XXI. Carattere della fauna della Persia occidentale, in probabile accordo colla formazione recente di quelli altipiani, e co’ dati geografici dell’Avesta. — Materie a ricerche future.

La regione elevata circoscritta dalle ultime propagini del sistema Tauro-caucasico e dall’Elburz a settentrione ed all’occidente, dalla linea congiungente le scaturigini degli affluenti del Tigri a mezzogiorno, ed a levante perdentesi nel gran deserto salato, è una ben definita unità geografica, alla quale dovrebbe corrispondere un qualche particolare stampo nella fauna e nella flora, ma questa corrispondenza non si trova affatto. Sotto l’aspetto della fauna e della flora, questa regione non è che una provincia di un assai più vasto regno, che è il regno delle steppe, comprendente la Turania, ossia la grande depressione Aralo-Caspica. La differenza di livello fra gli altipiani della Persia occidentale ed il bacino del Caspio, compensa in parte la differenza della latitudine; ma tra i due paesi s’interpone, nella direzione quasi di un circolo parallelo, la catena dell’Elburz, seguita per tutto il suo versante settentrionale dalla oasi paradisiaca del Mazanderan e del Ghilan. Una grande continua barriera di questa fatta, comportandosi come le altre catene principali della superficie terrestre, dovrebbe servire di separazione tra due faune sensibilmente distinte, eppure non separa nulla. V’è una assai maggiore differenza nella fauna al di qua e al di là delle Alpi, all’oriente ed all’occidente d’Europa, che non in quella al nord ed al sud dall’Elburz.

La fauna della Persia occidentale si distingue prima di tutto per la grande prevalenza di specie europee. Ma se bene si riflette, un gran numero di queste specie, e nel caso nostro le più caratteristiche, sono limitate all’Europa orientale, e sarebbero più propriamente da chiamarsi specie dell’Asia occidentale, se lasciando noi il vezzo di far centro del mondo il nostro gabinetto, riferissimo piuttosto le specie ai loro veri focolaj naturali. La fauna della Persia occidentale, priva di uno stampo suo particolare, è fondamentalmente una fauna turanica. Quando io vidi in Pietroburgo la collezione fatta da Karelin nelle steppe de’ Kirgisi, rimasi colpito dal trovarla in gran parte costituita dalle medesime forme che io aveva osservate nella Persia; cioè dalle stesse precise specie, o da specie fra loro pochissimo differenti.

La Turania forma nell’Asia, dal punto di vista zoologico, il regno de’ Criceti, degli Spermofili, de’ Merioni, de’ topi saltanti (Dipus), delle Otarde vere, delle Glareole, degli Ophiops, de’ Frinocefali, degli Ablefari, degli Storioni, e di particolari forme di ciprinidi (Abramis, Aspius, Pelecus).

Ora se il carattere turanico della fauna della Persia occidentale non è puro, ciò non dipende dal miscuglio con tipi proprj a questa provincia dell’Asia, ma da elementi venuti dal difuori, da paesi circonvicini. Ed è poi di sommo interesse l’osservare come questi paesi abbiano concorso con tributi differenti: le più orientali regioni dell’Asia con specie di mammiferi e di uccelli; l’Africa coi rettili; il bacino dell’Eufrate coi pesci. Infatti la tigre, ed il ghepardo si trovano in questa parte della Persia al loro estremo confine occidentale; e lo stesso può dirsi dell’Otocoris penicillata, dell’Ammoperdix griseogularis, e del Tetraogallus[74]. Alcune specie meno decise, alcune razze locali, manifestano parimenti ne’ loro tratti distintivi, rapporti della medesima natura, così l’Ovis Gmelini congiunge ai caratteri del vero O. musimon la cornatura del vero Argali dell’Altai[75]; le sue corna cioè sono triquetre, colla faccia anteriore piana, non arrotondata come nel mufflone? d’Europa. Così il mio Picus khan collega il P. syriacus coll’hymalayanus; la Motacilla alba è rappresentata da una razza che fa passaggio alla dukunensis, e la Budytes flava lo è dalla razza melanocefala che predomina tanto nelle Indie. La stessa derivazione orientale si dovrà forse riconoscere per altre specie che dalla Persia si estendono verso occidente nell’Africa settentrionale, come per esempio, il Canis corsae, la Jena rigata, il Leopardo, il Pterocles chata, ed il Pt. arenarius ecc. Tutto fa credere che dal principio dell’epoca attuale il movimento estensivo della specie di mammiferi e di uccelli, nel così detto continente antico, prevalga nella direzione da oriente verso occidente. Lasciando da parte gli animali che possono aver subita l’azione diretta o indiretta dell’uomo, i pochi ma ben constatati esempi di nuove colonie fondate a nostro propria testimonianza da qualche specie dell’anzidette due classi, ne danno ampia dimostrazione. È troppo nota, per esempio la diffusione del Mus decumanus. Il Carpodacus erythrinus, specie per rispetto alla stessa Persia affatto orientale, si è da circa trent’anni stabilito in Finlandia, ove era prima affatto sconosciuto. Tutti i giornali zoologici hanno parlato in questi ultimi anni dell’emigrazione del Syrrhaptes paradoxus, fin nell’occidente d’Europa, e della nidificazione avvenuta di queste specie nel Jutland. Non v’ha dubio che senza la persecuzione de’ cacciatori questa specie sarebbesi definitivamente stabilita anche in Europa.

Basta soltanto percorrere l’elenco schierato nel precedente capitolo per vedere quanto siano prevalenti il carattere africano nella fauna erpetologia della Persia occidentale, ed il carattere siriaco nella povera fauna ittiologica degli altipiani di questa regione.

Al cospetto di questi fatti si è tentati di credere che la Persia occidentale abbia preso l’attuale suo assetto dopo che l’ordinamento dei centri di diffusione delle specie era compiuto, come una terra nuova e neutra colonizzata poscia da immigrazioni dalle terre vicine. Si è tentati, dico, e ben riflettendo si trova che cedere a questa tentazione è accostarsi alla verità.

Lo stampo caratteristico proprio della fauna e della flora è il vero blasone geologico di un paese. Così, per esempio, quel grande continente australe che ha preso il nome di Nuova Olanda, lungi dall’essere una terra nuova, nella quale la creazione organica non sia ancora pervenuta allo sviluppo che ha raggiunto negli altri continenti, si deve ritenere come la terra più antica, come quella che ha conservato ancora al giorno d’oggi il carattere primitivo di una flora e di una fauna che nelle altre parti del mondo sono state rinnovate per intiero da’ successivi cambiamenti geologici[76]. In perfetta antitesi colla N. Olanda è la Persia occidentale. In questa regione, geograficamente così ben limitata, la mancanza di un qualunque carattere proprio, locale, nella fauna e nella flora, è una patente di nobiltà nuova, di nuova origine.

Alla quale conclusione si giunge pure, ed anzi più speditamente, per un’altra via, per un’altro genere di ricerche. Le poche ma sufficientemente chiare e nette osservazioni che io ho potuto fare nel mio viaggio, mettono in evidenza l’epoca recentissima di quelle fasi geologiche, per le quali questa parte dell’Asia ha presa l’attuale sua conformazione. È di somma importanza la sezione naturale dell’alto-piano dell’Abhar, operata dal fiume nelle intercorrenti sue piene. L’immensa formazione di tritume porfidico e marnoso onde questo alto-piano risulta, vedesi molto chiaramente, presso Sainkalè, sovraposta ad un grande deposito di argilla e sabbia in strati regolari, orizzontali, contenenti in copia produtti dell’industria umana, come cocci, ossa d’animali artificialmente rotte, frantumi di carbone vegetale. Si può dire con certezza che l’altopiano dell’Abhar è di formazione posteriore alla comparsa dell’uomo, quindi all’ordine attuale di distribuzione delle più caratteristiche forme organiche. Che gli altri altipiani della Persia occidentale, per la natura del terreno e per la continuità così strettamente collegati con questo dell’Abhar, non debbano far causa separata, è opinione talmente sostenibile, che la contraria non potrebbe essere ricevuta senza molte valide prove.

