PRIMA GUARDIA (Ricordi di un Volontario).

Montai la prima guardia con un entusiasmo grande; a diciassette anni, anche essendo soldati, si è ancora ragazzi; ogni più semplice atto della vita acquista un’importanza enorme: l’esistenza ha ancora tanti misteri a diciassette anni! Avevo perduto mezz’ora a lustrare la giberna, i bottoni di stagno del cappotto avevano bagliori d’argento; la stella del kepy scintillava al sole come un disco luminoso; se avessi dovuto correre dall’Elvira non avrei curato maggiormente la mia tenuta.

Ero inappuntabile.

In camerata, dopo il secondo rancio, lucidando coll’osso il cinturino bianchissimo, riandavo colla mente i varii paragrafi del servizio territoriale circa i doveri della sentinella.

Sono tanti, mio Dio, quei benedetti doveri!...

Catapano, vicino a me, disse togliendo il fucile dalla rastrelliera:

— Stassera c’è la guardia al morto.

— Che morto?

— Come che morto? Se tutto il quartiere lo sa a quest’ora!?

Io lo guardava meravigliato; non sapevo nulla io.

Allora Catapane mi raccontò che al mattino, mentre la truppa era in piazza d’armi, il furiere maggiore Giacometti si era ucciso con un colpo di carabina al cuore.

— Giacometti! Quel bel giovane alto dai baffi biondi promosso alla fine del mese?

— Precisamente. Figurati io era di ramazza e scopavo le scale della maggiorità; ad un tratto dal corridoio piccolo, che è a destra del Comando, parte un colpo di fucile. Cosa è? Cosa non è? In un momento il corridoio è pieno di gente; scritturali, piantoni, furieri, persino l’Aiutante maggiore in prima, si precipitano nel corridoio; non c’era nulla; soltanto mentre tutte le altre porte erano spalancate, quella di Giacometti era chiusa per di dentro. Il colpo era partito di là. Violini, il furiere maggiore del 3º battaglione, si precipita sulla porta chiamando angosciosamente:

— Giacometti!... Giacometti!... Giulio!...

Ma la porta era chiusa a chiave e Giacometti non rispondeva; soltanto mettendo l’orecchio al buco della serratura si sentiva un rantolare confuso, un balbettìo inintelligibile, poi più nulla.

L’aiutante maggioro mi disse:

— Andate a chiamare l’armaiuolo. — Piantai la scopa in un angolo e feci gli scalini a quattro per volta: in cortile trovai l’ufficiale di picchetto sbalordito che non sapeva dove andare, impressionato di quel colpo di cui ignorava la causa.

— È sopra.... alla Maggiorità — gli dissi — il furier maggiore si è sparato.

E scappai dall’armaiuolo.

Quando tornammo su, non si aveva più bisogno di lui; la porta era stata aperta non so come, e la camera del povero Giacometti era piena di gente. Lui giaceva sul letto pallidissimo, coi grandi occhi celesti spalancati che pareva guardassero verso la porta; gli avevano levata la giubba di tela e il corpetto di lana; sul petto bianchissimo, in vicinanza del cuore, un buco nero, largo così e qualche gocciola di sangue nerastro; io lo vidi appena un momento e scappai subito; mi fece un’impressione così forte che non potei più parlare.

Sulle scale, mentre riprendevo la scopa, vidi il capitano medico che saliva affannosamente trascinando la sua pancia enorme.

— Dov’è? — mi disse.

— È là — e gli insegnai la strada.

Naturalmente il dottore arrivò tardi, il povero Giacometti era proprio morto; il cuore e il polso non battevano più; vicino al letto, in un angolo, c’era il fucile di cui si era servito, il fucile di Rodelli, l’appuntato del colonnello; lo aveva caricato, se l’era puntato al cuore, e aveva tirato il grilletto col pollice del piede destro, appositamente scalzato.

— Ma.... e il motivo? — domandai io vivamente impressionato.

— Hum!... chi ne sa niente?!... Naturalmente, dopo entrato il medico, mi hanno chiuso bravamente la porta sul muso e buona notte ai suonatori. Questo però ti dico: che questa notte bisognerà montargli la guardia. Hai paura tu?

