397.  Portavano gli Spartani in guerra tuniche rosse (πυτὰ, φοινικὶδες) per ornamento militare e per nascondere il sangue delle ferite (Senof., Rep. Lac.; Plut., Lic.; Elian., V. St., VI, 6; Esichio; — Cragius, Rep. Lac., III, 6; Müller, Dorier, lib. III, 12). Alle tuniche poi sovrapponevano piccole e strette corazze di feltro, cioè fatte di lana costipata, macerata nell’aceto, come arguiscono il Peyron e lo scoliaste di Tucidide al lib. IV, 34.

398.  Il pileo (πῖλος) era la copertura del capo degli Spartani che serviva loro in battaglia da elmo, a riparo dall’aste e dalle frecce (Tucid., IV, 34; Festo; Licofr., Cass.). Lo portavano nella milizia i soli cittadini; e coperti del pileo raffiguravansi i due Dioscuri; onde il loro soprannome di fratelli pileati (Catul., Epigr., 38; Paus., Mess., 27). Il pileo era fatto esso pure di feltro e aveva la forma appunto di una calotta o propriamente di un mezzo uovo: poichè diceasi che Castore e Polluce, generati dall’uovo di Giove trasformato in cigno, si servissero ciascuno del rispettivo mezzo uovo a guisa d’elmo (Tzetzes; Meurs., Misc. Lac., I, 17).

399.  Allude al fortissimo Brasida che sconfisse Cleone e gli Ateniesi nella battaglia di Amfipoli, dove morì (vedi Tucidide, libro V; Plut., Apoft. Lac.).

400.  Oltremodo avari e parchi di ricompense militari addita Demostene gli Spartani: «Per piegarvi (o Ateniesi) a lasciare inonorata ogni azione di merito, mi si contrapporranno i Lacedemoni, maestri di civile sapienza, ed i Tebani, i quali non concedono siffatte onoranze, eppur non mancano di valorosi» (Demost., C. Leptin.). Però come l’infamia accompagnava i codardi, così la gloria e la riverenza universale dei cittadini, erano massima ricompensa ai valorosi (vedi Tirteo, Elegie).

401.  ἤ ταύταν ἤ ἐπὶ ταύταν — così apostrofavano, com’è noto, le madri spartane i loro figli, partenti per la guerra, nel consegnar loro le scudo: perdere il quale in battaglia era massima infamia (Aristot. pr. Stobeo, Serm., VII; Sesto Empir., Pirr. Ipotip., III, 24; Aristen., Lett., II, 17).

402.  Intorno alla pianta e topografia di Atene, vedasi l’opera, fra le tante la più completa, del Wachsmuth, Die Stadt Athen.

403.  Ὅ Φαῖβ’ Ἄπολλον καὶ θεοὶ καὶ δαὶμονες (Aristof., Pluto, v. 81. — Cifr. Alcifr., Lett., I, 20; III, 29).

404.  Plut., Alcib., 32; Senof., St. Ellen., I, 4. — La esitanza di Alcibiade a scendere a terra, era giustificata dal fatto che sebbene egli fosse stato richiamato dal popolo, tuttavia la sentenza di morte contro di lui non era ancora legalmente annullata.

405.  περὶ ονου σκιᾶς, per l’ombra dell’asino — ossia per una inezia, per una causa futile, per una man di noccioli. Proverbio fra i Greci usitatissimo, per significare il bisticciarsi o andar in collera per cose da nulla (Aristof., Vespe, 191; Plat., Fedro; Luciano, Ermot.; Demost., Della pace; Procop. Sof., Lett., 33). Demostene, con arguzia ateniese, fece un dì la storia di questo proverbio (proverbio più antico di lui, siccome già usato da Aristofane e Platone) in una pubblica aringa. E cominciò col narrar la favola di due uomini che facean viaggio insieme, dei quali l’uno conduceva l’asino dell’altro. Essendo cocentissimo il sole, nacque contesa fra i due per l’ombra dell’asino, la quale ciascuno di essi voleva godere per sè. Il padrone dell’asino diceva di aver noleggiato l’opera dell’asino e non già la sua ombra, l’altro replicava che l’ombra era parte dell’opera. Qui, Demostene tace: e il popolo a insistere curioso, chiedendo che narri come la contesa andò a finire: e Demostene subito: Ah dunque a parlarvi dell’ombra dell’asino state attenti ad ascoltare; e quando vi si parla degli affari della Repubblica, non volete saperne! (Plut., 1558).

406.  «Sic enim populo erat persuasum, et adversas superiores et praesentes secundas res accidisse ejus (Alcibiadis) opera. Itaque et Siciliae amissum et Lacedaemoniorum victorias culpae suae tribuebant; quod talem virum et civitate expulissent.... Nam postquam exercitui praeesse ceperat, neque terra, neque mari hostes pares esse potuerant» (Corn. Nep., Alcib., VI). — Cfr. intorno ai mutati sentimenti del popolo ateniese verso Alcibiade, quali si accennano in questa scena, e ai trasporti di entusiasmo popolare succitati dal suo ritorno. — Plut., Alcib., 32; Diod. Sicul., XIII, 68; Senof., St. Ellen., I; Aten., Deipnos, XII, 535 e.

