Ma la burla più bella, la burla piramidale — saltò su a dire caporal Cipolla richiamato del ’69, alzandosi sulla panca per conciliarsi l’attenzione di tutti e forbendosi la bocca colla manica del cappotto, — la burla più indovinata l’abbiamo inventata noi al campo di *** in Lombardia. Tutte le vostre gherminelle riunite insieme non valgono la nostra caccia alla volpe improvvisata in una bella notte di luna....
— La caccia alla volpe? — domandarono in coro gli altri richiamati, solleticati dalla curiosità, disponendosi ad ascoltare, i gomiti sul tavolo e il volto nelle mani.
— Sicuro, una caccia alla volpe magnificamente preparata, stupendamente condotta, meravigliosamente riuscita; tanto è vero che la volpe non si trovò e la carne.... nemmeno. Abbiate pazienza, vi racconterò tutto per filo e per segno e poi giudicherete....
Si empì fino all’orlo un bicchiere di San Giovese, un vinettino razzente che a detta di Meucci (un altro dei richiamati) scioglieva lo scilinguagnolo e rinfrescava la memoria; lo bevve tutto d’un fiato, il capo arrovesciato all’indietro e gli occhi socchiusi dal piacere, e cominciò:
— Quel giorno dunque ci avevano fatto accampare sul Ticino, nel luogo stesso ove finì la manovra: in quel punto il fiume corre incassato tra due ripe a picco, ma la magra delle acque lasciava scoperti, specialmente sulla riva sinistra, alcuni grandi tratti di letto sabbioso e sassoso sul più esteso dei quali l’aiutante maggiore aveva pensato bene di stabilire le cucine da campo. Detto fatto: e mentre una parte degli zappatori scavava le buche circolari, il rimanente, sotto gli ordini del sergente Tirinnanzi, costruiva una rampa d’accesso per le comunicazioni colla piattaforma superiore su cui il Reggimento era attendato. Insisto su questi particolari descrittivi per non essere obbligato a tornarci su, durante la narrazione.
— Tira via, tira via.... — dissero i più impazienti....
— Un momento! Bisogna sapere che il sergente fisso per le cucine era il non mai abbastanza famigerato Ciceri che pareva nato apposta per quella missione: or bene, il bravo Ciceri era appunto nativo del paesello nei cui dintorni avevamo messo il campo. Epperò, appena distribuito il rancio di pasta delle quattro pomeridiane, chiamò al gran rapporto i dodici caporali di cucina, diede gli ordini per il rancio di carne che si doveva distribuire alla sveglia e concluse:
— Questa notte io me la batto e vo a passar qualche ora coi miei vecchi: vediamo di far le cose con giudizio ed in maniera che nessuno abbia ad accorgersi della mia assenza: e se sarò contento di voi vi farò assaggiare al mio ritorno qualche fiasco di quello vecchio: siamo intesi?
Caporal Lupini, come più anziano, rispose a nome di tutti:
— Vada tranquillo signor sergente e lasci fare a noi.
Ciceri prese la rampa e scomparve. Allora caporal Lupini ci trattenne col gesto.
— Amici, ho un’idea — disse.
— Fuori l’idea!
— Non so se siate del mio parere; ma da quando è incominciato questo maledetto campo mobile, non siamo riusciti a mangiare un rancio di carne da cristiani.
— È vero, è vero! — risposero in coro gli altri undici caporali di cucina.
— Coll’aggravante — seguitò Lupini — che se si mangia male, in compenso si lavora il doppio e si sta in piedi dalla sveglia alla.... sveglia del giorno dopo. Dico bene?
— Benone, per Dio!
— Ma tutte le cose debbono avere un limite, e questa sera mi sembra giunto il momento di fare una clamorosa vendetta dei semi digiuni dei giorni scorsi. State bene attenti; il sergente Ciceri non c’è. Come dice il proverbio? «Quando manca la gatta i sorci ballano» non è vero? Dunque eccovi qua la mia pensata. Siamo trentasei tra caporali e soldati di cucina; con cinque soldi a testa si compra un magnifico caratello di vino da 50 litri; verso le undici colla scusa di accendere i fuochi per il caffè e per il rancio, si confeziona in una marmitta a parte un eccellente ragù, una ventina di chili di carne scelta, e si fa una cena squisita.
— Va bene, ma poi? — domandammo tutti curiosamente.
— Poi...: dovete sapere che alla manovra di questa mattina il 3º battaglione ha stanato due volpi che erano una magnificenza. Le volpi sono ladre per istinto; non ci sarebbe dunque nulla di strano che, attirate dall’odore, una mezza dozzina di esse si fossero precipitate a saccheggiare la tenda-ripostiglio che è laggiù, mentre tutti noi eravamo occupati ad accendere i fuochi. Vi torna?...
