474.  Il celete (κέλης) dianzi nominato, ossia cavallo da sella per le corse, sembra fosse lo stesso che fra i Latini il pullus desultorius (Sveton.), dai cavalieri detti desultores (ἀναβάται), perchè correndo con due cavalli a dorso nudo destramente saltavano dall’uno all’altro. Al che accenna Omero ove descrive il naufragio di Ulisse che per salvarsi dal furore dell’onde si slancia sopra una tavola come se balzasse rapidamente sul dorso al celete, κέληθ’ ὤς ἵππων ἐλαύνων (Odiss. έ. 371). E Aristofane, dove introduce Strepsiade a lamentarsi degli scialacqui di suo figlio Filippide, che getta i danari in cavalli ed in bighe — ἱππάζεται καὶ ξυνορικεύεται (Aristof., Nubi, 15) — sembra che accenni ai puledri celeti e alle bighe per le corse di Olimpia (Cfr. Pind., Olimp. e Scol.). Delle vittorie equestri di Alcibiade alle gare di Olimpia, celebrate da Euripide e da Plutarco, si è già accennato al quadro I.

475.  Sabazio (Σαβάζιος), nome col quale Bacco era chiamato dai Traci (Aristof., Vespe, 9, 10; Ucc., 873; Lisis., 388. — Cicer., De legib., II, 15).

476.  Dei Numi greci, veneravano i Traci specialmente Marte, Bacco (Sabazio) e Diana: i loro re poi veneravano in particolare Mercurio, da cui pretendevano trarre l’origine e giuravano per lui (Cfr. l’autore del Viaggio d’Anten., c. 92).

477.  «Noi Ateniesi più d’ogni altra gente consumiam viveri stranieri e da niun altro emporio ne tiriamo quanto dal Ponto; chè quel paese non solo di biade è ricchissimo, ma inoltre Leucone (re di Tracia) ne sgravò di tasse il trasporto in Atene: e con questa franchigia compensa i beneficii nostri» (Demost. in Leptin.). «Nessuno è così semplice da credere che Filippo non adocchi i porti d’Atene, i suoi arsenali, il naviglio, le miniere, le entrate, la gloria, ma per un po’ di miglio e di spelta custoditi nelle spelonche di Tracia, si accontenti di svernare in quel baratro» (Demost., Filipp., IV).

478.  Notissima la favola di Tereo re di Tracia, che sposò Progne figlia del re ateniese Pandione; e della trasformazione di Tereo in upupa, di Progne in rondine, e di Filomela sua sorella in usignuolo. — E a quel rapporto mitico di parentela fra i Traci e gli Ateniesi sembra infatti alludere Seute, anche in Senofonte (Anab., VII, 2), malgrado che il Tereo della leggenda avesse regnato propriamente non in Tracia, ma nel territorio greco della Focide, secondo Tucid., II, 20, e Strab. VII. Vero è che Seute, in fatto di vincoli fra Atene e la Tracia, poteva alludere anche alla discendenza del trace Eumolpo da Eretteo re d’Atene, ed anche a rapporti più reali e più vicini: cioè la cittadinanza ateniese accordata al figlio di Sitalce re de’ Traci antecessore di Seute e l’alleanza conchiusa fra Sitalce stesso ed Atene, nel terzo anno della guerra del Peloponneso, cioè ventitrè anni prima dell’epoca di questa scena (Tucid., II, 29. — Cfr. Aristof., Acarn., v, 141 seg.). Sulla favola di Tereo, Progne e Filomela (vedi Pausan., Attic., 41, Focid., 4; Esiod., Op. β e scol., Aristof., Ucc. e scol.; Fozio, Narr., 31; Apollod., III, 14; Ovid., Metam., VI, 423 seg.; Marziale, XIV, ep. 73; Varrone, IV; Igin., Fab., 45, ecc.).

479.  «Dal suddetto Tereo re dei Traci differiva Tereo che sposò Progne figlia di Pandione ateniese, anzi neppure alla medesima Tracia apparteneva. Tereo dimorava in Daulia, città del contado ora detto Focide, e a quei tempi abitato dai Traci, dove appunto le donne commisero l’attentato contro Iti: ond’è che molti poeti menzionando l’usignuolo gli danno il soprannome di Daulia» (Tucid., II, 29).

480.  Demo della tribù Leontide (Vedi quadro I, nota 55).

481.  Sull’epiteto di Traci attribuito a Eumolpo, a Orfeo, ecc., vedi avanti, nota 41. «Questo Eumolpo era di Tracia, figlio di Nettuno e di Chione, che nacque dalle nozze di Borea con Oritìa, la figlia di Eretteo re d’Atene» (Paus., Att., 38): Eumolpo era quindi pronipote di Eretteo. Indi la leggenda narrava che per rivendicare i suoi diritti sul regno di Atene, Eumolpo coi Traci avesse invaso l’Attica, venendovi in soccorso agli Eleusini ribellatisi, mentre vi regnava il secondo Eretteo. Venuti a pugna presso Eleusi, il re Eretteo e gli Ateniesi, grazie al sagrificio di Agraulo figlia del re, rimasero vincitori; fu quindi fatta la pace, e quei di Eleusi si sottomisero ad Atene, a patto che essi sarebbero rimasti in possesso dei misteri di Cerere e che il sacerdozio di Cerere e di Proserpina sarebbe riserbato ai discendenti di Eumolpo (Paus., Att., 38; Isocr., Panaten.; Stobeo, Serm., 38; Igin., Fab., 46; Meurs., Reg.; Ath., II, 8-10.) Eumolpo poi fu sepolto nel demo di Scambonide (ove nacque Alcibiade) e il suo sepolcro vi esisteva ancora al tempo di Pausania, per testimonianza di Pausania stesso che lo visitò.

