448.  Del disinteresse di Socrate, sprezzatore di regali e di ricchezze, e del come egli ricusasse in parecchie occasioni i doni e le liberalità di Alcibiade, è testimonianza in Platone (Simposio, 219 e.; Elian., V. St., IX, 29; Stobeo, 17). Per i quali rifiuti Alcibiade diceva di lui, ch’era più difficile il vincerlo coi doni e coll’oro che non il vincere Ajace col ferro (Plat., ibid.).

449.  Vedi quadro III, n. 16. — È superfluo avvertire che i cenotafj (κενοτάφια ossia tombe vuote) distinguevansi dai veri sepolcri (τάφος, τύμβος) o monumenti sepolcrali (μνημεῖον), per questo ch’essi non contenevano le ceneri del defunto (Eurip., Elen., 1255; Callim., Epigr., 18). V’eran due sorta di cenotafj: quelli innalzati alla memoria dei morti ch’erano sepolti altrove (Pausan., Attic., Messen.) e quelli dedicati ai morti di cui non si era potuto più ritrovare il cadavere. Secondo la credenza volgare, le anime dei morti privi di sepoltura erravano cento anni sulle rive di Stige, senza poter metter piede nell’Erebo; perciò i cenotafj dovevano por fine ai loro patimenti (Senof., Anab., VI; Tucid., II, 34). Indi la cura del sepolcro era tanta che quelli i quali trovavansi in procinto di naufragare si mettevano a bella posta in tasca quant’oro avevano per trovare più facilmente chi si prendesse il pietoso incarico di seppellirli (Sines., Lett., 4. — Cfr. Alcifr., Lett., I, 10). I cenotafj recavano per segno distintivo un frantume di nave (ι᾽κρίον) a significare che le persone a cui erano dedicati erano morte lontano dalla patria (Cfr. quadro V, n. 60; e Robinson, Antiq. gr.; Becker. Char., ecc.).

450.  Vedi quadro III, nota 49. — Dell’affezione e riverenza di Alcibiade per Socrate si è già accennato nella scena prima ed ultima del quadro I e nelle note alle medesime, nonchè nelle note 47-50 del quadro III. Potrebb’essere qui il luogo di toccare la questione troppo più delicata, della natura dei rapporti fra Socrate ed Alcibiade, e della taccia rimasta nella volgare tradizione, siccome una turpe macchia pel nome del grande filosofo. Questione trattata, pro e contro, da parecchi, e assai superficialmente, a parer mio: cioè senza prima risalire alla vera origine e al carattere primitivo dell’amor maschile fra i Greci, considerato come antica istituzione ellenica; sia che di questa istituzione vogliansi già ritrovare, con Eschine (C. Tim.) le traccie nella fratellanza d’armi di Achille e di Patroclo, o con Luciano (Amori, 47) nell’amicizia di Oreste e di Pilade. Luciano stesso, pur riserbando le sue opinioni un po’ diverse sulla materia, fa una pittura vivace e caratteristica (ivi, 46) di quel sentimento primitivo; sentimento in cui di certo avevano parte l’inclinazione sensualmente artistica e il culto tutto proprio de’ Greci per la bellezza fisica, per la giovinezza, per la vigoria: ma che ciò nullameno l’antica civiltà greca concepiva essenzialmente in un senso elevato, come un’intima e pura corrispondenza delle anime, come un vincolo inteso a rafforzare nei giovani il valore e la virtù col cemento dell’affetto e dell’emulazione (Cfr. Plat., Simp., 178 e seg., Rep., III, 403; Senof., Rep. Lac., 2, 13; Plut., Pelop.): vincolo affatto scevro da ogni idea del turpe vizio che i Greci conobbero più tardi con quel nome:

Pudico amore che a virtù congiunto

D’ogni alma esser dovria dolce sospiro —

lo chiama lo stesso Euripide, da Eschine citato (C. Timarc.). Vero è che questa facoltà di astrazione in un sentimento di tal natura, questa facoltà di intenderlo come un sentimento puro ed etereo, in quella guisa che appare assai poco spiegabile e molto equivoca alle idee moderne, così prestava già il fianco agli epigrammi del malizioso Luciano il quale, vivendo all’epoca della corruzione romana, aveva le sue buone ragioni di esser incredulo: ma certo essa esisteva realmente nelle idee e nel costume dell’antica Grecia, se in tempi già corrotti, potè strappare a Filippo il Macedone, dinanzi ai cadaveri del battaglione degli amanti tebani, caduti eroicamente a Cheronea, la famosa apostrofe: Maledetti coloro i quali sospetteranno che siffatti giovani potessero mai commettere o subire alcuna cosa turpe! (Plut., Pelop., 18). E certo astraevano i Greci da ogni idea d’amor turpe, allorchè celebravano come affetto sublime e glorioso l’amor di Achille e di Patroclo, di Ercole e di Jolao, di Armodio e di Aristogitone (Esch., C. Tim.; Plut., Pelop.; Plat., Simp., 179), e attribuivano a quell’amore la potenza di infondere la virtù nell’animo più ignobile, e l’amante esaltavano come uomo divino, più ancor dell’amato, perchè pieno dello spirito di un Dio (θειότερον γὰρ ἐραστὴς παιδικῶν, ἔνθεος γάρ ἔστι — Plat., ib.). È appunto di quella distinzione fra l’amore onesto dei fanciulli e l’amor turpe che parla Callimaco (Framm., 107) raccomandando il primo coll’autorità di Senofonte:

«Voi che ai fanciulli avete gli occhi ghiotti

Se li amaste così come vi dice

L’Erchio (Senofonte) di amarli, la città di prodi

E valenti garzoni fiorirebbe» (πόλιν κεύανδρον ἔχοιτε).

E Callicratide, commentando que’ versi nella disputa degli Amori: «Con questa intenzione o giovani accostatevi modestamente ai buoni fanciulli e non nascondete libidini sotto falsa amicizia, ma adorando l’amore celeste, serbate dalla fanciullezza alla vecchiaia puri e saldi i vostri affetti: quelli che così amano di nessuna disonestà la coscienza li rimorde, e dopo la morte vanno celebrati nel mondo» (Luc., Am., 49). Di fronte ai quali elogi dell’amor puro, appare doppiamente caratteristica la nota di infamia di cui i Greci stessi segnarono la criminosa passione del tebano re Lajo per Crisippo, stimmatizzati da Eschilo e da Euripide come i primi introduttori del vizio abominando (Cfr. Plut. in Pelop.).