— Eh! l’idea non è cattiva!...
— È tutta questione di preparar bene il colpo. Alle undici dal colonnello all’ultimo soldato, dormiranno tutti profondamente. Quello è il momento di cenare; a mezzanotte comincieremo la caccia per il campo, sveglieremo l’ufficiale di guardia, la guardia alle armi, tutto il mondo se occorre. Spargeremo qua e là qualche brandello di carne cruda, faremo un bravo buco nella tenda ripostiglio, urleremo come dannati finchè non sarà entrata in tutti la convinzione che effettivamente le volpi hanno rubato la carne....
— Ma.... e i soldati? — domandò Meucci vinto da un ultimo scrupolo — rimarranno senza rancio domattina?
— Come sei ingenuo!... Siccome non c’è tempo nè modo di provvedere altra carne fresca, il colonnello darà l’ordine di consumare per domani una delle due scatole di carne in conserva che i soldati portano nello zaino....
— È vero!...
— È giusto!...
— Il che — continuò Lupini trionfante, farà loro più piacere che il brodo caldo alle tre e mezzo del mattino, no? D’altronde lasciate fare a me e accontentatevi di assecondarmi; a cena, con un bravo barile dinanzi combineremo il nostro piano con tutti i suoi particolari. Frattanto cominciate a tirar fuori i cinque soldi per il vino: io metto subito i miei, ecco qua.
Prese cinque soldi, li mise nel berretto e cominciò a fare il giro; i soldi vi piovvero dentro con un allegro rumore. Meucci, che si era offerto di trovare il vino, li mise in un fazzoletto e scomparve.
— Per ora — conchiuse Lupini — potete rompere le righe, ma acqua in bocca veh! e alle dieci di questa sera riunione intorno ai fornelli. Lo giurate voi?
I trentaquattro rancieri stesero la mano destra e misero la sinistra sul camiciotto all’altezza del cuore esclamando a bassa voce come un branco di congiurati:
— Lo giuriamooo!...
E ognuno si recò al Ticino a lavare le marmitte da campo della propria compagnia.
***
Alle dieci precise nessuno mancava all’appello.
Caporal Lupini fece la chiamata e impartì tutti gli ordini opportuni: la carne debitamente lardellata e preparata nel padellotto più grande, non aspettava che di essere messa al fuoco. Fu acceso un focherello discreto nell’ultimo fornello di sinistra e si stabilì un oculato servizio di vigilanza, una specie di fermata protetta, per garantirsi da ogni sorpresa per parte dell’ufficiale di guardia. Meucci comparve curvo sotto il peso del suo barile che fu rizzato su due cavalletti improvvisati e il solo Lupini rimase intorno al padellotto in cui il lardo cominciava a canticchiare dolcemente.
Le cinque vedette ogni quarto d’ora si davano regolarmente la muta e venivano a portare le novità a caporal Lupini:
— Niente di nuovo. Gli ufficiali sono sotto le tende, il cantiniere ha spento i lumi.
— Va bene.
— Come va il ragù?
— Benone, è quasi cotto: preparate i coperchi delle gavette.
Alle undici in punto sul campo regnava una calma sovrana sotto l’alta luna vigilante e il ragù era cotto. Caporal Lupini fece le razioni, certe razioni di mezzo chilo l’una e distribuì il sugo nei coperchi delle gavette che si tendevano a lui. Meucci si mise accanto al barile per regolare la distribuzione del vino nelle tazze di latta.
— Che ragù, eh, ragazzi?...
— Stupendo!
— Eccellente!
— Un ragù fuori d’ordinanza!
— Finalmente si mangia da cristiani!
— Ce lo siamo meritati però!
— Basta che non ci vada per traverso! — arrischiò Guttaperca che aveva ancora qualche rimorso.
Ma Nonmipeschi che era stato l’ultimo a smontar di vedetta, disse coll’accento della maggior sicurezza:
— L’ufficiale di guardia dorme: ho visto che smorzava la candela.
Tutti mangiarono, dopo questa notizia, più liberamente: e a misura che il pezzo di carne diminuiva nelle loro mani, il vino gorgogliava dal barile nelle tazze di latta e scendeva a innaffiar le ugole e a ricreare gli spiriti.
— Questo è il vinetto del curato! — diceva Meucci.
E raccontava di averlo avuto proprio dalla cantina del curato a così basso prezzo perchè aveva saputo intenerire il cuore della Perpetua.
— Era giovane almeno?