482.  «A tutti poi furono portati dei tripodi, ed erano una ventina, pieni di carni sminuzzate, e insieme colle carni infilzati grandi pani con lievito. Apponevansi sempre le pietanze primamente a’ forestieri: e ciò fece Seute pel primo, il quale, pigliando i pani che stavano dintorno a lui li fece in piccoli pezzi e li gettò a quelli che meglio gli parve, e così anche le carni, riserbandone per sè tanto solo da assaggiarne. E questo medesimo fecero anche gli altri (Traci) presso i quali fossero delle pietanze. Ma un Arcade per nome Aristo, gran mangiatore, non curandosi punto di quello sminuzzamento, e pigliato in mano un pane di forse tre chenici e postasi anche sulle ginocchia la carne, si pose a cenare...» (Senof., Anab., VII, 3). Il chénice era quanto bastava al nutrimento di un giorno: come misura cubica di capacità, equivaleva circa al litro, e come misura di peso al chilogramma, scarso.

483.  Chiechenei (Κεχηναίοι, Aristof., Caval., 1263; Κεχηνότης, Luciano, Scita, 11), ossia bocche spalancate. Su questo soprannome epigrammatico degli Ateniesi, che qui Cimoto, da quel degno parassita filosofo che è, applica alla valentìa delle proprie mascelle, di cui è occupato a dar le prove, vedi il quadro IV, nota 10. Strano che il Cappellina, di solito esatto, abbia così malamente tradotto Κεχηναίων πόλις per città degli Sbadati; aggettivo ch’è appunto il rovescio dell’idea del vocabolo greco: il quale deriva da χάω, aprir la bocca, ed esprime precisamente, coll’idea dello spalancar di becco dei pulcini all’appressarsi della chioccia, quell’attenzione stupida, intensa, a bocca aperta, di chi pon mente avidamente a qualche cosa.

484.  Celebrati da Omero:

Han duce (i Traci) Reso, il figlio

d’Eroneo: e a lui vid’io destrieri

Di gran corpo ammirandi e di bellezza,

Una neve in candor, nel corso un vento.

(Iliade, X, trad. del Monti)

dove, fra parentesi, quest’ultimo verso del Monti, per quanto lodato, mi sembra nella sua cadenza lenta e pesante, assai lontano dal rendere la dolcezza, l’agilità e la rapidità pittoresca del verso greco, uno dei più belli della Iliade:

λευκότεροι χιόνος, θείειν δ’ἀνέμοισιν ὁμοῖοι

sembra sentir il volo dei cavalli. Virgilio s’appropriò anch’egli questo verso:

Qui candore nives anteirent, cursibus auras

che non val neppur esso quello d’Omero. — Anche Euripide celebra i cavalli di Reso, più candidi della neve, χιόνος ἐξαυγεστεροι, Reso, v. 304.

485.  Sull’usanza rigorosa dei re Traci di pigliar doni anzichè di darne, «tanto che nulla far si poteva senza donativi» (vedi Tucid., G. Pel., II, 97; Senof., Anab., VII, 3). Il dono del re ad Alcibiade è qui dunque una eccezione: se ne ha per altro un esempio in Senofonte stesso, nei doni di Seute a Cleanore e Filisco «che Seute avea guadagnato dando all’uno un cavallo, all’altro una donna» (Anab., VII, 2).

486.  Nel capitolo citato dell’Anabasi — poi che gli altri convitati ebbero bevuto e fatti i doni al re, Senofonte ritrovasi in imbarazzo per non aver nulla da donare; e se la cava da pari suo: «Però (avendo già bevuto oltre il solito), si levò (Senofonte) coraggiosamente e, preso il corno di vino, disse: «Io, o Seute, ti dono me stesso e questi miei compagni come tuoi amici fedeli, i quali desiderano di faticare e pericolarsi in pro’ tuo. Con costoro, se gli Dei lo vogliono, tu ricupererai l’ampio paese tuo ereditario, ed altri ne acquisterai...» (Senof., Anab., VII, 3).

487.  Dei Traci montanari, contro i quali fu intrapresa la spedizione di Senofonte in soccorso di Seute, vedi Senof., Anab., VII, 4; VII, 2. — Cfr. Tucid., II, 96; Tacit., Annal., IV.

488.  «ἄνδρας ἠγοῦνται μόνους — τοὺς πλεῖστα δυνατοὺς καταφαγεῖν τε καὶ πιεῖν (Arist., Acarn., 77). Sulla nomea dei Traci come eccessivamente dediti al vino e all’ubbriachezza, vedi i passi citati di Cornelio Nepote (Alc., 11) e Ateneo (XII, 534 b); e così pure Ateneo (X, 442 f); Aristofane (Acarn., 141); Eliano (V. St. III. 13, 15). Indi il loro carattere insolente, violento e sfrenato (Aten., ibid. — Cfr. Luciano, Icarom., 15), pel quale eran venuti in proverbio: e diceasi θράττειν, tracizzare, imitare i Traci, per denotare maniere arroganti e sboccate (Macrob., Saturn.). Celebri, del resto, erano i vini della Tracia e dell’isole ad essa adiacenti, come Lenno: e vino decantato dai comici e dai poeti era il biblino, proveniente da una regione della Tracia, detta di Biblia o dei monti biblini (Acheo, Filino, Epicarmo in Aten., I, 31 a). Oltre il vino d’uva, i Traci faceano pure grandissimo uso del vino d’orzo o radici, detto brito o pino (βρύτον, πῖνον) come in Archiloco e in Ellanico, citati da Ateneo (X, 447).

