307. Erme (V. sopra, nota 8), così dette da Ἐρμῆς, Mercurio, erano masse di marmo dell’altezza di un uomo, che nella parte superiore ritraevano la testa di Mercurio, e nella inferiore terminavano in colonna tetragona. Di queste Erme ve n’erano molte per le vie, nei vestiboli delle case private e nei templi, — postevi dai privati o per ordine dei magistrati. Anzi una via intera in Atene chiamavasi delle Erme perchè tutta decorata di questi busti. Ipparco, figlio di Pisistrato, ne aveva fatte por molte nel mezzo delle vie tra la città e i singoli demi rurali, con suvvi iscrizioni o precetti morali, per esempio: cura la giustizia — non ingannar l’amico, ecc. (Platone, Ipparco, 228 seg.; Tucidide, VI., 27; Suida, Arpocraz. a q. v.).
Questi simulacri di Ermete eran riguardati dagli Ateniesi come custodi tutelari dei lari domestici, delle vie, della prosperità della città, della pace pubblica e delle istituzioni; e negli Ateniesi, come bene osserva l’Houssaye, l’idea religiosa associavasi siffattamente alla idea politica, che una offesa fatta ad un Dio protettore della città, come quella che poteva attirar su di essa la collera del Dio offeso, consideravasi quale un attacco contro la repubblica. — Indi il crimine di tradimento e di sacrilegio eran fatti sinonimi (Senof., St. Ell., I; Meurs., Them. Att., II, 2. — Cfr. Timeo, Fragm. Hist. gr.; e Houssaye, Hist. d’Alc., II, 42).
Il guasto di queste Erme, che poco innanzi la spedizione di Sicilia furono trovate una bella mattina quasi tutte mutilate nella faccia, fu tenuto in Atene per grave sacrilegio e vi destò un’emozione indicibile, di cui si valsero i nemici d’Alcibiade, per darne la colpa a lui, collegandovi anco l’accusa di avere in un’orgia contraffatto i misteri di Eleusi. Sulla mutilazione di queste Erme, sulle accuse di Pitonico e Andromaco, Dioclide e Teucro, contro Alcibiade, sulla deposizione di Andocide e Tessalo contro il medesimo, e sul processo relativo che provocò, oltre il richiamo e la condanna di Alcibiade, molte esecuzioni capitali di presunti suoi complici, vedi Tucidide, VI, 28, 53, 60, 61; Andoc., Or. dei misteri; Lisia, Contro Andoc., 36; Ps. Andoc., Contro Alcib.; Isocr., De Big., III; Plutarco in Nicia, 13, in Alcib. 18 seg.; Corn. Nep. in Alcib. — Cfr. Grote, tom. XI.
Ma il racconto del coscienzioso Tucidide (VI, 60) intorno al modo con cui fu ottenuta la propalazione d’Andocide, che formò la base della accusa di Tessalo, e la accusa di Lisia contro Andocide stesso (c. 36), danno fondamento a dubitare della verità di quell’accusa riguardo ad Alcibiade. Infatti Tucidide afferma che «niuno nè allora, nè poi potè mai nulla affermare di certo sugli autori del misfatto, e gli Ateniesi medesimi non sapevano se la punizione delle vittime fosse giusta» (ib.).
308. Tucidide avverte che gli Ateniesi diedero al fatto delle Erme maggior importanza del dovere «giudicandola opera d’una cospirazione tendente ad innovar lo Stato e ad abbattere il governo popolare» (VI, 27). Della facilità degli Ateniesi a sospettare per ogni cosa di mene sovvertitrici contro il governo popolare accennai altrove (V. quadro II; e Alcib. e la crit., Op., IV, 321). A questi sospetti associavasi sempre naturalmente il sospetto di intelligenze coll’aristocratica Sparta: indi le accuse di filolacone (amico degli Spartani) e di cospiratore per introdur la tirannide, dal tempo di Ippia in poi, suonavano in Atene pressochè equivalenti (Cfr. Plut. in Cimone, 18; Nicia, 10; Aristof., Lisis., 619 seg.; Erod., V, 91). Perciò, appena si intese, dopo il fatto delle Erme, che un piccolo corpo di Lacedemoni si era inoltrato fino all’Istmo, si sparse subito la voce per Atene che esso si avanzasse di concerto cogli autori del sacrilegio per istabilire la tirannia (Tucid., VI, 61).
309. Ecco il testo preciso dell’accusa contro Alcibiade assente in Sicilia, quale ci fu conservato da Plutarco: «Tessalo, figliuol di Cimone Laciade, accusò Alcibiade figliuolo di Clinia Scambonide di aver commessa iniquità contro le due Dee Proserpina e Cerere, avendone contraffatti e mostrati i misteri in sua propria casa a’ compagni suoi, abbigliato con una veste simile a quella che indossa il Gerofante quando appunto mostra le cose sacre, ed avendo nominato Gerofante sè stesso, e Polizione Fiaccolifero, e Teodoro Banditore, e creati gli altri compagni Iniziati ed Ispettori, contro le leggi e gli statuti degli Eumolpidi, dei banditori e dei sacerdoti di Eleusi. — Per il qual delitto il popolo lo ha condannato a morte in contumacia, ha confiscato tutti i suoi beni, e determinato di più che tutti i sacerdoti e le sacerdotesse lo abbiano a maledire» (Plut., Alcib., 22. — Cfr. Tucid., 61).
Il Dacier unisce erroneamente nella sua versione il testo dell’accusa coll’esposizione della condanna, che di quel testo non fa parte. Comunque sta che Alcibiade fu doppiamente condannato, nel capo e nei beni (Cfr. anche Isocr., De Big., 17; Giustino, V, 1; Diod. Sic., XIII, 5; Corn. Nep., Alcib.; Senof., St. Ell., I, 4).