I tagli del terreno da Sultanieh a Kirwah parlano abbastanza chiaro. Qui non si tratta di depositi circoscritti, isolati, distinti, ma di una sola continua formazione, di un terreno di trasporto disteso sul fondo di tutto l’altipiano. Sull’epoca sua più o meno antica, per rispetto ad altre formazioni consimili di Europa, si può discutere, ma già soltanto per la sua estensione e grossezza, in nessun rapporto con cause locali possibili od anche soltanto immaginabili dell’epoca attuale, non si può esitare ad applicare la denominazione di terreno diluviale a tutto il deposito di ghiaja e sabbia disteso in questo altipiano sotto il limo delle steppe. Non resta più che a cercare in questo terreno qualcuna di quelle che si chiamano medaglie della natura, come sono i denti di elefante e di rinoceronte, e le accette di pietra nel famoso terreno di Abbeville. Ora qui abbiamo qualche cosa di egualmente solenne ed incontrastabile, qui abbiamo gli strati argillosi di Sainkalè con sì chiare e numerose traccie dell’industria romana. Anzi riprendendo qui in esame i fatti già esposti, e i diversi livelli di Sultanieh, Sainkalè, Kurremdereh, e Kirwah, si trova che il gran deposito di ghiaja e sabbia di questo altipiano ne ha occupato particolarmente il più basso fondo, assottigliandosi verso i lembi, ove il terreno era più elevato; ed ivi ricoprendo strati preesistenti, con avanzi dell’opera umana.

La località di Sainkalè è da prendersi, allo stato presente come punto di partenza per le questioni che si vorrebbero trattare sul terreno di trasporto degli altipiani della Persia occidentale. Gli strati di argilla, con frammenti di carbone vegetale e di stoviglie grossolane, ivi ricoperti da uno strato di ghiaia e sabbia che si continua e prende uno sviluppo crescente a livelli inferiori, costituiscono un orizonte geologico di una chiarezza incontrastabile.

La formazione di questa gran massa di terreno di trasporto, non potrebbe, a mio avviso, essere considerata come un fatto isolato, locale, senza contraccolpo in Europa. Io sono ben lontano dall’avere come dimostrata l’opinione la quale considerasse, per esempio, l’oramai celebre terreno di trasporto di Abbeville come dovuto a cause affatto locali; ma ben si può dire che l’opinione contraria non emerge necessariamente dalla posizione di questo terreno; e lo stesso può ripetersi di altri depositi corrispondenti, situati a pochi metri di altezza sul livello del mare. Qualora non intervengano altre considerazioni in contrario, l’azione della causa che li hanno produtti, potrebbe imaginarsi ristretta ne’ limiti di determinati bacini. In Persia la cosa è ben differente: là abbiamo una molto estesa formazione detritica a grande altezza sul livello del mare. Prendiamo per ora i soli limiti nei quali questa formazione fu da noi presa in speciale considerazione; cioè i due estremi di Sultanieh e di Kirwah, distanti fra loro in linea retta dai 70 agli 80 chilometri. Dalle osservazioni ipsometriche fatte accuratamente ad ogni stazione dal mio amico e collega prof. Ferrati, risulta che Sultanieh è all’altezza di 1860 metri sul livello del mare, Sainkalè 1724, Kirwah 1450. Ora la causa produttrice di una così sterminata irruzione di aque, come quella che era necessaria per formare a tanta altezza un tale deposito, non può a meno che aver avuto un assai esteso perimetro di azione. Ed anche supponendo questo deposito formato ad un livello inferiore, poi sollevato lentamente e per gradi, si può subito scorgere che questi cambiamenti pei quali si costituirono infine al posto e coll’estensione attuale gli altipiani della Persia occidentale, non possono non aver spiegata una influenza anche sul clima dell’Europa.

Alla formazione de’ terreni di trasporto dell’Europa centrale ha contribuito in gran parte l’azione dei ghiacciaj e di correnti parziali da questi direttamente provenienti. Io ho già avuto occasione di notare l’enorme sviluppo de’ cumuli di tritumi nell’Elburz, ma la assoluta mancanza di massi erratici, e di formazioni corrispondenti alle morene. Io credo che le rispettive antiche condizioni delle Alpi e dell’Elburz siano veramente rappresentate da’ loro stati attuali: là sulle più elevate creste nevi perpetue, sulle valli più elevate ghiacciaj residui dell’antico periodo glaciale, qui invece, come ricordi di antiche potentissime nevicate poche liste di nevi perenni entro i solchi ed i valloncini de’ più elevati cumignoli. Soltanto dalla fusione di questi grandi masse di nevi si potrebbe derivare l’ingente massa di aque che ha lasciato il deposito diluviale degli altipiani della Persia occidentale. Perchè il periodo nevale della Persia non potrebbe esser sincrono del più recente periodo glaciale delle Alpi?

Le osservazioni precedenti determinano l’epoca la cui gli altipiani della Persia occidentale presero la estensione e la conformazione del presente: fanno vedere che allorquando entrarono in azione le cause formatrici di questi altipiani, già in alcune poche parti abitabili del paese, ed in propagini delle regioni vicine l’uomo si era stabilito, ed aveva raggiunto tale grado di coltura da saper lavorare e cuocere le terre. La vita distrutta o cacciata durante il periodo nevale ricomparve nel ricomposto paese, per immigrazione dalle terre circostanti.

Qui non mi posso difendere da altri ravvicinamenti. I moderni commentatori de’ libri sacri de’ Parsi convengono tutti nel riconoscere nel primo libro dell’Avesta un monumento geografico di grande autorità. Ora le province nominate in quel capitolo, ed anche ne’ susseguenti, spettano tutte all’Iran orientale, al paese fra l’Indo, l’Oxus, il Caspio, ed il gran deserto salato. Una sola provincia ne sarebbe esclusa, l’Ayriana vaedscha, la creduta patria di Zoroastro, che i più autorevoli iranologi[77] collocano all’esterno lembo occidentale e settentrionale della Persia, cioè alle falde dell’Ararat. Della regione frapposta, corrispondente appunto agli altipiani di formazione recente, della Media e della Partia, non si fa cenno alcuno. Se questo frutto degli studi de’ moderni iranologi è così sicuro quanto è asseverantemente proclamato, ne risulterebbe una singolare coincidenza, forse non affatto fortuita, fra la carta geologica della Persia all’epoca immediatamente anteriore all’attuale, e la carta geografica tracciata sui documenti dell’Avesta.

Un accordo fra l’interpretazione dell’Avesta e l’induzione geologica è non meno apparente, ed a mio credere veramente fondato, sovra un altro punto. Abbiamo veduto come, a spiegare la derivazione dell’ingente massa di aque necessaria al trasporto de’ tritumi per gli altipiani della Persia, sia forza ricorrere, se non ad un vero periodo glaciale, di cui non v’ha nelle montagne dell’Elburz alcuna traccia, almeno ad un periodo corrispondente di grandi nevate, rappresentate tuttora dalle nevi perpetue sui più eccelsi culmini. Ecco ora nell’Avesta accennarsi al dominio del gelo, alla desolazione del verno, nella provincia dell’Ayriana vaedscha, per l’influenza di Arimane nella sua lotta col genio creatore Ahura-Muzda. È estremamente probabile, a mio senso, che le parole dell’Avesta, piuttosto che al freddo presente della regione fra l’Arasse ed il Caucaso, alludano al freddo passato del periodo nevale che ha dominato anche su tutta la catena dell’Elburz; così che sotto la forma del mito, la storia avrebbe registrata una delle ultime fasi geologiche per le quali la Persia occidentale ebbe il presente suo assetto.