489.  La parola uomo usata in questo senso di virilità e fortezza — come dall’esempio testè citato di Aristofane (Acarn., 77) — esprimevano i Greci benissimo colla voce ἄνηρ, che significava in senso proprio il maschio nel rapporto sessuale (opposto alla femmina, γυνή) e quindi per metafora anche l’uomo veramente fornito di doti e virtù maschili, il vir dei Latini: a differenza dell’ἄνθρωπος, corrispondente all’homo nel senso generico di persona, di essere umano — sia uomo o donna. Noi abbiamo invece una parola sola pei due distinti significati: e saremmo quindi imbrogliati a tradurre alla lettera la frase, per esempio, di Erodoto: δῆλον δ’εποιοῦντο ὄτι πολλοὶ μεν ἄνθρωποι εὶεν, ὀλίγοι δ’ἄνδρες. «E resero manifesto come molti siano gli uomini (homines), ma pochi gli uomini (viri),» cioè a dire gli uomini di polso, che per virtù e valore meritino di uomini veramente il nome.

Nelle arringhe pubbliche o forensi dei Greci, l’ἄνηρ, inteso nel senso che si è detto, ricorre frequentissimo, come un equivalente del nostro cittadino: ὤ ἄνδρες Αθηναῖοι, ὤ ἄνδρες δικασταὶ, ecc. È un epiteto onorifico, un qualificativo cortese di dignità, aggiunto alla qualifica nuda e cruda di Ateniesi, di giudici, ecc., e affatto proprio e caratteristico dello stile oratorio greco e della urbanità attica: tanto che i traduttori antichi, i quali lo voltavano in signori o messieurs, potevano dirsi — nel loro ordine di idee — molto più fedeli di quei traduttori moderni che, col pretesto della fedeltà, danno di frego a quell’epiteto e lo sopprimono addirittura. Che se il Messieurs les Athéniens dei traduttori diede una cattiva idea di Demostene al generale Foy, egli aveva ragione, perchè imaginavasi Demostene aringante in liberissima repubblica; come mai invece sfuggì all’acume dell’egregio Mariotti che la nostra lingua forense ha precisamente una formola rispondente a capello a quella greca, e su cui il generale Foy non avrebbe trovato a ridire, e che l’ἄνδρες δικασταὶ di Demostene non è altro che i cittadini giurati dei nostri oratori della Corte d’Assise? (Cfr. Mariotti, Oraz. di Demost. nei commenti, t. II, p. 244).

490.  Ercole, irritato contro Leprea (perchè questi aveva suggerito al re Augia di legar Ercole), lo sfidò a vari esercizii: e a lanciare il disco, e ad attinger acqua, e a chi primo mangiasse un bue: e in tutte queste prove Leprea restò vinto. Indi vennero a gara chi di loro potesse bevere di più (ὐπὲρ πολυποσίας ἀγών) e in ciò pure Ercole fu superiore. Leprea, trasportato dall’ira, sfidò allora Ercole a duello e cadde morto nel combattimento (Eliano, V. St., I, 24).

491.  Il cavallo vuole il piano, ἐς πεδίον τὸν ἵππον, diceasi per proverbio, tra i Greci, di chi proponeva una sfida in ciò che per lui era più facile, o in cui si sentiva più sicuro di vincere — in quella guisa che al cavallo è più facile correre sul piano che non sull’erta. — Così Platone, applicando il proverbio alla potenza di Socrate nel disputare: «Tu sfidi i cavalli al piano (ἵππεας εἴς πεδίον προκαλεῖ) e Socrate alle dispute (Plat., Teetet., 183. — Cfr. Luciano, Pescat., 9; Erasm., Adag.). Alcibiade qui applica il proverbio, per cortesia e finta modestia, ai Traci altrettanto famosi bevitori che cavalcatori, e allevatori di razze di cavalli esimie, ἱπποπόλοι (Omero).

492.  ὔς ποτ’ Αθαναίαν ἔριν ἢρισε — il porco una volta sfidò Minerva — (Teocr., Idill., 5). Proverbio greco, usato anche fra i Latini — sus Minervam — a denotare disparità di condizione o di dignità fra due contendenti che si sfidano.

493.  Gli Sciti e i Traci (tra i quali, del resto, era grandissima affinità di costumi) avevano in aborrimento l’uso greco di allungare il vino, e non lo bevevano che puro: indi appunto il bevere vin pretto, diceasi proverbialmente dai Greci bevere alla maniera degli Sciti, all’uso scita ἐπισκυθίσαι (Plat., Leg., I, 637; Aten., X, 427). E Satiro, presso Ateneo, dice di Alcibiade che superò i Traci nel bevere vin puro (Aten., XII, 534). — Sul vin di Bibli, vedi sopra.

494.  La cótila, misura di capacità, così pei liquidi che pei solidi, equivaleva a 27 centilitri scarsi, ossia circa due dei nostri bicchieri da tavola. Ai servi lacedemoni bloccati a Sfatteria, gli Ateniesi concedevano al giorno una cotila di vino e un chenice (misura di quattro cotile) di pane, ch’era la solita razione di un parco vitto quotidiano (Tucid., IV, 16; Elian., V. St., I, 26). Le principali misure greche di capacità pei liquidi erano la metreta, la coa o il congio, il sestario, la cotila, l’osibafo, il ciato, la conca, il mistro. La metreta (o anfora o cado) corrispondente a circa litri 38,76, valeva 12 coe; la coa, o litri 3,23, sei sestarj; il sestario, o litri 0,53, 2 cotile; la cotila, o litri 0,27, dodicesima parte d’una coa, valeva 4 osibafi; l’osibafo, sesto di cotila, ossia 7 centilitri scarsi, valeva un ciato e mezzo; il ciato, 2 centilitri e mezzo, valeva 2 conche; la conca, o dodicesimo di cotila, litri 0,0225, valeva 2 mistri, ossia il mistro era all’incirca il nostro centilitro (litri 0,0112).