La pena di morte era difatti la pena inflitta tanto ai traditori o rei di lesa repubblica quanto ai sacrileghi (Licurgo in Leocr.; Hermog., Partit. Sect., V); pure il rigore di quella duplice condanna parrebbe eccedere la stessa legge ateniese, che vietava impor doppia pena: «In qualunque giudizio una sola pena si dia: o corporale o pecuniaria: entrambe no» (Demost. ad Leptin.); «l’Etica condanni il convinto a pena corporale o pecunaria» (Demost., C. Timocr.): conseguenza della qual legge era la facoltà di optare fra le pene, data ai rei convinti (Plat., Apol.; Eugraphius, in Andriam, Act. III; Meurs., Them. Att., II, 22). Così Socrate e Focione furono puniti di morte e non colla confisca dei beni. Vuolsi però notare che Alcibiade era stato condannato a morte dopo la sua evasione a Turio, cioè in contumacia, la morte essendo la pena irrogata di diritto al titolo del crimine: l’opzione poi era concessa solo agli accusati presenti al giudicio; la sola parte efficace della condanna di Alcibiade era l’esilio perpetuo, il divieto di esser seppellito nell’Attica, e la confisca dei beni — le quali appunto erano le pene stabilite pei colpevoli di sacrilegio o di tradimento, quando questi non si trovavano in mano della giustizia (Senof., St. Ell., I; Meurs., Them. Att., II, 2).
310. Nave Salaminia. La Salaminia e la Pàralo (o il Paralio) erano le due principali triremi ateniesi che stavano sempre allestite e pronte a salpare per recar dovunque gli ordini e i messaggi della Repubblica (Tucid., VI, 53), accompagnare, occorrendo, per lo stesso servizio le spedizioni da guerra (Tucid., III, 77), portar le sacre ambasciate o Teorie ai principali giuochi e ai templi più venerati della Grecia, come a Delo, e per tale uffizio chiamavansi anche ambedue navi sacre (Plat., Fedone, 58; Arpocr., Suida). Non eran montate, per il loro servizio geloso di Stato, che da cittadini liberi (Tucid., VIII, 73) ed erano fra le più veloci al corso («Le due velocissime navi Paralo e Salaminia stan per sciogliere dal lido come foriere portando gli inquisitori, i quali devono far noto quando s’abbia ad uscire in guerra.» — Alcifr., Lett., I, 11; Scol. Aristof., Ucc., 1204). La nave Paralo fu la prima che si salvò con Conone dalla disfatta di Egospotamo e portò ad Atene la infausta nuova (Senof., St. Ell., II, 1). La Salaminia (così detta dal suo primo piloto che fu Nausiteo di Salamina) era la nave, in cui, secondo la tradizione popolare, Teseo erasi imbarcato per Creta alla spedizione del Minotauro (Plut., Teseo). Sovr’essa gli Ateniesi mandavano ogni anno la teorìa a Delo a sagrificare ad Apollo, in memoria del sacrifizio fattovi da Teseo quando tornò a Creta vittorioso; e finchè questa nave non era di ritorno, non era permesso in città far giustiziare nessun condannato a morte (Plat., Fedone, p. 43). Perchè la Salaminia cogli anni non si sfasciasse, di quando in quando rappezzavasi: sicchè coll’andar del tempo non serbò più del primo naviglio che la forma. Era una nave di trenta remi — e fu conservata dagli Ateniesi sino al tempo di Demetrio Falereo. — Fu essa che portò ad Alcibiade in Sicilia l’ordine di richiamo (Plut. in Alcib. e Teseo; Tucid., VI, 61).
311. Intorno a Cimone, vedi Plutarco e Cornelio Nepote nella sua Vita.
312. Questo anatema fu scolpito su una colonna eretta in una delle piazze della città (Corn. Nep., Alcib., 4).
313. «Avendolo quindi condannato (Alcibiade) per contumacia e pubblicate avendone le sostanze, determinarono di più che tutti i sacerdoti e le sacerdotesse lo avessero a maledire: fra le quali raccontasi che una sola, chiamata Teano, figliuola di Menone, sacerdotessa del tempio di Agraulo, ebbe il coraggio di opporsi a quel decreto, dicendo: di essere sacerdotessa per benedire e non per maledire» εὐχῶν, οὐ καταρῶν ἱέρειαν γεγονέναι (Plut., Alcib., 22). — Sui riti delle maledizioni, vedi Lisia, Contr. Andoc.; Plut., Arist., 24, 25; Erodoto, V, 165. — Cfr. Maury, Hist. des relig. de la Gr. ant.
314. Agraulo, sinonimo di Aglauro. Vedi quadro III, nota 53.
315. Che una Timandra seguisse Alcibiade allo esercito si rileva da Ateneo: «Lo stesso (Alcibiade) partito per l’esercito, conduceva seco in giro Timandra, la madre di Laide Corinzia» (Aten., Deipn., XII, 535).
316. πάν διὰ πυρὸς ἤ ξιφῶν — anche attraverso i fuochi e le spade! — passar si dovesse anche tra il fuoco e le spade! — esclamazione proverbiale di frequente uso (Diog. Sinop., Epist., 30; Cratete, Epist., 6; Chione, Epist. a Plat., 17).
317. Nicia e Lamaco furono i due capitani eletti a colleghi di Alcibiade nel comando della spedizione di Sicilia. Nicia era abile capitano, ma prudentissimo sino alla paura; Lamaco audace fino alla temerità; Alcibiade radunava in sè, da eccellente capitano ch’egli era, la prudenza del primo e il coraggio del secondo (Plut., Nicia; Alcib.; Tucid., VI).
Sul carattere focoso e impetuosissimo di Lamaco, le cui doti soldatesche appunto lo facevano miglior soldato che condottiero, e il quale del resto visse virtuoso e povero, e morì in Sicilia da prode, vedi Aristof., Acarnesi, Pace, 1290, seg.; Rane, 1039; Tucid., IV, 75; VI, 19, 101; Plut., Alcib., 12, 20; Nicia, 14; Elian., V. st., II, 43. — Aristofane stesso che lo canzonò, facendone il tipo d’un capitan Fracassa de’ suoi tempi, rende omaggio alla sua virtù e ai suoi meriti verso la patria, nelle Tesmof., 841.
