giusto in questa vita, citassero anche le anime dei trapassati ad un tribunale inesorabile, per essere da questo serbate secondo i meriti o i demeriti ad una nuova vita di delizie o di orribili tormenti. Questa dottrina, inculcata al popolo con la sola esposizione orale, non poteva impressionarlo gran che: ma simboleggiata nei misteri e proposta fra una quantità di apparati incutenti immediato terrore ai sensi, doveva di necessità agire potentemente sullo spirito di uomini eccessivamente sensuali e superstiziosi, che nei sotterranei di Eleusi si trovavano portati, per via di artificiose illusioni, prima nel Tartaro, poi negli ameni boschetti dello Eliso. — Indi colla venuta dell’egizio Cecrope e colla instaurazione dei misteri noi vediam prodursi il contatto più importante e caratteristico fra la deisidemonia, ossia il politeismo materiale, fisiocratico, degli antichi Elleni e lo spiritualismo delle religioni orientali, egizia, israelitica, ecc. E come in queste, così pure nei misteri Eleusini il filosofo scopre, allato ad un intento presunto spirituale e morale, rivolto alla pratica del vero e del giusto, un intento più materiale e più concreto: la brama di dominio e di potenza della casta sacerdotale, volta colle arti dell’impostura ad impadronirsi dell’uomo nella persona, nell’anima e negli averi. Le ricchezze prodigiose accumulate dai sacerdoti del tempio di Eleusi provano come l’intento fosse abbastanza riuscito.
I misteri Eleusini erano di due sorta: i grandi, τά μεγάλα ossiano i veri misteri (μυστήρια) consacrati a Cerere; i piccoli, τά μικρά, ossia inizj dei misteri (τελεταὶ) consacrati a Proserpina. I piccoli celebravansi nel mese di Antesterione, ed erano propriamente una preparazione ai grandi misteri. Durante i medesimi, i candidati alla iniziazione, o iniziati di primo grado (detti misti, μύστης) si purificavano nell’Ilisso, si preparavano con digiuni, preghiere, sacrificj, e sopratutto con offerte alla Dea. Più queste eran ricche e più probabilità si aveva di essere iniziati, e meno terribili eran le prove da subirsi.
Questi misti, ossia iniziati ai piccoli misteri, dopo cinque anni, e per somma grazia dopo un anno, potevano essere ammessi ai grandi — e allora prendevano il nome di epopti (ἐπὸπτης), ossia ispettori, ossia iniziati di secondo grado. La quale iniziazione ai grandi misteri celebravasi ogni tre anni, d’autunno, poco prima delle Tesmoforie, nel mese di Boedromione. Durava nove giorni, dal 15 del mese in poi: le cerimonie avean luogo la notte: e giammai festa sacra fu tanto solennizzata nella Grecia come questa. Tutto che la scienza e l’arte avevan potuto scoprire di più meraviglioso era posto in opera per colpire la fantasia del candidato, già estenuato anticipatamente dai digiuni, dalle macerazioni e da altre pratiche tendenti a debilitare il corpo e la ragione. I primi tre giorni, dei nove, si passavano ad Atene in sacrificj, digiuni, purificazioni, processioni in riva al mare ed altre cerimonie preparatorie. In una di queste un fanciullino di puro sangue ateniese era posto vicino alla fiamma del sacrificio e compiva i riti espiatorj, in nome dei futuri iniziati. — Il quarto giorno, danze sacre, pantomime rappresentanti il ratto di Proserpina e l’invenzione dei processi agronomici di Trittolemo. Portavasi da Eleusi ad Atene il calato (κάλαθος), canestro sacro di Cerere, sopra un carro seguìto da una turba acclamante a Cerere, dea nutrice, dea delle messi. Seguivano vergini, con panieri o ceste (κίστη) di frutta e dolci, che servivano, insieme col ciceone, a rompere il digiuno commemorativo del digiuno di Cerere, giusta la formula degli iniziati: «ho digiunato, ho bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta e dopo aver gustato ho deposto nel calato; ho ripreso dal calato e riposto nella cesta.» — Il quinto giorno, cerimonia delle fiaccole, altra imitazione del rito egizio di Sais. Gli invitati sfilano a due a due in gran silenzio, con in mano torcie accese, poi scambiano e si ripassano le torcie di mano in mano. — Il sesto giorno, la statua di Iacco (figlio di Cerere) inghirlandata di mirto, veniva portata con gran pompa in