Le misure di capacità pei solidi erano in gran parte le medesime (ciato, osibafo, cotila, sestario), oltre alcune speciali: il chenice, equivalente a 4 cotile, ossia all’incirca il nostro litro (litri 1,070); il medimno, equivalente 48 chenici, ossia 192 cotile, ossia litri 51,84, cioè all’incirca il nostro mezzo ettolitro. Un medimno di frutti solidi e liquidi ragguagliavasi al valore di una dramma: così una rendita di 500 medimni, ossia 500 dramme, segnava il censo dei cittadini della prima classe. Vi erano poi parecchie altre misure forestiere, come lo stannio, l’idria (6 coe), l’elefante (3 coe), l’emitio (4 coe), il cofino, misura beota (3 coe), il maristo (6 cotile, o mezza coa), l’artaba, misura persiana ed egizia (1 medimno e 3 chenici), l’emiciprio, misura di Cipro (mezzo medimno), il dadice (6 chenici), la capide (2 chenici), ecc.

495.  Vedi sopra, nota 16, sull’usanza dei doni. — «Mentre poi la coppa andava in giro, entrò un Trace con un cavallo bianco, e toltosi un corno pieno, disse: Bevo, o Seute, alla tua salute e ti dono questo cavallo. Un altro conducendo un fanciullo, lo regalò nello stesso modo, bevendo alla salute di Seute: e un altro, abiti per la moglie, ecc.» (Senof., Anab., VII, 3).

496.  Cizicéno o statere di Cizico, moneta d’oro purissimo, coniata in Cizico (città sulla Propontide) e in uso fra i Traci. — Valeva 28 dramme ateniesi, ossia circa L. 25,75. Era di bellissimo conio e recava da un lato l’impronta di Cibele, dall’altra un leone. — Il re Seute nell’Anabasi stipula in ciziceni il contratto con Senofonte per la paga delle sue truppe. «Promise al soldato un ciziceno (al mese), al capo di coorte il doppio, al comandante quattro» (Sen., Anab., VII, 2).

Sulle monete greche, particolarmente attiche, vedi i ragguagli al quadro II, nota 7. Giova qui aggiungere che le monete di bronzo arrivavano fino ai quattro oboli, ossia 64 centesimi di franco (calco, semiobolo, obolo, diobolo, triobolo, tetrobolo); le monete d’argento cominciavano dalla dramma, ossia 92 centesimi fino alle 5 dramme, ossia lire 4,60 (dramma, didramma, tridramma, tetradramma, pentadramma); le monete d’oro erano il darico di 20 dramme (lire 18,40), lo statere d’oro di 25 dramme (lire 23); il ciziceno di 28 dramme (lire 25,75). Altri pone fra le monete effettive la mina di 100 dramme, benchè Esichio assicuri che le maggiori monete d’oro fra i Greci pesavano 2 dramme e il loro valore s’aggirava tra le 20 dramme e poco più in su. Nel qual caso la mina avrebbe già dovuto essere una moneta nominale.

497.  Seute (succeduto a Sitalce, del cui nipote Spardaco era figlio) ebbe in moglie Stratonica, sorella di Perdicca, re di Macedonia (Tucid., G. Pel., II, 101).

498.  Ilìtia o Lucina — «veneranda Ilìtia» (πτνια Εἰλείθυια — Arist., Lisist., 741, Eccl., 369) era chiamata Giunone (Ἤρα) siccome presiedente ai parti. Chiamavasi anche, come preside delle nozze, Giunone gamelia o telia (Γαμήλιος, Τελεία. — Diod. Sic., V; Arist., Tesm., 973). Giunone dalle bianche braccia (λευκώλενος) è detta da Omero; egofaga (ἀιγόφαγος), (Paus., Lac.) o mangiatrice di capre la chiamavano i Lacedemoni, perchè le erano immolate capre in sacrificio; e Giunone Samia (Aten., XIV, 655) dicevasi dal suo tempio famoso nell’isola di Samo, donde volevasi fossero originarii i pavoni, gli uccelli sacri alla Dea.

499.  Che Alcibiade portasse moltissimo il vino, rilevasi da Platone nel Simposio, dove Alcibiade, dopo aver già bevuto molto, si fa dare e beve d’un fiato un vaso di vino «che poteva contenere più di otto cotile» (πλέον ἤ ὄκτω’ κοτύλας), vale a dire un paio di litri abbondanti; il che non gli impedisce di tener poi il suo magnifico e lucidissimo discorso, così da far dire, quando ha finito di parlare, a Socrate: «Io sospetto, Alcibiade, che tu oggi sei stato sobrio: senza di che non avresti mai parlato così abilmente...» (Plat., Simp., cap. 31, 38). — Vero è che in questa scena Cimoto si scandalizza non di otto, ma di quattro cotile sole (1 litro e 8 centilitri): cosa naturale, perchè qui fra i Traci si tratta di vin puro, e non, come nei simposj di Atene, di vino misto coll’acqua.

