Avete mai pensato, o signori, allo straordinario sviluppo che avrebbe la letteratura militare amena, se tutti gli attendenti fossero al caso di scrivere abbastanza correntemente le memorie dei loro due anni e mezzo di servizio?... Avete mai pensato, lettori amatissimi, che ricchezza di materiale novellistico e romantico salterebbe fuori a risanguare il romanzo e la novella italiana morenti d’anemia tra i robbivecchi del passato e i robbivecchi del presente?
Dio de’ Dei! io fremo al pensare a tutte le scenette umoristiche, serie, semiserie, drammatiche, melodrammatiche e anche tragiche che salterebbero fuori da tutte quelle memorie autobiografiche. Le segrete debolezze del sesso forte (tanto più forte poi perchè è armato), le ignorate energie del sesso debole, tutto ciò che non si osa dire nè scrivere in pubblico, anche nei romanzi più veristi, apparirebbe alla luce del sole, svelato da questi fedeli e discreti rappresentanti della servitù militare. Altro che le Militaresse della signora Giannini!... Altro che le Miserie de Monsù Travet!... Altro che i Nostri intimi!...
Da tutto questo materiale organico di documenti umani, un attendente di genio, uno Zola in cappotto e kepy, tirerebbe fuori, ne son certo, un altro ciclo di romanzi scientifico-sociali, appetto ai quali quelli dello Zola autentico potrebbero andarsi a nascondere.
A proposito; una cosa che mi stupisce: Zola che ha ormai toccato tutti i soggetti che possono dar materia di romanzi, Zola che ha studiato tutti gli ambienti, vivendoci dentro, constatando de visu, raccogliendo sul luogo i documenti umani, non ha ancora pensato di riprodurre l’ambiente della caserma. Quando ci si volesse decidere e desiderasse di provare, gli offro io un posto di attendente a rischio di essere tramandato ai posteri nella poco piacevole compagnia di Lantier, di Coupeau o di Jésus Christ.
Ma riprendo il filo dell’argomentazione.
Gli attendenti, ecco i novellieri, i romanzieri, gli artisti dell’avvenire!... Ecco perchè io grido ai legislatori con tutta la forza dei miei polmoni: Istruite gli attendenti, o signori! Insegnate loro a leggere e a scrivere, avvegnachè essi sono i veri depositari dei migliori documenti umani, essi che hanno viste tante cose e che hanno saputo non vederne tante altre, essi che colla loro inconscia e rozza filosofia hanno immagazzinato tesori di osservazione sapiente; essi che hanno saputo accoppiare al nobile mestiere delle armi, quelli non meno nobili di lavapiatti, lustrascarpe, galoppino, bambinaio, ccc., essi che tornano nelle loro campagne la mente piena di utili cognizioni e che potranno insegnare ai loro compaesani ignoranti a che cosa serve la senapa nelle bistecche, le nova sbattute nel caffè prese al mattino, e il modo infallibile di liberarsi dei creditori!... Essi che....
Ma a questo punto mi coglie la saggia riflessione, che se gli attendenti fossero istruiti sarebbero subito presi dalla malsana ambizione di essere caporali e sciuperebbero inutilmente il tempo sui tavoli della Maggiorità o su quelli di una fureria qualsivoglia.
Dunque, aspettando che uno di essi scriva la Fisiologia dell’Ufficiale, io mi provo a scrivere la Fisiologia dell’Attendente. Degnatemi, o signori, d’una benigna attenzione.
***
Che l’attendente sia un personaggio ormai consegnato alla storia, non c’è nemmeno da metterlo in dubbio. Anche l’arte si è impadronita di lui e lo ha fissato nelle sue pagine immortali. L’Ordinanza di De-Amicis, che gira per le mani di cinquecento e più mila lettori, e l’Ordinanza di Testoni che gira trionfalmente su tutti i palcoscenici d’Italia, informino. Non parlo delle farse, prima fra tutte La Consegna è di russare, in cui l’attendente è un personaggio di primaria importanza. Epperò, potrebbe reputarsi inconsulta vanità, quella di parlare dell’attendente, ordinanza, trabante o confidente che dir si voglia, dopo quanto ne ha scritto l’illustre De-Amicis che è il fondatore della letteratura militare amena in Italia. Se non che io mi propongo di fare in via più generale, quello che egli ha fatto per un attendente solo, io mi propongo uno studio sistematico e non già un bozzetto sentimentale! Chiedo dunque venia ai cortesi uditori ed incomincio.