318. «In prima è probabile che i Numi, fortissimi alleati e campioni, ci assisteranno» τούς θεοὺς μεγίστους ἡμῖν ὑπάρχειν συμμάκους κα’ βοηθούς (Demost., Sulla lettera di Filippo).
319. «Mandò (il popolo) ad esso (Alcibiade) la nave Salaminia, dando avvedutamente ordine agli inviati di non mettergli le mani addosso, nè di fargli violenza alcuna, ma di usar parole moderate, insinuandogli di venir loro spontaneamente dietro per presentarsi in giudicio, e render persuaso il popolo della propria innocenza. Usata fu tale circospezione perchè temevasi altrimenti un qualche tumulto e sedizione nell’esercito, che trovavasi in paese nemico: cosa che Alcibiade suscitar poteva agevolmente se voluto avesse: imperocchè per la di lui partenza i soldati si disanimarono...» (Plut, in Alcib., 24). — E Tucidide: «Mandarono (gli Ateniesi) la nave Salaminia, ordinandole non già di arrestarlo, ma di intimargli che venisse in Atene a discolparsi. Così vollero evitare che si eccitasse qualche moto nelle loro truppe di Sicilia od in quelle nemiche, e che partissero dall’esercito i Mantinei e gli Argivi, i quali, come si credeva, si erano uniti alla spedizione ad istanza di Alcibiade» (Tucid., VI, 61).
Dinanzi a questa doppia testimonianza di Plutarco e di Tucidide, ci sembra nel torto il Grote, il quale non crede che Alcibiade avrebbe potuto così facilmente suscitare una sommossa militare se avesse voluto resistere all’ordine. Oltre che Alcibiade era forte degli alleati, venuti espressamente per lui, e a lui devoti, e che formavano il maggior numero, la popolarità enorme di Alcibiade fra i suoi stessi concittadini ed il suo ascendente fra i soldati erano notissimi; e i primi fatti della guerra, sopratutto la presa di Catania a lui dovuta e la felice riuscita dello stratagemma di cui racconta Polieno (I, 40), non avevano potuto che accrescerli. — Basta del resto raffigurarsi le doti geniali del carattere di Alcibiade e la sua arte squisita di cattivarsi gli animi, per ritenere senz’altro che le simpatie dell’esercito gli erano assicurate: come lo provò chiaramente la sfiducia che subentrò alla sua partenza.
320. Trierarchi, capitani di trireme (vedi sopra nota 13). Volendo alleviare i pesi dell’erario, Atene accollava ai più ricchi cittadini le spese di alcuni pubblici servizii, detti liturgie. Le liturgie ordinarie erano quattro: la ginnasiarchia, per cui il ginnasiarca provvedeva all’allestimento del luogo pei pubblici giuochi ginnastici, vitto e paghe dei ginnasiasti, ecc. La coregia, che imponeva al corego una parte delle spese dei cori, nelle gare teatrali. La estiasi: il liturgo, a ciò nominato da ogni singola tribù, ne allestiva il banchetto pubblico. Infine la trierarchia, ch’era la più onerosa di tutte. Il trierarca, che appunto sceglievasi tra i più ricchi cittadini, era obbligato a montare e corredare di tutti gli attrezzi una trireme a proprie spese e pagar di suo anche un complemento di soldo ai marinaj della stessa, oltre la paga che avevano dallo Stato. Lo Stato non forniva che il corpo della trireme e l’albero: e malcapitati i trierarchi cui toccavano delle vecchie carcasse da raggiustare ed armare. I trierarchi quindi nella repubblica eran tanti quante le triremi o navi da guerra: Senofonte ai suoi tempi faceva il novero di 400 trierarchi (Senof., Rep. Aten.; Tucid., II, 24; VI, 31). Demostene così cita la legge: «Nessuno sia esente dall’armar triremi, fuorchè i nove arconti. Chi dunque è impotente al carico di trierarca, paga le taglie di guerra: gli opulenti invece danno galee e tributi» (Demost., C. Lept.). Dal che si rileva che i cittadini più doviziosi della prima classe (i pentacosiomedimni) avevano benissimo il modo di soddisfare all’obbligo del servizio militare — obbligo comune per tutti a cominciar appunto dai più ricchi (Aristot., Polit., V, 2) — anche senza servire nella cavalleria, dove per cavarsi d’imbarazzo li colloca erroneamente, insieme coi cittadini di seconda classe, l’Houssaye, a cui quel passo di Demostene sembra essere sfuggito (Vedi Houss., Hist. d’Alcib. et de la rep. Ath., I, pag. 8, nota 1).
321. Uno dei tanti tribunali d’Atene, il quale adunavasi in un luogo appartato del Pireo detto Freatte (da φρέαρ, pozzo, perchè ivi era un pozzo vicino) lungo la spiaggia del mare; e là dinanzi ad esso potevano venire in sicurezza a discolparsi i cittadini i quali, già sbanditi per qualche fatto dalla patria, fossero stati, mentre durava ancora il bando, accusati di qualche delitto nuovo. «L’accusato facendosi presso, ma non toccando terra, dal bordo della nave si discolpa: i giudici dal lido odono e giudicano: quegli, se convinto, è sentenziato a castigo condegno; se immune, ritorna all’esilio» (Demost., Contro Aristocr.). Narrasi che Teucro fosse stato il primo a discolparsi in questa guisa dell’uccisione di Aiace in presenza di Telamone (Paus., Attic., 28; Poll., VIII, 10; Potter, Arch.).
322. Imprecazione d’uso che precedeva i pubblici giudizj in Atene. Come è noto, i giudici eliasti e i senatori prestavano giuramento di esercitare secondo coscienza il loro ufficio: «or quando — prosegue Demostene — non ira, non furore, non altra rea passione detta a me giudice il suffragio, io son fedele al giuramento. Fui ingannato? è iniquo punirmi. Ho mentito a posta? Ne andrò maledetto. E perciò l’araldo in ogni adunanza impreca non agli ingannati, ma agli ingannatori o del Senato o del popolo o dei giudici» (Demost., Contro Aristocr.).