Che poi quella distinzione, fra amore e amore, la quale a noi sembra necessariamente strana, esistesse positivamente non soltanto nelle idee, ma anco nelle leggi della Grecia antica, in ispecie dei popoli dorici, ne abbiam documenti in Cicerone, il quale attesta che fra’ Lacedemoni ogni attestato di simpatia era permesso nell’amor dei giovani, tranne lo stupro («omnia concedunt in amore juvenum praeter stuprum.» — Cic., De rep., 4, 4): e in Eliano, che afferma: «l’amore maschile a Sparta nulla conobbe di turpe» (αἰσχρὸν οὔκ οἴδεν. — V. St., III, 12); e documento ancor più irrefragabile in Senofonte: «Licurgo determinò che se un uomo per bene, acceso della bellezza di un fanciullo, bramasse farlosi amico virtuosamente, e conversar seco, si lodasse un tale affetto e si giudicasse questo costume per onoratissimo. Ma se veniva a luce che alcuno desiderasse il corpo del fanciullo, questa cosa parendogli sozza fuor di modo, ordinò che fra’ Lacedemoni gli amanti si guardassero da usare coi fanciulli amati, non altrimenti che ne’ piaceri amorosi i padri si guardino de’ figliuoli, i fratelli dai fratelli» (Sen., Rep. Lac., II. — Cfr. Elian., V. St., III, 10): proprio le stesse parole che Alcibiade adopera nel Simposio di Platone, riguardo a’ proprj rapporti con Socrate (Simp., 219). Un’ultima testimonianza è in Massimo Tirio; ed è fra tutte la più notevole, perchè ritrae mirabilmente qual parte avesse in quell’affetto il senso artistico particolare dei Greci: «Non doveva uno Spartano amare un giovane che come avrebbe amato una bella statua, ἑρᾷν μόνον ᾤς ἀγάλματος καλοῦ. — Infine sappiamo da Plutarco e da Eliano che lo stupro fra gli amanti era a Sparta notato di perpetua infamia (Plut., Istit. Lac.) e punito coll’esilio e colla morte (Elian., V. St., III, 12).

Naturalmente, che rapporti di tal fatta tra uomo e uomo non fossero, pure in mezzo all’austerità e sofrosine dorica, affatto immuni da pericolo e potessero dar luogo ad abusi, queste leggi stesse di Licurgo lo provano: troppo tenue muro, per dirla con Cicerone, separava il lecito dall’illecito (tenui sane muro dissaepiunt — Lacedaemoni — id quod excipiunt. — De rep., 4, 4): e Luciano, che pare la sapesse lunga, trovando che «non è cosa piacevole star gli interi giorni con un garzone e patir le pene di Tantalo» e che «Amore va per una scala di cui la virtù non è che il primo gradino,» si divertì anche a dimostrar in che modo il muro facilmente potesse essere scavalcato. Non è quindi meraviglia se fra popolazioni meno austere delle doriche, e più dedite ai piaceri, lecito ed illecito si confondessero: e dai molli climi della Lidia e della Jonia si propagasse nella Grecia in tempi posteriori la nefanda usanza che Senofonte già ne addita (Rep. Lac., I, c.) invalsa a’ suoi tempi fra gli Elei, e che le leggi ad Atene come a Sparta e in altre parti della Grecia vegliavano severamente a reprimere, fino a che più forte delle leggi divenne la corruzione dei costumi, foriera della conquista macedone e romana.

Ora che Socrate proseguisse d’intenso affetto Alcibiade, rilevasi senz’altro dalle numerose testimonianze di Senofonte e di Platone: e difficilmente si saprebbe, per troppo scrupolo, fare differenza fra quell’amor maschile che Licurgo (l’ideale della scuola socratica) iscriveva nelle sue leggi, che Euripide, che Callimaco, che Plutarco commendavano, e il sentimento che traeva Socrate assiduamente e sempre e in ogni luogo, sulle peste del suo alunno, proprio come «alla caccia della bellezza di lui» fino al punto d’infastidirlo certe volte di quella sua assiduità (Plat., Prim. Alc., 104; Protag., 309). Ma da qui al vizio turpe che fu poi a Socrate attribuito, correa, come vedemmo, nelle idee greche la stessa distanza che dalla virtù all’infamia: ed è un fatto incontrastabile e notevolissimo che quella odiosa accusa contro Socrate non partì da nessuno dei suoi contemporanei, ma solo da scrittori di data assai posteriore, viventi in tempi di corruzione, in cui quella infamia era generalmente penetrata nei costumi. È sulla fede di poche linee del calunnioso Aristosseno (frammenti 25, 27, 28) che quell’accusa fu ciecamente riprodotta senz’esame e ben tardi da Cicerone, da Plutarco e dal caustico Luciano, il quale ci mostra Socrate nell’inferno alla caccia dei bei garzoni: e altrove scherzando sull’assicurazione di Platone, che cioè Alcibiade avesse dormito con Socrate sotto la stessa clamide come dorme un figliuolo con suo padre (Plat., Simp.), tentenna il capo con incredulità maliziosa e objetta malignando che «Socrate era un amadore come ogni altro, e se Alcibiade si corcò con lui sotto la stessa coltre, non se la passò così netta» (Luc., Amori). E altrove ancora: «Socrate giurava di non far cattivi pensieri quando accostavasi ai garzoni: ma molti temevano che Socrate spergiurasse» (Luc., Storia vera). Alcuni aggiunsero agli accusatori Giovenale, in causa d’un suo verso — Inter Socraticos notissima fossa cynaedos (Sat., II, v. 10), — dove probabilmente, secondo molti commentatori, l’error di un copista pose Socraticos invece di Sotadicos — dal nome non di Socrate, ma di Sotade, poeta per lascivie famoso e autore di versi oscenissimi, da Suida qualificati versus cynaedos. Ma per l’opposto, come dissi, sta il fatto che finchè Socrate visse, e nei tempi a lui più vicini, quell’accusa non gli fu mossa da nessuno, neppure (ciò che più importa) da’ suoi stessi nemici. Nè Aristofane nelle Nubi, nè Melito nella sua accusa (Plat., Apol.; Diog. Laerz., Socr. — Cfr. Senof., Apol.) ne fanno menzione. È vero che Melito accusa Socrate di corrompere la gioventù (ἄδικει δὲ καὶ τος νὲους διαφθείρων), ed anzi è da questa frase staccata che si credette poter indurre il maggior argomento a sostegno della turpe taccia. Ma quelle parole non sono se non il commento delle altre dell’accusa a cui immediatamente si legano, che cioè Socrate delinque non credendo gli Dei che la città crede, bensì altre nuove cose demoniache (οὔς μὲν ἤ πόλις νομίζει θεοὺς οὔ νομίζων, ἕτερα δὲ δαιμόνια καινά) e che ciò sia, che cioè l’imputazione di Melito si riferisse puramente e solamente alla dottrina religiosa e politica di Socrate, si rileva in modo irrefragabile, a non dubitarne, dalla risposta di Socrate stesso: «Rispondi, o Melito: Come corrompo io, per tuo dire, i giovanetti? Non forse, siccome dal tenore dell’accusa scritta (ὄτι κατὰ τὴν γραφὴν), insegnando a non credere i Numi che la città crede, sibbene altre cose demoniache nuove? non di’ tu ch’egli è insegnando tai cose (ὄτι ταῦτα διδάσκων) ch’io li corrompo? — Mel. Al tutto dico così» (Plat., Apol., c. 14). Neppure dunque la più piccola, la più lontana allusione allo infame vizio; e sì, Melito non era l’uomo da lasciarsela sfuggire: ed è ben a credersi, che quei suoi nemici implacabili non avrebbero taciuto in simile circostanza, se appena appena fosse stato loro possibile di accusare quell’uomo, il quale erigevasi a modello di virtù e di continenza, di una impudicizia brutale che le leggi attiche, non meno in ciò rigorose delle lacedemoni, severissimamente punivano e d’interdizione da ogni pubblico ufficio e d’infamia e di morte (Eschin., C. Tim.; Demost., C. Androz.; Senof., Simp., 8). E notisi che Eschine, nella stessa aringa in cui cita quelle leggi, non solo nomina Socrate con elogio, ma è il primo a confessare per proprio conto di frequentare i ginnasj e coltivare l’amor puro dei giovanetti e gloriarsene, come di «segno d’animo gentile:» e ricorda in proposito, a titolo di lode, gli esempj non pur di Achille fra gli antichi, ma fra gli stessi Ateniesi suoi contemporanei, di uomini liberi e bellissimi fra tutti i Greci, «onestamente vissuti e alieni da cosa turpe, i quali ebbero amatori molti e modesti e niuno li vituperò mai.» Egli è che appunto non di quell’amore si trattava nelle leggi ateniesi contro l’impudicizia: e non era già contro di esso che stava scritto: «Se un Ateniese farà oltraggio a un libero fanciullo, lo accusi ai tesmoteti chi ha in balìa il fanciullo e scriva la pena. Condannato nella persona, sia ucciso lo stesso giorno... Se un Ateniese si prostituirà non potrà esser uno degli arconti; nè fare ufficio sacro; nè giudicare col popolo; nè esercitare un magistrato, nè dentro nè fuori, nè a sorte nè per suffragio; nè andare araldo, nè dire il proprio parere; nè entrare nei pubblici templi; nè portar corona nelle feste solenni; nè andar nella piazza purificata dall’acqua lustrale. Il trasgressore di questi ordini, convinto di impudicizia, sarà punito colla morte» (Esch., l. c.).