Io vedo perfettamente quanto sia il disaccordo fra queste idee e l’opinione generalmente dominante sull’antichità rispettiva del periodo glaciale e dell’origine della schiatta umana; ma io non saprei arrivare a differenti conclusioni co’ fatti che mi stanno dinanzi alla mente.

Una circostanza da tenersi nel massimo conto si è l’analogia di composizione fra alcune formazioni di sedimento della Persia, indubitatamente naturali, e le formazioni reputate umane de’ Tepe: limo, sabbia, cocci, carbone vegetale, ossa artificialmente rotte nelle une e nelle altre, a Sainkalè, come a Sultanieh, come a Marend. Nuove ricerche sui Tepe sarebbero del più grande interesse, poichè, siccome ho già detto, non si hanno intorno ad essi che assai indeterminati e poco attendibili tradizioni, congetture emesse dietro la prima impressione, e come alla sfuggita, nessuna ricerca veramente condotta con metodo e con scopo scientifico. Lo stesso signor Brugsch che, per la natura stessa degli studj nei quali si è acquistata una così bella fama, avrebbe potuto addentrarsi di proposito in tale questione, non fa che riprodurre, accordandole intiera fede, la volgare tradizione che attribuisce quelle singolari formazioni ai ghebri, ossia agli adoratori del fuoco e del sole, e le considera come gli altari de’ loro sacrifizj. Ecco le sue parole.

«Nelle nostre escursioni in Persia, in nessun altro distretto del paese noi ebbimo ad incontrare tepe in sì gran numero, come in questo tratto del nostro cammino (presso Rabbat-Kerim, sulla strada che Teheran ad Hamadan). La ragione di ciò pare sia molto semplice. Gli altari del sole doveano trovarsi in luoghi elevati, e perciò si scieglievano nelle regioni montuose alture appropriate come piazze pei sacrifizj, le traccie de’ quali, secondo la leggenda e le tradizioni, sono conservate nelle vicinanze di antiche rinomate città. Noi ricordiamo, a questo proposito, l’altare del sole sul monte dietro Rei, quello sull’alto dell’Elwend presso Hamadan, e l’Ateschgâh o tempio del fuoco, presso Ispahan, alla sinistra della strada che da Hamadan conduce all’antica residenza de’ re persiani. Ove i monti erano troppo discosti, come nel distretto di cui parliamo, ivi presso le borgate e le città stesse, venivano erette colline artificiali, sulla cui sommità erano poscia accesi i sacri fuochi a Mithra (il sole). Noi non abbiamo tralasciato di salire, all’occasione, di questi tepe, per meglio esaminarli, e ricercarvi traccie dell’opera umana. Queste colline dalla base piuttosto elittica che circolare, e dell’altezza dai venti ai trenta piedi, sono terminati da un piano del perimetro dai quindici ai venti passi, per tutta la sua estensione coperta di frammenti di vasi in gran parte smaltati, e qua e là ornati di rozzi disegni»[78].

Io non posso contraddire al signor Brugsch se non in un punto, il quale però sarebbe essenziale. Le sue osservazioni potrebbero convenire per alcuni tepe, e specialmente per quelli sparsi nelle steppe circostanti a Teheran, ma non per altri, e per esempio per quello colossale di Marend, posto non solo in una contrada montuosa, ma anche nel vano lasciato fra due elevazioni naturali. I frammenti di vasi di terra accennati dal sig. Brugsch non sono nulla di particolare ai tepe, ma si trovano dapertutto: Una cognizione fondata di queste collinette non si può acquistare se non col mezzo di scavi. Allora verrà dimostrato che non tutti i tepe sono identici nella costruzione, nè tutti spettano ad una medesima epoca, nè tutti forse devonsi attribuire al medesimo modo di formazione. I tepe che al pari di quelli di Sultanieh e di Marend, racchiudono strati con frammenti di ossa, cocci, e carbone vegetale, sono essi pure di fattura umana? E come spiegare in tal caso la inclusione di que’ materiali con distribuzione stratiforme, nella massa generale composta di ghiaja, sabbia, e limo delle steppe? Il più volte mentovato deposito di Sainkalè, sarebbe risultante da un nivellamento di antichi tepe, accaduti prima della diffusione del terreno di trasporto dell’altipiano?

Questi dati da me raccolti percorrendo rapidamente la linea delle carovane nella Persia occidentale dimostrano almeno che in questo paese si racchiudono materiali preziosissimi relativi alle più remote epoche della storia umana, e fors’anche ai cambiamenti contemporanei nelle condizioni del clima in una gran parte dell’antico continente. Possano almeno i risultati apparenti dai pochi ma finora soli fatti messi in luce, determinare a più ampie ricerche qualche viaggiatore padrone del suo tempo e delle sue linee di escursione. Una ricca messe scientifica coronerebbe le sue fatiche. Io non posso che raccomandargli ancora di prendere la nostra stazione di Sainkalè come punto di partenza. Non gli sarà difficile il riconoscerla a circa un chilometro all’ovest del villaggio, ove la sponda destra dell’Abhar e per alcuni tratti tagliata a picco. Poi non deve essere spenta così presto nella memoria degli abitanti la ricordanza dell’accampamento dell’ambasciata italiana, poi infine si troveranno ancora sul posto nel greto dell’Abhar, de’ Kiökkenmöddings ritraenti il carattere di una civiltà tutta moderna, nelle ossa lavorate dal coltello dello scalco e da denti diplomatici.

XXII. La navigazione sul Volga. — Sarepta. — Le due sponde del fiume. — Kasan. — Nishnyi-Nowgorod. — Mosca. — Pietroburgo. — La Russia.

Il passaggio dalla state all’inverno è rapido nel mezzogiorno della Russia. Noi eravamo ad Astrakan allo spirar di settembre; il sole non si facea meno sentire che in Italia, e già le compagnie di navigazione sul Volga faceano gli apprestamenti per l’inverno con una previdenza che a noi parve eccessiva, ma che trovammo poi nel fatto pienamente giustificata. Erano quelle, siccome già ci aveano detto, le ultime corse regolari fino oltre Nishnyi Novgorod; e la loro durata, e la loro tratta, dipendevano intieramente dal capriccio della stagione, al quale non era prudenza per noi l’affidarsi. Adunque la mattina del 29 settembre ci imbarcammo sul Likoi, disposti a passar undici continui intieri giorni sul maggior fiume d’Europa, il bastimento non era di primo rango, ma almeno eravamo noi i padroni delle celle di prima classe, mentre sopra coperta v’era folla stipata di donne, di contadini, di merciajuoli, ma sovratutto di soldati. La stagione delle corse di piacere, se mai ve ne possono essere sul Volga, da vari giorni era chiusa: il personale di servizio licenziato, rimanevano soltanto un cuoco ed un cameriere per tutti i viaggianti di prima e di seconda classe. I guasti dell’ormai spirata campagna, e per esempio i vetri rotti alle finestre, erano lasciati stare, fino alle riparazioni generali del maggio. Le celle non erano tampoco provedute di coperte, mentre i russi puro sangue, affollati sul ponte, conoscitori del clima del loro paese, erano già inviluppati nel loro bisunto touloup[79]. Il freddo delle notti si fece infatti subito sentire molto vivo, e ben presto si prolungò nel giorno, sino a rendersi permanente, ed i nostri mantelli, le nostre coperte erano insufficienti. Le provigioni non mancavano a bordo: ve n’era ancora un abbastanza grosso avanzo, e d’altronde sarebbersi potuto ogni giorno rifare. Ma il sicciäss, sicciäss (subito subito) che l’affacendato cameriere rispondeva ad ogni nostra ordinazione avea finito per esser da noi tradutto in fra due ore.