323. Le Eumenidi, od Erinni vendicatrici (Furie), avevano altari in Atene dai tempi antichissimi, ed eran chiamate per antonomasia le Dee Venerande come protettrici della città (Vedi Eschilo, Eumen.; Tucidide, I, 125).
324. Infausto augurio. Reputavasi invece augurio felice se, mentre faceansi i sacrificj, comparivano aquile volanti a destra (Vedi Omero; Eschilo, Agam.).
325. «Il mare si va rabbuffando... i venti minacciano metter l’onde sossopra... e gli intendenti degli astri dicono che stia per nascere in cielo il Toro. Per lo che coloro che vogliono evitar i pericoli della burrasca si ritirano in salvo» (Alcifr., Lett., I, 10). Le sette Jadi, che fanno parte della costellazione del Toro, al loro nascere e al loro tramonto apportano piogge e tempeste.
326. «In progresso di tempo, sentito avendo (Alcibiade) che gli Ateniesi condannato aveanlo a morte, Ma io, disse, mostrerò ben loro che sono ancor vivo,» ἄλλ’ ἐγώ δείξω αὐτοῖς ὄτι ζῷ (Plut., Alcib.).
327. Nella recita, per l’effetto scenico, cala la tela a questo punto.
328. Invocar l’aiuto di Crateide, Κράταιιν σωστρεῖν (ἐπικαλέσασθαι), starsene al primo danno, prima che non capiti di peggio (Alcifr., Lett., I, 18). Modo proverbiale, attinto da Omero, dove Circe ammonisce Ulisse che, invece di vendicare i compagni divoratigli da Scilla, il mostro marino, preghi Crateide madre del mostro a interporsi perchè non glie ne siano divorati degli altri (Omero, Odiss., lib. XII, v. 124). Superfluo notare che Lamaco parla sulla spiaggia siciliana, cioè in vicinanza di Scilla.
329. Rozze e povere eran tutte le abitazioni spartane; poichè Licurgo «cacciò via tutte le arti che troppo squisite erano ed inutili:» sicchè «soltanto i mobili di uso continuo e indispensabile, come le tavole e le sedie, erano presso gli Spartani lavorati con perfetto artificio.» E fra le leggi da Licurgo poste per bandire da Sparta la sontuosità ed il lusso, «altra ve n’era con cui ordinavasi che ogni abitazione avesse i palchi fatti colla scure, e le porte lavorate solamente colla sega, nè che adoprato vi fosse strumento veruno. Imperocchè Licurgo pensava che una sì fatta abitazione non lasciasse luogo nè a lusso, nè a magnificenza. Nè v’ha certo alcuno sì goffo e inconsiderato che in abitazione semplice e triviale portar voglia letti co’ piedi di argento e coperti di porpora e vasi d’oro ed altre sontuose suppellettili a queste corrispondenti: ma è necessario che tutto sia proporzionato e all’abitazione corrispondano gli arredi. Per una tal costumanza dicesi che Leonida il vecchio, cenando in Corinto e veggendo il tetto della casa ben laqueato e di grande spesa, interrogasse l’ospite suo se presso di loro nascevano i legni lavorati e riquadrati» (Plut. in Licurgo. — Cfr. Plut., Reg. apof., p. 125; Lac. ap., 222; Müller, Dorier, lib. IV, c. 1).
330. στιβάδα chiamavano gli Spartani i giacigli di giunchi e di foglie su cui dormivano: «fatti da loro medesimi, con rompere colle mani e senza servirsi di ferro alcuno, le cime delle canne che nascono lungo le rive dell’Eurota: nel verno poi mescolavano con tali foglie quelle di una specie di cardi, chiamati licofoni, sembrando che tal materia avesse un non so che di calido» (Plut. in Licurgo e Apoft. Lac.).
331. Il cóton era il bicchiere dei guerrieri spartani: specie di ciotola di terra cotta, ad una sola ansa. «Molto celebre a Sparta era quella ciotola detta cóton laconico, principalmente per l’uso che, al dir di Crizia, ne facea la soldatesca: imperocchè quelle acque che per necessità si beveano, e che al solo vederle erano schifose e recavan disgusto, nascoste venivano dal color di quel vaso» (Plut. in Licurgo. — Cfr. Scoliaste di Aristof. nei Caval. e nella Pace; Polluce, VI, 16; Ateneo, XI, 483; Senof., Cirop. — Meurs., Misc. Lac., I, 14).
332. Vedi quadro III, nota 39.
333. Euribate fu ladro astutissimo: messo in prigione, insegnò a rubare perfino a’ suoi carcerieri. Indi passò tra’ Greci il suo nome in proverbio. «Neppure Euribate, quel ladro famoso, osò tanto» (Aristen., Lett., I, 20). Dicevasi anche azione da Euribate, Εὐρυβάτου πράγμα. «Questo è un agire da Euribate, non da cittadini, non da gente onorata» (Demost., Corona). — Ed Eschine: «Nè Frinonda (altro ladro famoso), nè Euribate, nè altri degli antichi furfanti furono prestigiatori e ciurmadori come costui» (Esch., C. Ctesif.) — Cfr. Platone, Protag., c. 16; Alcifr., Lett., III, 20; Lucian., Aless., 4; ed Erasmo, sulla frase proverbiale, εὐρυβατύεσθαι (agire da Euribate).
334. Platanisto (πλατανιστάς) era a Sparta il luogo di esercizio per la gioventù, derivante il nome dagli altissimi e folti platani che l’ombreggiavano. Il fiume Eurota e il ruscello Euripo vi scorrevano intorno, formandone come un’isola, alla quale mettevano, per un ponte ciascuna, due strade: nell’una era il simulacro di Ercole, nell’altra l’effigie di Licurgo. — Nel Platanisto avevano luogo le manovre e i combattimenti degli efebi (ossia dei giovani spartani dai diciotto ai venti anni) (Paus., Lacon.; Luc., Ginnas.; Teocr., Idill., 18. — Meurs., Misc. Lac., II, 13; IV, 15).