Attendente viene da attendere; ordinanza viene da ordine; confidente viene da confidenza; trabante viene.... francamente io non so da che cosa venga; certo viene da.... soldato semplice.
Di questi quattro appellativi il primo è, a parere mio, il più giusto; se non esistesse bisognerebbe crearlo apposta. Difatti la più grande delle sue attribuzioni è quella di attendere, di aspettare: io non ho mai conosciuto al mondo un uomo che aspetti di più dell’attendente: egli aspetta sempre; aspetta che il padrone si svegli, che la padrona si alzi, che i bambini mangino il caffè e latte prima di accompagnarli a scuola; aspetta il padrone un po’ dappertutto; al caffè per dargli la chiave di casa, in quartiere per dargli il berretto o per tenergli il cavallo; per la strada o sulla porta del teatro per dargli l’impermeabile se piove; egli è una specie di Padre Eterno, che deve trovarsi in cielo, in terra ed in ogni luogo.... Gli altri appellativi non mi sembrano del pari appropriati. Lasciando andare il trabante che è voce dialettale, originata da chi sa quale orribile barbarismo, le altre due ordinanza e confidente, offrono il fianco, anzi tutti e due i fianchi alla critica. Difatti ordinanza vuol dire uomo d’ordine; ora, domando io, come si fa a chiamare uomo d’ordine uno sciagurato che vi mette il formaggio grattato vicino al lucido delle scarpe, e le ciabatte sulle camicie stirate?
Dunque ordinanza no; confidente nemmeno; la parola ha un significato troppo assoluto; che egli conosca a perfezione gli affari, i gusti, le abitudini del proprio padrone, sta bene, ma che ne sia proprio il confidente.... eh via! mi pare un po’ troppo.... Come si fa per esempio a dirgli:
— Di’ Bastiano! ho un lontano sospetto che mia moglie.... col tenente tale.... mi faccia.... hai capito? Cosa ne dici?
Oppure:
— Testadura, mi è venuta un’idea....
— Quale signor capitano?
— Se mi giuocassi al nove i fondi di Compagnia?
Vi pare?
Dunque non ci sono più dubbi; la parola vera è attendente; e chiarito questo primo punto andiamo avanti.
Gli attendenti si dividono nello stesso numero di categorie degli ufficiali. Ci sono perciò gli attendenti-subalterni, gli attendenti-capitani, gli attendenti-superiori e gli attendenti-generali.
Questi ultimi essendo personaggi di così alta importanza, che sfuggono alla mia giurisdizione, limiterò il mio studio fino agli attendenti-superiori che sono appunto gli attendenti reggimentali.
Per chi non lo sapesse il reclutamento degli attendenti si fa in questa maniera:
Appena arrivati i coscritti al Reggimento, la Maggiorità fa lo spoglio delle professioni; la maggioranza è costituita dai contadini, che dopo tutto, sono sempre i migliori soldati; nella minoranza si trovano invece calzolai, sarti, fabbri-ferrai, falegnami, barbieri, panettieri, cuochi, sguatteri, musicanti, ecc. ecc.
Il colonnello, che è ammogliato ed ha appunto bisogno d’un cuoco, si rivolge all’aiutante maggiore in 1ª.
— Dica, capitano, non ci sarebbe, per caso, un cuoco per me?
— Sissignore; quest’anno ne abbiamo avuti cinque.
— Sta bene; mi tenga d’occhio il migliore che lo prenderò appena abbia ultimato l’istruzione delle reclute.
Vengono chiamati i cinque cuochi all’ufficio Maggiorità al redde rationem.
— Voi dove facevate il cuoco?
— A Roma, al Caffè del Parlamento.
— Ah! ma.... eravate proprio cuoco o sguattero?
— Cuoco, signor capitano — risponde l’altro con un tono di dignità offesa....
— Benone; fate allora un passo a destra. Voi?
— Cuoco, signor capitano.
— Dove? in che paese? in che albergo?
— A Frosinone, all’osteria dei Tre Re.
— Ho capito; un passo a destra. E voi?
— Io, signure capitane facive lu coche a Potenze.
— Basta, non ne parliamo più; un passo a destra. E voi?