407.  L’azione pubblica era diritto in Atene di ogni cittadino: concesso a chiunque il trarre un cittadino in giudizio, sotto l’accusa di delitti contro la religione o lo Stato, d’infrazione alle leggi, ecc. Sicofanti (συκοφάνται) dicevansi gli accusatori; ai quali, se non riuscivano a provar l’accusa, era inflitta la multa di mille dramme (Plat., Apol., c. 25; Demost., C. Timocr.). Però in origine il nome (da σῦκα φαῖνειν, palesare i fichi) applicavasi propriamente ai denunziatori dei cittadini che esportassero fichi dall’Attica; poichè in tempo di carestia, saliti gli alimenti a prezzi eccessivi, una legge aveva vietato l’esportazione dei fichi e dei prodotti in genere, ad eccezione delle olive, sotto pena di essere maledetto dall’arconte o multato in 100 dramme; e non essendo stata in appresso quella legge revocata, uomini abbietti se ne valsero per denunciare i cittadini che davansi a quel genere di commercio. In seguito il nome significò accusatori in genere: quando poi la manìa dei litigi, sviluppando fra gli Ateniesi la manìa delle denunzie e delle false accuse, moltiplicò fra di loro la razza dei sicofanti di professione, quel nome diventò anche sinonimo di calunniatore e di falso testimonio (Isocr., De permut.; Demost., pro Phorm.; Scol. in Aristof., Pluto, Caval.; Plut., Solone; Ulpiano; Suida).

408.  φιλολὰκων, amico degli Spartani, epiteto sotto il quale la sospettosa democrazia ateniese designava quei cittadini ch’erano in voce di parteggiare segretamente per gli Spartani e di cospirare per ristabilir in Atene la tirannide. Queste due accuse significavano pressochè la stessa cosa: poichè gli uomini del partito aristocratico in Atene erano in generale accusati di simpatizzare per l’oligarchia spartana e di maneggiarsi a introdurre in Atene gli stessi ordinamenti politici. L’epiteto poi di filolácone era divenuto, durante la guerra del Peloponneso, comunissimo e quasi equivalente di traditore (Cfr. quadro IV, n. 16).

409.  νὴ τὰς φίλας Ὥρας — per le care Ore! (Aristea., Lett., I, 11). — Le Ore, ossiano le stagioni (perchè ὡραὶ in Omero non vuol dir altro, e la parola conservò tra i Greci lo stesso significato), aveano tempj e riti e feste proprie in Atene, Corinto ed altre città. Le si imploravano nella lor festa annua in Atene, siccome dee autrici della fecondità o sterilità del suolo, del bel tempo e del sereno; per aver propizie le stagioni e tener lontana la siccità, la grandine, ecc. Libavasi ad esse insieme che alle Grazie ed a Bacco (Omero, Iliad., V; Esiod., Teog.; Orfeo; Aten., II, 36 d.; 38 c.; XIV, 656 a. — Casaub., 933. — Pausan., Attic. Corint., ecc.).

410.  πάλαι ποτ’ ἤσαν ἄλκιμοι Μιλήσιοι (Aristof., Pluto, 1002, 1075; cfr. Vespe, 1060; Sinesio, Lettere, LXXXI). Proverbio significante: non sei più lo stesso d’una volta; son passati quei tempi, ecc. Nella parabasi delle Vespe è il coro dei vecchi ateniesi che adopera, applicandolo a sè stesso, e rimpiangendo la vigoria degli anni giovanili, quella frase del proverbio.

411.  Apoll. Rod., Argon.; Alcifr., Lett., III, 38; Plauto, Anfitrione. Indi l’epiteto di τριέσπερος che in Luciano e in Licofrone è dato ad Ercole perchè generato in tre sere.

412.  Mercurio o Ermete (Ἑρμῆς) era invocato come loro speciale protettore dagli usurai, dai trecconi, dai mercanti, dai barattieri e simil gente. Al che accennano parecchi de’ tanti soprannomi ch’eran dati a questo Dio: lo si chiamava infatti κερδῶς, apportator de’ guadagni (Alcifr., Lett., III, 47); ἐριούνιος, assai giovevole, portator di cose utili (Arist., Rane, v. 1144; Omero); ἀγοραῖος preside dei mercati (Arist., Cav., v. 297), nel qual caso gli si poneva in mano una borsa; στροφαῖος, astuto (Aristof., Pluto, 1153); ἐμπολαῖος, presiedente ai contratti (Aristof., Pluto, 1155); δόλιος, conciliator delle furberie (Aristof., Pluto, 1157; Tesm., 1202). Lo si chiamava pure, secondo gli altri suoi vari attributi ed officj, Mercurio ἀλεξίκακος, stornator dei mali (Aristof., Pace, 422); χθόνιος, terrestre, sotterraneo, guidator delle anime dei morti (Sof., Elet., 110; Aristof., Rane, 1126, 1145; Omero, Odissea, 24); ἔναγώνιος, preside de’ giuochi agonali (Aristof., Pluto, 1161); δίακονος, ministro degli Dei; ἠγεμόνιος, guida nei viaggi (Aristof., Pluto, 1559); πυλαῖος, guardiano delle porte; νόμιος, pastorale (Aristof., Tesm., 977). Cfr. sui molteplici officj di Mercurio, Luciano, Dial. degli Dei; Dial. dei morti; ed Erasmo.