335. Silfio, erba adoperata dai Greci e in ispecie dagli Ateniesi per condimento comunissimo e quasi indispensabile nelle vivande della loro cucina. La più credibile opinione moderna è ch’ella fosse l’asa fetida dei botanici. Specialmente dal sugo condensato, estratto dai fusti e dalle radici, preparavasi quella specie di gomma resinosa dai Greci chiamata silfio (σιλφιος) e dai Romani laserpitium. Le alture di Cirene erano coperte di questa pianta, che formava un oggetto d’esportazione lucrosissimo pei Cirenei (Vedi Ateneo, I, 28 d; IV, 170, e VII, 311 c; 322 d; XIV, 623 b).
336. Maza (μᾶζα, o in dorico μὰδδα), specie di pane o di focaccia, di color nero, fatta di farina di frumento: ch’era, insieme col famoso brodo nero, il cibo ordinario nazionale degli Spartani. Infatti ai banchetti pubblici (fidizj) non mangiavasi altro che maza e brodo nero. — La maza rimase anche nei tempi posteriori, del dominio romano, il cibo ordinario delle classi povere di Sparta (Plut. in Agide, in Alcib. e Apoft. Lac., 230 f; Aten., II, 60; IV, 161; III, 115 a; XIV, 636; Aristof., Caval., 1104, 1165; Acarn., 834; Lucian., Timone, Navig., Epist. Sat.; Platone, Repub., II, 372).
337. Osservare i tonni, θυννοσκοπεῖν, diceasi proverbialmente per adocchiare con avidità ed intenzione molto intensa qualche cosa. — Su alte rupi collocavano i pescatori di tonni le lor sentinelle, a spiar di là attente giù nella marina quando e da che parte i tonni s’accostassero al lido. Indi l’uso metaforico frequente della parola: «Tu che hai conturbata la città, — dice il coro a Cleone nei Cavalieri, e adocchj i nostri tributi come i pescatori dall’alto dello scoglio adocchiano i tonni,» τοὺς φόρους θυννοσκοπῶν (Arist., Caval., 313. — Cfr. Teocr., Idill., 3).
338. «Licurgo volle che i fanciulli fossero governati con ampia potestà da uno di coloro che sogliono essere eletti ai supremi magistrati: e a costui fu posto nome di pedónomo: e gli diede piena autorità di raunare insieme i fanciulli e di castigarli severamente, se avesse veduto alcun di loro far qualche cosa trista. Gli consegnò pure alcuni di quelli ch’eran vicini a metter barba da portargli dietro le sferze; acciocchè quando faceva bisogno li potessero castigare» (Senof., Rep. Laced., II). — Alla vigilanza del pedónomo (παιδονόμος) eran soggetti i giovani fino all’età dei vent’anni e in altissimo onore era tenuta quella dignità nello Stato (Cfr. Senof., Rep. Lac., IV; Esichio. — Müller, Dorier, II, 297).
339. Nella costituzione data da Licurgo a Sparta (810 av. l’E. V.) il potere dei due re o arcageti (ἀρχαγέται) (in tempo di guerra esercitanti con facoltà illimitate il comando supremo dell’esercito; in tempo di pace investiti del supremo sacerdozio, presiedenti ai pubblici sagrificj, ai rapporti dello Stato col nume di Delfo, alla custodia degli oracoli, ai giudizî nelle cause civili, ecc.) trovavasi già limitato dalla istituzione del Senato (γερουσία), composto di ventotto cittadini o geronti, maggiori dei sessant’anni, eletti dal popolo a vita tra i vecchi più virtuosi. Il Senato, come potere amministrativo, discuteva insieme coi re le proposte da presentarsi all’assemblea del popolo (αλία, ἐκκλησία) — cui prendeva parte a ciascun plenilunio ogni spartano maggiore dei trent’anni — e le autorizzava con voto preventivo; come tribunale giudicava con diritto di vita e di morte in tutte le cause criminali, ed era anche investito della suprema sorveglianza sui costumi dei cittadini: nel che aveva molta analogia coll’Areopago di Atene. Però il Senato ed i re che di esso eran parte, esercitando insieme il diritto non solo di convocare e sciogliere a proprio grado l’assemblea del popolo, ma anco di annullarne le deliberazioni, — formavano unitamente un solo corpo, una sola aristocrazia dominante; ed erano essi stessi il vero perno della costituzione aristocratica dello Stato. È di fronte al Senato ed ai re che vediam sorgere in tempi posteriori — come un potere di sorveglianza e di controllo in opposizione ad essi ed emanante dal popolo, — il magistrato dei cinque Efori (ἔφοροι). La tradizione volgare vorrebbe assegnarne la origine alla prima guerra messenica (730-710 av. l’E. V.), dove essi sarebbero stati introdotti dallo stesso re Teopompo per provvedere al governo nell’assenza dei re partiti per la guerra. Ma più esatto è il cercare l’origine degli Efori in un antichissimo magistrato popolare, comune ai popoli dorici, ristretto in origine alla giurisdizione sui contratti e mercati, il quale, come è nella tendenza dei magistrati d’origine popolare, si venne man mano allargando, a spese degli altri poteri di origine opposta. Lo stesso modo di elezione degli Efori, scelti fra il popolo, e la loro rinnovazione d’anno in anno e la collisione finale col potere del re, a cui dovettero giungere tosto o tardi, attesta, contro l’opinione che vorrebbe farne istitutore il re Teopompo, la vera natura democratica di questo potere, la cui origine, affine a quella dei tribuni di Roma, segna l’introdursi di un principio di mobilità nel chiuso della costituzione stazionaria, aristocratica di Sparta: principio che riuscirà a scuoterne l’immutabilità secolare e a renderla accessibile alle successive trasformazioni del tempo. Fatto è che gli Efori, da semplici soprastanti ai mercanti e giudici nelle cause civili, crebbero man mano di potere, sino ad esercitare il sindacato ed il controllo su tutti i magistrati (tranne i geronti) con facoltà di sospenderli e destituirli, di chiamare in giudizio e di arrestare gli stessi re. Essi ebbero la sorveglianza sull’educazione della gioventù: e il diritto di convocare il popolo, raccoglierne suffragi, propor leggi: assunsero in ispecie l’alta direzione degli affari esteri e degli affari militari (ricevimento degli inviati dei nemici ed alleati, invio di ambasciatori, stipulazioni di trattati, dichiarazioni di guerra, leva di truppe, destinazione dei comandi dell’esercito, poter disciplinare sul medesimo, istruzioni ed ordini ai comandanti, facoltà di richiamarli a render conto, ecc.), nei quali casi essi agivano non tanto in nome proprio, quanto siccome rappresentanti dell’assemblea popolare. La loro autorità giunse poi al segno da poter condannare a morte chiunque senza assegnarne i motivi: e da essere pareggiata alla tirannia (ἰσοτὺραννος, Plat., Leg., IV). Le conseguenze di un potere così esteso, che modificava dalle basi l’antico ordinamento politico di Licurgo e ne preparava il rovesciamento, apparvero già profonde nelle lotte civili dell’età di Agide e di Cleomene (Vedi Plut., in Lic., Agid. e Cleom.; Senof., Rep. Lac.; St. Ell., 2, 3; Plut., Instit. Lac. — Cfr. O. Müller, Dorier, lib. III, c. 6, 7; Robinson, Antiq. gr.).