— Er coco! — risponde con una faccia granitica l’interrogato.
— Che cosa sapete fare?
— So’ fa’ n po’ de’ tutto; le frittelle e li bignè pe’ S. Giuseppe, li polli a la cacciatora, li carciofoli alla giudia.
— Bravo, per Dio! un passo a destra.
Rimane l’ultimo; un povero diavolo stremenzito, affogato nel cappotto, sepolto nel berretto, con una vocina da donna.
— Di che paese siete?
— Mi sun de Milaan....
— Sapete fare il risotto?
Di sotto l’enorme visiera del berretto si indovina un sorriso.
— Alter chè!...
— E le costolette?
— Alter chè!...
— Dove servivate?
— Mi s’eri al Cova....
— Bene, voi e quello lì (indicando il primo di destra) verrete quest’oggi a casa mia a fare un esperimento delle vostre abilità culinarie; voi mi farete il risotto; (l’uomo della visiera sorride) e voi?
Il cuoco del Caffè del Parlamento si avanza con un’aria di maggiordomo e dice pacatamente:
— Bisognerà vedere che cosa ci sarà di disponibile in cucina.
L’aiutante maggiore rimane soggiogato da tanto buon senso.
— Sicuro, non ci avevo pensato. Allora vi dò carta bianca; andate in mercato, comperate, cucinate e poi mi darete la nota. Avete capito?
— Sissignore.
I cinque cuochi sono congedati.
Alla sera verso le sette, l’aiutante maggiore torna a casa, seccatissimo di avere dovuto lavorare tutto il giorno come un’anima dannata per il progetto di mobilitazione, dimentico dei cuochi, del risotto, del Caffè del Parlamento, preoccupato del suo cavallo Martino, che ha preso il ticchio. Appena entrato trova la cucina piena di gente, di soldati in grembiale; un calore ardente lo assale alla faccia, un potente profumo di tartufi gli monta alle nari.
— Cosa diavolo c’è?
D’improvviso gli tornano in mente gli ordini dati così alla leggiera al cuoco del Caffè del Parlamento.
— Sono rovinato! — esclama, mettendosi le mani nei capelli. Tuttavia va avanti, entra in camera sua, butta il berretto e la mantellina sul letto. Un gran chiarore esce dalla stanza aperta del salottino.
— Diamine! che ci sia gente? Martino! Martino!
Si presenta il cuoco del Caffè del Parlamento, colla giubba abbagliante di bianchezza, il grembiale più bianco della giubba, il berretto di tela più bianco del grembiale.
— Il signore è servito!...
E accenna colla mano la porta del salotto....
Il capitano si passa una mano sugli occhi credendo di sognare; entra nel salotto sfarzosamente illuminato da quattro doppieri e vede una tavola sontuosamente preparata come per la cena d’un principe del sangue; un mazzo di fiori è nel mezzo; dai lati trionfi di frutta, pere enormi, uva, pesche di una grossezza inverosimile, ananassi, datteri, fragole....
— Oh! povero me! — esclama il povero capitano, che tra le altre qualità ha anche quella invidiabile dell’economia....
E si lascia cadere di peso sulla poltrona. Il cuoco è sparito.
Dinanzi a lui, appoggiato a una bottiglia pompeggia a caratteri d’oro il menù; l’infelice capitano vi getta sopra lo sguardo e non può trattenere un grido di spavento:
— Sono assassinato! — urla.
E legge: Potage à la Reine — Risotto alla Milanese — Filet de Boef à la Financière — Artichauts Suisses à la Bernoise — Saumon à la majonnaise — Perdrix aux Truffes — Pâtè d’oie de Strasbourg — Salade-Russe Punch à la Romaine. — Dessert.
VINI. Moscato di Canelli — Pomino vecchio — Chateau-Laffitte del 1830 — Vieux-Perigordin — Champagne Veuve Cliquot 1845 — Cafè — Cognac — Chartreuse.
Il malcapitato è di un balzo in cucina col menù alla mano:
— Chi è quell’assassino — grida. — Chi è quell’assassino che ha confezionato un menù di questa sorte? Martino, dov’è Martino? (Martino era il suo attendente). Come mai, pezzo d’asino, lasci che questo somaro venga in casa mia a far dei pranzi di questo genere?
— Ma.... signor capitano.... mi hanno detto che è ordine suo....