Poi v’erano altre dolcezze quotidiane. I piroscafi del Volga non bruciano altro materiale che legna, e le grandi cataste sul ponte sono presto consumate. Ogni compagnia adunque, tiene su tutta la tortuosa linea del fiume, ripartiti a misurata distanza, i suoi depositi, ove all’arrivo del battello sono già pronte schiere in massima parte di donne, per rifar la provigione. Tutti i portatori, l’uno dopo l’altro giunti sul ponte, e precisamente sovra le nostre teste, lasciavano cadere di piombo il carico, attorno al quale altri s’affacendavano per ricomporre la catasta, e non è dirsi il fracasso infernale, onde noi chiusi come in una cassa armonica, avevamo straziati e timpano e nervi! Questo trattamento ci toccava almeno due volte nella notte, che di giorno sapevamo evitarlo, passando noi stessi a terra.

Con tutto ciò, e malgrado la tetra monotonia delle sponde del Volga, la noja era bandita a bordo del Likoi. La lettura, il conversare, il rivolgere il pensiero alle cose vedute, le impressioni nuove che pur non mancavano e che ciascuno analizzava a suo modo ad alta voce, davano pascolo al tempo.

Ma principale distrazione era per noi la vista della città lungo questa grande arteria della Russia. Il giorno susseguente a quello della nostra partenza approfittammo subito della opportunità di una fermata di qualche ora per visitar Sarepta, distante circa una versta dal fiume, nella bassa pianura coltivata, d’onde s’ascende subito ad un immenso deserto. La città è piccola, raccolta, pulita, con belle case ed una piazza a guisa di square. La sua popolazione di circa 3 mille anime è tutta tedesca. L’industria principale consiste nel raccolto e nella manipolazione della senape, che poi viene spedita in tutta la Russia. Vedendo molti passeggeri, che erano scesi con noi, recarsi difilati e processionalmente alla farmacia, situata appunto nella piazza, mi prese la curiosità; ed entrato io pure, vidi tutta quella gente far ricerca di un balsamo che ci si disse godere di immensa riputazione per tutto il paese all’intorno, come di una panacea universale. Nessuno passa da Sarepta senza provederne per sè e pei suoi amici. Ve n’ha di due forme, di unguento e di estratto liquido, ed il più ricercato era l’unguento.

Altra più caratteristica singolarità di Sarepta è la perpetuazione tradizionale, rispettata come sacra ed inviolabile, de’ vincoli ond’eransi in origine legati i fratelli Moravi fondatori della colonia. In questa isola segregata affatto dal tramestio di cupidigie e di passioni della grande società europea, vige un sistema di amministrazione generale dei proventi de’ singoli individui, che molto rassomiglia alla famosa utopia de’ socialisti francesi.

A breve distanza di Sarepta è Tzaritzin, ove è la stazione del piccolo tronco di strada ferrata che congiunge il Volga al Don. Il sobborgo lungo il fiume è una bella fila di case di legno nuove ed eleganti. Qui termina il governo di Astrakan.

Da Nishnyi Nowgorod fino a Tzaritzin la sponda destra del Volga è alta e scoscesa, la sinistra invece depressa e piatta, tanto che i russi chiamano la prima sponda montana, la seconda sponda dei prati, perchè essendo soggetta alle ricorrenti innondazioni del fiume, è anche più rivestita di pascoli. Già Pallas avea notata come costante questa differenza di livello fra le due sponde in tutti i fiumi della Russia meridionale. La mente perspicacissima del sig. di Baer cercandone la ragione ha visto in questo caso particolare la manifestazione di una legge generale, per lo addietro inavertita, che regola ne’ fiumi la direzione della forza laterale della corrente, quindi la forma del letto, in dipendenza del moto di rotazione della terra. Risulta da questa legge che in tutti i fiumi dell’emisfero boreale l’azione della corrente si esercita particolarmente sulla sponda destra, sulla sinistra invece nei fiumi dall’emisfero australe. Questa azione è sovratutto evidente nei fiumi aventi una direzione prossima a quella di un meridiano, e ciò per ragioni facili ad intendersi, ma si deve pure ammettere pei fiumi aventi la direzione di un parallelo. Le osservazioni del signor di Baer hanno la data del 1853, e furono publicate in Russia nel 1854, cinque anni prima che il signor Babinet, senza citare alcun predecessore, trattasse questo medesimo argomento, arrivando alle stesse conclusioni, nel seno dell’istituto di Francia (Comptes rendus, vol. 49, 1859). Il signor di Baer ha in seguito nuovamente esposte ed estese le sue osservazioni in una classica memoria che forma il numero VIII de’ suoi Kaspische Studien.

Il giorno 2 di ottobre si fece altra più lunga fermata in Saratow, grande città, con strade dritte, spaziose, intersecantisi ad angolo retto, e magnifici fabricati, ma così deserta come non vidi mai altra città al mondo. Per intiere strade, fin dove l’occhio poteva giungere, non un’anima vivente. Saratow è centro di un governo. Il grande tronco di ferrovia che la deve congiungere a Mosca, ed infondervi così vita novella, era in costruzione assai inoltrata, ed ora, mentre scrivo, è compiuto. Qui lasciammo il Likoi per passare sovra di un’altro molto più elegante e spazioso battello, il Kasan, appartenente alla stessa compagnia Samolet, la quale possiede non meno di 36 piroscafi sul Volga.

Il giorno 5 visitammo la bella città di Simbirsk che due anni dopo doveva esser intieramente distrutta per mano di quella terribile ed occulta società di incendiarj che fa vedere fino a qual punto si sa esser barbari in Russia, quando si vuol esser barbari, e contro la quale a nulla finora valsero gli occhi d’Argo della polizia di Pietroburgo.

Il freddo si era frattanto reso molto intenso. Nella notte dal 5 al 6 (ottobre) nevicò a larghe falde, e nella susseguente il termometro scese a -7° C. Le sponde del nostro battello brillavano di ghiacciuoli. La campagna era verde e gelata.

Io voleva veder Kasan, una della più importanti città della Russia, presso l’estremo confine orientale di Europa. Mi era anche di particolare interesse il far una visita al dottor Nicola Wagner, professore in quella università, e chieder schiarimenti sovra la sua scoperta della generazione delle larve in alcuni insetti (Cecidomine), che trovava affatto miscredenti i naturalisti di Germania, ai quali era stata communicata. Orio si lasciò facilmente sedurre ad essermi compagno, e giunti allo scalo ci separammo dalla nostra brigata, che ci avrebbe aspettati a Nishnyi Nowgorod.

Lungo la sponda del Volga si distende anche qui il solito sobborgo, con qualche buona taverna, ed una lunga fila di botteghe di legno che forma un vero bazar. La città è discosta tre verste che percorremmo celeremente in droschki. La strada è da principio alquanto difficile, ineguale, pantanosa per le ricorrenti piene del fiume, poi si fa larga e piana fra una campagna vestita di boscaglie paludose; e passato un altro sobborgo di ville signorili e giardini, si giunge ad un ampio greto, solcato da’ rami di un piccolo fiume, la Kasanka, e che si attraversa su di un lunghissimo ponte-terrapieno, terminante alla porta stessa della città. Prima di giungere a questa ci colpì lo sguardo un grande tronco di piramide, sorgente, dalla sinistra sponda del fiume. È un mausoleo eretto in onore di Ivan Vassilievitsch e dei suoi prodi caduti nella vittoria riportata sui Tartari.