340. In una palude della città (Limneo) era il tempio e l’effigie in legno di Artemide o Diana Ortia (Ὀρθία). Oreste ed Ifigenia recarono, secondo la leggenda, dalla Tauride a Sparta la statua ed il culto della dea: detta Ortia od Ortosia da ὄρθιος, erto, diritto, perchè il suo simulacro fu ritrovato da due spartani (Astrabaco e Alopèco) in un campo, avviluppato fra vetrici per guisa che non piegavasi nè da una parte nè dall’altra. All’atto del ritrovarla i due spartani furon presi da insania. Raccoltisi i cittadini dei varj quartieri di Sparta (di Limna, di Cinosuro, di Mesoa e di Pitane) per sagrificare alla Dea, lo spirito di discordia li invase e vennero a rissa tra di loro. Gli uni cadono uccisi a piedi dell’altare, gli scampati al ferro sono spenti da occulto morbo. Su ciò consultato l’oracolo, rispose doversi sagrificare a Diana vittime. Il barbaro uso durò qualche tempo, fino a che Licurgo lo abolì, ordinando che in cambio si battessero all’ara di Diana Ortia a colpi di sferza alcuni fanciulli spartani, sino a che il sangue ne grondasse. La sacerdotessa presiedeva alla flagellazione, detta diamastigosi, διαμαστίγωσις, tenendo in mano un piccolo e leggiero idoletto della Dea: se gli esecutori, presi da compassione, rallentavano i colpi, la sacerdotessa gridava di non poter più sostenere il peso della statuetta, e allora i colpi rinforzavano. L’educazione addestrava i giovanetti a fare di questi supplizj una prova di fortezza morale, gareggiando fra loro a chi meglio li sopportasse con anima serena e volto allegro. Evidentemente questo rito era la trasformazione elleno-dorica di un rito straniero, originariamente di umane vittime, importato dall’Asia Minore (Vedi sulla diamastigosi, e su Diana Ortia, Pausan., Lacon., 16; Plut., Lic., 18; Inst. Lac., p. 254; Aten., VIII, 350; Luciano, Icaronem. — Cfr. Müller, Dorier, lib. IV, 8).
341. πυΘώχρηστοι, emanate dall’oracolo, solevano chiamare gli Spartani, a titolo di vanto, le loro leggi, ossia rétre (ρήτραι): dappoichè, per procacciare alle medesime autorità ed obbedienza, circondandole del prestigio religioso, Licurgo le avea poste — alla maniera di Mosè — sotto gli auspicj del Nume di Delfo, l’oracolo nazionale dei Dori, siccome ivi trasmessegli dallo stesso Dio. «E chiamò (Licurgo) le proprie ordinanze col titolo di rétre (ossia detti, responsi) per far credere che fossero state dettate da Apollo medesimo e che fossero piuttosto oracoli che leggi» (Plut. in Lic.). «Avendo (Licurgo) fatta alcuna legge, prima portatala in Delfo, consultava s’ella fosse utile. La sacerdotessa, corrotta con denari, sempre rispondeva che sì. Perciò i Lacedemoni per paura del Dio ubbidirono alle leggi di Licurgo non altrimenti che ad oracoli» (Polien., Strat., I, 16). Così Tirteo nella Eunomia, citato dallo stesso Plutarco: «Avendo udito la voce di Febo, da Pito riportarono i messi nella patria gli oracoli e le certissime parole del Dio» (Plut. in Lic.; Tirt. ediz. mia, Opere, III, p. 79). Nel qual passo di Tirteo si allude ai Pizj, ossia ai quattro ambasciatori che i re ed il Senato di Sparta solevano spedire all’oracolo, e per l’intermediario dei quali i sacerdoti di Delfo conservarono come una specie di continua sorveglianza sulla costituzione lacedemone (Cfr. anche Senof., Rep. Lac., 8; Erod., I, 65: Pausan., Lacon., 2; Cic., Divin., I, 43; Val. Mass., I, 2; Giustino, III, 3).