— Ma signor capitano, lei aveva ordinato....
— Scior capitani, l’aveva minga ordinàa?... — rispondono tutti in una volta i tre armigeri meravigliati....
— Ordinato, ordinato un accidente! bestie antidiluviane che non siete altro!... Ma poi capisce che in fin dei conti il torto è tutto suo e torna nel salottino dinanzi alla tavola scintillante....
Dopo pranzo il capitano chiama i cuochi, al gran rapporto.
— Chi ha fatto tutta questa roba?
— Io — risponde facendo un passo avanti il Caffè del Parlamento.
— L’era bon el risott? — dice una vocina in falsetto uscente da un cappotto.
— Quanto avete speso?
L’uomo del menù presenta freddamente la nota: Settantasette lire e cinquanta centesimi.
— Sta bene: voi sarete attendente del colonnello; ma mi raccomando veh! bisogna dargli da mangiare meglio a lui!...
— Non dubiti signor capitano.
E i due cuochi sono licenziati.
Il capitano pensa che l’esperimento gli costa un po’ caro, ma si frega malignamente le mani....
***
Il capitano passa in rivista le sue reclute guardandole bene in faccia; al primo viso su cui baleni un barlume d’intelligenza si ferma.
— Come vi chiamate?
— Mangì.
— Come?
— Mangì....
Il tenente suggerisce: Mancini.
— Mancino o Mancini?
— Mangì.... — risponde imperturbabilmente il soldato, incrollabile nella sua pronunzia meridionale.
— Ho capito. Sapete leggere e scrivere?
— Nossignore.
Il capitano si allontana disilluso. E dire che quella gli pareva una faccia intelligente!
La rivista continua; finalmente ha trovato una faccia che gli va a genio.
— Come vi chiamate?
— Chiodini.
— Che cosa facevate a casa?
— Combattevo colli bovi....
— Eh?
Il tenente gli va in soccorso spiegando che in dialetto vuol dire: guardian di buoi.
— Ah! e sapreste combattere con i cavalli?
— Sissignore.
— Sapete leggere e scrivere?
— So fà la firma....
— Basta, ne sai anche troppo, valoroso guerriero. Sarai mio attendente.
Un lampo di gioia balena negli occhi del toreador.
***
Finalmente è la volta di scegliere dei signori subalterni. Essi si rivolgono al furiere:
— Dica, furiere; se ci fosse per caso un soldato pulito che potesse fare da attendente....
— Ci sarebbe Porcu.
— Niente, il nome è di cattivo augurio....
— Allora, Pizzagrillo.
— Di che Distretto?
— Orvieto.
— Me lo faccia chiamare.
Compare Pizzagrillo, un ragazzotto svelto, tarchiato, con due occhi intelligenti....
— Ti chiami Pizzagrillo?
— Sissignore.
— Vuoi fare l’attendente?
— Magari!... — risponde Pizzagrillo con un sorriso di beatitudine....
— Cosa sai fare?
— Niente!
— Bravo! Sei quello che ci vuole. Vieni a casa mia stassera.
***
Gli attendenti cappelloni fanno il noviziato sotto l’alta direzione di quelli anziani, ed ascoltano i loro insegnamenti a bocca aperta.
Un giorno Sassara si rimorchia Paglialunga per le vie di Torino, affine di dargli le istruzioni necessarie.
In via Po numero tale, si ferma:
— Vedi? qui al terzo piano ci sta l’amorosa del tenente, ti ci manderà spesso a portare dei biglietti, dei mazzi di fiori.... Ricordati l’indirizzo.
— Non dubbità.
In via S. Massimo, Sassara si ferma un’altra volta.
— Vedi, lì, al primo piano, ci sta un’altra amorosa del Tenente. È bionda, ricordati!
— Va bene.
In piazza S. Carlo Sassara si ferma per la terza volta.
— Guarda bene. Vedi quella finestrina al quarto piano? Bè, c’è un altra amorosa del tenente.... È bruna.
— Cristo! Ma quante ce n’ha il tenente?
— Io non conosco che queste tre, ma è certo che devono essere di più....
— Salute.... e figli maschi!...
E proseguono la strada.
***
L’apprentissage dura un paio di mesi: quando l’attendente anziano va in congedo, il cappellone è già istruito.
Il giorno del congedamento accade una scena commovente.