È evidentemente, ripeto, impossibile lo ammettere che i nemici di Socrate, i quali lo ricercavano con tanto accanimento di condanna capitale, non pensassero ad invocare, nelle loro accuse, se appena lo avessero potuto, come Eschine ben li invocò contro Timarco, simili articoli di legge: il cui tenore è talmente esplicito, che, posti a raffronto col testo dell’accusa di Melito, la quale tace completamente di quel reato, basterebbero questi documenti soli a decidere in favore dell’innocenza di Socrate.

Solo alcune espressioni amorose nei dialoghi di Platone si presterebbero ad essere fraintese (come le fraintese di fatti Cornelio Nepote in Alcib.) da chi non abbia una chiara idea di quelle teorie sull’amor delle anime, su le attinenze fra la bellezza fisica e la bellezza spirituale, sull’amore inteso come il bisogno di produzione nella bellezza secondo il corpo e lo spirito, — che formano una delle parti più caratteristiche e più elevate della filosofia socratica (Senof., Simpos., 8; Plat., Simp., 209 seg.; Fedr.; Prim. Acib.; Rep., III, 403). Un bel corpo, diceva Socrate, promette sempre una bell’anima: e se questa non l’è, bisogna che sia stata negletta: indi Massimo di Tiro (Dissert., 9) distingue elegantemente dalla lubrica passione di cui molti antichi filosofi si macchiarono, il virtuoso affetto che Socrate portava a’ suoi discepoli, sopratutto ad Alcibiade, del quale soleva dire che egli era nato per la salvezza o lo sterminio della Grecia, secondo che nel suo spirito sarebbe prevalso il suo buono o il suo mal genio: per cui studiavasi di sviluppare in lui l’amore del bello e del buono e di distorlo cogli amorevoli rimproveri dagli eccessi di ambizione e dalle voluttà (Cfr. quadro II, nota 52). Nello stesso ordine di idee Plutarco narra come Socrate raccomandasse sovente a’ suoi discepoli di guardarsi nello specchio, affinchè se eran belli procurassero non macchiare quella bellezza con nessun vizio: se brutti, si applicassero a riparare alla bruttezza colle virtù (Diog. Laerz., Socr.).

Che se infine da nessuno dei dialoghi di Platone si può indurre alcun fondamento alla calunnia scagliata contro Socrate — abbondano invece le positive affermazioni in contrario, e nei dialoghi stessi, e quel che più monta, negli scritti di Senofonte, fra tutti i discepoli di Socrate il più veridico e il più coscienzioso. Nessuna testimonianza più esplicita di quella che Senofonte nei Memorabili (I, 2, 3) rende all’austerità dei principj e dei costumi di Socrate; e nulla di più severo ed acerbo delle rampogne con cui Socrate ivi cerca appunto distogliere Crizia dall’amore impuro di Eutidemo, di ciò svergognandolo siccome di vizio «servile, laido, bestiale,» e per cagion di tal vizio, paragonando Crizia ai porci (Mem., I, 2). Di che Senofonte aggiunge che Crizia legossela al dito, e prese tal odio a Socrate, che giunto al potere se ne vendicò: per credere poi che Socrate potesse bruttarsi di un costume ch’egli non si peritava di qualificare in altri a quel modo, bisognerebbe inventare un Socrate tutto diverso da quello che la storia ci tramandò, e fare di lui il tipo del più sfacciato tra gli impostori. E leggansi ancora, se non bastasse, in Senofonte, gli altri rimproveri di Socrate a Critobulo per distoglier lui pure dall’immondo vizio (Memor., I, 3); e la ragione che Socrate ci dà nel Simposio senofonteo dell’amor puro delle anime e dell’amor sensuale; e quello esaltare come figlio di Venere celeste, vituperar questo come costume da servo; lo si oda narrare come Giove di quanti mortali amò solo la bellezza fisica, li lasciò mortali com’erano, ma di quanti amò i pregi dell’anima li fece tutti immortali; e all’asserto di Agatone, che un esercito d’amanti sarebbe fortissimo, lo si oda contraddire affermando che quelli che son usi a non aversi più riguardo tra loro, non ponno arrossire di commettere viltà in faccia un dell’altro; lo si veda ammaestrar Callia a meritarsi l’amor di Autolico, studiando con qual’arte Temistocle facesse libera la Grecia, e con quale Pericle facesse grande Atene; — intendasi in Platone stesso, nel Fedro, la confutazione di Socrate contro Lisia intorno all’amore — e nel Filebo la sua definizione della voluttà — e nel Simposio la solenne testimonianza che Alcibiade gli rende, — e si converrà di averne di testimonianze, troppo più del bisogno, per concludere senz’altro alla assoluzione del più grande e virtuoso tra i filosofi antichi nel processo d’immoralità intentatogli dai posteri.