342. ἐθίζουσι αὐτοῦς καὶ κλέπτεν καὶ τὸν ἀλόντα κολάζουσι πληγα’’ς (Eracl. Pont., Polit.) — La famosa legge spartana sul furto, troppo spesso travisata dal pregiudizio volgare, non era, in fondo, a Sparta, se non una parte naturalissima dell’educazione militare della gioventù, in perfetta armonia, del resto, colle abitudini e colle idee di una stirpe conquistatrice, costretta a vivere, come i Dori nella Laconia, continuamente sulle difese, a guisa di esercito accampato fra popolazioni assoggettate colla forza dell’armi: e a fare dell’abilità e maestria in ogni arte della guerra la preoccupazione suprema dello Stato. A ciò son intese dalla prima all’ultima tutte le leggi di Licurgo, questa compresa, di cui Senofonte così parla: «Del cibo volle Licurgo che ogni fanciullo maschio avesse tanto da non esser gravato di soverchio, ma piuttosto che imparasse a soffrir qualche poco la fame. Nondimeno acciocchè non fossero molestati dalla fame oltre il dovere, concedette loro di potersi pigliare quel che faceva loro bisogno, ma non senza arte ed industria: permettendo solamente di rubar tanto quanto bastasse a sfamarsi. E son sicuro ch’ei permise questo non ad altro fine se non acciocchè chi non aveva altro modo di procacciarsi il vitto, con questa sorta di industria lo si acquistasse. Perchè è manifesto che colui il quale disegna di rapir alcuna cosa, bisogna di necessità che la notte vegli, il giorno tenda insidie ed inganni: e così egli ammaestrava i fanciulli a divenire più accorti, e per conseguenza più bellicosi. Ma, dirà alcuno, per qual ragione adunque, se egli pensava che il furto fosse un certo che di bene, ordinò che quel tale che veniva colto in fatto si castigasse acerbamente? Perchè, a parer mio, gli uomini castigano coloro che non fanno bene anco le altre cose che vengono loro insegnate; ancor essi punivano costoro che erano colti in fatto, quasi non sapessero rubar bene» (Senof., Rep. Lac.). Ancor più spiccata appare l’indole affatto militare di quella legge da un passo dell’Anabasi, ove Senofonte tien consiglio di guerra coi capi dell’esercito: «Sarà miglior consiglio tentar di occupare, se ci vien fatto, celatamente e senza che i nemici se ne accorgano, una qualche parte non custodita del monte. E parmi altresì che qualora fingiamo di assalirli da questa parte, troveremo il restante del monte sprovveduto... Ma a che parlo io di cose da far di soppiatto? mentre sento, o Chirisofo, che voi Lacedemoni, quanti siete del primo ordine (τῶν ὁμοίων), sin da fanciulli vi esercitate al rubare, e che non è turpe appo voi ma necessario il procacciarsi di furto quello che la legge non vieta: laonde poi, affinchè rubiate quanto più è possibile e vi sforziate di rimaner celati, è legge fra voi di esser battuti qualora siate sorpresi rubando. Or dunque, ti è data una bella opportunità di mostrare la tua educazione, avendo cura che non siamo sorpresi mentre prenderemo di furto la via dei monti» (Sen., Anab., VI, 4). — E Plutarco: «Furano i giovinetti ogni sorta di cibo sul quale possan metter le mani, ben esperti a tendere destramente insidie a quei che dormono o che la guardano con trascuranza: ma se colti sul fatto, oltre le percosse, n’hanno in pena lo star senza mangiare» (Plut., Lic., Apoft. Lac.; Sesto Empir., Contr. Mathem., III, 24; Aul. Gell., II, 18). Importa anco por mente all’idea debolissima che della proprietà avevasi fra un popolo ove delle cose dei vicini, di uso più comune, era lecito servirsi per il bisogno del momento, come di cose proprie, anche senza permesso del proprietario (Plut., Apoft. Lac.), per poter apprezzare al giusto valore quella usanza; usanza derivata probabilmente dall’originario metodo di vita delle tribù doriche sui monti della Tessaglia, ivi costrette a procurarsi il sostentamento lottando di continuo coi fortunati possessori della parte piana e produttiva della contrada. La designazione d’altronde delle cose che poteano esser oggetto di questo esercizio di destrezza, limitata su per giù a quel tanto di cibi che ogni spartano, in caccia o in guerra, aveva già il permesso di prendere dalle provvigioni del suo compagno, toglie alla legge in massima parte il carattere attribuitogli dalle nostre moderne idee (Cragius, Rep. Laced., lib. III; Meurs., Misc. Lac.; Müller, Dorier, lib. IV, c. 5; Peyron, I pari di Sparta, ecc.).
343. I Dioscuri, o i Gemelli — Castore e Polluce, i due figliuoli di Leda e fratelli di Elena — detti anche Dei Salvatori (Διόσκουροι, Σωτῆρες, σωτῆρες ἄνακτες) — perchè venivano invocati, in soccorso, come liberatori dai mali, nelle burrasche, nelle gravi malattie, nelle pestilenze, nelle battaglie, e in generale da chiunque versasse in pericolo imminente di morte (Teocr., Idill., 22; Eurip., Oreste; Teognide; Omer., Inni; Paus., Lacon.; Oraz., lib. 1, od. III; Artemidoro, Onirocrit., II, 42). Onorati a Sparta di specialissimo culto, per essi i Lacedemoni solevano giurare ed esclamare. La qual esclamazione spartana — per i Dioscuri! — forma preciso riscontro alla esclamazione ateniese per le due Dee! La formula infatti dell’esclamazione era la medesima: per le due Divinità! (νὴ τὼ θεὼ in dorico ναὶ τὼ σιὼ): solo che per esse ad Atene intendevansi Cerere e Proserpina, a Sparta i due gemelli di Leda (Aristof., Pace, v. 214; Lisistr., v. 142; e lo Scoliaste, ibid.; Plut., Apoft. Lac.; Meurs., Misc. Lac., II, 8).
344. ὤ πολιὰς Αθηνᾶ (Elian., Var. Stor., II, 9), oppure semplicemente ὤ πολιὰς, o Poliade! (Lucian., Pescat., 21). — Così chiamavasi Minerva in Atene, siccome protettrice della città (Cfr. Arist., Nubi, 602; Paus., Arcad., 47).