L’attendente anziano ha già fatto la sua valigia e inalberato trionfalmente il berretto fuori d’ordinanza. Egli vi gira intorno tutto il santo giorno e vorrebbe dirvi tante cose che non sa di dove cominciare. Voi però lo capite benissimo, ma viceversa siete un po’ commosso e preferite tacere. Mentre siete al tavolino, occupatissimo a scrivere, ma pensando che vi dispiace immensamente di separarvi da quel buon diavolo che vi vuol bene ed al quale volete bene, egli si presenta, salutando.
— Dunque, signor tenente io vado....
E gli trema la voce.
Voi vi alzate in piedi commosso, gli stringete la mano rozza che vi ha fatto il letto, lustrato le scarpe, levato gli stivali per due anni e mezzo.
— Dunque addio; e ricordati del tuo tenente che ti voleva bene, benchè si arrabbiasse qualche volta, e della tua compagnia, dove ti sei fatto amare da tutti....
— Scusa, signor tenente, se ti ho fatto qualche mancanza.... — interrompe il povero diavolo colle lacrime agli occhi trattenute a stento....
— Niente; ma che mancanze! sei stato sempre un buon soldato: ora va, stai allegro e scrivimi....
— Sissignore!
— Ciao.
— Arrivederlo!
L’attendente va adagio; voi vi sentite un groppo alla gola. Appena uscito dalla porta lo richiamate.
— Sassara!
— Comandi!
— Hai dato tutte le istruzioni necessarie a Paglialunga?
— Sissignore, gli ho fatto vedere tutto....
— Bene! allora addio.
E gli date un bel bacione, anzi due bei bacioni sonori sulle guancie, due baci che vi sollevano il cuore da quel peso d’amarezza che ve lo schiacciava....
Il cappellone vi guarda fare, commosso, a bocca aperta.
***
Appena partito l’anziano, il cappellone tira un respiro lunghissimo di soddisfazione pensando che adesso egli si trova in casa sua; ripassa subito l’inventario della roba nostra (così almeno la chiama lui) e alla più piccola mancanza fa il suo bravo rapporto con aria trionfale.
— Tenente, mancano cinque colletti.
— Non importa, li ho regalati io a Sassara....
— Mancano pure due paia di polsini....
— Va bene, ho regalati anche quelli....
Andate in quartiere alla istruzione interna, poi al caffè a fare una partita a carambola.... alle quattro e mezzo ritornate a casa. Dio che spettacolo! Tutta la stanza è in aria; vicino alla stufa da una cordicella tesa, pendono duri, stecchiti, scheletriti, otto paia di guanti glacès, che il miserabile ha lavato coll’acqua e sapone; tutti i mobili sono coperti dai vostri indumenti, la mantellina, il cappotto, l’impermeabile distesi ad asciugare, tutte le casse sono vuote e la roba un po’ dappertutto sulle sedie, sul letto, per terra, vittima della verifica spietata della consegna; la batteria di cucina allineata in bell’ordine lungo il muro....
Il manigoldo ritorna coll’aria trionfante di chi è preparato a ricevere un elogio. Egli ha lavorato tutto il giorno, l’infelice!
Allora comincia l’istruzione.
— Ma no, caro mio, i guanti glacés si lavano colla benzina....
***
Il giorno susseguente alla partenza dell’anziano, è un giorno nefasto per voi. Quel giorno, non c’è santi che tengano, voi andate agli arresti.
Gli avete detto di svegliarvi alle cinque del mattino. Alle quattro e tre quarti l’armigero fedele entra in punta dei piedi, piglia gli stivali e incomincia a lustrare. Alle cinque vi sveglia.
— Sor tenente....
— Hum!... — fate voi pieno di sonno.
— Sono le cinque.
— Va bene! — e naturalmente vi riaddormentate.
Dopo un certo tempo vi destate spaventato, di soprassalto.
— Paglialunga?
— Comandi!
— Che ora è?
— Sono le otto.
— Le otto!... E cosa fai tu lì?
— Aspettavo che lei si alzasse...
***
Il giorno dopo:
— Sor tenente sono le cinque.
— Va bene apri la finestra.
Il giannizzero eseguisce.
— Ma se è buio!
— È buio, ma sono le cinque....
Memore della lezione del giorno prima, vi buttate giù dal letto, vi vestite in fretta, correte in quartiere, la porta è chiusa.