La città di Kasan è grande, popolosa, con belle contrade e grandiosi fabricati e si presenta assai pittorescamente anche di lontano, colle sue case affollate su di un piccolo dosso. Gli abitanti sono ancora in massima parte Tartari, perfettamente assimilati co’ loro conquistatori. Il sole già prossimo al tramonto non ci permise che la vista esterna del magnifico palazzo dell’università, della grande colonnata e dell’atrio. Il prof. Wagner ci accolse cortesemente; mi espose pel minuto la sua interessante scoperta, oramai confermata; e mi volle anche fornire materiali affinchè potessi io medesimo, nelle rimanenti ore di ozio sul Volga, verificarne alcuni particolari. Professor di fisica alla stessa università è un italiano, il signor Bolzani; ma ci mancò l’occasione di farne la conoscenza personale, non essendo egli peranco di ritorno da Londra, ov’erasi recato per la grande esposizione industriale. Alloggiammo all’albergo Resanoff, albergo di primo rango, ove però non sono ancora introdotti i letti all’Europea. Il mattino seguente, dopo altro giro per la città allo scopo anche di provederci di difese contro il freddo, ritornammo al sobborgo alla sponda del fiume. Mancava ancora da circa un’ora alla partenza del battello, e passeggiando noi oziosamente lunghesso la fila delle botteghe, scortane una di libri, entrammo. Non fu poca la nostra maraviglia nel trovare quasi null’altro che produzioni della letteratura parigina contemporanea, edizioni di Hachette e di Levy: qui, presso che alle porte della Siberia! Per mio conto comperai un libretto di Alfonso Karr: la pêche che mi ha divertito assai, e per que’ saporiti frizzi che piovono così spontanei dalla penna dell’autore delle guèpes, e per una sequela di grosse castronerie che il buon Karr si è lasciate sfuggire.

Dopo altri due giorni di navigazione, raggiungemmo finalmente i nostri compagni a Nishnyi Nowgorod, la celebre città, ove si tiene la più grande fiera del mondo. La città propriamente detta, sulla sponda destra del fiume, elevata tanto da dominar di colassù grande estensione di paese; vince in bellezza ed in amenità di situazione le altre città del Volga. Ha un bel giardino publico, spaziose contrade, ed una grande piazza che dà accesso al Kremlin, o cittadella, ampio recinto contenente caserme e la residenza del governatore. A piè dell’altura, in parte lungo il Volga, ed in parte lungo il suo confluente Oka, è un grande sobborgo abitato particolarmente da mercanti. Una seconda immensa città, nell’angolo compreso fra i due fiumi, tutta magazzini e case di legno, scompartita in isolati regolari da lunghe contrade rettilinee, è popolata soltanto durante la fiera, vuota affatto nel resto dell’anno. Anche questa ora è diventata un mucchio di ceneri! Io ed Orio ci recammo subito a far visita al governatore, pel quale avevamo una lettera di presentazione. Il generale Alexis Odyntzoff ci accolse colla più squisita cortesia, condita da una certa apparente ruvidezza militare, e volle assolutamente che sedessimo a mensa colla sua famiglia. V’erano, oltre la sua signora, due graziose bambine e due istitutrici francesi. Si parlò della ricchezza del paese, della grande fiera, e di viaggi. Seppimo in questa occasione che due mesi prima erano passati per Nishnyi Nowgorod il signore e la signora di Bourboulon, che erano venuti per via di terra da Pekino; dura impresa per un uomo rotto alla vita del cavallo e della tenda, mirabilissima per una donna.

La fiera di Nishnyi Nowgorod si apre ai 29 di luglio, e si chiude verso la metà di settembre, non ad un giorno assolutamente fisso, potendosi anche prolungare, come appunto avvenne nel 1862 oltre il termine consueto. Le nazioni manifatturiere d’Europa vi sono rappresentate, ma in scarso numero al confronto delle popolazioni asiatiche, de’ Tartari, de’ Kirgisi, de’ Tongusi, de’ Kamtschadali, de’ Mongoli, de’ Cinesi, de’ Persiani. Vi affluiscono tutte le produzioni del mondo antico, dai tessuti di Manchester e dai giuocatoli di Norimberga, ai cuoi della Tartaria, ai tappeti persiani, alle pelliccie della Siberia, al thè della China. Quest’ultimo è anzi uno de’ principali articoli. Quasi tutto il thè di cui si fa così esteso consumo in Russia, è portato dalle caravane a questo grande centro di commercio, sebbene ora vada prendendo piede la concorrenza della via di mare e degli emporj inglesi. La fiera del 1862 fu delle più animate. Vi si portarono mercanzie pel valore complessivo di 96 millioni di rubli, e ne furono smaltite per 95 millioni. Mancando i mezzi ed il tempo per l’applicazione di un più esatto metodo di statistica, si fece approssimativamente il calcolo del numero delle bocche dalla quantità di pane cotto nei forni in eccedenza della consumazione ordinaria, e si giunse così alla cifra di 60,000 persone accorse alla fiera.

A Nishnyi Nowgorod eravamo finalmente ad uno degli estremi capi della gran rete di ferrovie dell’Europa centrale. Fra gli impiegati alla stazione trovammo un nostro compatriota, un genovese, che si adoperò con molta premura a toglierci da molti imbarazzi, e primo da quello della regolare consegna dei nostri bagagli.

Scendemmo alla stazione di Mosca al matino del giorno 11, ed ivi stava aspettandoci un signore prevenuto dal nostro arrivo che, scortici alla fisionomia, ci accostò rivolgendoci la parola un po’ in francese un po’ in italiano. Era il signor Billo che ci offriva ricovero nella sua pensione nel quartiere della grande Lubianska. Fu una vera fortuna per noi il non avere da fare altro che seguire il nostro ospite, il quale, come un esperto capitano, con cenni e parole monche distribuite qua e là, diede prestamente tutte le disposizioni che facevano al caso nostro, e fattici salire in droschky ci condusse di filo alla sua casa, ove per la prima volta, dopo sei mesi, potevamo riconfortarci di tutti gli agi di tutte le ricercatezze della vita materiale, non richieste veramente dalle nostre ordinarie abitudini, ma dallo stato in cui eravamo ridotti dalle febri persiane. Ne’ tre giorni da noi passati in questa splendida metropoli il signor Billo fu tutto per noi, e spinse la cortesia sino a volerci fare egli medesimo da Cicerone.

Le mura di questa immensa città portano scolpita la storia delle grandi epoche della Russia. Nel 1300 Mosca era tutta compresa nell’angusto perimetro dell’attuale Kremlin, difesa per un lato dal fiume (la Moskova), e pel resto da una siepe, finchè in quel medesimo secolo il gran duca Demetrio Donskoy non la ricinse di mura; le quali dovettero sostenere numerosi assedj dai Tartari e dai Lituani, e distrutte infine per le ingiurie degli uomini e del tempo, furono riedificate e munite di torri sotto lo czar Giovanni III, per opera di architetti italiani. Questo primitivo recinto fu presto insufficiente, crescendo rapidamente la popolazione col costituirsi del novello impero: molte case sorsero d’attorno, poscia tutte rinchiuse in un secondo muro di cinta, che sussiste ancora e limita la così detta citè, (Kilay-gorod) tutt’attorno della quale crebbero ne’ secoli successivi le più recenti costruzioni che formano la massima parte della Mosca attuale.