413.  Allusione proverbiale ad alcuni versi di Esiodo (Oper., v. 288 seg.). Così, per esempio, in Luciano: «La casa della virtù sta lontano assai, come dice Esiodo...» (Ermot., 2).

414.  Cfr. in Aristofane: «Nemmeno una delle donne d’oggidì tu potresti chiamar Penelope; Fedre le puoi chiamar tutte» (Tesmof., 549).

415.  Allusione proverbiale al verso di Omero nell’Odissea: Ἀσπάσιον λέκτοριο παλαιοῦ θεσμὸν ἴκοντο. Dello sfoggiar di erudizione dei parassiti in genere, e del nostro Cimoto in ispecie, si è già accennato al quadro III, n. 37, 38.

416.  Sugli arconti, vedi quadro II, nota 6.

417.  Dacchè in Atene s’istaurò il governo popolare, il comando delle milizie fu ripartito fra dieci capitani o strategi (στρατηγοί), eletti dall’assemblea del popolo a maggioranza di suffragi, uno per ciascuna delle dieci tribù. È noto il frizzo di Filippo il Macedone, che diceva di invidiar gli Ateniesi perchè tutti gli anni trovavano dieci uomini capaci di fare il generale, mentr’egli in tanti anni non era riuscito a trovarne che uno solo. Tutti i cittadini, anche dell’ultima classe, meno quelli colpiti d’infamia o morte civile (ἀτιμία), potevano essere eletti a quella carica, purchè provassero in apposito esame (δοκιμασία) di possedere i requisiti voluti dalla legge per l’esercizio di una funzione pubblica (esser nato di genitori liberi ed ateniesi, aver compiuto i doveri figliali verso di loro, venerare gli Dei della città, aver servito onoratamente nell’esercito, non aver commesso azioni disonoranti): e alcuni speciali prescritti per la carica: aver figli e poderi nell’Attica, non aver liti pendenti in giudizio, ecc. — Gli strategi venivano eletti, come tutti gli altri magistrati, per un solo anno; potevano però essere rieletti; avevano potere eguale, con attribuzioni diverse, e ciascuno di essi, per turno quotidiano, avea il comando supremo; decidevano adunati in consiglio di guerra, a maggioranza di voti; in caso di divisione di pareri, a evitar ritardi nelle risoluzioni, aggiungevasi ai dieci capitani un altro magistrato, il polemarco (πολέμαρχος), il cui voto era in tal caso decisivo. Al polemarco spettava pure di diritto il comando dell’ala sinistra dell’esercito. Gli strategi, insieme col comando supremo delle forze di terra e di mare e con tutte le attribuzioni inerenti (liste di leva, congedi, equipaggiamento, tribunali militari, ecc.), avevano anche il diritto di convocare il popolo in assemblea straordinaria: diritto non concesso che ad essi ed ai pritani del Senato. Essi erano poi strettamente responsabili del loro operato in guerra e della loro gestione all’assemblea. — Quanto al grado di capitano supremo (στρατηγὸς, αὐτοκράτωρ), che fu dato ad Alcibiade al suo ritorno, e il quale gli attribuiva la supremazia sugli altri nove strategi, era un grado affatto eccezionale e non conferito che in circostanze straordinarie. Per tutto il tempo che durò la repubblica d’Atene, quattro soli ateniesi ne furono investiti.

Ai dieci strategi erano addetti, uno per ciascuno, e sotto la loro immediata dipendenza, dieci tassiarchi (ταξίαρχοι), che noi diremmo intendenti, incaricati delle riviste, delle provvigioni, ecc. La loro giurisdizione limitavasi alla fanteria.

La cavalleria era comandata, sempre sotto gli ordini degli strategi, da due ipparchi (ἴππαρχοι), i quali avevano alla loro volta sotto i loro ordini dieci filarchi (φύλαρχοι), uno pei cavalieri di ciascuna tribù.

Gli ufficiali inferiori traevano poi il nome dalla specie delle armi o dal numero degli uomini che comandavano. Tali i chiliarchi (che noi diremmo colonnelli), comandanti una chiliarchia (1,000 uomini, oltre 24 subalterni); i pentacosiarchi (grado equivalente a un dipresso al nostro di maggiore), comandanti 512 uomini; gli ecatontarchi (che sarebbero i nostri capitani), comandanti una compagnia, τάξις, di 128 uomini, a ciascuna delle quali era addetto un alfiere o portainsegna, un trombetta e un furiere; i tetrarchi (che diremmo luogotenenti), comandanti una mezza compagnia o pelottone di 64 uomini, divisi in 4 lochi; i locaghi (sergenti), comandanti un loco o squadra di 16 uomini; i pempadarchi (caporali), comandanti una pattuglia di 5 uomini (Vedi Tucidide, Erodoto, Senofonte, Plutarco, Demostene, Polieno, Arriano, Eliano, ecc. — Cfr. Suida, Arpocr.; Potterus, Archeol. gr.; Robinson, Antiq. gr., Grote, ecc.).

418.  Demostene, C. Lettine.

419.  Ad Abido ed a Cizico, dove Alcibiade sconfisse in due gloriose battaglie navali (411 e 410 av. l’E. V.) la flotta spartana di Mindaro, si trovarono a combattere sotto gli ordini di Mindaro e come alleate di Sparta anche le navi siracusane condotte da Ermocrate (Vedi Senof., St. Ellen., I; Diod. Siculo, XIII).