500.  Vivevano i Traci in piccole e povere abitazioni, o più propriamente capanne, pochissimo elevate dal suolo (aedificia modice ab humo elevata, B. Aub., III, 5) e cinte all’intorno di grandi palizzate a custodia delle greggie (Senof., Anab., VII, 4). Senofonte stesso non chiama altrimenti che villaggi i paesi traci, ch’eran formati dei piccoli gruppi di quelle capanne, e chiamavansi dai Traci col nome di bria (Strab., VII, 6); onde la desinenza dei nomi di parecchie borgate, Mesembria, Selimbria, ecc. Demostene li chiama addirittura catapecchie o cascinali: «Nessuno sarà così ingenuo da credere che Filippo sia smanioso delle catapecchie della Tracia (τῶν ἔν Θάρκῃ κακῶν) — e come si potrebbero altrimenti chiamare Drongilo, Cabile, Mastira e l’altre terricciuole? — e per conquistarle soffra freddi, fatiche e pericoli: e non pretenda nè i porti di Atene, nè gli arsenali, nè le miniere, ecc., ma solo per un po’ di panico e di veccia serbata nelle spelonche (ἔν τοῖς οἰῥῥοῖς) di Tracia, si accontenti di svernare in un baratro» (ἔν τῷ βαράθρῳ) — (Demost., Filipp., IV, Cose del Chers.). — E allo stesso modo ne parla Giuliano: «O Giove, che gusto vivere nel cuor della Tracia e passar l’inverno nelle sue spelonche!» (σιροῖς) — (Giul., Lett., a Jamblico, 52).

501.  «Levatosi Seute bevve insieme con lui, poi vuotò il corno sopra il suo vicino» (Senof., Anab., VII, 3). Suida parla esplicitamente di questa usanza dei Traci, poco conforme al moderno Galateo, di versare sulle vesti dei commensali il vino rimasto nella tazza (τὸ λοιπόν τοῦ οἴνου καταχέουσι κατὰ τῶν ἰματίων τῶν συμποτῶν). Usanza d’altronde attestata non solo da Senofonte, ma anche da Platone, ove dice che gli Sciti e i Traci fanno uso del vino puro, e ritengono bella e beata consuetudine il versarlo sopra gli abiti, κατὰ τῶν ἰματίων καταχεόμενοι — (Plat., Leg., I, 637 e).

502.  Le idee degli antichissimi Orfici sulla vita avvenire, e sui destini futuri delle anime, coltivate fra i Traci di Pieria e simboleggiate nei misteri di Samotracia, dovettero precedere di molto lo sviluppo delle dottrine pitagoriche, sulla metempsicosi, ecc., colle quali più tardi si mescolarono e si confusero. Su questa unione degli Orfici coi Pitagorici, che il Müller vorrebbe fissare all’epoca della caduta della lega pitagorica nella Magna Grecia (504 av. l’E. V.) e sopra le idee generali della poesia orfica, vedi lo stesso Müller (St. della lett. greca, cap. XVI. — Cfr. l’autore del Viaggio d’Antenore, cap. 92).

503.  Notai già altrove (Alcibiade e la critica, ecc.) — contrariamente a ciò che qualche critico erudito si prese il disturbo di insegnarmi — come Zamolchi fosse da’ Greci riguardato propriamente come un Dio dei Traci. «Imparai questo incantesimo all’esercito da uno di quei medici traci, settarj di Zamolchi, i quali si dice che sappiano anche rendere gli uomini immortali. E diceva quel Trace: Zamolchi re nostro, il quale è Dio, dice che non conviene curare gli occhi senza curare il capo, nè il capo senza il corpo, nè il corpo senza l’anima: ma che questa è la causa per cui ai medici greci sfuggono molte malattie, perchè ignorano ciò che bisogna curare, ecc.» (Plat., Carmide, 156 d.) — «E vidi (nell’Elisio) tra i semidei barbari lo scita Anacarsi, e il trace Zamolchi» (Lucian., Storia vera, 2). «Gli Sciti adorano la scimitarra, i Traci Zamolchi, un fuggitivo di Samo che si riparò tra di loro, i Frigii la luna, gli Etiopi il giorno, gli Assirj una colomba, i Persiani il fuoco, gli Egiziani l’acqua» (Luc., Giove trag., 42. — Cfr. Erodot., IV, 159). Fu questo Zamolchi un discepolo di Pitagora, il quale studiò fra gli Jonj la civiltà greca e i segreti della scienza di Esculapio; e tornato poscia in patria fra i Traci, rozzi ed incolti, diede loro più miti istituzioni e leggi e costumanze; a procacciar credito alle quali, secondo il solito dei legislatori, insegnò ai Traci che le anime di coloro che le avessero fedelmente osservate, sarebbero venute, dopo morte, a trovar lui in un luogo dove ogni sorta di beni le aspettavano. Per il che salito fra i Traci in grandissima venerazione, un bel giorno si sottrasse di mezzo a loro e scomparve, ritirandosi a vivere sur un monte, in una spelonca a tutti inaccessa, e lasciando di sè immenso desiderio fra quei popoli; i quali perciò lo ascrissero fra gli Dei e il monte reputarono sacro (Strabone, VII, 3; XVI, 2. — Cfr. J. Boem. Aub., Mores, leges omnium gentium, 1. III, c. 5).