Mosca ha veramente uno stampo affatto proprio, nelle costruzioni non posteriori all’epoca di Pietro il Grande, e sovratutto nelle chiese e nei conventi: ma negli edificj moderni va sempre più sacrificando il carattere nazionale alla purezza dello stile, così che si trovano in questa città le più strane e dissonanti associazioni, dal più mostruoso barocco, nella cattedrale della Intercessione della Vergine[80], all’estremo dell’eleganza e della magnificenza nel palazzo imperiale. Fra le costruzioni moderne si distinguono i sontuosi palazzi dei così detti baroni dell’aquavite, ossia degli arricchiti nell’appalto dell’imposta sui liquori spiritosi, che forma una delle principali rendite della finanza russa. Le case dei privati sono eleganti, ma generalmente basse, di un sol piano oltre il terreno, il che determina, per una sì grossa popolazione, la vastità dell’area occupata. Gli edificj publici sono colossali. La cavallerizza, per esempio, è un salone, col soffitto piano, avente non meno di 170 metri di lunghezza, e 44 di larghezza, ove possono manovrare tremila cavalli. L’albergo dei trovatelli è una città nella città, poichè vi si dà ricetto ed istruzione a non meno di quindici mila derelitti. Una vera maraviglia, un vero museo di grandiosi monumenti, è il Kremlin, il vaticano del culto greco, il cuore di Mosca, come Mosca è il cuore della Russia. Quattro cattedrali abbaglianti di stendardi ricchissimi, di imagini sante, di candelabri, di oro e di gemme, il palazzo imperiale, il palazzo del patriarca, gli arsenali storici della Russia, il tesoro, sono, ciascuno per sè, un tale stipato assembramento di singolarità stupenda, da sottrarsi ad ogni descrizione. Non esiste città al mondo ove le chiese siano tante numerose come a Mosca. Non le ho contate, ma fui assicurato esservene intorno alle quattrocento, ciascheduna con molti campanili terminati da una cupola rigonfia, e questa alla sua punta da una enorme croce dorata. Dal baluardo del Kremlin io rimirava una sera per l’immensa città questa selva di torri crucigere. La vôlta del cielo, d’un triste uniforme grigio, andava oscurandosi; solo verso ponente una gran zona purpurea circoscriveva l’orizzonte. Quando il sole vi passò nel suo tramonto, le croci dorate delle chiese brillarono improvisamente di viva luce spiccante dal fondo scuro del cielo, e fu per alcuni minuti uno spettacolo incantevole, come di un gran fuoco d’artifizio per tutta la città.

Esiste in Mosca una celebre università, fondata nel 1755, aggrandita da Caterina seconda, e dotata dal principe Paolo Demidoff di un esteso dominio lavorato da 3500 servi, e di un forte capitale in danaro per sopraggiunta[81]. Ha pur sede in questa città una società di Scienze naturali che è tra le più celebri academie di Europa. Con tali elementi fa maraviglia la povertà delle collezioni scientifiche, ed in particolare della collezione zoologica, ove tolti una dozzina di pezzi capitali che sono un monopolio della Russia (uno scheletro di Mammouth, per esempio, ad uno di Ritina), il resto, anche numericamente ben poca cosa, è sformato, cadente, e per di più deturpato da errori madornali nelle determinazioni sistematiche. Nello spiattellare questa verità devo aggiungere, che il professore di zoologia nell’università, signor Bogdanow, non ha alcuna ingerenza nel Museo.

Dall’antica alla moderna capitale dell’impero moscovita, corrono venti ore di ferrovia.

Lo spettacolo della prospettiva di Newsky che percorremmo per gran tratto nel recarci all’albergo Klee, fu il preludio delle impressioni vive e profonde fra le quali passammo otto giorni in Pietroburgo. Non può entrare nel mio piano il descrivere la magnificenza delle contrade, de’ palazzi, de’ templi, le multiformi meraviglie d’arte accumulate in questa città, surta per incanto, ad un cenno del più grande despota creatore che abbia esistito. Ogni dì le nostre particolari inclinazioni ci portavano oltre la Newa, a quei stupendi santuarj della scienza che sono l’osservatorio di Pulkova, il giardino botanico, il museo del Corpo delle miniere, l’academia imperiale delle scienze. Dovunque fummo accolti colla gentilezza più squisita ed operosa, ed a me è grato in particolar modo il ricordare il prof. Besser, il generale di Helmersen, il colonnello di Kocktscharoff, il prof. Brandt, i signori Strauch e Moravïtz addetti al museo zoologico, e l’academico Carlo Ernesto di Baer. Io aveva già avuto la fortuna di conoscere in Milano, sedici anni prima, questo decano illustre de’ viventi naturalisti, e grande fu la mia soddisfazione in rivederlo, malgrado le infermità fisiche della vecchiezza, vivace e robusto di spirito come all’epoca in cui fondava le basi dell’embriologia.

Ma se rinuncio a descrivere le grandi monumentali opere di Pietroburgo, non posso trattenere una esclamazione di orrore per le traccie che vi ha lasciato il genio della distruzione. Tutta Europa fu scossa dalla notizia del terribile incendio che nel maggio del medesimo anno 1862 ha ridotto in cenere il gran quartiere dell’Apraxine dvor e del ministero dell’interno.

Non si può vedere il teatro di questo disastro senza rimanere soprafatti dal pensiero della potenza del male. È un isolalo immenso, centro del commercio della metropoli; e le ricchezze distrutte, le famiglie gettate nella miseria, fanno raccapriccio. Quando io visitai questo desolato campo di macerie fuliginose vi erano risorte in gran numero botteghe improvisate, e tutt’attorno era in pieno corso l’opera della riedificazione. Ma dove si reclutano queste mute invisibili masnade volanti di furie? Nessuno lo sa, ognuno lo crede a suo modo, e intanto le fiamme spente in un luogo, divampano in un altro. I giornali asseriscono che la reazione e la rivoluzione si ribattono in Russia l’accusa di una così insana e feroce barbarie: noi veramente non abbiamo udite queste recriminazioni de’ partiti estremi e piuttosto fummo sorpresi dall’indifferenza generale del paese come di eventi oramai abituali. Il paese era preoccupato di ben altro.

Il tratto più spiccante nella fisionomia morale del popolo russo è lo spirito religioso, o per dir meglio l’abbondanza del culto esterno. Lungo le contrade più frequentate delle città sono di quando in quando appese al muro imagini sacre con adobbo più o meno vistoso di cerei, e nessuno passa di là senza far tre inchini e tre segni di croce, od almeno levarsi molto rispettosamente il cappello. A Mosca una delle sei porte del Kremlin è la così detta porta santa. L’imperatore stesso nel passarvi scende di carrozza e si scopre il capo, onde tener vivo in tutti il buon esempio. Pe’ dimentici o per gl’ignari di questo atto di riverenza è appostata una sentinella.