420.  «Raunato il popolo, dei mali sofferti Alcibiade non incolpò che leggermente il popolo stesso, attribuendo la causa di tutto a una qualche cattiva fortuna e a un demone geloso» (τινὶ τύχη πονηρᾷ καὶ φθονερῷ δαίμονι) (Plut., Alcib., 33).

421.  «Si distese poscia a parlare intorno ai nemici, empiendo gli Ateniesi di buone speranze» (Plut., ibid.; Senof., St. Ellen., I; Diod. Sic., XIII, 69).

422.  «Dalle navi, o Ateniesi, dipendono i nostri destini» (Demost., Contro Androz. — Cfr. il mio opuscolo Alcibiade e la critica, Op., IV, 283).

423.  «Ricordatevi, Ateniesi, i tempi in cui la gratitudine ai benefattori della patria era sacra, e la colonna di Diofante, già rammentata da Formione, nella quale è scritto, e voi lo giuraste, di premiare come Armodio ed Aristogitone, chi affronta danni e pericoli per la libertà» (Demost., C. Lett.). Di un decreto simile di ricompense per grandi servigi in guerra, promulgato in favor di Conone, e inscritto dal popolo sopra una colonna o stile, è pur cenno nella stessa orazione: «Conone ruppe in mare i Lacedemoni e ne cacciò dalle isole i magistrati e rialzò le vostre mura, e primo vi fece emuli di maggioranza a Sparta. Perciò a lui solo di tutti nella colonna fu scritto: perchè Conone liberò i confederati di Atene... Donde i contemporanei non pur gli concessero immunità dai pubblici pesi, ma a lui primo, quale ad Armodio ed Aristogitone, posero statue in bronzo: ben giudicando che non aveva spenta piccola tirannide l’oppressore della possa spartana» (Demost., ibid.).

424.  «Sovra tutto impose Solone di pubblicar le leggi innanzi alle statue degli eroi e consegnarle al cancelliere, il quale nelle pubbliche adunanze le legga, affinchè ciascuno, dal frequente udirle, ratifichi sempre il giusto e l’utile» (Demost, C. Lettine). E γραμματεῖς, cancellieri o notaj, dicevansi appunto codesti incaricati della custodia delle leggi e degli atti pubblici, dei quali avean obbligo, in caso di richiesta, di dar copia e lettura al popolo ed al Senato. Se ne nominavano tre: uno scelto dal popolo e incaricato della lettura degli atti; gli altri due, scelti dal Senato e addetti l’uno al protocollo delle leggi, l’altro agli archivi pubblici. Venivano scelti ad ogni pritania: e duravano in funzione trenta giorni, dopo i quali davan conto della gestione. Era, del resto, in Atene una professione disprezzata dai cittadini e abbandonata ordinariamente ai δημόσιοι, o servi pubblici, la maggior parte trascelti tra gli schiavi forniti di qualche istruzione (Polluce, lib. 8; Ulpiano, sulla 2.ª Olint.; Libanio, sull’oraz. Parapresb.).

425.  Il formulario delle leggi e dei decreti (νὸμος, ψήφισμα) presso gli Ateniesi era comunemente quello che vediamo, con poche varianti dall’uno all’altro, nei molti esempj citati nelle orazioni di Demostene e degli altri oratori: e sulla scorta dei quali mi regolai nella redazione del decreto di cui l’arconte ordina in questa scena la lettura. Nelle sue formole più complete, il decreto d’ordinario recava prima il nome dell’arconte epónimo in carica; poi successivamente e per ordine, la data, la pritania, la designazione di chi aveva convocato l’assemblea in cui il decreto era stato votato (se i pritani o gli strategi, o secondo che trattavasi di assemblea ordinaria o straordinaria); il nome di chi avea proposto il decreto; indi il disposto del decreto; infine la indicazione dei funzionari incaricati della esecuzione, e da ultimo la ripetizione del nome dell’autore della proposta (Vedi Demost., Corona; C. Timocr., ecc.).