504.  «La statua di Ercole ad Eritrea (Jonia) è posta sopra una specie di zattera: e quei di Eritrea narrano ch’essa venne così da Tiro in Fenicia, viaggiando per mare. Aggiungono che, entrata la zattera nel mar Jonio, si fermò al promontorio di Giunone, a mezza strada fra Eritrea e Chio. Appena da lontano quei di Eritrea e di Chio scorsero la statua del Nume, tutti si contesero l’onore di trarla a riva e vi impiegarono tutte le loro forze. Un pescatore di Eritrea, di nome Formione, che avea perduta la vista per malattia, fu avvertito in sogno che se le donne di Eritrea consentivano a tagliare i loro capelli e farne una corda, si sarebbe con essa potuto tirar la zattera a riva. Ma neppure una delle donne di Eritrea volle obbedire al sogno; indi alcune donne di Traci, che sebbene nate libere servivano in Eritrea, sacrificarono le loro capigliature: in grazia di che quei di Eritrea ebbero in loro possesso la statua di Ercole, e per ricompensare le donne tracie statuirono che avessero esse sole il diritto di entrare nel tempio del Dio. Ivi si mostra ancora la corda fatta dei loro capelli, che vien conservata gelosamente. Quanto al pescatore che ebbe il sogno, egli ricuperò la vista» (Pausan., Acaia, 5).

505.  Notissima la leggenda di Orfeo, poeta trace, nato fra i Libetrii, e primo istitutore fra i Greci dei riti di Bacco o Dioniso; dei cui canti la fama salì tant’alto che fu riguardato il primo cantore dell’epoca eroica e dato per compagno agli Argonauti; e il quale fu sbranato dalle Ménadi tracie perchè, infastidito delle donne, dopo la perdita di Euridice, ebbe in dispregio il loro sesso e introdusse il turpe amor dei fanciulli; o vuoi perchè attirandosi dietro col fascino del canto e della cetra gli uomini, era causa che questi trascurassero le loro mogli. — La leggenda aggiungeva che la sua testa recisa e la sua cetra, dopo l’immane eccidio, venissero gettate nell’Ebro e le onde di questo ne mandassero armonioso lamento:

.... Medio dum labitur amne

Flebile nescio quid quæritur lyra, debile lingua

Murmurat exanimis; respondent flebile ripae (Ovid.)

poi dal fiume trasportate giù al mare, testa e cetra arrivarono galleggiando a Lesbo; sì che quell’isola divenne fra tutte «la più ricca di canti,» πασεων ἀοιδοτάτη — e in Antissa, città lesbia, ove fu sepolta la testa del poeta, gli usignuoli cantavano più armoniosamente che altrove. Elegante e poetica raffigurazione delle origini di quella poesia eolia che diede alla Grecia i carmi di Terpandro e di Saffo e di Alceo (Vedi Ovid., Metam., XI, 1 seg.: Pausan., Beot., 30; Plat., Simp., 179; Repub., X, 620; Stobeo, LXII, 399; Pindaro, Pit., IV; Apoll. Rod., Argon., ecc.). — Pausania (l. c.) indica Dione città di Macedonia non lungi dal fiume Elicona come il luogo ove Orfeo fu fatto a pezzi dalle donne, d’accordo in ciò colle opinioni moderne che spiegano quel curioso titolo di Traci attribuito nelle leggende ai più antichi cantori della Grecia (Eumolpo, Orfeo, Museo, Tamiri). Infatti la patria di quella tracia poesia è a ricercarsi non già fra le popolazioni incolte della vera Tracia, fra i barbari Odrisj ed Odomanti; ma bensì in quella regione greca di Pieria che si stende ad oriente dell’Olimpo, a settentrione della Tessaglia, e tiene il mezzodì della Macedonia. Quivi eran appunto la città di Libetra, dov’era fama che le Muse cantassero il lamento sulla tomba di Orfeo: e Omero stesso e tutti gli antichi poeti designano la Pieria, non la Tracia, come patria delle Muse. E verisimilmente questa stirpe greca de’ Pierj stendevasi anche in una parte della Beozia e della Focide, d’intorno all’Elicona beotica e alle falde del Parnasso dove era Daulia e dove troviamo con Tucidide (II, 29) la sede del tracio re Tereo: e d’onde con Tereo stesso e con Eumolpo, qualificato pur egli per Trace, fecero irruzione nell’Attica (Strab., VII; VIII; Apollod.; Scol. Sof., Ed. Col.; Licurg., C. Leocr.; Isocr., Panaten.). Solo quando i Pierj ebbero a patir più tardi molestie e persecuzioni nella lor propria contrada dai principi macedoni, si ritirarono nella Tracia propriamente detta, al di là dello Strimone, dove Erodoto (VII, 12; cfr. Tucid., II, 99) ricorda i castelli dei Pierj; e là, confondendosi coi veri Traci, legarono a questo nome dei loro nuovi compatrioti la memoria dei loro canti e il lustro della loro tradizione poetica, che era quella nientemeno delle prime origini della poesia greca (Cfr. Strabone, VII, 7; IX, 2; X, 3).

506.  Ben diversa sembra fosse l’opinione che avevasi delle donne tracie nella Grecia: «dov’elle venivano per far le serve e qualche cosa di peggio» (La Bruyère). Così Teofrasto volendo descrivere una di quelle donne di malaffare «che appostano i giovani sulla pubblica via,» ne fa una donna di Tracia (Teofr., Caratt., 28). Si capisce quindi che il vanto di Odrisio dovesse far sorridere Alcibiade.