processione, dall’Eleusinio in Atene, per la via sacra, sino all’Anattorio o tempio di Eleusi. Il calato, il rombo, il fallo, seguono la processione, mentre i sacerdoti cantano gl’inni a Iacco e la turba acclama: Iacche! evoè! Iacche! — Il settimo, ottavo e nono giorno, detti mistici, impiegavansi nella cerimonia della iniziazione degli aspiranti o iniziati di primo grado (misti). Gli iniziati indossano lunghe tuniche di lino, colle quali devono essere iniziati. Essi attendono la notte nel Pronao, o vestibolo, che le porte del tempio si aprano: ed ecco, ad un tratto, là, in mezzo alla più profonda oscurità, scoppiar tuoni e folgori, tremar la terra e il tempio tutto, come scrollato dalle fondamenta. Romori spaventevoli e sibili di serpenti e muggiti s’alzano dagli abissi; fantasmi e spettri ributtanti e cadaveri insanguinati sfilano alla luce sinistra dei lampi. Più in là appare Ecate tricipite, circondata da orrendi mostri. Poi tutto ritorna silenzio e buio; poi lo squarciarsi come d’una cortina metallica annunzia nuove apparizioni. È il Tartaro co’ suoi fiumi di fiamma, e i suoi odori sulfurei, i suoi tormenti e tormentati, Sisifo, Tantalo, Issione, le Danaidi, ecc. Ma il Tartaro scompare, e alle scene spaventose succedono le scene gioconde: sono i campi Elisj coi prati smaltati di fiori e il dolce mormorio degli uccelletti e i boschetti profumati, e le ombre amene, rallegrate dai cori e dalle danze delle coppie dei beati, dai banchetti di nettare e di ambrosia, dalle mistiche melodie. Dagli Elisj ecco i novizi passare ad un sotterraneo illuminato da torcie, ove si svolgono ai loro occhi le vicende di Cerere, di Proserpina e di Iacco, più o meno lubricamente, più o meno oscenamente rappresentate. Il novizio là vede dove Iside nascondesse suo figlio Oro dall’ira di Tifone; e quello che mostrasse a Cerere la vecchietta Baubo per far che la dea nel colmo della mestizia si scompisciasse dalle risa; e quel che contenessero i canestri chiusi delle figlie di Cecrope, ecc., ecc. Terminato lo spettacolo, i novizj son condotti nel recinto sacro fuori del tempio: e là trovansi ancora nel buio: quand’ecco ad un tratto le porte del tempio spalancarsi con fracasso; e nella gran navata, immenso spazio capace di cinquemila persone, in mezzo ad un mare di luce e di torcie scintillanti, apparire la statua di Cerere tutta oro e gemme, circondata da’ suoi ministri in ricchissimi paludamenti. È il gerofante (ἱεροφάντης) supremo pontefice di Cerere, ed in pari tempo il gran sacerdote dell’Attica, assistito dal fiaccolifero (δᾳδοῦχος), dall’araldo, o cerice (κήρυξ) recante il caduceo, e dagli altri sacerdoti. All’entrar degli iniziati nel tempio, l’araldo grida: lungi i profani, gli empj e tutti quelli di cui l’anima è macchiata di delitti: e commina pena di morte a chi non iniziato sarà sorpreso nel tempio. Poi ad un segnale dell’jerofante gli Dei olimpici appariscono nel santuario (teofanìa) e da quel punto comincia l’iniziazione, e gli iniziati son proclamati epopti, siccome ammessi alla visione della divinità. Il gerofante li arringa, promettendo loro, dopo morte, le voluttà degli Elisi, negate ai profani e invitandoli a giurare per la triplice Ecate il silenzio più assoluto su tutto ciò che hanno udito ed inteso, sotto minaccie terribili di morte a chi commettesse la menoma indiscrezione. Tutti gli iniziati prestano il giuramento, ed escono dal tempio in gran raccoglimento, per recarsi in processione all’Eleusinio. Il giorno dopo gli iniziati fan festa e si ricreano dalle fatiche dell’iniziazione nelle braccia delle cortigiane; il nono ed ultimo giorno infine si rimandano i pusillanimi che non superarono le prove, e gli epopti celebrano la iniziazione con ricchissime offerte al tempio di Eleusi — magnifica gazzarra pei sacerdoti.
(Diod. Sic., lib. I; Callimaco, Inno a Cerere; Platone, Fedone, Gorgia; Pausan., Att., 38; Giustino, lib II; Meursius, Gr. fer.; Eleusinia; Reg. Ath., lib. II; Wieland, Aristip., IV, 1; Maury, Hist. des relig. de la Gr. ant.; Robinson, Antiq. of Greece; Barthelemy, Anac.; Preller, Demeter und Persephone; Cl. Bader, La femme grecque, I, cap. 6; Debay, Nuits Corinthiennes, ecc.).