426.  Ossia il 25 di Targelione (Vedi quadro III, n. 7).

427.  Vedi sulle pritanie, e sull’assemblee del popolo, quadro II, n. 59.

428.  Vedi sulle tribù di Atene, quadro I, n. 55. — Cfr. quadro II, n. 55.

429.  Plut. Alc., 33; Senof., St. Ellen., I, 4; Corn. Nep., Alc., 6; Diod. Sic., XIII. 69.

430.  Delle Panatenée o feste di Minerva, vedi al quadro III, n. 59. Le Dionisiache o Dionisie o Baccanali (Διονύσια, Βακχεῖα), ossia feste di Bacco, celebravansi nell’Attica con maggior pompa di cerimonie e di riti che in tutte l’altre città della Grecia. Una turba farneticante di uomini, gli uni travestiti da Satiri, da Pani e da Sileni, gli altri raffiguranti Bacco, e il suo trionfo dell’India e le sue gesta, inghirlandati di edera e di pampini, percorreva le vie, trascinando capri destinati al sacrifizio, agitando in mano i tirsi, e intrecciando danze disordinate al suon di flauti e di tamburi, e a canzoni licenziose e alle grida di Jacco! Jacco! Evoè! Dietro costoro venivano i portatori di vasi sacri, e i deputati delle tribù, e fanciulle (canèfore) di distinta nascita recanti sul capo canestri d’oro, pieni di frutta; indi una schiera di uomini (fallófori) portanti i falli sospesi a lunghe pertiche; poi altri uomini (itifalli) travestiti da donne, inghirlandati e contraffacenti gli ubbriachi, poi i licnofori o portatori del ventilabro mistico di Bacco. — La processione, sfilando di notte, fermavasi ne’ campi e nelle piazze a offerir vittime a Bacco, tra un concorso immenso di forestieri e popolo accalcato sui tetti e nelle vie, e al chiarore delle migliaia di fiaccole scintillanti. Durante le Dionisiache era grave delitto dar molestia qualsiasi a un cittadino, foss’anche un debitore. — Di tali feste ve n’erano parecchie: le grandi Dionisìache o Dionisìache urbane, fra tutte le più celebrate, si festeggiavano dentro la città, con pompa affatto eccezionale, nel mese di Elafebolione, tra la fine di marzo e i primi d’aprile. Le piccole Dionisìache o Dionìsie rurali, Baccanali campestri, servivano di preparazione alle prime e si celebravano d’autunno alla campagna. — Altre feste infine, dedicate a Bacco, erano le Dionisie Lenée, o Lenée semplicemente (ληναῖα), cioè feste dei torchi o strettoj. Eran dette anche Antesterie o floreali. Festeggiavansi alla campagna, in onor di Bacco Leneo, ossia torchiatore (λήναιος), nel mese di Antesterione (febbrajo-marzo) e duravano tre giorni. Il primo di essi, ch’era l’11 del mese, dicevasi festa delle botti (πιθοιγία), perchè in esso si spillavan le botti; il secondo festa delle coe o cogna (χοεύς), ossia delle libazioni mortuarie, in cui cioncavasi copiosamente, e chi riusciva a bere la misura di un cogno aveva in premio un otre e una ghirlanda. Il terzo, festa dei chitri, ossia delle pignatte (χύτροι), in cui offerivansi legumi cotti entro una gran pignatta, in suffragio dei morti, a Mercurio sotterraneo.

Le Panatenée, le Dionisìache e le Lenée erano le tre solennità dell’anno in cui avean luogo le gare teatrali delle tragedie e delle commedie nuove. Concorrevano al premio i tragici e i comici, presentando le loro composizioni al primo arconte, il quale, dopo approvatele, assegnava al poeta un coro, la spesa del quale e del rimanente apparato era a carico dei più ricchi cittadini (vedi quadro IV, n. 29) e teneasi ad onore grandissimo. Il poeta sceglieva allora tra gli attori quello in cui avea più fiducia per dargli la direzione dello spettacolo, e si adoperava di concerto con lui perchè tutto andasse per il meglio. Venuto il dì della rappresentazione, la sorte fissava l’ordine in cui i drammi dei concorrenti doveano rappresentarsi: e finita la recita, cinque giudici a ciò delegati proclamavano il vincitore in ciascuna delle gare. Tutti i comici e gli istrioni erano obbligati a ritrovarsi per il tempo di queste gare in Atene sotto pena di ammenda: come toccò al comico Atenodoro: tanta era l’importanza che annettevano gli Ateniesi a questi spettacoli, nello allestimento dei quali si profondevano tesori (Cfr. Alcib., la critica e il secolo di Pericle, Op. IV, 294). — (Vedi Aristof., Acarn., Ucc., Rane e scol.; Eurip., Bacc.; Demost., C. Lett., C. Mid., Corona; Alcifr., Lett.; Corsini, Meursius, Potter, Robinson, ecc.).

431.  Vedi in Demostene, nell’orazione per la Corona, intorno al premio della corona d’oro, per servizi militari o politici, e al bando della stessa nei giorni delle gare teatrali, l’accusa di Eschine contro Demostene, il decreto di Aristonico e i decreti di Callia Frearrio e di Ctesifonte Anaflistio, nonchè la legge ivi citata. «Se alcuno è incoronato da un borgo, il bando si faccia nel borgo istesso; ma se la corona è data dal popolo ateniese o dal Senato, sia lecito pubblicarla in teatro ne’ Baccanali» (Cfr. Eschine, C. Ctesif., p. 58).

432.  Vedi in Demostene (Corona) i decreti citati di Aristonico e di Callia Frearrio. — Agonotéti diceansi i magistrati sopraintendenti ai giuochi e agli spettacoli teatrali. Fra le loro attribuzioni era il bando della corona da conferirsi in occasione dei certami drammatici, e la facoltà di punire gl’istrioni che negli spettacoli non rappresentassero convenientemente la loro parte (Demost., ibid. — Cfr. Luciano, Pescatore).

433.  Plutarco (Alcib., 33) nomina espressamente Crizia figlio di Callescro, il medesimo che fu poi uno dei trenta tiranni, come autore del decreto pel richiamo di Alcibiade. Al qual richiamo il popolo aggiunse in favor di Alcibiade le altre disposizioni, revoca della confisca, corona d’oro, ribenedizione, ecc., che in Plutarco si leggono.