507.  Usanza dei Crestonesi, una delle popolazioni di Tracia. «At qui supra Crestonas incolunt ista agunt: singuli plures uxores habent, quorum ubi quis decessit, disceptatio magna fit inter uxores acri amicorum circa hanc rem judicio, quaenam dilecta fuerit a marito præcipue. Quæ talis judicata est, et hunc onorem adepta, ea a viris et mulieribus exornata, ad tumulum a suo propinquissimo mactatur, unaque cum viro humatur: cœteris uxoribus id sibi pro ingente calamitate ducentibus atque lugentibus: nam id eis summo dedecori datur» (J. Boem. Aub., Mores, leges, etc., III, c. 5).

508.  Μὰ τὸν Ἄνεμον καὶ τὸν Ακινάκην — (Lucian., Tossari, 38). Arma nazionale dei Traci e degli Sciti era la sciabola o scimitarra, ἀκινάκην (cfr. sopra, nota 3; e Ammiano, XIII; Luciano, Giove Trag.) — e per essa, e per il vento, ritenuti Iddii, solevano giurare; come sacro era ai Greci il giuramento per le lancie (Giustin., XIII), e come vedesi in Omero giurar Giove per lo scettro. — Del culto degli Sciti per la scimitarra, accennano Clem. Aless., 25 C., e Ammiano XXXI. Solano cita un libro di viaggi in Russia, ove degli Sciti, cioè dei Moscoviti del suo tempo, era detto che conservavano l’antico culto: Arcum et gladium ceteraque arma pro diis habent (Sol., note a Luciano).

509.  Circa la sfida dei bicchieri e quella delle mogli — che mi fornirono l’argomento di questa scena e della precedente — mi riporto al Meissner che le accenna succintamente entrambe (tom. IV, pag. 297, 301). Pensai giovarmene, colla scorta di Senofonte (Anab.), di Strabone, di Eliano, ecc., per una breve pittura dei costumi traci, e quanto al carattere di Alcibiade, per la preparazione drammatica delle ultime scene del quadro.

510.  Leggo in un frammento d’una commedia di Menandro: «Tutti i Traci in generale e noi Geti in particolare non siamo gran fatto temperanti... Poichè nessuno di noi conduce in moglie meno di dieci od undici donne; e molti anche dodici. Che se dopo aver appena condotto in moglie quattro o cinque donne soltanto, muore, egli vien fra noi chiamato celibe (ἄνυμφος), infelice, ignaro d’imeneo (ἀνυμέναιος)» (Men., Framm., pr. Strabone, VII, 3. — fr. 8 ediz. Didot). Ed Eraclide Pontico: «Ciascuno di costoro (Traci) prende tre o quattro mogli, e ve ne ha pur che ne prendono anche trenta, e le trattano come serve. Giacciono con esse periodicamente, e la donna lava e serve il marito, e molte, dopo il congiungimento, dormono sul suolo. E se taluna ciò mal comporta, i genitori, col restituire ciò che han ricevuto, ritirano la figlia, perchè essi le maritano ricevendone il prezzo. Morto il marito, i suoi parenti ne ereditano, come le altre cose, così anche le mogli» (Eracl. Pont., Rep., 27). Che i Traci comperassero le mogli dai genitori, a caro prezzo, è narrato anche da Erodoto, V, 6. — E l’Aubano: «Uxorum pudicitiam solicitius custodiunt (Thraces) easque magno aere a parentibus coemunt, fronte notis quibusdam segnatis: generosum id judicatur, ignobilitatis argumentum sine his esse. Nupturae quae prae ceteris specie valeant, prius subtaxari volunt, et licentia taxaxionis admissa, non minoribus nubunt praemiis. Quas formae dedecus premit, dotibus emunt quibus conjunguntur» (I. Boem. Aub., l. c.).

511.  Eracl., Pont., Rep., 27. — E Platone: «Quale maniera di convivenza cogli uomini prescriveremo alle donne? forse quella per la quale i Traci si servono delle mogli a coltivar i campi e a pascolare i buoi e le pecore e ad altri bassi ufficj in cui nulla differiscono dai servi?» (Plat., Leg., VII, 805). A questa condizione servile delle donne fra i Traci, lo stesso Platone paragona giustamente, nel passo citato, la condizione non molto dissimile, e di poco migliore, della donna fra gli Ateniesi, mantenuta anch’essa nella dipendenza del marito e chiusa in casa ad attendere al lanificio e alle altre faccende muliebri. — A Sparta invece la posizione della donna era precisamente il rovescio. Anche a Sparta, è vero, essa amministrava l’interno della casa, ma in una condizione ben più elevata; e mentre fra gli Joni vediamo la donna dividere col marito il letto e non la tavola, e chiamarlo padrone, i Dori di Sparta, all’opposto, con una galanteria affatto medioevale, chiamavano signora e padrona, δέσποινα, la moglie. E la parola non era già una cortesia vuota di senso o una ironia: ma rispondeva perfettamente all’influenza che avevano le donne spartane nella vita dello Stato e al loro effettivo predominio sopra i mariti, pel quale andavano proverbiali. Indi appunto dalle mogli spartane ebbe origine quel detto: che ridurre le donne all’obbedienza era impresa in cui fallì persino il genio di Licurgo e a cui egli stesso dovette rinunziare. «Le Spartane, diceva una forestiera alla sposa del re Leonida, sono le sole donne che esercitino padronanza sui loro uomini. — Certo, ella rispose: ma sono anche le sole che mettano al mondo uomini» (Plut., Lic., 14, Apof. Lac., e in Numa, 3; Plat., Leggi, I, 637; Aristot., Polit., II, 6; Esich. (δέσποινα). — Cfr. Müller, Dorier, lib. IV, 4).

512.  Cfr. l’Aubano, ove parla delle donzelle di Tracia: «Thraces... nec virgines a parentibus et propinquis adservari, sed quibus libuit cum viris concumbere sinunt» (B. Aub., l. c.).