Su codesta questione dei rapporti fra Socrate ed Alcibiade, cfr. Gesner, Socrates sanctus pederasta; Cooper, Life of Socrates; Mendelshon, Fedone (nella vita di Socrate); Hecker, de Alcib. moribus; Schweighauser, Mores Socratis; Houssaye, Hist. d’Alcib.; Wieland, Aristippo, ecc.

451.  Storicamente questa scena che qui vien supposta ancora nel cuor della state del 407, cioè dentro il mese immediatamente successivo al ritorno di Alcibiade in Atene, dovrebbe invece riferirsi a un sei mesi circa più tardi, cioè a Posideone di quell’anno (dicembre 407 — gennaio 406). Alcibiade partì da Atene per la nuova campagna di guerra, quattro mesi dopo il suo ritorno trionfale, cioè agli ultimi di Boedromione (ottobre) del 407: e ottobre e novembre erano scorsi nelle prime operazioni di guerra contro le isole nemiche di Andro, di Rodi, di Coo; intanto la flotta spartana erasi rannodata, sotto gli ordini di Lisandro, ad Efeso, e lì presso avvenne in dicembre la disfatta di Antioco, di cui qui si parla. Qualche settimana dopo, nel gennaio 406, Alcibiade caduto di nuovo in disgrazia, rifugiavasi in Tracia.

452.  A determinate ore di sera e di notte, negli accampamenti greci, gli ufficiali di ronda (περὶπολωι) facevano la visita del campo e dei posti delle sentinelle (φυλακαὶ). Per assicurarsi che queste non dormissero, l’uffiziale portava seco un campanello (κώδων), al suono del quale la sentinella doveva rispondere, dichiarando la parola d’ordine o di riconoscimento. Indi κωδωνίζειμ, scampanellare, diceasi il far la ronda. La parola d’ordine era data dallo stratego: Senofonte nell’Anabasi ne ricorda parecchie, Giove salvatore, Ercole condottiero; Giove salvatore e la Vittoria; spada e pugnale, ecc. Più tardi Ificrate abolì il campanello e stabilì che della parola d’ordine la prima metà fosse data dall’uffiziale, l’altra metà dalla sentinella (Senof., Anab., I, VI, VII; Tucid., IV; Ulpiano in Demost., Parapresb.; Arist., Rane, ecc.).

453.  Nózio, piccola rada dell’Jonia, tra Colofone ed Efeso, presso alla foce del Caistro e quasi rimpetto all’isola di Samo, della quale isola la flotta ateniese aveva fatto in questa campagna la base delle sue operazioni, come gli Spartani se l’erano fatta di Efeso.

454.  Senof., St. Ellen., 1, 5, 6; Diod. Sic., Bibl., XIII, 71-73; Plutarco, Alcib., 35; Corn. Nep., Alcib., 7. Essendo Alcibiade nella nuova campagna navale ancorato colla flotta nella rada di Nózio, trovavasi in grandi angustie per penuria di danaro. Mentre la flotta spartana comandata da Lisandro era fornita di tutto a larga mano dall’oro persiano, e i nocchieri della medesima toccavano quattro oboli di paga, forniti dall’erario di Ciro, quei della flotta ateniese, che a stento potevano averne tre soli, cominciavano alto a mormorare; molti disertavano; il malcontento cresceva ogni giorno; e lo Spartano, che vi faceva assegnamento, tirava in lungo a bella posta la guerra. Alcibiade ben vide che bisognava uscirne al più presto. Decise quindi una spedizione per recarsi a prelevare dalle città alleate del litorale di Jonia e di Caria il danaro che occorrevagli a pagar gli arretrati delle truppe, visitare nello stesso tempo le fortificazioni che lo stratego ateniese Trasibulo stava costruendo a Focea sul golfo ermeo e concertarsi secolui sul modo d’affrettar le operazioni. Si avviò quindi a quella volta, lasciando la cura delle navi ad Antioco, il quale era bensì, dice Plutarco, buon pilota, ma uomo inconsiderato e prosuntuoso. A costui commise espressamente di non dar battaglia in sua assenza, neppur se i nemici fossero venuti a provocarlo. Ma Antioco, trasgredito il comando, con la sua propria trireme e un’altra del corpo della flotta, s’inoltrò sin dentro il porto di Efeso, rasentando le prode delle navi nemiche, con gran petulanza tanto di fatti che di parole. Lisandro, da prima, uscì fuori con poche navi ad inseguirlo; ma vedendo gli Ateniesi venir in soccorso di Antioco con altre navi, mosse pur egli tutte le sue. Così vennero a battaglia; le navi spartane in compatta ordinanza, e le ateniesi uscenti alla sfilata fuor di Nózio una dopo l’altra e andando qua e là sparse finchè perdute quindici galere voltarono le spalle. Lisandro prese quelle navi e molti prigioni, e rimasto ucciso nella mischia Antioco stesso, drizzò in Nózio il trofeo e fe’ ritorno ad Efeso. Gli Ateniesi si ridussero a Samo. — Così Plutarco e Senofonte raccontano il fatto che originò la seconda disgrazia di Alcibiade: e del quale, come dell’altre operazioni di guerra, si modificarono qua e là in questo quadro le circostanze di luogo e di tempo, a seconda delle esigenze drammatiche.

455.  Diod. Sic., Bibl., XIII, 73; Plut., Alcib., 35; Senof., St. Ellen., 1, 4.

456.  È noto che Anacreonte — il cantore di Bacco e degli Amori — era nativo dell’isola di Teo, e visse lungamente alla corte di Policrate tiranno di Samo.

457.  Libazioni della partenza: vedine esempio in Tucidide, nel racconto della partenza della flotta ateniese per la impresa di Sicilia: «... Come le navi furono piene della gente, lo squillo della tromba intimò silenzio e si fecero le preghiere consuete innanzi la partenza... quindi per tutta l’armata si mesceva il vino nei crateri, e i soldati non meno dei capitani libavano con tazze d’oro e di argento... Poichè ebbero cantato il peana e terminate le libazioni, salparono...» (Tucid., Guer. Pel., VI, 32). E in Omero, alla partenza di Telemaco: «Legati i remi ai fianchi della celere nave, incoronarono di vino puro le tazze e libarono agli Dei immortali sempreviventi, ma, sopra tutti, alla figlia occhi-azzurra di Giove» (Odiss. β. 430 seg. — Cfr. Virgil., Aen., III, 118).