— Non lo so; l’ho vista al buio; del resto che importa? il vino è buono e costa poco....
— Già.... Perpetua vecchia.... fa buon brodo.
E tutti a ridere di cuore chè il vino era buono davvero e ristorava lo stomaco.
Caporal Lupini per frenare quell’allegria che minacciava di diventar compromettente, diede le sue istruzioni:
— Anzitutto ognuno laverà il suo coperchio di gavetta e la tazza di latta; Meucci nasconderà il barile vuoto e Guttaperca farà scomparire tutte le tracce del nostro pasto frugale. Poi accenderemo i fuochi e subito dopo, ad un mio cenno, armati di tizzi accesi, di forchettoni di tutto ciò che capiterà alle mani, ci precipiteremo su per la rampa gridando come anime dannate:
— Dài! pigliala! ammazzala!
— Lascia fare a noi!...
— La tenda-ripostiglio sarà chiusa, ma sforacchiata da una parte; qualche pezzo di carne cruda sarà gettata sui solchi al principio della rampa. Io mi incaricherò di svegliare l’ufficiale di guardia.
— E il povero Ciceri? — chiese ancora Guttaperca che non era del tutto tranquillo.
— Diremo che ha preso il fucile e che è corso dietro alle volpi. Tutti sanno che è un cacciatore terribile.
— Verissimo! Ben trovata per Dio!
Il barile non conteneva più un gocciolo di vino e ai colpi delle nocche suonava fesso. Mentre i cucinieri cominciavano ad accender la legna nei loro fornelli, Meucci se lo mise in ispalla e si perdette per l’alveo del fiume in cerca di un nascondiglio sicuro.
Come i fuochi furono accesi bene, caporal Lupini diede il segnale, impugnando un grosso tizzo ardente.
— A noi!
Me ne ricordo come se fosse ora e non mi posso tener dal ridere a ripensarci. Quella corsa notturna di indemoniati traverso al campo con quelle fiaccole improvvisate, quegli urli, quelle grida, quello sfrenato galoppo di mattacchioni in camiciotto da ranciere, non li dimentico più campassi mill’anni.
Io brandivo un forchettone e urlavo peggio degli altri, come un dannato:
— Dagli! dagli! ammazzala!
Figuratevi! tutto il campo si destò di soprassalto a quel casa del diavolo; la guardia corse alle armi, i soldati misero la testa fuori dello tende, spaventati, credendo ad un attacco notturno di selvaggi.
— Che c’è? che c’è?
— Le volpi! le volpi! Pigliale! Dài! Hanno rubato la carne!...
Balzarono fuori tutti soldati e ufficiali colle sciabole e le baionette sguainate, portando via alle compagnie le lanterne da campo, correndo all’impazzata, ridendo, bestemmiando.
Io e Meucci che ci trovavamo in testa, guidavamo la caccia fantastica mezzo soffocati dal ridere, e frattanto caporal Lupini, con una faccia tosta incredibile, faceva il suo bravo rapporto all’ufficiale di guardia e al colonnello che era sopraggiunto a quel putiferio:
— Stavamo accendendo i fuochi per far bollire le marmitte quando sentimmo un po’ di rumore dalla parte della tenda-ripostiglio. Corro a vedere con due soldati e in quel mentre un branco di volpi, saranno state certamente una dozzina, sbucano fuori colla carne in bocca e via per la rampa!...
— Ma il sergente di cucina? — domandò il colonnello un po’ imbronciato per il suo sonno così bruscamente interrotto.
— Era con noi, signor colonnello, e appena vide le volpi afferrò il suo fucile, un pacco di cartucce e corse loro dietro. A quest’ora chissà dov’è!...
Il colonnello che conosceva l’abilità venatoria di Ciceri, si volse all’aiutante maggiore e all’ufficiale di guardia dicendo loro in piemontese:
— S’a j’è Ciceri à na pija quaicuna sicurament!...
E concluse:
— Il rancio non si può più fare?
— È impossibile, signor colonnello.
— Allora, capitano, dia ordine che domattina la truppa consumi una razione di carne in conserva!
E se ne ritornò sotto la tenda, mentre i trentasei rancieri dopo aver sguinzagliato gli altri alla caccia delle volpi ipotetiche, si disperdevano qua e là per il campo, evitando di incontrarsi per non ridersi sul muso.
E la tromba di guardia suonò per la seconda volta il silenzio.
Era l’una antimeridiana. Il sergente Ciceri rientrava in quel momento al campo, ma in quale stato, mio Dio! Se non aveva preso la volpe, aveva preso certamente una famosa.... pelliccia!