513.  Andar in Tracia a cambiar fortuna (come noi diremmo: andar in America). — Maniera proverbiale; ossia citazione dei due versi greci

ἔγνωκε πλεῖν εἴς τἀπί Θρᾴκης χωρία,

ἐχεῖ διαλλαγησόμενος πρὸς τὴν τύχην.

(Per far pace colla sorte — Verso Tracia navigò) che si applicavano proverbialmente a coloro i quali, perseguitati dalla miseria in patria o malcontenti della loro condizione, viaggiavano il mondo per cercar fortuna. Vedine un esempio in Sinesio, Lettere, 43. La scelta della Tracia, paese povero e senza risorse (tanto che forniva alla Grecia le fantesche e i mercenari), caratterizzava argutamente la vanità delle speranze di quei cacciatori della fortuna, non mai contenti del proprio stato.

514.  «Ad hunc (Zamolxin) mittunt assidue adhuc cum navi quinque remigum nuncium quempiam ex seipsis sorte delectum, praecipientes ea quibus semper indigent: eumque ita mittunt. Quibusdam eorum datur negotium: ut tria jacula teneant; aliis, ut comprehensis ejus, qui ad Zamolxin mittitur, manibus, pedibusque hominem agitantes in sublime jactent ad jacula: qui si in praesentiarum exstinguitur propitium sibi Deum arbitrantur, sin minus, ipsum nuncium insimulant, asseverantes malum illum esse virum, hoc insimulato alium mittunt, dantes adhuc viventi mandata» — (B. Aub., l. c.).

515.  Uso degli Sciti coi quali i Traci confinanti avevano, come si disse, e come attestano gli scrittori greci, affinità d’indole, di abitudini e gran parte delle costumanze comuni. Aristeneto lo accenna in una sua lettera, I, 12. Filarco narra che gli Sciti ogni giorno innanzi coricarsi si faceano recare la loro faretra e in essa gettavano una marca bianca o nera, secondo che avean passato una giornata felice o rattristata da disgrazie. Quando poi uno Scita moriva, si prendeva la sua faretra e si contavan le marche bianche e nere: e se il numero delle bianche era maggior delle nere, lo si giudicava beato. Indi passò la cosa in proverbio (Cfr. Mercerus, Comm. in Aristen.).

516.  Per la lor maniera comoda di interpretare e mantener i patti e le promesse, venivano i Traci citati dai Greci in proverbio. Eforo narra che pattuitosi una volta, fra Traci e Beoti guerreggianti, un armistizio di più giorni, i Traci, malgrado la tregua, di notte assalirono per sorpresa i Beoti: respinti e rimproverati per aver violata la fede, risposero di non averla violata affatto, perch’essi avevano pattuito la tregua per i giorni e non per le notti. Indi venne fra i Greci il proverbio: interpretazione o commento da Trace, θρακια παρεύρεσις (Strabone, IX, 2). La stessa risposta diede più tardi il re spartano Cleomene agli Argivi, da lui assaliti nottetempo, durante una tregua d’armi (Plut., Apof. Lac.).

517.  Giove ospitale (ξένιος — Esch., Agam., 355) era altro degli attributi di Giove, siccome punitore di chi violasse i diritti e i doveri della ospitalità (νὴ τὸν ξένιον, per l’Ospitale! — cioè, per Giove protettor degli ospiti! — Plat., Leg., XII, 965). Siccome in Giove, del resto, raffigurarono gli antichi lo spirito unico, universale, motore e produttore di tutte le cose, et qui cuncta Creat intelligendo (Porfirio) — così a seconda delle varie funzioni attribuite alla sua potenza fu egli chiamato con varj nomi: tot monstra, quot Jovis nomina (Arnobio, VII): a tal che v’ebbero non meno di trecento Giovi. Così, dalla sua influenza sulle azioni umane, vennero a Giove i soprannomi di protettor dell’amicizia (φιλιος), di protettor dei supplicanti (ἱκέσιος), di onniveggente (διόπτης καὶ κατόπτης), di onnipossente (παγκράτης), di salvatore (σωτὴρ), di Ellanio o protettor della Grecia (Ελλάνιος), di Giove re, ecc. Dalla influenza, invece, sugli elementi gli venivano i soprannomi di pluvio o piovoso (ὄμβιος, ὔετιος), di aduna-nubi (νεφεληγερέτης), di aduna-fulmini, o tuonante, o fulminante, o signor del fulmine (ἀστερόπτης, κεραύνιος, βρονταῖος, τερπικέραυνος, κεραυνοβρόντης, ecc.). Altri nomi gli venivan dai luoghi ov’eran suoi templi famosi, come Giove Idèo, Tesprozio, Nemèo, Dodonèo, ecc.

518.  Allude alla iniqua condanna dei capitani che avevano assunto il comando della flotta ateniese di Samo in luogo di Alcibiade, dopo la sua seconda disgrazia (Protomaco, Aristogene, Pericle, figlio del gran Pericle, Diomedonte, Lisia, Archestrato, Aristocrate, Trasillo ed Erasinide), e i quali, vincitori della flotta spartana di Callicratida presso le isole Arginuse (406), furono puniti di morte (meno Protomaco e Aristogene che si salvarono colla fuga) per aver trascurato di raccogliere i cadaveri dei morti nella battaglia (Senof., St. Ellen., I, 7; Diod. Sic., XIII). La condanna aveva avuto luogo nel novembre del 406 e quindi pochi mesi prima dell’epoca in cui è supposta la presente scena.