458.  Coronare la tazza, κρατῆρα ἐπιστέφειν, diceasi il ricolmarla fino all’orlo: come appunto era uso di rigore nelle libazioni, perchè sarebbesi riguardato come insulto agli Dei il propinare ad essi con tazze non colme, ossia offrir libamenti che non fossero interi e perfetti (τέλειον καὶ ὄλον). (Aten., XV, 674). E coronate di vino, ἐπιστεφέας οἴνοιο (Omer., Odiss. β 431 — cfr. Aten., I, 3 d.) diceansi le tazze dei libamenti, così ricolme; però che il licore sporgesse in su dell’orlo a guisa di corona. Coronarono le tazze colme di vino puro, στήσαντο κρητῆρας ἐπιστεφέας οἴνοιο (Om., l. c.). — Coronò di vino le tazze d’oro, κρυσέους κρητῆρας ἔστεψε (Eurip., Jon.) — «Crateras magnos statuunt et vina coronant» (Virg., Aen., I). — «At pater Anchises magnum cratera corona — Induit implevitque mero» (Virg., Aen., III). — «Coronatus stabat et ipse calyx» (Tibul.).

459.  Aristof., Vespe, 525.

460.  Mare di Icaro o d’Icaria diceasi quel tratto dell’Arcipelago che si stende fra l’isole di Patmo, di Icaria e di Samo, e le coste della Caria, dalla foce del Meandro e da Mileto al golfo di Iaso e ad Alicarnasso. — Fu reso celebre dal volo di Icaro che gli diede il nome.

461.  Fu lo stratego Trasibulo, il maggior nemico che avesse Alcibiade nella flotta, che si affrettò a portar ad Atene la nuova del disastro di Nózio, e accagionandone l’incuria di Alcibiade, lo trasse di nuovo in disgrazia del popolo. Di che Plutarco scrive: «Se mai fu alcuno a cui la sua propria gloria abbia portato ruina, questi fu certo Alcibiade. Perocchè grande essendo questa sua gloria, ed essendo ei riputato pieno di coraggio e di prudenza per le belle imprese che fatte egli avea, se per sorte non ne avesse condotta alcuna a buon fine, si sospettava che ciò fosse perch’egli non vi si fosse applicato con tutta volontà, non potendo credere alcuno che egli non avesse potuto; ma tenendosi per sicuro che a lui non dovesse andar fallita veruna cosa che venisse da lui con premura intrapresa» (Plut., Alcib., 35). E Cornelio: «Nihil enim eum non efficere posse ducebant. Ex quo fiebat ut omnia minus prospere gesta ejus culpae tribuerent, quum eum aut negligenter aut malitiose fecisse loquerentur: sicut tum accidit. Nam corruptum a rege cepere Cymen noluisse arguebant» (Corn. Nep., Alc., 7. — Cfr. Senof., St. Ell., I, 4, 5; Diod. Sic., XIII, 73, 74).

462.  Ramoscello dei supplici, κετῶν ἐγχειρίδιον (Esch., Suppl., 22), κλαδος ικτήριος (Sof., Ed. re, 3), ἰκετηρία (Aristof., Pluto, 383), ecc. Usavano i supplici (ἰκέται), ossia le persone imploranti dagli Dei o dagli uomini soccorso o compassione o grazia o asilo, siccome colpite da sventura o da persecuzioni o sbandite dalla patria, o ricercate di pena per delitti commessi, seder presso gli altari tenendo in mano un ramoscello verde di olivo o di lauro, avvolto in fascie bianche di lana. Il supplice toccava con questi rami le ginocchia del Nume o del mortale di cui implorava il favore. «Veggo nel sacro antro un uomo inviso a Dio, bruttato di sangue, sedente in atto supplichevole, stendendo le mani, e protendendo un alto ramo di olivo, coronato di larghe fascie di lana candidissima» (Esch., Eum., 40 seg.). «Supplice degli Ateniesi, sedea presso gli altari pallido colla rossa sua veste» (Arist., Lisistr., 1140). «Io veggo uno che siederà sopra l’altare tenendo in mano il ramo dei supplici insieme coi pargoli e la moglie» (Aristof., Pluto, 382 seg.). — All’ara di Minerva sull’Acropoli andarono a sedersi supplichevoli, cercando scampo, Cilone e i suoi compagni proscritti dagli Ateniesi (Tucid., I, 126. — Cfr. Omero, Iliad. α; Esch., Suppl.; Eurip., Supp., Jon, Alceste, Eracl., ecc.).

463.  Più tardi — troppo tardi — gli Ateniesi dovevano pentirsi d’essersi un’altra volta privati della spada di Alcibiade (Plut., Alcib., 38). Quanto agli Spartani, essi stessi confessarono che la vittoria di Nózio era da principio in sè stessa ben poco o nulla, ma divenne tutto per loro, poichè trasse seco la caduta di Alcibiade e tolse ad Atene il più formidabile de’ suoi difensori (Plut. Lisand., 5).

464.  Senofonte celebra i Persiani siccome severissimi contro l’ingratitudine. «Puniscono essi quel peccato per cui gli uomini si odiano l’un l’altro sommamente, senza citarsi in giudizio, che è l’ingratitudine: e se vengono a conoscere che alcuno, potendolo fare, non abbia mostrato prova di essere grato, gli danno aspro castigo. Perciocchè pensano che gli ingrati non fan conto nè degli Dei, nè dei parenti, nè della patria, nè degli amici» (Senof., Ciropedia, I, 1).

465.  I Traci, che da Teiras discendente di Giapeto furono chiamati Teíres (Joseph., Ant. Iud., I, 6) e poi Traci (Θρήικες, Θρᾶκες), occuparono anticamente un vasto paese che comprendeva una parte della Macedonia e la regione stendentesi da occidente ad oriente tra il fiume Strimone e il Ponto Eusino; e da settentrione a mezzodì, fra la catena del monte Emo e il mar Egeo. Quest’era la Tracia propriamente detta (ossia l’odierna Romelia): però sotto il nome generico di Traci si chiamarono dai Greci anche i popoli a settentrione dell’Emo, fra l’Emo e il Danubio, come i Geti confinanti cogli Sciti, i Treri, i Triballi, ecc. (Erod., V; Strab., VII; Tucid., II). Erano divisi in varj popoli. Gli uni, come i Bessi, crudeli e feroci, assai temuti e poco noti, non vivevano che di rapina. Gli altri, truppe mercenarie, prestavano soccorso a chi li chiamava, e sotto la condotta di un capo della loro nazione, servivano indifferentemente partiti contrari — come gli Svizzeri dell’Evo moderno. Tali gli Odomanti, di cui parla Tucidide, che fornivano truppe agli Ateniesi: tali quelli che abitavano le montagne, e gli autónomi (Dii, Triballi, ecc.), di cui Sitalce compose il suo esercito: tali ancora tutti quei corpi di Traci che erano al servizio d’Atene, di Lacedemone, e dei re di Macedonia e d’Asia. Infine, i terzi, retti a forma monarchica, eran governati da re. Dai tempi delle guerre di Troja vedonsi menzionati Reso e Polti re di Tracia; poco dopo, uno dei figli di Teseo sposò la figlia di un re di Tracia. La migrazione dei Traci in Asia di cui parlano Erodoto, Strabone ed Eusebio ci dà il nome di alcuni antichi re traci. Omero ne nomina parecchi del Chersoneso e delle altre parti della Tracia: e Reineccio cita gli autori che ne fan conoscere altri (Tucidide, II, V; Polib., V; Erodoto, I, III, VII; Strabone, VII; Euseb., Chron. — Freinshem., Supp., Q. Curio, I, 5).