— Paura? — E lo guardai negli occhi ferocemente: quello sguardo voleva dire: son volontario e tanto basta!

Catapane riprese, caricando tranquillamente la pipa:

— Tant’è preferirei vegliare un vivo e magari due; alle volte.... non si sa mai.... se ne raccontano tante!....

***

Appena montai la guardia fui messo di sentinella alla porta del quartiere; quelle due ore passarono in un momento; erano le migliori del resto. I soldati uscivano a frotte, passando davanti all’ufficiale di picchetto che li guardava da capo a piedi col suo sorriso maliziosamente bonario; uscivano i coscritti, con i grandi berretti calati sulle orecchie, infagottati nel cappotto enorme, nei pantaloni lunghissimi, ricadenti in brutte pieghe sulle uose di tela crude. Tramezzo a loro, per deludere la vigilanza dell’ufficiale, gli anziani col kepy sulle ventiquattro e le scarpe a punta, sporgenti dalla larga campana dei pantaloni arrangiati, sgattaiolavano lesti lesti, facendo dei saluti straordinarii che tradivano la grande paura di essere rimandati indietro.

Una volta sulla strada respiravano tutti a pieni polmoni come liberati da un incubo e inchinavano di più il kepy allungando il passo, colla sinistra fieramente posata sulla impugnatura della sciabola. Al passaggio le comari sulle porte delle botteghe sorridevano; tutta quella gioventù era come un’ondata di vita che si riversava nelle strade del paese, nelle osterie, nei caffè, nelle piazze, spandendo dovunque un giocondo rumore di risa, un fremito allegro di giovinezza. Dalla piazza del mercato la fiumana si rompeva in cento rigagnoli; si divideva in cento piccoli gruppi; i coscritti però si fermavano sempre dinnanzi ai baracconi dei saltimbanchi e rimanevano lì per delle ore a bocca spalancata dinanzi ai cartelloni, coll’aria stupefatta e mansueta di bestie buone: di tratto in tratto qualcuno avventurava due soldi ed entrava dentro.

Io li vedevo uscire col berretto indietro e l’aria trionfante, e vedevo sul balcone a sinistra i due eleganti profili delle signorine Galli, le figlie del tenente colonnello che mi perseguitavano nei sogni, quantunque in realtà non sapessero nemmeno che esistessi. Appoggiato al fucile, colla sciabola-baionetta innestata che luccicava al bel sole morente, non avrei dato la mia garetta per tutto l’oro del mondo. Sentivo di essere qualche cosa, come se la fiducia di tutto l’Esercito riposasse sopra di me, come se la responsabilità di tutto il quartiere gravasse sulle mie spalle.

Quelle due ore passarono in un lampo; poi mi dettero il cambio e mi misero in rango per la ritirata. Dopo la disunione, mentre mi riscaldavo intorno alla stufa, Processi entrò nel corpo di guardia bestemmiando, mise il fucile sulla rastrelliera e si venne a cacciare in mezzo a noi, ancora pallido, borbottando:

— Io la guardia al morto non la monto più!...

— Toh! e perchè? — gli dissi io....

Ma Processi si rinchiuse in un mutismo feroce; era ancora livido e aveva lo sguardo spaventato.... e gli altri gli davano la baia con una preoccupazione segreta, cercando di indovinare ciò che aveva veduto.

A mezzanotte toccò a me; salimmo col caporale le scale quasi buie della Maggiorità coll’armi al braccio e infilammo il corridoio; la stanza di Giacometti era aperta e gettava sulla parete di fronte un rettangolo di luce di un rosso smorto: un altro lumicino ardeva sulla parete del Comando, allungando smisuratamente le ombre: regnava un silenzio di tomba. Il caporale mi piantò sull’attenti vicino a Pieroni che smontava e mi ripetè la consegna; poi se ne andarono tutti e due mentre un’eco sonora e lugubre accompagnava i loro passi.

Io rimasi solo.

Quello che provai non lo so descrivere. Sulle prime mi appoggiai al muro e non ebbi il coraggio di guardare nella camera: il rettangolo di luce rossiccia era interrotto da un’ombra confusa, il cui contorno non si capiva bene; ma ogni tanto nel tremolare della fiammella, delle ombre nuove si allungavano minacciosamente, si confondevano alla mia come se la volessero abbracciare.