In ogni camera abitata sta appesa in un angolo, e molto in alto, un’imagine sacra, con una lampada ardente; e ciò basta perchè la camera sia convertita in un vero santuario, e lo starvi a capo scoperto sia di assoluta prescrizione. Nella sala de’ Traktyr (osterie), ove conviene il publico, due oggetti sono immancabili: un grande organo a cilindro che ripete le arie nazionali, e specialmente l’inno allo Czar, e l’imagine santa nella sua cornice dorata e col suo lumicino perpetuo. Così il luogo è santificato; un leggero oblio di questa circostanza fu sul punto di involgerci in una vertenza che avrebbe potuto avere conseguenze molto serie. Uno de’ nostri compagni, tenendo il berretto in capo, si facea servir da pranzo nel salotto commune del nostro albergo in Astrakan, ove stavano seduti, attorno ad una tavola separata, alcuni giovinotti di civile condizione, ma già riscaldati dal vino. Scorso qualche tempo noi li vedemmo confabulare tra di loro in modo assai concitato, di quando in quando accennando al nostro compagno che stava tranquillamente smaltendo una porzione di hucha, ossia di zuppa di sterletto. Il sig. Nicolas che per caso giunse nella sala, ed intendeva perfettamente il russo, ci mise in avvertenza delle esclamazioni di que’ giovinotti diretti contro di noi, per non sapeasi qual insulto fatto da un italiano al nobile sangue russo. Il nostro compagno finito il suo pranzo, si era tranquillamente allontanato, e nullameno la scena prendeva col vuotarsi di nuovi bicchieri un carattere sempre più minaccioso, tanto che l’oste medesimo impaurito mandò per un commissario di polizia, il quale accorse prontamente, ma durò molta fatica ad impedire uno scandalo e ad avviare quei giovani alle case loro. L’insulto era nella profanazione del luogo pel berretto in testa del nostro compagno, veduto e giudicato attraverso i fumi del vino.

L’istruzione publica è tutta nelle mani del governo. Io ho già avuto occasione di deplorare l’estrema negligenza dell’istruzione elementare, aggiungo ora che un’epoca riparatrice è surta da poco, ed un grande salutare movimento per la diffusione delle scuole ne’ villaggi, si è ridestato in tutti gli ordini della società russa. Le università sono organizzate militarmente: a ciascuna è preposto un curatore che il più delle volte è un generale in ritiro; la disciplina vi è rigorosa al maggior grado; la censura vigile e sospettosa. Fino a questi ultimi anni il numero degli studenti era determinato per ogni università, e gli ammessi dovevano sottostar ad enormi tasse, con che l’iscrizione in un albo universitario era un vero privilegio. Fra le riforme che segnalarono i primi anni di regno di Alessandro II quella degli studj fu compresa. Le tasse di molto ridotte, tolto il limite al numero degli studenti, questi accorsero in folla da tutti gli angoli della Russia alle università, vi si costituirono in corporazioni, fondarono società di mutuo soccorso, biblioteche, sale di convegno. La gioventù delle università è la stessa in tutti i luoghi, facile all’entusiasmo, a tradurre in atto i primi moti di una nobile passione. Dopo i massacri di Varsavia nel febbrajo del 61, in tutte le università dell’impero gli studenti polacchi fecero celebrare un servizio divino in suffragio delle vittime, e gli studenti russi s’unirono nella mesta cerimonia ai loro compagni. Pochi mesi dopo una sollevazione di contadini a Kasan fu domata colla forza delle armi: in segno di compianto gli studenti raccolti di quella università sparsero di fiori il feretro de’ caduti. Questi fatti comparvero nelle alte regioni del governo come preliminari di un movimento che bisognava tosto reprimere. Il sig. Kovalevski, ministro della publica istruzione che avea secondate le riforme liberali, cedette il posto all’ammiraglio Poutiatine, per opera del quale furono ristabilite le tasse annuali d’iscrizione degli studenti in 50 rubli, richiamati in vigore le più vessatorie discipline de’ tempi trascorsi. Frutti di queste inconsiderate misure fu una vera insurrezione degli studenti a Mosca e a Pietroburgo, sciolta coll’estremo rimedio delle armi.

Tali avvenimenti si eran fatti compiere durante il viaggio in Crimea dell’imperatore. Al ritorno nella sua residenza Alessandro II fu vivamente scosso dal trovar chiuse le scuole, gli studenti dispersi o chiusi in fortezza; e di nuovo l’onda del potere si volse alle riforme liberali. Un nuovo ministro il sig. Golovnine fu chiamato alla direzione della publica istruzione.

Un completo riordinamento delle scuole stava appunto elaborandosi al nostro passaggio per la Russia. Si parlava già di una forte diminuzione delle tasse scolastiche, e dell’istituzione in tutte le università de’ privati docenti, fino allora tolerati soltanto alla università di Dorpat, per concessione all’indole germanica degli abitanti della Livonia. Le antiche durezze andavano a poco a poco rilasciandosi, la gioventù ripopolava gli atenei.

La censura de’ libri, per iniziativa stessa del novello ministro, doveva farsi meno sospettosa ed arcigna. Non possiamo dire se queste buone intenzioni siano state intese ed obedite. A me recò non poca meraviglia il trovar sui giornali venuti di Francia o di Germania un singolare marchio dell’ufficio di revisione. Tutti i fogli sono regolarmente distribuiti, ma sui periodi che il rigido censore avrebbe voluto soppressi, si applica uno stampo nero indelebile, il quale propriamente par che dica: lettore, ecco un brano che ti deve interessare vivamente; cercalo in ogni modo e leggilo bene. Accade che de’ giornali portino talvolta delle mezze colonne, delle colonne intiere di un bel nero, intenso, uniforme, riquadrato con molta regolarità. A Mosca vidi nella vetrina esterna d’un librajo un fascicolo di un giornale tedesco sulla Russia: volli comperarlo, ma il librajo me lo rifiutò pretendendo che io pagassi l’abbonamento anticipato di un anno. Cercando sodisfar la mia curiosità in Pietroburgo, i librai ai quali mi diressi soggiunsero che l’opera era severamente proibita, e non volevano credere che io la avessi veduta esposta in Mosca. È sempre così: l’arbitrio, il capriccio, l’intelligenza stessa del revisore fanno veramente la legge. Come mai gli uomini di Stato della Russia non veggono che la censura dei libri nuoce perfino all’intento vero pel quale fu istituita; che essendo misura di governo inefficace e screditata di sua natura, rende popolare e più audace l’opposizione a tutte le altre!

Ma la Russia è il paese delle grandi contradizioni. Da una parte questo affanno minuto, geloso, incessante dell’autorità per tener misurata l’aria vitale all’intelligenza che si spiega, e dirigerne le mosse a battuta di tamburo, dall’altra favori ed onoranze all’ingegno che è surto e si impone col prestigio del successo. Nessun altro paese d’Europa tiene la scienza in maggior estimazione. L’aristocrazia della dottrina è posta in Russia al medesimo ordine colla aristocrazia del sangue, e questa non si crede degradata per ciò. Il governo è larghissimo di mezzi al culto dei severi studi, alla sola implicita impreteribile condizione che non s’attenti all’ordinamento politico dell’impero. È una ambizione nazionale il mettersi tra le fila de’ militanti per la scienza: epperò la Russia prende una parte veramente cospicua al progresso generale in Europa sopratutto delle scienze fisiche ed etnografiche. Molti de’ suoi dotti più illustri appartengono ancora all’importazione alemanna, ma la massima parte di essi non conservano altro segno esterno della loro culla che il suono del nome, mentre per lingua, abitudini ed affezioni sono perfettamente assimilati nella nuova patria. La Russia scientifica e la Russia moderna si confondono nella loro origine dal ferreo antiveggente despotismo di Pietro il grande, pel quale il paese fu veramente germanizzato. Nella opinione generale due partiti sono in antagonismo al governo della Russia, con varia prevalenza; il partito alemanno ed il partito moscovita, aventi rispettivamente come sede e centro d’azione Pietroburgo e Mosca, ossia, con espression popolare, la testa ed il cuore della Russia. Ebbene, continuando il paragone, è facile vedere che appunto per la divisione del lavoro fisiologico fra questi due nobilissimi visceri ha potuto crescere con tanto vigore il colossale organismo della Russia.