Ma questo fatto, come quelli che riferisce Diodoro Siculo (lib. III) delle conquiste di Bacco nella Tracia e di alcuni re di questa nazione, appartengono a tempi mitici o tenebrosi; solo alcuni secoli dopo si può tener dietro alla dinastia di questi re, quando cioè la Tracia propriamente detta, sotto la potenza del re degli Odrisj, si stendeva dall’occidente all’oriente, dal fiume Strimone sui confini della Macedonia al Ponto Eusino: e dal settentrione al mezzodì, dall’Emo al mar Egeo, abbracciando dal lato del mare tutta la costa da Abdera sino alla foce dell’Istro o Danubio (Tucid., II, 96). Di questo reame degli Odrisj faceano parte, a occidente lungo lo Strimone, i varj popoli dei Peoni di cui parlano Omero (Iliad., X, 428), Tucidide (II, 96), Euripide (Reso); ad oriente, verso il mar di Marmara, i Tinj, i Tranipsi, i Melandepti, su cui Seute rivendicava la sua signoria (Sen., Anab., VII, 2).

Si vedono, è vero, comparire qua e là altri re traci; ma sia che la loro potenza si limitasse in breve contrada, sia che non fossero che capi di tribù barbare, sono appena nominati nella storia. Solo il regno degli Odrisj, la più considerevole delle dinastie di Tracia, fornisce una successione di re che faccia parte della storia greca e romana. Teres o Tyres (Erod., VII) ne fu il fondatore (da non confondersi con Tereo noto per la favola di Progne e Filomela).

466.  Patti, allo sbocco dell’Ellesponto sulla Propontide, a circa 150 stadj da Egospótamo. Castello di Tracia ove si recò Alcibiade, dopo lasciata la flotta, secondo Diodoro Siculo (XIII, 13).

Gli altri storici nominano invece altre località della Tracia. Plutarco (Alc., 36) dice che Alcibiade rifugiossi ad una sua rocca presso Bisante (sulla spiaggia nord-ovest della Propontide, oggi mar di Marmara). Cornelio Nepote narra ch’ei recossi a Perinto (pure sulla spiaggia settentrionale della Propontide, ma ad Oriente di Bisante) e vi fortificò tre castella: Borno, Bizia, Macrontichos. Senofonte (St. Ell., I, 5) dice semplicemente che Alcibiade recossi ai suoi castelli del Chersoneso. — Tenendo conto di questa indicazione di Senofonte, l’autore qui prescelse la lezione di Diodoro, essendo Patti più vicino all’Ellesponto e ad Egospotamo, vicinanza richiesta dall’ultima scena del quadro.

467.  Intorno al costume trace, cfr. i ragguagli abbastanza concordi di Erodoto sull’abbigliamento dei Traci strimonj nella spedizione di Dario, e di Senofonte sull’abbigliamento dei Traci di re Seute: «I Traci poi combattevano portando alopéchidi (ἀλωπεκεας) in capo, tonache (κιθῶνας) sul corpo, e al disopra delle tonache indossando saj o mantelli variopinti (ζειράς ποικίλας); sui piedi e sulle tibie, calzari di pelle di cerbiatto (πέδιλα νερβῶν); per armi, giavellotti e pelte e sciabole corte» (Erod., VII, 75). «Era tanto il freddo che l’acqua portata alla cena agghiacciò, e così il vino nei vasi: e allora si fece manifesto per qual motivo i Traci portano pelli di volpi sulla testa e sulle orecchie, e tonache non solamente sul petto ma anche sulle coscie, e vesti fino ai piedi quando cavalcano, invece di clamidi» (Senof., Anab., VII, 4). Le alte calzature dei Traci in pelle di cerbiatto, coprenti metà delle gambe, son chiamate embadi (ἐμβαδες) in Polluce (IV, 25). — Questi ragguagli concordano anche col vestiario di un bassorilievo raffigurante il trace Orfeo e descritto da Heuzey nel Diction. des Antiq. gr. et rom. (Paris, 1873), dove il poeta trace porta appunto alla foggia nazionale gli alti calzari di pelle, e l’alopechide, una sciabola curva alla cintura, e al di sopra della tonaca un mantello ch’è probabilmente la zeira (ζειρὰ) di cui parla Erodoto. — Delle armi eran sopratutto nazionali la pelta, scudo piccolo e leggiero, a forma di mezzaluna, o, secondo altri, di foglia d’edera; il giavellotto (pugnabant jaculis Thraces. Ovid., Ibis, v. 135) e l’arco, nel cui maneggio, stando a cavallo, erano celebratissimi (Plut., Alc., 37). Tucidide ricorda popolazioni tracie, di là dall’Emo, tutte di arcieri a cavallo; e Traci montanari (Dii) armati di daga (Tucid., II, 96). Atene aveva corpi mercenari di peltasti traci, armati di pelta e daga (Tucid., IV, 28; VII, 27). Omero (Iliade, X, 428) nomina i traci Peoni «dai curvi archi.» Euripide poi così descrive l’esercito dei Traci del re Reso: «Molti erano i cavalieri, molti i peltasti, e molti gli arcieri; seguiva una gran turba di armati alla leggiera, portanti la lunga tunica (στολή) tracia» (Eurip., Reso, v. 311 seg.). Cfr. anche l’armamento dei Traci di Perseo in Plutarco (Paolo Em.).

468.  L’uso del berrettone di pelle di volpe (ἀλωπηκις), ch’era come l’elmo nazionale dei guerrieri traci e serviva a proteggerli dai geli del loro clima, si perpetuò fino a’ dì nostri in quelle contrade: anzi sembra che di là venisse trasportato nel costume di alcune armi speciali degli eserciti europei. L’alopechide degli antichi Traci aveva la forma di un elmo antico a punta; la coda della volpe penzolava a guisa di criniera dietro il collo insieme colle due zampe posteriori dell’animale, che al bisogno servivano di giugulari per allacciar l’alopechide sotto il mento. — Così osservasi nel bassorilievo citato sopra di Orfeo, e in una pittura di vaso antico raffigurante Reso re dei Traci.