434.  Scriveva l’accusatore, o la parte civile, nell’accusa la pena di cui chiedeva l’applicazione. Vedi, per esempio, in Diog. Laerzio, l’accusa di Melito: «Socrate delinque corrompendo i giovani, non credendo i Numi che la città crede, ma sì altre nuove cose demoniache. Pena la morte.» — E in altra legge sul buon costume: «Se un Ateniese farà oltraggio a un libero fanciullo, lo accusi ai tesmoteti chi ha in balia il fanciullo, e scriva la pena. Se condannato nella persona, sia ucciso lo stesso dì» (Esch., C. Tim.).

435.  Gli Undici (οἴ ἔνδεκα), così chiamati dal loro numero, erano una magistratura di dieci cittadini, scelti uno per tribù, cui aggiungevasi per undecimo un cancelliere. Avevano la custodia delle prigioni e sorvegliavano l’esecuzione dei condannati a morte, che ad essi venivano dopo la condanna consegnati; avevano pure il diritto di arrestar le persone sospettate di furto e anche di porle a morte, se rei confessi, e di trascinare davanti agli eliasti quelli che ricusavano il servizio militare o che abbandonavano in guerra i loro posti. Il così detto servitore degli Undici (ὄ τῶν ἔνδεκα ὑπερὲτης) era il carnefice (Plat., Fed., 216; Demost., C. Midia, C. Timoc., C. Lacrit.; Aristof., Vespe; Alcifr., Lett.., III, 22; Lisia, C. Agorat.; Esch., C. Ctesif., ecc.).

436.  Vedi intorno alle classi d’Atene, e alle cifre rispettive del reddito e dell’imposte, la nota 3 all’elenco dei personaggi.

437.  Cfr. quadro II, nota 26. — Nei tempi eroici la ripartizione delle spoglie fu riservata tra i Greci al capitano supremo, che se ne teneva una parte, e distribuiva il rimanente fra i subalterni ed i soldati (Omero, Iliad., 9; Odiss., lib. 9, 14). Al tempo della guerra persiana, vediam le spoglie prese dai Greci a Platea ripartirsi fra i soldati, dopo levatane una parte per i templi degli Dei e una parte per le ricompense ai migliori (Erod., lib. 9; Plut. in Arist.). Più tardi, all’epoca del dramma nostro, benchè la legge attribuisse ai capitani le spoglie (Siriano in Hermog.; Meurs., Them. Att., I, 11), vediamo i capitani depositarle nel tesoro pubblico, dopo trattenutane una parte — qualche volta il terzo — per sè e una parte per i soldati segnalatisi maggiormente (Plut., Cim., Agesil.; Corn. Nep., Timot., Cim., Agesil.; Senof., St.ª Ell., Agesil.; Polieno, Stratag., ecc.).

438.  Modo proverbiale «Una fune d’Aliarto mi occorre, e penzolerò appiccato davanti alla porta Dipila, se la fortuna non pensa ad aiutarmi» (Alcifr., Lett., III, 49). — Aliarto, città in Beozia sul lago Copaide, ove si fabbricavano ottime funi.

439.  L’usanza degli elogi e delle orazioni funebri sembra d’origine antichissima tra i Greci; Cicerone la riguarda come esistente fra loro sin dai tempi di Cecrope (de Legib., II, 25). Ma la legge che prescriveva queste orazioni come appendice ai funebri onori, è dallo scoliasta di Tucidide (II, 35) attribuita propriamente a Solone: vero è che, prima delle guerre persiane non riscontrandosi di pubblici elogi funebri esempio alcuno, Dionigi d’Alicarnasso e Diodoro Siculo ne assegnano al tempo di quelle guerre la introduzione. «Tardi gli Ateniesi aggiunsero alla legge dei funebri onori la orazione funebre, avendo cominciato a recitarla su quelli che per la patria erano morti o ad Artemisio o a Salamina o a Platea o a Maratona» (Dion. Alic., Antiq. Rom., V, 291). Ancor più preciso Diodoro dice l’uso di questi discorsi introdotto dopo la battaglia di Platea (Diod. Sic., XI, 33): e il Peyron (note a Tucidide) si attiene senz’altro a Diodoro. Meglio forse il Bulwer (Atene, lib. V, c. 3) spiega la discordanza in questo senso, che l’usanza dei discorsi funebri andò man mano, dai tempi eroici remotissimi in poi, perdendo d’importanza durante le piccole gare fra gli Stati greci: ma dopo le guerre persiane quella usanza fu rinnovata con solennità per la grandezza della lotta e la dignità e la santità della causa a cui i morti eransi consacrati. Il primo esempio a noi giunto di discorso funebre ateniese è quello di Pericle pei morti di Samo: ove i guerrieri caduti per la patria son pareggiati agli Immortali, e li si piangono così scomparsi dalla città come se dall’anno fosse tolta la primavera (Plut., Peric.; Aristot., Rhetor., III, 10). Ma di tal genere d’eloquenza due modelli perfetti fra tutti rimasero meritamente celebratissimi nell’antichità: il discorso di Pericle pei morti nella guerra del Peloponneso che Tucidide udì e ci trasmise (II, 35), e l’altro sullo stesso argomento che Platone pose in bocca ad Aspasia nel Menesseno. Altri esempj, meno insigni, a noi giunti, sono i discorsi funebri di Lisia sugli Ateniesi andati in soccorso ai Corinzj, di Demostene pei morti di Cheronea, e di Iperide pei morti nella guerra Lamìaca. — Caduta poi la Grecia sotto il giogo dei Romani, e sparita da Atene l’antica dignità dei costumi repubblicani, le orazioni funebri cessarono di essere quello che Demostene (C. Lett.) ricordava come un vanto di Atene, cioè un onore impartito solo ai fortissimi e ai benemeriti della città; ma si moltiplicarono per chicchessia, fino a divenire anche in Atene quel banale e bugiardo esercizio di retorica, che è spesso ai dì nostri fra noi: tanto che a persona spregiatissima e inferiore ad ogni lode si dica per proverbio: οὔκ ἐπαινεθείης οὐδ ἔν περιδείπνῳ — non sarai lodato neppur con orazion funebre — ch’è tutto dire! (Confr. quadro V, n. 60).