345. Ogni Stato greco usava tenere nella principale città degli altri Stati greci un prosseno (πρόξενος) od ospite pubblico: quel che noi diremmo oggi un console; il quale era cittadino della città in cui abitava, ed adempiva gratuitamente al suo uffizio. Così, per esempio, il prosseno di Sparta, in Atene, era non uno spartano, ma un ateniese: egli esercitava l’ospitalità verso i viaggiatori spartani che fossero venuti in Atene, li indirizzava ed assisteva del proprio credito nelle loro commissioni ed interessi, procurava loro tutti i comodi che dipendessero da lui, dava alloggio agli inviati di Sparta, ecc. Avveniva spesso che un prosseno, siccome partigiano della città da lui rappresentata, la sovvenisse nascostamente di consigli e informazioni politiche; così i Mitilenesi, prosseni di Atene, la avvertirono segretamente che Mitilene macchinava una defezione (Tucid., III, 2). Che i maggiori di Alcibiade fossero stati prosseni di Sparta si desume da Tucid., VI, 89: e più avanti Tucidide parla degli «antichi e stretti vincoli di ospitalità che legavano Alcibiade coll’eforo Endio, cosicchè la loro famiglia in grazia dell’ospitalità ebbe anche il nome laconico: quindi questo si chiamava Endio di Alcibiade» (Tucid., VIII, 6. — Cfr. Tucid., I, 29; II, 85; Senof., St. Ellen., IV; Eustaz. in Iliad., 3).
346. Intorno all’autorità ed all’influenza politica acquistatasi in breve da Alcibiade a Sparta — influenza a cui conferiva in parte anche l’assenza del re Agide, vedi Plutarco in Alcib.; Tucid., VI, 93; VIII, 8.
347. Rigorosissime ad Atene le leggi contro il furto. Dracone lo puniva di morte indistintamente a pari del sacrilegio e dell’omicidio: Solone statuì contro il ladro la multa del doppio, se il derubato ricuperava il suo; se nol ricuperava, la multa del decuplo, tanto pel ladro che per ciascun dei complici: senza pregiudizio del carcere: mantenuta la pena di morte contro chi rubava ad un privato al di sopra di 50 dramme o rubava nei ginnasi pubblici per l’importo di 10 dramme: lecito a chiunque uccidere il ladro notturno: e chi avesse denunziato tre ladri, riceveva un premio (Plut. in Sol.; Eschine, C. Timarco; Demost., C. Timocr.; Aul. Gell., XI, 18. — Meurs., Them. Att., II, 1).
348. Egli è certo, nota il Müller (Dorier, t. II, 280) che «il matrimonio a Sparta lo si concepiva sotto una certa naturale nudità, e senza adombrare di alcun velo di sorta lo scopo essenziale del medesimo.» Leonida parte per le Termopili e dice per tutto addio a sua moglie: «Rimaritati a uomo da bene e partorisci molti figli.» Acrotato torna a Sparta vincitore, e le donne lo accompagnano in trionfo gridandogli: «Gioisci colla tua Chelidonia e genera a Sparta prodi figliuoli.» Procrear figli, e robusti: ecco il primo dovere di ogni spartano e di ogni spartana, perchè di soldati e non d’altro abbisogna la città; e però a questo mirano tutte le leggi spartane sul matrimonio; e le prescrizioni sul ratto delle mogli, sull’accoppiamento clandestino, ecc., per ringagliardire l’amor fisico degli sposi; e le pene severe contro i celibi, contro le nozze immature o tardive, o malassortite; e la trasmissione, in dati casi, dei diritti matrimoniali.
«Ordinò (Licurgo) che mentre fossero nel fior della età si maritassero: giudicando che questo dovesse giovar grandemente al perfetto generar dei figliuoli. E se per avventura accadeva che qualche vecchio avesse la moglie giovane, vedendo che per lo più elleno erano custodite diligentissimamente, anco in questa parte ordinò certe cose diverse dagli altri. Perchè volle che questo vecchio conducesse a sua moglie qualcuno che gli paresse eccellente di animo e di corpo e di lui ne ricevesse figliuoli. Ma se ci era chi non volesse abitar colla moglie, e nondimeno bramasse di aver figliuoli onorati, determinò anco questo, che costui, appostando una donna feconda e generosa, e persuaso il marito di lei a consentire alle voglie sue, potesse a questo modo allevarsi poi dei figliuoli. Ed altre cose molte concedette di questa maniera. Per il che le mogli vengono ad aver due case, e li lor mariti acquistano fratelli alli propri figliuoli, i quali partecipano insieme del nascimento e della gagliardia: ma sono esclusi dalla roba. A questo modo, tenendo diversa opinione dagli altri nel generar figliuoli, ognun vede come egli facesse gli uomini di Sparta più eccellenti di grandezza, di corpo e di forze» (Senof., Rep. Lac., 1). E Plutarco: «Era lecito a valentuomo che fosse preso da affetto per alcuna donna saggia e modesta e feconda di bella prole, il persuadere colui che l’aveva in isposa a concedergli di usare con esso lei, onde produrre e ingenerare in quel fruttifero campo figliuoli buoni e valorosi, che de’ buoni e valorosi fossero consanguinei e fratelli» (Plut. in Licurgo. — Cfr. Theodor., Graec. aff., 9).
Il Meursio, nella Themis Attica, I, 7, cita un passo di Sopatro (in Hermog.), da cui arguisce che anche in Atene fosse lecito agli uomini prestar ad altri la propria moglie — juxta leges atticas licebat viro uxorem suam alteri fruendam tradere — ma Sopatro non cita che un esempio eccezionale ed isolato, e se si fosse trattato di un uso generale, se n’avrebbero altre testimonianze, nè Senofonte l’avrebbe notato come legge affatto speciale e caratteristica di Sparta.