469.  L’uso delle sciabole, o scimitarre, era comune ai Persiani, agli Sciti e ai Traci, come si vede da Erodoto (Polym.) e da Ammiano (Cfr. le note 3 e 44 a quest’atto). Quanto alle ragioni di prudenza e vigilanza che doveano consigliare ai Traci di Seute questo sedersi armati, anche a tavola, vedi più sotto la nota 55. Così pure degli Sciti, viventi alla stessa guisa dei Traci, una vita nomade e battagliera, in lotte continue fra tribù e tribù, Luciano fa dire a Solone: «Fra noi (Ateniesi) è bensì vietato portar ferro in città senza bisogno e uscir armati in pubblico, ma voi Sciti siete scusabili se vivete sempre colle armi alla mano, perchè non abitate tra ripari; le insidie sono facili, i nemici molti, e siete sempre sul sospetto che mentre dormite non vengano ad assalirvi sul carro ed uccidervi. La scambievole diffidenza, il vostro vivere sciolto e senza legge, vi fa sempre necessario il ferro, per averlo pronto alla difesa» (Luc., Ginnas., 34).

470.  Intorno ai costumi e agli usi dei Traci nel banchettare, cfr. specialmente Senofonte nell’Anabasi (VII, 3). — La cena data da Seute a Senofonte e ai suoi compagni d’armi, e da Senofonte ivi narrata, ebbe luogo nel 401 av. l’E. V., anno della spedizione del giovine Ciro: e quindi poco più di tre anni prima dell’epoca della presente scena, che supponesi sulla fine del 405. Vi è quindi completa contemporaneità di costumi.

471.  Superfluo avvertire che questo Seute è il medesimo di cui parlano Senofonte (Anab., VII) e Tucidide (II, 101).

472.  Per il senso storico e drammatico delle prime scene di questo quadro, giova richiamarsi al passo di Plutarco (Alcib., 23) citato al quadro V, n. 37, intorno alla facilità camaleontica di Alcibiade nello adattarsi secondo i vari paesi ai più opposti costumi. E Cornelio Nepote: «Vantarono di lui (Alcibiade) che, in Atene, città splendidissima, vinse tutti nello splendore e nel fasto della vita: indi espulso, fra i Beoti, più prestanti in robustezza di corpo che in acume di ingegno, nessuno potè eguagliarlo in fatiche e in vigoria di membra; poi tra i Lacedemoni, usi ai disagi, nel regime di vita durissimo e in rigidezza di costumi tutti i Lacedemoni vinse; fu anche fra i Traci, uomini vinolenti e dediti ai piaceri venerei, ed essi pure in tali cose superò; andò tra i Persiani, fra i quali è somma lode la bravura nella caccia, e il vivere lussurioso: e ne imitò siffattamente i costumi, da destare fra essi stessi l’ammirazione» (Alcib., 2). — Ateneo ripete le stesse cose, con qualche altro particolare applicabile a questa prima scena del quadro: «... in Thessalia vero (Alcibiades) cum alendis equis et aurigationi vacaret, peritiorem illius artis fuisse (dicunt) quam Aleuades. Spartae vero patientiae et constantiae studens, Spartanos omnes superavit; in Thracia rursus Thracas meri potui antecelluit» (Aten., Deipn., 534). — Ed espertissimi in gittar freccie e cavalcare, son detti i Traci da Plutarco (Alcib., 37). — E allevatori e addestratori di cavalli (ἱπποπόλοι) son chiamati da Omero (XIII, 4. — Cfr. Luciano, Icarom, 11; Strabone, VII, 3; Eurip., Reso).

473.  Quadro I, n. 62, 63, 64. — Quattro furono, com’è noto, i grandi giuochi della Grecia; gli Olimpici, i Pitici, i Nemei e gli Istmici. Celebrati come feste nazionali, accessibili a tutti i popoli greci, da queste solenni radunanze si può ripetere la invenzione della parentela delle schiatte (cfr. quadro III, scena 4; e Aristof, Lisist., 1128 seg.) o l’albero genealogico degli Elleni, che fu poi universalmente accolto come un trovato dei sacerdoti di Delfo dell’ottavo secolo, e valse più di tutto a cementare il sentimento della unità nazionale fra i Greci. Infatti Archiloco, il poeta nazionale dei giuochi olimpici, fu il primo, verso il 700 av. l’E. V., ad usar la voce Elleni come denominazione generale (Framm. 54).

I giuochi Pitici ab antico si celebravano ogni quattro anni nella Focide, nella pianura tra Delfi e Cirra, in onore di Apollo che ivi uccise il serpente Pitone. Euriloco Tessalo cogli Anfizioni, nella guerra sacra contro i Cirrei, profanatori del tempio delfico, dopo l’eccidio di quel popolo, li ripristinarono con nuovo lustro e nuove gare musicali, cui furono poscia aggiunte le gare ginniche ed equestri e dei carri. Aveano luogo durante l’adunanza di primavera del consiglio degli Anfizioni: ai vincitori in origine davasi un premio di danaro (agone pecuniario, χρηματίτης), poi si sostituirono le corone d’alloro (agone coronario, στεφανίτης), dal quale le Pitíadi si cominciarono a contare — fissando la prima Pitíade numerata all’olimpiade 49ª (581 av. l’E. V.).

Dei giuochi Nemei la leggenda attribuiva l’origine ai funebri celebrati dai sette duci di Argo con Adrasto, sotto Tebe (1336 av. l’E. V.), nella selva Nemea, per la morte del fanciullo Archemoro, figlio del re dei Nemei. Ercole li rinnovò e fece rifiorire, dopo ucciso il leone Nemeo; ma la prima Neméade famosa, da cui si cominciarono a contare le altre, ebbe luogo nella olimpiade 72.ª (490 av. l’E. V.) dopo la battaglia di Maratona, ad onore dei Greci in essa caduti. Però n’era funebre il rito: si celebravano in un bosco di cipressi (presso Nemea nell’Argolide); quelli che vi presiedevano indossavano negre vesti: e ai vincitori davansi in premio corone di apio verde, simbolo funereo. Ricorrevano nel secondo e quarto anno d’ogni olimpiade.