440.  Sugli Eumòlpidi, e dignità sacerdotali, vedi quadro II, nota 72; quadro IV, nota 14.

441.  Cerere e Proserpina. In quella guisa ch’elle formavano un ciclo mitico distinto dal resto della mitologia greca, così pure affatto distinto da quello degli altri dèi dell’Olimpo raggruppati intorno a Giove, e presiedenti alla vita degli umani, era il culto che fra i Greci avevano Cerere e Proserpina e in generale tutta quella categoria di divinità dai Greci venerate sotto il nome di ctoniche o sotterranee: Numi presiedenti dall’oscurità profonda, dalle viscere della terra, ai destini d’oltre tomba ed alla vita futura. Da codesto isolamento derivò al culto di queste divinità il carattere di misteri, ossia di riti religiosi, a cui nessuno senza speciale iniziamento poteva assistere: e la dottrina stessa dell’immortalità, su cui questi riti si appoggiavano, aveva appunto nel mito di Cerere e Proserpina, adorate al ritorno di primavera fra i misteri d’Eleusi, la sua simbolica rappresentazione. Proserpina (Persefone) nell’autunno di ogni anno è rapita alla luce del mondo di quassù e trasportata nel tenebroso regno dell’Orco (Αἶδης), ov’è assunta all’impero sulle ombre dei morti; ma ad ogni primavera ella ritorna nel mondo superiore, fra le braccia di sua madre, la terra (Δῆ μήτηρ, γῆ μήτηρ), splendida di rinnovata bellezza giovanile; è il ritorno della vita vegetativa nella vicenda delle stagioni: ma se la dea della morta natura era pur quella che esercitava il dominio sui trapassati, il suo ritorno alla luce dovea significare anche per l’uomo una palingenesi, un rinnovamento di vita. Indi Pindaro celebrando i misteri sacri in Eleusi alle due Dee «Beato, cantava, chi li ha veduti, e poi discende sotto la cava terra: egli conosce il fine della vita, e il principio di essa dato da Dio!»

442.  

.... veggo in supplichevol atto

Là un uom seder, sangue la man grondante,

Nudo il ferro nel pugno... Dorme

Stesa sopra i sedili intorno a lui

Una di donne orribilmente strana

Torma... Donne non già: Gorgoni dico...

Ma nè Gorgoni pur, nè somiglianti

Sono a quell’altre che dipinte vidi

Rapir le cene di Finéo. Senz’ali

Son queste e negre e abominande in tutto.

Russan con ributtanti aliti: un tristo

Umor cola dagli occhi; il vestimento

Qual non lice indossar nè visitando

I seggi degli Dei nè dei mortali

Le case entrando. Una simil genìa

Non vidi io mai: terra non è che possa

Di nutrir cotal razza impunemente

Senza dolor nè lagrime vantarsi.

(Eschilo, Eumen., V, 40-59, trad. Bellotti).

Tale è il terribile ritratto con cui il genio di Eschilo presentava alle fantasie ateniesi le Furie od Erinni, dormenti intorno al matricida Oreste; persecutrici implacabili, secondo l’idee greche, di qualsivoglia misfatto anche involontario, e però simboleggianti non tanto il grado della colpa e del rimorso interno, quanto, e più propriamente, l’orrore che accompagna ogni delitto, siccome quello che, per qualsiasi causa commesso, sconvolge sempre l’ordine di natura (cfr. quadro IV, nota 15). Epperò in Eschilo le Erinni, siccome ministre dello spettro di Clitennestra, vendicano il matricidio senza pur chiedere nè delle cagioni, nè d’altro; ma come per una legge inesorabile del destino, più forte della clemenza stessa dei Numi, indipendente dai tormenti minacciati ai colpevoli nell’Erebo. «È legge che ogni stilla di sangue sparso sulla terra chiami altro sangue: poichè alla vendetta grida l’Erinni e aggiunge morte a morte» (Esch., Coef., 392). Perciò sovr’esse non può nulla, neppure la purificazione che Apollo ha concesso ad Oreste in Delfo; e della quale appunto esse si lagnano accusando il Nume come violatore dei diritti delle Parche. Apollo non ha potuto che immergerle per poco in un sonno leggiero da cui subito, alla chiamata dello spettro dell’ucciso, elle si levano per inseguire Oreste; ed è infine con Apollo stesso, ch’elle non esitano di venir a contesa per i propri diritti sul matricida, dinanzi all’Areopago d’Atene. Ma qui i voti dei giudici si pareggiano, e solo il voto di Minerva decide a favor di Oreste la lite. Allora tocca a Minerva placar di nuovo gli sdegni delle Dee defraudate della preda: finchè da Minerva ammansate, accettano da lei l’invito di fermar dimora in Atene e promettono di esser sempre benefiche a quella città.