Noi trovammo però molto pronunciato un movimento di reazione, così che le catedre universitarie oramai sono affatto chiuse ai dotti della vicina Germania. Questa sodisfazione dell’amor proprio nazionale è tanto più legitima, in quanto che non è congiunta colla pretesa di una scienza ortodossa russa, diversa da quella dell’occidente, o colla millanteria narcotica di un primato fittizio. L’importazione occidentale è cessata, ma i giovani più distinti degli atenei della Russia sentono vivamente il bisogno di compiere la loro scientifica educazione col tanto efficace mezzo de’ viaggi, ed annualmente sono a centinaja quelli che lasciano il loro paese per riprendere la vita dello studente ne’ principali istituti di Germania, di Francia e d’Inghilterra. La facilità di apprendere le lingue straniere, ch’è un carattere particolare delle razze slave, fa sì che nulla rimanga ignorato ai Russi di quanto si fa di memorabile nei vasto mondo della scienza.

Fin qui i più grandi lavori de’ Russi sono stati publicati in latino, in tedesco od in francese, e l’uso della loro lingua fu tutt’al più riserbato a’ lavori di storia nazionale. Ora dal partito moscovita puro si vorrebbe cambiato questo sistema, e far adottare la sola lingua russa anche per le opere di scienze fisiche e naturali. È sperabile che questo tentativo non riesca, sebbene alcuni abbiano già dato l’esempio. È troppo presto il pretendere d’imporre all’Europa una nuova lingua scientifica; non è cavalleresco per parte dei dotti russi il segregarsi così dai loro confratelli d’occidente, e non è del loro interesse il rinunciare a quella giusta sodisfazione che consiste nel vedere i proprj lavori apprezzati oltre i confini del proprio paese.

La veramente grande e generale preoccupazione degli spiriti era l’emancipazione dei contadini, oramai inapellabilmente decretata con tutta la forza di una legge organica dell’impero. È noto quale fosse la loro condizione: veri servi della gleba aveano in usufrutto un pezzo di terra da cultivare, a condizione di cultivare anche le terre del padrone, e di prestarsi ad ogni chiamata in schiere (corvées), a certi determinati altri lavori: non poteano possedere, non poteano abbandonar le loro terre, ed erano esclusi da ogni ingerenza nelle faccende del commune. I padroni reclutavano pure tra di essi i contingenti per l’armata. L’importanza de’ possedimenti era misurata ed espressa dal numero de’ servi che vi erano attaccati.

Il pensiero dell’affrancamento de’ contadini, che aveva balenato appena nel cervello di qualche solitario moralista, prese maggior consistenza all’avvenimento al trono dello Czar attuale, che sino da’ suoi primi atti annunciava un’epoca novella alla Russia; ma le difficoltà dell’esecuzione apparvero così gravi, la crisi conseguente così spaventosa, che questa radicale riforma sociale fu ritenuta come da aversi presente allo spirito, ma da effettuarsi in un’epoca indeterminata. L’ukase imperiale del 19 febrajo 1861 troncò gl’indugi; dichiarata la libertà de’ servi, stabilì minutamente le norme affinchè potessero, a prezzo di danaro, diventare veri padroni delle terre che aveano avuto in uso fino allora da padre in figlio, in pari tempo redimendosi dal lavoro obligatorio. Due anni di tempo erano concessi per la transizione dall’antico al nuovo ordine di cose, per la stipulazione de’ nuovi patti fra i contadini ed i padroni. Questo biennio era appunto prossimo a spirare quando noi attraversavamo la Russia, e non s’era ancora presa alcuna deliberazione, e si vedeva con terrore l’approssimarsi del termine ultimo. Tutta la società era cupamente travagliata, tutti gli interessi rovinati. I servi non volevano accettare l’ukase che in una sola parte: in quella che li scioglieva dalle prestazioni di lavoro a vantaggio del padrone, e si rifiutavano a qualunque imposizione per esser mantenuti al possesso di terre che per lunga serie di anni, perfino da secoli, essi consideravano già come incontrastabile loro proprietà. Noi apparteniamo al padrone, dicevano essi, ma la terra appartiene a noi; e frattanto rifiutavansi ad ogni tributo. Pochi mesi dopo la publicazione dell’ukase diecimila contadini insursero armati nel governo di Kasan, per reclamare la proprietà assoluta delle loro terre, senza condizione: e fu d’uopo d’una vera battaglia per sottometterli. Non è a dirsi lo stato dei proprietarj in una sì violenta crisi sociale!

Questo grande atto che trasforma intieramente la Russia non fu imposto da alcuna stringente necessità materiale, fu un omaggio reso alla scienza sociale, alla scienza d’occidente. La vita trascorreva pei contadini abbastanza tranquilla e contenta. Quelle medesime condizioni di isolamento che li rendevano industriosi a proveder a tutti i bisogni della famiglia, agli alimenti, alle vesti, a’ mobili, agli attrezzi rurali, faceva sommo, a’ loro voti, il bene più facilmente e più sicuramente conseguibile, la rustica agiatezza della vita patriarcale. Di raro vedevano i loro padroni; alcuni perfino, invecchiati sul luogo, non aveano mai vista la faccia del signore al quale pagavano tributo: tutti infine erano attaccati alle loro terre dall’affezione per la cosa posseduta. La miseria del contadino della pingue Lombardia è sconosciuta in Russia: ne’ due mesi che noi passammo nelle provincie russe al di qua e al di là del Caucaso, non ci occorse mai di vedere una mano stendersi a cercare l’elemosina. Alcuni servi della gleba hanno potuto perfino accumulare fortune colossali. Dall’altra parte i signori, scevri da ogni cura di amministrazione de’ loro beni, potevano darsi affatto liberamente alle alte cariche dello Stato, circondarsi degli agi e del lusso del loro rango fin ne’ posti avanzati dell’estrema Asia, ingolfarsi ne’ fasti olimpici della vita di corte, o nelle dissipazioni della vita parigina. Ora tutto è cambiato, e pel momento con una grave perturbazione generale. Surge pe’ contadini, colla dignità dell’uomo libero, la vera lutta per l’esistenza; si preparano nel loro prossimo avvenire fortune e procelle per lo addietro ignorate, nuovi desideri, nuovi più elevati godimenti, ma anche nuove illusioni. Il perturbamento è ancora più grave nella classe dei signori, non foss’altro per la sospensione delle rendite durante la lutta pe’ nuovi accordi co’ servi, e non poche fortune, già minate dalla crisi finanziaria che travaglia ancora la intiera Europa, andarono in completa ruina.

L’emancipazione de’ contadini è frutto de’ tempi maturati durante il famoso raccoglimento della Russia, annunciato dal principe di Gortschakoff dopo la guerra di Crimea; è sintomo e fomite ad un tempo di uno spirito novello che agita in Russia tutte le classi della società; è la creazione del terzo stato; radicale riforma da cui dipendono tutte le altre, che poi necessariamente trascina dietro di sè. Fin qui non sarebbe stata possibile in Russia che una rivoluzione di palazzo, od una sollevazione brutale di quella plebe che si palesa dalla fiaccola devastatrice come il leone dall’unghia; ora è aperta l’arena alla pacifica, potente e ferace rivoluzione delle idee. Ferve il lavoro nelle stesse regioni del governo, e già per nuove leggi sono informate a più liberali principj l’amministrazione della finanza publica, l’amministrazione communale, la magistratura. La rottura col passato è ancora più decisa ed energica in ogni manifestazione della vita publica. Nelle assemblee della nobiltà raccolte lo stesso anno 1862, a Pietroburgo, a Mosca, a Tver, s’udirono le proposte di stati generali, e di parlamento nazionale; e coloro che le hanno pronunciate non furono deportati in Siberia.

Notisi questa circostanza come sintomo assai espressivo della attuale situazione e dell’avvenire della Russia!

FINE DEL VOLUME.