I giuochi Istmici furono istituiti, secondo la leggenda, da Sisifo re di Corinto, in commemorazione di Melicerta gettatasi, per disperazione del figlio spento, col piccolo Ino in mare. Celebravasi il funebre agone all’istmo di Corinto, dove era fama che un delfino avesse recato il cadavere di Melicerta. Più tardi, infestato l’istmo dai ladroni, i giuochi decaddero: finchè Teseo, liberata la contrada, li ristabilì, dedicandoli a Nettuno, a cui fu eretto sull’istmo un tempio famoso. Laonde, secondo Plutarco, celebraronsi i giuochi in due forme: di notte per Melicerta, secondo il rito di Sisifo, e avean forma più di funebri sagrifici che di spettacoli; di giorno, in onor di Nettuno, secondo il rito di Teseo; e davasi ai vincitori alternamente o una corona di pino, albero sacro a Nettuno, o di apio secco come funereo ricordo della madre di Ino. — Ricorrevano il primo e secondo anno d’ogni Olimpiade: e che ai tempi di Solone questi giuochi rifiorissero, lo prova la legge che accordava 500 dramme attiche ai vincitori di Olimpia (olimpiònici) e 100 ai vincitori dei giuochi istmici (istmiònici).

Ma sopra tutti celebratissimi i giuochi Olimpici poteano dirsi il più splendido e vero compendio della vita nazionale dei Greci. La leggenda ne chiamava primo istitutore Ercole: il quale inseguendo dal monte Menalo la cerva sacra di Diana, per le foreste di Arcadia, giunse agli Iperborei, ed ivi raggiunta la belva, ne riportò, in segno di vittoria, l’olivastro, affrettandosi nel ritorno alla celebrazione dei sagrifici nell’Elide, ad Olimpia. Decaduti ai tempi della guerra trojana, dovevano tornare a rifiorire col ritorno dei discendenti di Ercole, ossia colla invasione dei Dori nel Peloponneso; infatti Licurgo, insiem con Ifito re dell’Elide, secondo la tradizione, li rinnovò: il rinnovamento fu sancito dall’oracolo dorico di Delfo, e vi accedettero, un dopo l’altro, tutti i popoli della Grecia. Però le olimpiadi non cominciarono a contarsi che un secolo dopo, a datare dall’anno 776 (primo della prima olimpiade) in cui Corebo di Elea riportò il premio dei giuochi. Si celebravano ogni quattro anni verso il solstizio estivo nella magnifica vallata dell’Elide intorno a Pisa, bagnata dall’Alfeo, rallegrata di ombre dal bosco sacro dell’Altis, superbo di templi, di altari e di portici e di statue e di trofei: e torreggiante fra quel popolo di marmi, il miracolo di Fidia: il Giove Olimpico. Prima che cominciassero i giuochi, alcuni inviati degli Elei bandivano una tregua sacra: e tutte le ostilità cessavano in Grecia per tutto il tempo ch’era necessario per andare ai giuochi e ritornarne. Duravano i giuochi cinque giorni dall’11 del mese (cioè dal 1 luglio) in poi: al 16 terminavano con sacrificj e banchetto e processione; e colla proclamazione dei vincitori (Olimpiònici), ai quali veniva dai giudici delle gare (Ellenodici) conferito il premio della corona d’ulivo (κότινος). — Olimpìade chiamavasi il periodo dei quattro anni dall’una all’altra solennità.

I giuochi ginnastici consistettero dapprima soltanto nella corsa a piedi (δρόμος) sullo stadio, di cui gli stadiódromi dovean percorrere l’intera lunghezza (un ottavo di miglio): poi si istituì la corsa del diaulo o doppio stadio; e infine del dólico, in cui i dolicódromi correan dodici volte lo stadio. Alle corse si aggiunse più tardi il pentatlo o quinquerzio (riunente cinque esercizi: salto, gitto del disco e del giavellotto, corsa e lotta) e il pancrazio, esercizio di lotta e pugilato. Più tardi ancora, nel 680, si introdussero i giuochi equestri, delle corse a cavallo (κέλης) od in cocchio (ἄρμα), biga o quadriga. La corsa dei cocchi precedette naturalmente quella degli uomini a cavallo, come anche nella milizia greca l’uso dei carri precedette quello della cavalleria, ed era la parte più splendida dello spettacolo: che se la rarità dei cavalli e la spesa del mantenerli rendeva questa gara accessibile alle sole persone di ricchissimo censo (e fu celebre vanto di Alcibiade l’aver corso nei giuochi con sette carri), — le altre gare erano aperte così al ricco come al povero e al plebeo, e vietavano il monopolio della gloria.

A noi è appena dato di comprendere l’estrema importanza che annettevano i Greci alla vittoria in questi giuochi: e nulla di più caratteristico degli onori tributati dai varj popoli ai vincitori. L’Ateniese acquistava diritto ad un seggio presso i magistrati nel Pritaneo; lo Spartano a un posto eminente in campo, vicino al re. Il vincere in Elide conferiva celebrità per tutta la vita, più gloriosa ad un Greco che non ad un Romano aver gli onori del trionfo (Cic., Pro Flac., 31): onore agognato dai capitani più illustri e dai re. E il premio, una ghirlanda d’olivastro! Ma le acclamazioni della Grecia adunata, la pioggia di fiori, il banchetto appartato pel vincitore, le canzoni di Archiloco e di Pindaro che lo immortalavano, il pubblico registro che ne iscriveva i nomi a memoria dei posteri e li ricordava nelle date degli eventi, il privilegio di una statua nell’Alti, il diritto di ritornare alla propria città passando per una breccia nel muro, a significar che di mura non abbisognava la città che possedeva tali cittadini; il primo posto nei pubblici spettacoli, la gloria, in breve, diffusa per ogni angolo di terra dove giungesse la civiltà greca — quest’era propriamente la corona d’ulivo del vincitore di Olimpia!

E queste splendide radunanze altrettanto libere a tutti i Greci (onde il loro nome di panegirìe o adunanze universali) quanto gelosamente interdette a ogni straniero, non solo rammentavano periodicamente ai Greci le comuni origini e il nome nazionale, non solo alimentavano in ogni classe l’emulazione e il desiderio della gloria; ma erano potenti fattori di progresso intellettuale. Poichè in tempi in cui la pubblicità era nulla, e quasi nulli i mezzi per diffondere le utili cognizioni, dovettero considerarsi per grande beneficio queste solennità che attiravano a Olimpia e magistrati e guerrieri e filosofi e artisti e il fior degli ingegni da ogni parte della Grecia: indi le radunanze olimpiche divennero anche palestre dell’arte e delle lettere: e fu visto allora Erodoto leggere in Olimpia le sue storie e dal suo labbro pendere la Grecia! (Pindaro e Scol.; Tucid., VI, 16; Isocr., de Big.; Pausania, ecc. — Corsini, Dissert. Agon.; Meier, Giuochi Olimp.; Krause, Pizj, Nem., Ist.; Bulwer, Atene; Scaligero, Dodwell, Grote, Gilles, ecc.).