Pure, malgrado il malessere, una curiosità intensa mi tentava; cominciai a voltare la testa timidamente, a fissare i cavalletti del letto, l’angolo illuminato della camera.

A poco a poco il coraggio mi tornava, la curiosità incalzava. Come un senso grande di pietà mi prendeva per quel bel giovane morto, per quel vinto dell’esistenza che giaceva lì vicino a me, mentre il giorno avanti era pieno di vita, pieno di vigore. E lo guardai.

Aveva ancora il petto scoperto, ed un buco rotondo vicino al cuore, che faceva spiccare la candidezza immacolata della pelle; ma i grandi occhi celesti erano chiusi per sempre e il capo biondo si sprofondava sul guanciale colla pesantezza inanimata del sonno eterno. Povero giovane!... Povero giovane!...

Avevo già mosso un passo nella stanza; la morte ha un terribile fascino; io mi sentivo invincibilmente attirato verso il letto; non mi pareva possibile che fosse morto; forse dormiva. Certi rapidi passaggi d’ombre davano di tanto in tanto al suo viso pallido un’espressione di vita che mi faceva impallidire; pure mi avanzai ancora, furtivamente, come un ladro, spinto dalla curiosità morbosa del fanciullo che vuol tutto vedere, che vuol tutto sapere.

Smoccolai la lucerna che faceva il fungo e subitamente una luce più chiara illuminò il pallore marmoreo di quel volto dalle linee pure. Pensavo alla sua povera mamma, alle sue povere sorelle; nella parete di destra, in una cornice di legno dorato, c’era una fotografia grande, un gruppo di famiglia dove campeggiava la sua figura. Povero giovane, povero giovane!...

Perchè si era dunque ucciso?... Io vedeva la disperazione grande di quella povera vecchietta, che somigliava tanto a mia madre, e un singhiozzo mi montava alla gola dolorosamente: mi pareva che tutti quei ritratti mi guardassero, mi parlassero sommessamente con delle lagrime negli occhi, con delle lagrime nella voce. Era come un coro di voci lontane terminante in una domanda triste:

— Perchè? perchè?...

Non un indizio, non una traccia. Giacometti era un bravo giovane, regolato nei suoi affari, stimato ed amato da tutti; nella cameretta modesta regnava un’aura di pace, un ordine di giovanotto beneducato, dalle abitudini tranquille. Il segreto era là, in quella testa marmorea, dal profilo di cammeo antico, in quelle labbra scolorite atteggiate ad un triste sorriso. Nell’anulare della mano sinistra gli luccicava un piccolo cerchietto d’oro; un ricordo di sua madre forse.... Allora si era ucciso per amore, uno di quelli amori giganti, impossibili, che spezzano un’esistenza. Qual’era la Dea?... Non un ritratto di donna appeso al muro, non una lettera nello scrittoio. Io mi perdeva in congetture e fissavo intensamonte il povero Giulio interrogandolo collo sguardo. Però ad un tratto vidi qualche cosa di oscuro che spiccava fra il bianco del capezzale e il bianco del lenzuolo; una sottile striscia nera filettata d’oro. Guardai meglio; era un ritratto di grande formato, uscente di sotto il guanciale.

L’enimma era lì.

Io non seppi vincere la curiosità; quel segreto non mi apparteneva; il povero morto avrebbe voluto portarlo seco, seppellirlo nella tomba: ma anche il pensiero mi venne che all’indomani quella fotografia sarebbe caduta in mano di tutti, e pensai di far bene a sottrarla agli sguardi curiosi degli indifferenti. La presi e la guardai...; il sangue mi diede un tuffo, il cuore ebbe un balzo violento e il ritratto fu lì per cadermi di mano. Era lei, la bellissima Maria Galli; la figlia del tenente colonnello colla sua testina greca, col suo sorriso divino....

Dei passi si avvicinarono alle scale; mi misi in tasca il ritratto e baciai il morto sulla fronte pallida.

— Va povero Giulio; hai amato come un poeta, e nessuno ti seppe comprendere!... Mi parve che dalle sue labbra uscisse un soffio, che il morto mi mormorasse all’orecchio con un fil di voce:

— Grazie fratello!