— Che diamine? Che sia accaduta qualche disgrazia?
Bussate, entrate, guardate l’orologio.
— Maledetto cretino! Manca un quarto alle quattro!...
E andate a schiacciare un altro sonnellino nella stanza dell’ufficiale di Picchetto.
***
Dopo queste ed altre inevitabili traversie l’attendente si fa, comincia a capirvi, a indovinare i vostri gusti, le vostre idee, a conoscere le vostre abitudini, qualche volta si permette di darvi amorevolmente qualche consiglio.
Una volta, alla Scuola di Parma, vedendo che io mi occupavo troppo di chitarre e delle vicine di casa, l’attendente mi disse serio serio.
— Tenente suona, suona.... ma poi ti boccieranno all’esame....
Io gli diedi del somaro, ma all’esame i professori lo diedero a me del somaro. E mi bocciarono di santa ragione.
Dico una cosa che può parere strana, ma che non è meno vera. L’attendente dopo un po’ di tempo finisce per rassomigliare al padrone; egli ne acquista le mosse, i gesti, l’andatura, la voce i vizii e le virtù.
— Talis padronis.... — direbbe un amico mio che sa il latino — talis attendentibus.... Se il padrone è ambizioso, l’attendente porta i polsini e i pantaloni arrangiati, se il padrone è amico di Bacco egli ne diventa addirittura il fratello e si ubbriaca regolarmente tutte le domeniche e le altre feste comandate; se il padrone ama le belle signore, l’attendente, per l’onore del grado, ama le rispettive cameriere.
Tra l’infinita varietà di attendenti ci sono anche quelli che vi fanno la réclame nel vicinato ed in tutti i negozi della città; la réclame però è quasi sempre favorevole. Si stupisce di essere così conosciuti quando lo si desidera così poco.... Un mio antico soldato, un siciliano, si serviva della réclame per farsi dar da bere. Una volta lo mandai da una signora con un mazzo di fiori per il suo onomastico. Riferisco il dialogo testualmente.
— Mi manda il tenente con questo mazzo e tanti augurii.
— Grazie tante.
— Cosa gli devo dire?
— Ditegli che è stato tanto buono a ricordarsi di me....
— Oh! per buono è buono davvero!
— Sì? vi tratta bene?...
L’assassino comincia a sfoderare la litania delle lodi. La signora lo ascolta contenta e gli fa portare da bere, un bicchiere, due bicchieri, tre bicchieri. Quel birbante non la finiva mai; a momenti le vuotava la cantina....
***
Bastano due mesi di soggiorno al Reggimento per conoscere tutti gli attendenti; quelli del colonnello si conoscono dalla faccia, quelli dei maggiori dai pantaloni a campana e dal berretto coi pizzi in dentro, quelli dei capitani dai capelli lunghi, quelli dei subalterni dal cinturino nero, perchè non hanno mai il tempo di dargli il bianco. Gli attendenti degli ufficiali superiori e anche quelli dei capitani sono vere autorità, non solo per i loro compagni, ma anche per tutti gli ufficiali.
Possono fare quello che vogliono, nessuno osa toccarli, circa alla tenuta hanno sempre la scusa della scuderia. Quelli dei subalterni.... è un altro paio di maniche....
Comunque sia però, bello o brutto, cretino o intelligente, tutti gli ufficiali amano il loro soldato e ne sono gelosi; guai a chi li tocca! E hanno ragione; l’attendente, meno casi straordinarii, dovrebbe essere dichiarato inviolabile, inquantochè esso rappresenta ancora la razza antica e nobile dei servitori fedeli, devoti sino alla morte, che all’infuori dell’esercito, non esistono più che nei vecchi romanzi e nelle vecchie commedie. L’attendente è l’altra metà dell’ufficiale, la metà più umile, più modesta, quella che non si vede, è la sua Provvidenza, la sua suora di carità, il suo souffre-douleurs, il suo angelo custode. E ci sono dei sottotenentini appena promossi che nel primo divampare del loro fuoco sacro li mettono in prigione.... (quelli degli altri però!) Infelici!...
Io chiuderò questa lunga conferenza facendo a me ed a loro questo augurio sincero:
— Possa ognuno di noi trovare nella vita una moglie che possegga le qualità morali del proprio attendente!...