Sì, con Minerva accetto

Qui fermar mia dimora, e mai nè spregio

Opporrò nè dispetto

A questo suolo egregio

D’are cultor... e con benigna mente

Che nel futuro vede

Qui pregherò che ognor fulgida e pura

Luce spargendo il sole

Copia produca d’ogni ben natura.

(Eschilo, Eumen., 922 seg.)

Ed ecco come le Furie od Erinni (Εριννύες) — le terribili dive, figlie della terra e della notte (Sofocl., Ed. a Col., v. 39; Esch., Eumen., 424), le ancelle dell’Orco (Plut., De exil.), nate dal sangue di Urano sparso sulla terra (Esiod., Teog., 185), le dee inespugnabili, tremende a nominarsi (Sofocl., Ed. a Col., 124), succhiatrici del sangue dei viventi (Esch., Eum., 258, 269), — si trasformassero in divinità benefiche od Eumenidi (Εὐμενίδες); e ottenessero culto ed are e sacrifici sotto il nome di Dee venerande (σημναί), protettrici di Atene. Eccole fatte pietose allo stesso misero Edipo; e là in Colono, nel bosco sacro e nel santuario di quelle Dee da cui fu sì a lungo perseguitato, Edipo ritrova la pace e la fine dei suoi patimenti (Sof., Ed. a Col.). È all’ara delle Eumenidi che accorsero a cercare misericordia ed asilo Cilone e i suoi complici; e aver violato l’asilo fu tenuto per massimo sacrilegio verso le Dee (Tucid., I, 145. — Cfr. quadro III, n. 45; quadro IV, n. 32).

443.  «Decretarono pure (gli Ateniesi) che gli Eumolpidi e i banditori (cérici) ritrar dovessero le maledizioni che contro lui fatte avevano per commissione del popolo» (Plut., Alcib., 33).

444.  Il cradies nomos, ossia, tradotto, l’aria del ramo di fico (κραδίης νόμος), era una particolare melodia la quale cantavasi nelle feste Targelie. (ricorrente nell’Attica, al mese di Targelione, ch’è appunto il mese in cui avvenne il ritorno di Alcibiade e in cui qui supponesi l’azione): e s’intonava nel momento in cui, durante quelle feste, gli uomini colpiti dalle maledizioni (φαρμακοί) erano discacciati, con rami di fico, dalla città, affinchè questa fosse purificata. — Il poeta elegiaco Mimnermo, verso il 620 av. l’E. V., ne fu l’inventore, secondo attesta Ipponatte (Plutarco, Della musica, 9). — Esichio, alla voce κραδίης νόμος.

445.  Iidemque illi Eumolpidae sacerdotes rursus resacrare sunt coacti, qui eum devoverant: pilaeque illae, in quibus devotio fuerat scripta, in mare precipitatae (Corn. Nep., Alcib., 6). Dell’uso greco di gettare lapidi o masse roventi di ferro in mare, praticato nei riti delle imprecazioni, si hanno parecchi esempi. Così allorquando la confederazione jonica strinse in Delo il patto federale, Aristide lo fece giurare agli altri Greci, lo giurò poi egli stesso in nome di Atene, e quindi fatte le imprecazioni contro chi lo avesse violato, gettò in mare, a suggello delle medesime, le masse di ferro arroventate; a significare che se mai il giuramento degli alleati non durasse più del ferro, la loro vita dovesse spegnersi così presto come il calor del metallo nell’acqua (Erod., I, 165. — Cfr. Callim., Inni).

446.  Vedi quadro III, n. 45.

447.  Qualche critico erudito, credendo dar prova di gusto fino, classificò, arricciando con sussiego il naso, questo dialogo del sacerdote fra le allusioni banali d’attualità, e le solite volgari tirate contro i preti, a cui ricorrono gli autoruzzi per aver gli applausi del popolino. Se i preti al dì d’oggi sian sempre su per giù gli stessi d’una volta, non è questione che mi riguarda; e proprio non ci ho pensato: ma che il sacerdote mio sia fratello carnale dei sacerdoti ed indovini di cui, all’epoca del dramma mio, i comici satireggiavano come proverbiali la rapacità e l’impostura e l’avidità degli inviti a pranzo e dei succulenti sagrificj — di questo basterebbe, ad accorgersene, il dare una scorsa al Pluto, o alla Pace, o agli Uccelli di Aristofane. Taccio degli altri comici; e taccio di Luciano. Senza di che, niente potrebbe immaginarsi di più satirico del racconto che fa ingenuamente il buon Plutarco di questa stessa palinodia delle maledizioni contro Alcibiade revocate; e questo obbligavami a porre in iscena cogli altri tipi caratteristici dell’epoca anche quello dei sacerdoti, il dipingerli diversi da quel che essi erano, e che Aristofane li dipingeva, mi sarebbe parsa una finezza di gusto... che lascio ai critici eruditi dal gusto fino (Cfr. quadro II, n. 53).